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Simone Bolelli, un tennista elegante

Tra i tennisti italiani ce n’è uno in particolare che spicca per l’eleganza del gesto tecnico: Simone Bolelli.

Simone Bolelli

                      La sbracciata di Bolelli con il rovescio ad una mano

Il bolognese gioca un tennis classico (dritto e rovescio ad una mano con impugnature non estreme), abbinato ad una fisicità notevole. Bolelli, infatti, serve delle prime palle di servizio a velocità considerevoli, oltre a giocare dei colpi da fondo campo tecnicamente molto consistenti e, al contempo, apprezzabili stilisticamente.
In questo video del match di secondo turno agli Australian Open 2015, tra il tennista di Budrio e Roger Federer, potete osservare tutti i pregi del bagaglio tecnico-tattico di Bolelli: quello che risalta più all’occhio del gioco di Simone, è senz’altro il rovescio ad una mano che consiste in una sbracciata giocata in top spin (vedi foto sopra) e, spesso, alternata al back, una soluzione che rende Bolelli particolarmente versatile alle circostanze. Ma i due fondamentali con cui il giocatore bolognese fa la differenza, sono il servizio, attraverso una prima palla piatta e veloce, e il diritto. Nel video possiamo vedere come il tennista di Budrio cerchi di conquistare più campo possibile spostandosi sul lato del rovescio per giocare il dritto a sventaglio, un’arma fondamentale del suo tennis, che gli consente di prendere il comando dello scambio, decidendo le traiettorie sulle diagonali.

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Il dritto con presa eastern di Bolelli conferisce una ottima spinta sulla palla sia sulla diagonale sia “a sventaglio”

Bolelli è inoltre un giocatore che mette a segno diversi vincenti a partita. Questo perché ha dei colpi particolarmente incisivi e perché conosce bene le strategie di gioco. Quando è il momento di tirare il colpo, non si tira indietro e questo lo rende un giocatore d’attacco non semplice da gestire per i classici baseliner (o più comunemente detti “rematori”).

Malgrado una classe non da poco, Bolelli non ha mai ottenuto risultati a livello ATP particolarmente esaltanti, a livello di singolare, ad eccezione di una finale nel lontano 2008 persa contro Fernando Gonzalez, nel torneo ATP 250 di Monaco di Baviera. Molto meglio, invece, nel doppio, dove ha vinto gli Australian Open 2015 in coppia con Fabio Fognini, bissando un traguardo storico per il tennis italiano dai tempi di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola; si è inoltre imposto in una serie di partite di doppio arrivando in finale a Indian Wells, Monte Carlo e Shanghai sempre in coppia con Fognini; da ricordare anche le partite vinte in Coppa Davis, competizione a squadre nella quale non ha mai sfigurato.

Bolelli ha, in realtà, tutte la carte in regola per poter fare quel salto di qualità che lo porterebbe stabilmente tra i primi 50 del mondo. Il suo è un tennis brillante che purtroppo, a causa di numerosi infortuni, ha meritato troppo poco per quel che effettivamente valeva e vale. Ma per fare in modo che questo salto di qualità si realizzi, il bolognese avrà bisogno di maggiore fiducia nei propri mezzi, quella fiducia che distingue un buon giocatore da un campione.

Federico Bazan © produzione riservata

Tra i primati di Roger Federer vi è la longevità

Day Eleven: The Championships - Wimbledon 2017

Sono molteplici i fattori che, ad oggi, rendono Roger Federer il miglior giocatore della storia del tennis: primo fra tutti, le 19 prove del Grande Slam conquistate, come nessun altro nell’era Open e prima dell’era Open.
Alle spalle del campione elvetico, tra i tennisti più vincenti nelle quattro competizioni più prestigiose di questo sport, vi sono Rafael Nadal, con 15 tornei del Grande Slam vinti; Pete Sampras, a quota 14; i 12 di Roy Emerson a parità con Novak Djokovic; Rod Laver (che da molti è ritenuto il migliore della storia per aver completato il Career Grand Slam in un solo anno, nel 1962) e Bjorn Borg, con 11 prove del Grande Slam archiviate.

Il secondo motivo per cui Federer, allo stato attuale, può essere valutato come il più grande di tutti i tempi, sono le 237 settimane consecutive in vetta al ranking ATP (numero 1 del mondo ininterrotto per circa 4 anni e mezzo, da febbraio 2004 ad agosto 2008), primato fin’ora ineguagliato nel tennis maschile. Secondo a Federer, Jimmy Connors, numero 1 per 160 settimane.

Il terzo fattore che decreta la maestosità di Federer sono gli 8 tornei di Wimbledon vinti, i cui successi vanno ad affermare la supremazia dell’elvetico su tutti gli altri tennisti della storia, tra cui anche Pete Sampras, il secondo giocatore più titolato sull’erba inglese dell’All England Tennis Club, che di Wimbledon ne ha vinti 7.

Trofei Federer

Un’altra componente evidente in favore del campione nativo di Basilea è il Career Grande Slam: Federer risulta, infatti, uno dei pochi tennisti ad averlo completato e uno dei pochi ad aver vinto su tutte le superfici, pur essendo la terra battuta il terreno di gioco meno congeniale al tennis dello svizzero.

Vi è inoltre un dato singolare che accomuna la rivalità “Fedal”: Federer, nel corso del torneo di Wimbledon del 2017, non ha mai perso nemmeno un set in un totale di 7 partite disputate al meglio dei 3 set su 5. Come lui, è riuscito nell’impresa di non concedere set agli avversari soltanto un altro giocatore dell’Era Open, ovvero Rafael Nadal, che ha vinto il Roland Garros del 2017, non perdendo neanche un set.

L’elemento, però, che forse lo sta distinguendo più di tutti dagli altri giocatori è la longevità: nessun altro top player del passato, compresi i campioni degli anni ’70, ’80 e ’90, salvo l’eccezione rappresentata dall’australiano Ken Rosewell, ha vinto un torneo del Grande Slam in singolare, superati quasi i 35 anni di età. Nemmeno Jimmy Connors, ritiratosi dal circuito professionistico a 44 anni e detentore del record di tornei vinti (109 in totale), è riuscito ad alzare un trofeo del Grande Slam all’età in cui l’ha fatto Federer, ovvero a 35 anni. In quanto a longevità, dunque, il tennista elvetico rimane e rimarrà uno dei migliori.

Nel palmarès dello svizzero mancherebbero solo Montecarlo e Roma a coronarne ulteriormente una bacheca infinita, a completare una carriera unica, di chi ha scritto la storia dello sport.
Storia che però si fa ricordare anche per i periodi bui della carriera dell’elvetico nei quali era facile e tendenzioso affermare che Federer fosse ormai sul viale del tramonto, dopo l’infortunio alla schiena che non lo portò più a vincere in determinate annate (2013, per esempio). E invece, ad oggