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Scarpe TS 990 – Artengo

Descrizione:artengo tennis shoes ts990 clay ember red - 001 --- Expires on 09-09-2020
Il modello di scarpe Artengo TS 990 (modello da uomo) è stato ideato per il tennista alla ricerca di un tipo di scarpa morbida e flessibile.
Al costo di euro 49,99, le TS 990 sono acquistabili presso i negozi Decathlon.
Hanno una suola, in gomma, specifica per la terra battuta e con una tomaia rinforzata nelle zone sottoposte ad usura. Il tutto, per offrire al giocatore un mix di resistenza e leggerezza.


Caratteristiche tecniche:
Colore: arancione fluo
Misure: dal 39 al 48
Peso: circa 355 gr.
Materiale esterno: 
40% poliuretano (PU), 60% poliestere (PES)
Materiale interno: 100% poliestere (PES)
Suola: a spina di pesce specifica per un’ottima aderenza sulla terra battuta. Formata da: 10% poliuretano termoplastico (TPU), 50% gomma sintetica, 40% etilene vinil acetato (EVA).


artengo tennis shoes ts990 clay ember red - 008 --- Expires on 10-10-2023Vantaggi:
– Calzata confortevole:
Tomaia in mesh 3D e memory foam (tipo di “materasso cuscinetto”) sul malleolo.

– Ammortizzamento:
Suola intermedia in etilene vinil acetato (EVA), inserto “Diapad 3” sul tallone per l’ammortizzamento.

 – Resistenza all’abrasione:
Suola in gomma RUBLAST con rinforzi sulle zone d’usura.

artengo tennis shoes ts990 clay ember red - 007 --- Expires on 10-10-2023

Valutazione personale:
Una volta trovata la propria misura, indossati dei buoni calzerotti e allacciate le scarpe, il piede si abitua alla calzata in pochissimo tempo; non occorre nemmeno camminare più di tanto per sentire se il piede, eventualmente, prema sulla punta o sulla parte posteriore. Questo perchè la qualità del prodotto è eccellente. La TS 990 è, infatti, un tipo di scarpa flessibile, confortevole, progettata per giocare sulla terra battuta: consente al tennista di scivolare bene sulla terra per eseguire recuperi in corsa senza che la scarpa subisca abrasioni, ammaccature e via dicendo. Non è un caso che la suola in gomma RUBLAST offra la massima protezione nelle zone soggette ad usura. Adesione buonissima con il terreno. Sudorazione del piede ridotta rispetto ad una scarpa tradizionale. Lunghezza dei lacci ottimale.

Federico Bazan © produzione riservata

Racchetta TR 990 – Artengo

tennis ss17 - grc0356 --- Expires on 28-10-2020 (1)

                                               Nicolas Escudé, ex professionista ATP e special partner Artengo

Descrizione:
Il telaio TR 990 è una delle ultime novità prodotte dal marchio francese Artengo, frutto di un progetto realizzato da una équipe di ingegneri francesi. Acquistabile nei grandi negozi Decathlon e non solo, la TR 990 si presta ad essere una delle racchette di maggior prestigio del momento per i diversi vantaggi che è in grado di offrire ai giocatori di tennis di tutti i livelli (dal principiante all’agonista), al prezzo accessibile di euro 89,99.
A testarne le qualità, i partner di Artengo, Nicolas Escudé, ex N°17 ATP e Jerome Haehnel, ex N°78 ATP. Oltre alla valutazione dei due ex professionisti, Artengo organizza, in collaborazione con Decathlon, dei test di prova del telaio in diversi circoli sportivi, a cui aderiscono amatori e agonisti di tutta Italia.

Caratteristiche tecniche:
Peso: 300 gr.packshot-97-bc-97bcd2daa6e34e9cbce45cb0d18b060f-spidid-1802737[8351974]tci_pshot_001.jpg - 001 --- Expires on 16-03-2019
Bilanciamento:
 
32 cm
Piatto corde: 640 cm²
Lunghezza: 68,5 cm
Taglie manico: 2, 3 e 4
Indice rigidità (RA): 71

Vantaggi:
Presa d’effetto (swing):
il piatto corde tondo e il piano corde 16 x 19 cm accelera la presa d’effetto.

Potenza:
il peso di 300 gr. e il piatto corde di 640 cm² permettono di giocare colpi potenti.

Maneggevolezza (comfort):
è data dal bilanciamento di 32 cm sul manico.

Riduzione delle vibrazioni:
è legata alla tecnologia Soft Feel (composizione in balsa) che diminuisce le vibrazioni del 50% e, conseguentemente, riduce il rischio di infortuni (infiammazioni, tendiniti ecc.)

Precisione: Racchetta visuale vicina 2
Un’aggiunta di grafite sull’ovale della
racchetta (concetto Stab System), conferisce
stabilità all’impatto con la palla. Consente di
mantenere molta precisione sui colpi potenti.

Informazioni:
Indice rigidità (RA):
L’indice di rigidità di 71 migliora notevolmente la precisione della racchetta, poche le deformazioni durante l’impatto.
Telaio rigido: > 64 – 66 Ra.
Telaio morbido: < 64 – 66 Ra.
Più il telaio è rigido, più si riduce il tempo di contatto; si perde il controllo ma si ottiene maggiore esplosività nei colpi.

Inerzia:
L’inerzia, data dal rapporto dei grammi sui cm² praticamente pari a 0, impedisce al telaio di deformarsi nelle accelerazioni favorendo la spinta sulla palla e la precisione. Maggiore è il valore dell’inerzia, maggiore è la spinta che la racchetta conferisce al colpo giocato.

Bilanciamento:
Il bilanciamento di 32 cm consente alla TR 990 di rimanere maneggevole nei pressi della rete, nel tocco oltre, naturalmente, ad avere un certo comfort nei colpi da fondo campo.


Valutazione personale:
Racchetta leggera e maneggevole, con un grip morbidissimo, che consente sia all’amatore, sia al praticante agonista, di usufruire di ottime rotazioni in top spin. La tecnologia Soft Feel è la vera novità del telaio in quanto, riducendo le vibrazioni del 50% grazie alla particolare composizione in legno di balsa, rende la racchetta confortevole all’impatto ed evita, soprattutto, il rischio di problemi muscolari al tennista. Un altro vantaggio, che non tutti i telai hanno a disposizione, è lo Stab System, il sistema di stabilità che permette al giocatore di spingere bene la palla, pur non rinunciando alla stabilità e alla precisione dei colpi e delle traiettorie di gioco.
È la racchetta ideale per i giocatori d’attacco che preferiscono la leggerezza alla rigidità. Provandola personalmente sul campo, ho avuto delle sensazioni positive nel colpire la palla, già a partire dai primi colpi. Ho notato che il telaio è particolarmente versatile all’uso, in quanto permette di spingere spazzolando bene la palla ed è buona anche per i colpi di fino e a rete, motivi per i quali risulta adattabile alle proprie caratteristiche di gioco.

Prova racchetta

                                 La mia prova del materiale Artengo presso il circolo sportivo Quanta Club di Milano

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista sull’allenamento del tennista al Personal Trainer Massimiliano Mulè

Il Mondo del Tennis ha il piacere di intervistare Massimiliano Mulè sugli esercizi da eseguire in palestra, propedeutici allo sport anaerobico del tennis e non solo.

Massimiliano Mulè

Allora, Massimiliano, cominciamo con le presentazioni.
Studi Scienze Motorie allo IUSM e sei diplomato in Pesistica, con qualifica tecnica federale di istruttore FIPE, rilasciata dalla Federazione Italiana Pesistica. Lavori come Personal Trainer presso il circolo sportivo Due Ponti Sporting Club. A pensarci, sono tutte attività che si legano l’una con l’altra. Come e quanto influiscono le conoscenze teoriche da te acquisite, nel lavoro pratico del Personal Trainer?

– Ciao a tutti. Un buon insegnante deve conoscere molto bene prima la teoria per poi passare alla pratica. Solo in questo modo si può fare un’analisi curata e procedere con l’inizio di un percorso. Questi studi non dovrebbero essere eseguiti tramite un corso di poche ore come molto spesso accade, ma attraverso un percorso universitario che offra le giuste conoscenze nel settore, in modo tale da non danneggiare l’atleta.

 

Quale metodo segui per insegnare i corretti movimenti da adottare in palestra a tutti coloro che si rivolgono a te per dei consigli? Utilizzi schede di allenamento, spiegazioni, dimostrazioni…?

– Un esercizio, per essere applicato, deve essere prima spiegato descrivendo tutti i muscoli che interagiranno durante lo svolgimento e i benefici che porterà; dopo la spiegazione, segue la dimostrazione, dove il Personal Trainer mostrerà all’allievo la corretta esecuzione dello stesso; infine, una volta trovato il carico ideale e la giusta posizione del corpo, va fatto eseguire con un’attenta assistenza. 


Massimiliano– Puoi spiegare ai nostri lettori la differenza tra un allenamento che verte sull’ipertrofia muscolare e uno che riguarda la definizione muscolare? Quali esercizi principali suggeriresti per i due tipi diversi di allenamento?

– Un allenamento che verte sull’ipertrofia consiste nel sollevare carichi via via più elevati per ottenere un maggior volume muscolare, mentre un allenamento che verte sulla definizione consiste nel combinare attività muscolare e attività aerobica, seguito da una buona alimentazione, al fine di bruciare un numero di calorie simile a quello assunto. Spesso l’atleta ricerca una buona correlazione tra massa muscolare e definizione.
I principali esercizi per sviluppare una ipertrofia muscolare sono: la panca piana, la lat machine, le serie che si possono eseguire con i manubri come le aperture e le spinte (per la parte superiore, ovvero petto, dorsali e spalle); la leg curl, la leg extension, la pressa e lo squat (per la parte bassa, ovvero i quadricipiti e i polpacci).
Per quanto riguarda la definizione muscolare, è consigliabile eseguire esercizi a corpo libero come i piegamenti, le trazioni, lo jump squat ecc.


– Quali sono i benefici che l’atleta riscontra dagli esercizi a corpo libero come, ad esempio, lo stretching e gli addominali?

– Gli esercizi a corpo libero sono ottimali per lavorare a livello di definizione muscolare e, grazie alla catena cinetica, è possibile sollecitare più muscoli contemporaneamente con un solo esercizio. Gli addominali più efficaci sono eseguiti a corpo libero; mentre lo stretching è molto utile all’inizio e alla fine di ogni sessione di allenamento per ridurre la tensione muscolare, prevenire strappi o stiramenti e, più in generale, prepararsi alla pratica sportiva.


– Quanto è importante il fattore “monitoraggio” durante un allenamento? Di norma, quante serie e ripetizioni si eseguono per ogni carico di lavoro? Esiste un tempo di recupero ideale tra una ripetizione e l’altra?

– Il monitoraggio è molto importante soprattutto per gli allievi che hanno iniziato da poco e cheMassimiliano 2 faticano nel trovare le tempistiche corrette tra una serie e l’altra; allenarsi con un buon istruttore che ti segue personalmente è comunque molto più efficace e sicuro.
Non esiste un numero standard di ripetizioni; quest’ultimo varia in base al tipo di allenamento che si esegue e al tipo di atleta che vi si sottopone. In linea di massima, un allenamento incentrato sull’ipertrofia muscolare prevede il sollevamento di carichi di maggiore entità ma con ripetizioni minori (per esempio, 4 serie da 6-8 ripetizioni l’una); al contrario, un allenamento che verte sulla definizione muscolare, si svolge con carichi più leggeri ma con un maggior numero di ripetizioni (ad esempio, 4 serie da 10-12 ripetizioni l’una).
Per quanto riguarda il tempo di recupero, parlando di esercizi che si eseguono in palestra, è di solito pari o di poco superiore al minuto, ma anche in questo caso varia in base all’esercizio che si sta eseguendo, al carico di lavoro utilizzato e, aggiungerei, alla capacità di recupero dell’atleta interessato. In altre parole, più il gruppo muscolare che si sollecita con quel determinato esercizio viene affaticato, e maggiore dovrà essere l’intervallo di recupero tra un serie e l’altra. Se così non fosse, può accadere di incappare nella problematica “dell’overtraining” (sovrallenamento) che comporterebbe, tra i primi sintomi, un indolenzimento dei gruppi muscolari coinvolti. 


– Entriamo nel merito. Qual è l’allenamento mirato per un atleta che pratica uno sport anaerobico e, in particolare, per il tennista?

– Nel tennis è molto importante la preparazione atletica che deve mirare ad abituare il tennista agli intensi ritmi di questo sport e quindi ad una resistenza aerobica, una forza esplosiva e una capacità di reazione notevoli. 


– L’importanza della corsa. Che circuito di esercizi consiglieresti ad un tennista, relativo allo scatto e agli spostamenti?

Essendo il tennis uno sport dove occorre sviluppare una elevata resistenza aerobica e, allo stesso tempo, una grande velocità di reazione, è consigliabile allenarsi con la corsa, alternando un’andatura costante a scatti brevi e spostamenti laterali. Ci sono poi molteplici esercizi che, di norma, vengono selezionati da un tennista durante una sessione di allenamento abitudinaria. Tra questi, diverse modalità di andatura: lo skip, la corsa laterale, incrociata, calciata, in avanti e indietro alternata. Tra gli altri movimenti, non meno importanti, vi sono: i salti su panca, l’isometria, gli esercizi con la palla medica eseguiti al muro o a coppie e le distensioni con gli elastici. Normalmente, questo circuito di esercizi viene eseguito in palestra o all’aperto, in spazi sufficientemente ampi da consentirne il corretto svolgimento. 


– Fattore dieta. Quali alimenti deve selezionare un giocatore di tennis prima della pratica sportiva e in che proporzioni?

– In merito all’alimentazione, a prescindere da quale sport si pratichi, c’è un mondo di nozioni da conoscere e, quando ci interessa fare una dieta sana, bisognerebbe sempre rivolgersi ad un esperto in materia, come un dietologo o un nutrizionista; figure professionali che, per la maggior parte, consigliano un’alimentazione equilibrata e completa, formata da cinque pasti al giorno: colazione, spuntino, pranzo, spuntino, cena. Gli spuntini possono essere a base di frutta, yogurt ecc.
Prima dell’inizio di un allenamento è sconsigliato mangiare in abbondanza, in quanto il processo di digestione potrebbe causare fastidi all’atleta. Sarebbe dunque opportuno assumere apporti calorici moderati, almeno prima di un’ora dall’allenamento, ed evitare soprattutto di selezionare pasti abbondanti; al contrario, è buona prassi assumere cibi ricchi di carboidrati, in tempi più distanziati dalla pratica sportiva, con l’obiettivo di ripristinare i valori glicemici in caso di calo fisiologico dell’atleta.


– Discorso proteine. Ci sono diverse scuole di pensiero su questo tema, specialmente sulle proteine in polvere e sui potenziali aspetti positivi e negativi legati all’ingerimento di queste sostanze. Qual è la tua opinione al riguardo? Pensi che un atleta di qualsiasi disciplina possa farne a meno?

– Vi è spesso un abuso di integratori proteici, soprattutto per tutti quegli atleti che hanno fretta di mettere massa muscolare; questo abuso può causare un sovraccarico nello smaltimento delle proteine da parte dei reni. Tutto questo avviene perché vi è molta pubblicità da parte delle aziende ma poca informazione da parte di chi le compra. Una buona alimentazione, un allenamento costante ed impegnativo sono perfettamente in grado di evitare l’assunzione di integratori. Nel caso, invece, di un’insufficiente apporto proteico giornaliero, delle proteine assunte nelle giuste dosi, possono aiutare l’atleta nella crescita del volume muscolare, in contemporanea a buone sessioni di allenamento. 

Federico Bazan © produzione riservata

Recensione di “Match”, un fumetto di Grégory Panaccione

matchInizia con un sorteggio, prosegue con un servizio e finisce con un vincitore ed uno sconfitto. Le matite del disegnatore francese, Grégory Panaccione, danno vita ad un incontro di tennis mettendo in evidenza, tramite una chiave di lettura grottesca, tutte le emozioni, i sentimenti e i ragionamenti che pervadono la mente di un tennista durante una partita di tennis.
Panaccione – con una storia che vuole andare fuori dagli schemi, che rifiuta di seguire la logica delle parole nelle vignette come, di norma, si ritrova nella maggior parte dei fumetti – prova a comunicare al lettore, attraverso il solo utilizzo delle immagini e dei pensieri dei personaggi, tutti i momenti tipici di un match di tennis che vede affrontarsi due giocatori, tecnicamente, fisicamente e caratterialmente uno l’opposto dell’altro: da un lato della rete, Rod Jones, campione britannico, atleta dal fisico slanciato e dalla tecnica impeccabile, giocatore di punta del tennis mondiale; dall’altro lato, un appassionato ed appassionante Marcel Coste, tennista francese dalla corporatura grassa, espressione goffa e sciagurata del giocatore dilettante, costantemente alle prese con le nevrastenie, le fantasie e tutte le disavventure che Panaccione, in modo originale ed efficace, è in grado di trasmettere al lettore.
Ad accompagnare Coste in panchina, ci sono un pesce rosso nella vaschetta che il francese porta dietro con sé e a cui dà da mangiare e il cane Toby, che probabilmente funge da motivatore personale del personaggio: in alcune scene lo si vede abbaiare e tendere il muso verso il padrone in segno di incoraggiamento e di empatia, mentre in altre lo si vede addormentarsi, forse nel segno di una rassegnazione legata allo squilibrio netto tra i due giocatori. Squilibrio evidente dato dal talento di un Jones insuperabile e dai frequenti tentativi di sotterfugio malriusciti da parte di un Coste inerme.

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Il primo set è a senso unico e il punteggio recita 6-0 in favore di Jones. Coste non riesce a trovare alcuna strategia tecnico-tattica che possa quantomeno impensierire il campione britannico. Ironicamente, il tennista d’Oltralpe pensa a più riprese, consapevole di non essere tecnicamente alla pari dell’avversario, di eliminarlo fisicamente, pensando che nella sua bottiglia d’acqua ci sia del veleno o, addirittura, di sparargli. È chiaro come Panaccione voglia esasperare il senso di frustrazione del tennista in crisi che, probabilmente, sta giocando la finale della sua vita ma che non è nelle condizioni di poter tenere testa all’altro giocatore.

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Uno degli obiettivi principali del disegnatore francese è però quello di stupire il lettore. Infatti, se il punteggio finale della partita, al termine del primo set, sembra già scritto nella sua severità, nel secondo parziale, l’incontro prende totalmente un’altra direzione. E poi, come andrà a finire?

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Singolari sono inoltre l’ambientazione, gli psicodrammi vissuti sul campo da Coste, che Panaccione fa emergere attraverso pensieri paradossali ma, al tempo stesso reali, di un qualsiasi giocatore che vive una partita di tennis: esempi più comuni ripresi dal disegnatore francese, sono le tre palle che il tennista, per scaramanzia, prende in mano e seleziona prima di servire; la luce del sole che abbaglia la vista a chi è al servizio e impedisce a questi di vincere il punto; la costruzione magistrale dello scambio da parte di chi si fa aggressivo con il suo gioco ma che, al momento di conquistare il punto, sbaglia il colpo decisivo e si dispera.
L’originalità di Panaccione sta anche nella selezione di alcune immagini bizzarre che si celano nei pensieri dei protagonisti: “adesso gli tiro una bomba” è rappresentato da un missile terra aria; “quella palla è troppo lontana per arrivarci”, fa pensare al giocatore di mettersi dei pattini; dopo un colpo particolarmente aggressivo, l’avversario risponde corto e viene in mente allora, a chi attacca, di venire a rete per chiudere lo scambio al volo. Ma in che modo? Con delle scale che portano alla rete, come a dire: “adesso salgo a rete”.

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Un fumetto semplice, leggero, che scorre facilmente nell’osservazione delle immagini e che è sempre pronto a sorprendere il lettore con colpi di scena e di genio da parte dei personaggi. Insomma, il tennis come non lo avete mai visto!

Match, di Gregory Panaccione – Casa Editrice: ReNoir – Prezzo: euro 12.90 – Brossura con bandelle – pagine: 286 – b.n.

Federico Bazan © produzione riservata

Australian Open 2017: Fedal, una favola che continua

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                                               Federer e Nadal a confronto nell’esecuzione del dritto

Potremmo cominciare a pensare, seppur a malincuore, che questa finale degli AO 2017, la nona per quanto riguarda il computo delle finali Slam giocate da Federer e Nadal in carriera (Nadal conduce 6-3), fosse la fine dell’ultimo capitolo di una delle rivalità sportive più emozionanti di sempre.

Tenendo conto del fatto che Murray e Djokovic possano nuovamente uscire fuori dalle loro tane, malgrado le sconfitte inaspettate agli AO; tenendo conto del valore enorme degli eterni top ten che se la giocano da anni con i migliori al mondo quasi alla pari: i vari Tsonga, Wawrinka, Nishikori, Raonic, Cilic, i giocatori probabilmente più costanti del circuito ATP in termini di classifica (sono nei primi dieci del mondo da anni); considerando infine, e non in ultima istanza, la brillantezza delle giovani stelle del tennis odierno (Zverev, Pouille, Thiem, Goffin, Dimitrov ecc.) che stanno emergendo a poco a poco con preponderanza, ebbene… l’ultimo atto che hanno giocato quest’oggi Federer e Nadal potrebbe essere l’ultima finale Slam tra le due leggende odierne di questo sport. Era un’occasione rara, non facilmente ripetibile, stando alle variabili possibili e immaginabili. Questa non è tuttavia l’unica considerazione valida.
Possiamo infatti continuare a sognare, a pensare che Federer e Nadal, tutto sommato, siano ancora in grado di stupirci, malgrado l’avanzare dell’età e la scalata dei professionisti più giovani nel ranking ATP.
L’ultimo atto degli Australian Open 2017 ha dato prova che, in fondo, l’età è solo un numero e che al meglio non c’è mai fine. Dunque le soluzioni che si prospettano da qui a lungo termine sono diverse. Il futuro può sempre fare in tempo a riservare delle sorprese ai nostalgici di questo sport e chissà che non si ripeta un altro remake Fedal…
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            Si ripete ancora una volta il capitolo Fedal in una finale Slam

Facendo un’analisi dell’incontro, possiamo dire che le chiavi tattiche del match sono state molteplici. Se andassimo, infatti, ad analizzare nel merito quanto accaduto negli sviluppi della finale, ci accorgeremmo come le premesse avanzate, prima dell’inizio del match, da diversi opinionisti ed esperti, si siano rivelate errate. Errate perchè era una credenza piuttosto comune che Federer soffrisse sulla diagonale di rovescio le uncinate del dritto incrociato di Nadal. Previsione sicuramente fondata, visti i precedenti tra i due, ma smentita dal numero impressionante di vincenti, messi a segno dal tennista elvetico con il rovescio incrociato, colpo giocato da Federer con un grande anticipo sulla diagonale di dritto prediletta dal maiorchino. Questa tattica ha consentito a Federer di guadagnare profondità e di togliere il tempo a Nadal nell’organizzare la sua classica uncinata arrotata. Ma non solo: è stata la tattica che ha permesso al campione elvetico di trasformare il rovescio da colpo abitualmente difensivo in soluzione offensiva; un fatto inedito del gioco che ha fatto in modo che Federer riuscisse a domare la ferocia di Nadal su quella diagonale tanto sofferta dall’elvetico negli anni per il diritto aggressivo dello spagnolo.

Altra chiave del match è stata rappresentata dai cambi in lungolinea: Federer ha giocato dei colpi in controbalzo notevoli, al termine di scambi prolungati, cambiando improvvisamente la direzione dello scambio e spiazzando totalmente Nadal. In altre parole, Federer non solo ha ritrovato grande fiducia nei propri mezzi, ma anche uno stato di grazia nel colpire la palla molto avanti, sulla linea di fondo campo, con un anticipo magistrale.
Contro Nadal, raramente abbiamo visto un Federer così propositivo nei momenti topici dei vari match disputati tra i due. Anzi, è proprio contro lo spagnolo che l’elvetico ha perso diverse partite quando era in vantaggio nel punteggio o aveva dei match point a favore (finale Roma 2006). Stavolta è stato Federer a lasciare il segno nei momenti chiave, quando Nadal sembrava riemergere, a tratti, nella versione inarrivabile dei tempi migliori.
C’è da evidenziare un altro aspetto, sicuramente non secondario ai fini del risultato, ovvero il giorno di riposo in più di Federer nel torneo che ha consentito allo svizzero di arrivare più fresco in finale. Al contrario, Nadal, ha avuto meno tempo per recuperare, dopo la maratona di 4 ore e 56 minuti contro Grigor Dimitrov. Sono quegli aspetti che possono fare la differenza, specialmente a dei campioni che, con l’avanzare dell’età, necessitano di tempi di recupero maggiori nelle partite 3 su 5.
Roger Federer dunque, con questo 89esimo sigillo, conferma di non avere eguali di qualsiasi epoca nelle prove del Grande Slam e, arrivando a 18 Slam in cascina, distacca ulteriormente Sampras e Nadal, a quota 14 successi.

Federico Bazan © produzione riservata

Dustin “Dreddy” Brown, un giocoliere innato

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                              Dustin Brown esegue una volèe in tuffo che ricorda il gesto tecnico di Boris Becker

Se c’è un giocatore del circuito ATP cui piace andare fuori dagli schemi cercando di impreziosire il pubblico con giocate stravaganti, il suo nome è Dustin Brown. Di padre giamaicano e madre tedesca, “Dreddy”, soprannome noto per i lunghi rasta, è nato in Germania, a Celle, cittadina della Bassa Sassonia, dove ha trascorso la sua infanzia e la sua prima formazione tennistica.
Noto al pubblico per molteplici motivi, primo fra tutti per il suo estro fuori dal comune, Dustin Brown è quel tipo di giocatore che nasce con un tennis da autodidatta ma che è riuscito nel tempo a migliorare incredibilmente tutti i fondamentali, aggiungendo gradualmente nuovi tasselli interessanti al proprio gioco. Sotto il profilo tecnico, infatti, il tennista tedesco è provvisto di una prima palla di servizio devastante, dettata da un movimento secco del braccio e da un temperamento piuttosto impulsivo. E la seconda non sembra molto più tenera…
Non è però unicamente il servizio a fare da padrone nel tennis del giocatore di origine giamaicana; Dustin Brown è infatti capace di alternare esplosività e tocco in modo del tutto singolare. In più occasioni, durante un match, il tedesco è in grado di tirare autentiche bordate, condite da un gioco di volo delizioso, fatto di pregevoli volèe e demi-volèe.
La partita della vita del tedesco, disputata sull’erba del torneo ATP 250 di Halle, nel 2014, contro Rafael Nadal, dimostra quanto appena affermato. In questa clip potete notare come Brown, in totale trance agonistica, riesca a giocare un numero impressionante di vincenti con tutti i colpi, di fronte ad un Nadal inerme:

“Dreddy”, oltre a risultare in due occasioni la bestia nera del campione di Manacor (al secondo turno del torneo di Halle nel 2014 e di nuovo al secondo turno del torneo di Wimbledon nel 2015, circostanze in cui Nadal perse con un punteggio piuttosto netto), è un giocatore che ci tiene particolarmente a realizzare giocate prodigiose. Tra queste, il tweener, la volèe in tuffo, colpi d’istinto giocati dietro alla schiena e molto altro. Un giocatore Brown che, comunque, allena questo genere di soluzioni, come egli stesso ha affermato. Il suo obiettivo non è solo vincere, ma anche mettere a segno giocate ad alto coefficiente di difficoltà in qualsiasi partita.

In quest’altro video, possiamo ammirare la maestria del tennista di Celle nell’esibire l’intero repertorio di colpi.

Dustin Brown è l’esempio di come, nel circuito odierno, ci siano giocatori atipici, impostati con un gioco diverso dalla scuola tennis canonica. Ed è probabilmente quell’esempio che smentisce il pensiero comune secondo il quale, a parte Roger Federer, il tennis di oggi risulti monotono.

Federico Bazan © produzione riservata

Bilancio del tennis italiano relativo alla stagione 2016

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Il tennis italiano, maschile e femminile, ha vissuto un 2016 in progressivo declino se si va ad analizzare nel merito quanto accaduto nei singoli tornei disputati, in termini di statistiche (vittorie / sconfitte), punti ottenuti, posizioni nel ranking e trofei vinti.
Il 2016 è stata una stagione positiva per il tennis femminile, solo in un primo momento, con le rispettive vittorie di Roberta Vinci a San Pietroburgo, Sara Errani a Dubai e Francesca Schiavone a Rio, arrivate tutte nel mese di febbraio. Da quel periodo di auge in poi, fino a fine stagione, se si esclude l’ottima cavalcata della Vinci agli Us Open (dove la tarantina ha raggiunto i quarti di finale perdendo dalla attuale numero 1 del mondo Angelique Kerber), le tenniste italiane non sono mai riuscite a trovare quella continuità nelle vittorie che hanno consentito loro, in passato, di superare sfide importanti.

Entrando nello specifico, Sara Errani che vanta come best ranking la sesta posizione, aveva cominciato l’anno da numero 20 del mondo e, in seguito al successo ottenuto nel torneo di Dubai, aveva raggiunto la posizione numero 16. Ha chiuso però la stagione da numero 49, perdendo così 33 posizioni e 1345 punti. Errani che nel 2016, a parte il torneo di Dubai, non ha mai superato il terzo turno in nessun’altra competizione, comprese le prove del Grande Slam.

Meno negativa è la situazione riguardante Roberta Vinci, che ha aperto la stagione da numero 15, raggiungendo come best ranking la posizione numero 7, in seguito al trionfo conseguito nel torneo di San Pietroburgo; la tarantina ha tuttavia chiuso l’anno da numero 18 del ranking. La Vinci ha quindi perso 11 posizioni rispetto al suo risultato annuale massimo e ha vanificato la conquista di 3550 punti (picco raggiunto dopo la vittoria di San Pietroburgo) perdendone, similmente alla Errani, 1340 nel computo finale.

Francesca Schiavone ha avuto un sussulto di orgoglio con la vittoria nel torneo di Rio e, sebbene sia rientrata nella top 100, bissando la posizione numero 88 del ranking da numero 114 di inizio anno, ha chiuso la stagione da 103, uscendo nuovamente fuori dalle prime cento giocatrici del mondo. Nota di merito a parte, invece, per quel che riguarda il punteggio: a gennaio 2016 la tennista milanese vantava 541 punti. Ha concluso la stagione con 642 punti all’attivo, guadagnandone così 101.

Discesa netta per quanto riguarda il rendimento di Camila Giorgi che da numero 35, ha concluso il 2016 alla posizione numero 82. La marchigiana ha perso 47 piazze e 556 punti. Giorgi che, a parte il torneo di Katowice dove ogni anno si esprime al meglio, non ha mai superato un terzo turno in tutta la stagione.

Stando dunque alle statistiche e ai dati di fatto emersi dai calcoli, il tennis femminile sta attraversando un momento buio, considerando, non in ultima istanza, il ritiro di Flavia Pennetta.

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Quanto al tennis maschile, sono da evidenziare gli sforzi profusi da parte di Paolo Lorenzi che è l’unico giocatore azzurro, tra i nomi più noti, che ha chiuso il 2016 con un bilancio positivo, nel ranking, nel punteggio e nei risultati. Il senese, infatti, da numero 68, ha concluso la stagione in bellezza piazzandosi alla posizione numero 40 e guadagnando 365 punti complessivi.

A parte Lorenzi, Fabio Fognini ha perso 28 posizioni ed, infatti, da 21 del mondo, è sceso a 49. Ha avuto sì delle prestazioni degne di nota, se pensiamo alla vittoria nel torneo ATP 250 di Umago e alla finale raggiunta nell’ATP 250 di Mosca, ma minimamente paragonabili al Fognini sensazionale del 2013.

Momento nero anche per Andreas Seppi che ha perso 58 piazze in classifica e 695 punti. Da numero 29 del ranking, l’altoatesino ha chiuso la stagione al numero 87, smarrendo quella solidità e continuità nel rendimento che lo hanno sempre distinto.

Infine, periodo particolarmente sfortunato per Simone Bolelli che ha giocato solo metà stagione per via di un infortunio che lo ha tenuto fuori dal mese di giugno ad oggi. Non giocando più, naturalmente, da numero 58, il tennista di Budrio è sprofondato alla posizione numero 464 del mondo.

Se si fa eccezione per Paolo Lorenzi e Francesca Schiavone che sono gli unici due tennisti, tra i nomi di spicco, a vantare un bilancio stagionale positivo in termini di punti, il movimento del tennis italiano avrebbe bisogno di una reazione generale, di una scossa che fin’ora non si è vista. Le nuove generazioni composte da Matteo Berrettini, Matteo Donati, Martina Trevisan, Jasmine Paolini stanno crescendo a poco a poco ma al tempo stesso stentano nel farsi notare nelle competizioni di maggiore prestigio. Se è vero che ogni cosa arriva a suo tempo, è altrettanto vero che, rispetto agli anni passati, il tennis italiano sta vivendo un periodo di stasi evidente.

Federico Bazan © produzione riservata

Il ritiro a sorpresa di Ana Ivanovic dal circuito WTA

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La provenienza della tennista serba, Ana Ivanovic, contrariamente a quella della maggior parte delle giocatrici di alto livello, ha origine in un contesto geopolitico ed economico particolare, legato alla scissione della ex Jugoslavia in Serbia, Montenegro e Bosnia Erzegovina; scissione scoppiata in conflitti armati e conseguenti stragi civili ed urbane. La Ivanovic è infatti nata e cresciuta nella Belgrado degli anni ’90, in un clima incessante di bombardamenti, durante le guerre di secessione jugoslave tra Serbia e Bosnia Erzegovina, Stati separatisi per la conquista dell’indipendenza dalla ex Repubblica Socialista Federale Jugoslava. Anni difficili, come ha sottolineato la stessa tennista serba, a causa delle continue distruzioni e macerie, della mancanza di strutture adeguate alla pratica sportiva in quei territori ed ai pochi investimenti da parte delle Federazioni a garantire un supporto economico ai giovani talenti emergenti.
Quella della Ivanovic, dunque, è all’origine una storia travagliata, senza esclusione di retroscena, che si è poi magicamente convertita in una carriera di splendidi successi. La serba, seppur con non poche difficoltà legate all’infanzia vissuta, iniziò a giocare a tennis all’età di 5 anni seguendo le orme di Monica Seles, suo grande idolo tennistico, nei campetti da tennis della Belgrado di quegli anni. Da lì sarebbe uscito fuori tutto il carattere della Ivanovic che non passava mai inosservato nelle competizioni a livello junior. Già nel 2004, infatti, raggiunse la finale juniores di Wimbledon e cominciò a dare del filo da torcere alle grandi del circuito WTA. Pochi anni dopo, giunse l’apice della sua carriera: tre finali Slam raggiunte nel giro di due anni, di cui due perse e una vinta, all’età di 20 anni.
Nel 2007 la serba arrivò in finale per la prima volta al Roland Garros perdendo da Justine Henin e l’anno dopo, curiosamente, fece lo stesso riuscendo però a vincerla contro Dinara Safina e diventando così una delle più giovani numero 1 del circuito femminile.
Una carriera quella della Ivanovic, costellata dai tanti trionfi ma anche dagli innumerevoli infortuni e problemi emotivi che ne hanno precluso maggiori soddisfazioni a livello WTA. Soddisfazioni che comunque sono arrivate se oltre al Roland Garros, si contano anche le vittorie della Rogers Cup di Montréal, del torneo di Indian Wells, e le 17 partite vinte in Fed Cup, su un totale di 24 giocate.
Sotto il profilo tecnico, il tennis della Ivanovic risultava molto incisivo con i colpi da fondo campo: un dritto profondo, penetrante, giocato con una spinta eccellente del piattocorde sulla palla che rasentava spesso la rete e un rovescio arrotato, a tenere lo scambio. Non male anche con il gioco di fino: la serba giocava, a volte, pregevoli palle corte e back di rovescio velenosi che mandavano fuori palla le avversarie.
L’indole della Ivanovic era quella di un’attaccante pura ed, infatti, prediligeva il cemento, superficie sulla quale ha vinto di più per il tipo di gioco aggressivo; oltre a questo, sono da ricordare anche alcune grandi prestazioni, disputate e vinte dalla serba sulla terra battuta a Parigi, a Roma e a Stoccarda.

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Il ritiro di Ana Ivanovic pone fine dunque ad un altro capitolo del tennis femminile, in quanto, con il suo addio al tennis giocato, se ne va via un altro pezzo importante del circuito WTA, in grado di competere con decadi di giocatrici (dalla Hingis, alla Henin, passando per Williams, Sharapova, Wozniacki, arrivando a Halep e Bouchard). Un ritiro tutto sommato inaspettato se si pensa all’età di 29 anni della Ivanovic e all’eventuale possibilità di tornare ai vertici per le straordinarie qualità espresse negli anni. Ivanovic, però, a suo dire, è convinta di aver dato il massimo e di non poter più tornare ai livelli espressi negli anni migliori della sua carriera: 2007, 2008 e 2014.

Quello che probabilmente mancherà di più agli appassionati della tennista serba è la bellezza del suo gioco, del suo modo di stare in campo. Era infatti considerata una delle giocatrici più sensuali del circuito, gentile e sportiva anche con le sue colleghe.
La Ivanovic ha annunciato che, dopo il tennis, continuerà ad occuparsi della famiglia e delle sue attività principali: la moda, l’educazione ad uno stile di vita sano e l’aiuto verso i bambini bisognosi, in qualità di ambasciatrice dell’Unicef.

Federico Bazan © produzione riservata

Coppa Davis: la generosità di Fognini non basta a piegare l’Argentina

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L’Italia di Capitan Barazzutti, sprovvista del miglior Andreas Seppi e di Simone Bolelli, fuori per l’operazione al ginocchio, perde in quel di Pesaro contro un’Argentina concreta nei momenti decisivi. Punteggio finale a parte, la nazionale azzurra esce a testa alta da una tre giorni di Coppa Davis per certi versi beffarda: oltre all’assenza sentita di Bolelli nel doppio e ad un Seppi dolorante alla schiena, condizioni climatiche sfavorevoli hanno probabilmente inciso in maniera negativa sul rendimento e sul tennis degli azzurri. La pioggia ha rallentato visibilmente la velocità del campo, consentendo al gioco arrotato  di Delbonis di avere la meglio sulla rapidità di braccio dei nostri. Malgrado le possibili avversità, abbiamo rimontato in più occasioni da 2 set a 0 in favore dei sudamericani, sia nel doppio che nel singolare, ma ciò non è bastato per impensierire un Federico Delbonis, magari non impeccabile a vedersi, ma determinante ed efficace nei momenti chiave. Senza poi considerare un rientro spumeggiante in Coppa Davis di Juan Martin del Potro che ha fatto bene il suo dovere in doppio consentendo all’Argentina di superare gli azzurri sul 2 a 1 nella seconda giornata. Si può dire che il polso del campione argentino, seppur ancora in fase di ottimizzazione dei fondamentali, non ha di certo tremato.

Se da un lato Delbonis è stato decisivo per la formazione albi celeste, in casa azzurri la grande nota di merito arriva dal giocatore che si è caricato sulle spalle l’intera squadra, ovvero Fabio Fognini, colui che ha strappato più applausi di tutti per il cuore e la generosità offerti in campo. Generosità per le 9 ore di gioco spese e la voglia di continuare a lottare punto dopo punto fino alla fine; il giocatore che ha fatto la differenza sia nel doppio che nei singolari, se consideriamo la vittoria su un Juan Monaco inerme di fronte al dominio imposto dal ligure, alla rimonta, di poco non andata a buon fine nel doppio con Lorenzi, e ai quattro set point avuti nel quarto set contro Delbonis, non riusciti a sfruttare verosimilmente per la poca lucidità, a seguito di così tante energie spese nel corso della competizione.
Nota di merito per l’abnegazione ma anche per le giocate che non passano mai inosservate, prima fra tutte, il passante di rovescio a una mano sul match point per Delbonis. La no chalance di Fognini è una caratteristica innata che il ligure possiede in tutti i momenti del match, anche i più delicati, e questo può far riflettere su come l’Italia del tennis disponga di un talento enorme, spesso, purtroppo, criticato e mal sopportato. Se ci soffermassimo sulle sue qualità, anzichè sull’atteggiamento in campo, talvolta senz’altro rivedibile, ci accorgeremmo come Fognini possa tenere alto l’orgoglio azzurro, in quanto professionisti con le sue stesse capacità ce ne sono pochissimi, anzi nessuno. E, in Coppa Davis in particolare, ha sempre dimostrato di avere delle qualità, di tirare fuori delle prodezze dal cilindro. La vittoria indimenticabile a Napoli su Andy Murray ne è l’esempio forse più lampante.

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Binomio Raonic/McEnroe: una collaborazione efficace

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                                                   John McEnroe: la nuova spalla destra di Milos Raonic

Pur non condividendo la stessa epoca tennistica e non avendo una storia con, alla base, caratteristiche di gioco simili, il coaching tra John McEnroe e Milos Raonic sembra dare i suoi frutti.
Se fino a poco tempo fa il tennis di Raonic era essenzialmente composto da servizio e dritto, adesso, grazie ai consigli di McEnroe, il canadese sta aggiungendo nuovi tasselli al suo gioco. Notevolmente migliorato a rete, da un po’ di tempo a questa parte, il tennista di Podgorica sta mostrando discrete doti di manualità in quella zona del campo. L’ex campione americano lo sta indirizzando verso un tennis basato sulla proiezione offensiva. Non a caso, Raonic, specie sulle superfici a lui più consone, non rinuncia quasi mai al serve & volley e a rendersi propositivo verso la rete. Lo si è visto a Wimbledon, dove il canadese, dopo prime di servizio potenti e precise, si lanciava in avanti cercando di sbilanciare i propri avversari con un gioco di volo che ricorda da vicino quello di McEnroe. Anche sugli spostamenti ha fatto progressi. Se prima lo si vedeva servire e ottenere il punto, su due o tre colpi, adesso comincia a tenere con più sicurezza il palleggio da fondo campo.

Caratterialmente Raonic è un giocatore posato, riservato e che cerca di evitare reazioni spropositate. Inoltre, una sua grande qualità è l’attitudine al lavoro e alla costanza, pregi che lo vedono lottare su ogni palla e far emergere tutta la propria prestanza anche contro i top five, con cui se la gioca ad armi pari.
Spesso criticato per il suo stile di gioco, Raonic non bada alla forma ma alla sostanza. Ed è questo che lo rende un tennista unico nel suo genere.
L’impronta che ha dato e che, forse, continuerà a dare McEnroe al gioco di Raonic, ha contribuito ad arricchire il tennis del canadese, il quale, prima ancora di conoscerlo, ha chiarito con lui gli obiettivi da raggiungere: “La prima volta ci siamo parlati al telefono, per organizzarci; è stata una discussione molto onesta su cosa lui credeva che io dovessi fare e cosa io avrei voluto dal nostro rapporto. Ovviamente essere più efficace nell’avanzamento era una parte fondamentale per me. Una fondamentale per lui era il mio atteggiamento in campo, la mia presenza. Qualcosa che io probabilmente non avrei messo tra le priorità”.

Raonic è un esempio di come il tennis possa anche non essere classe ed estetica del colpo bensì potenza, efficacia e tattica del punto.

Federico Bazan © produzione riservata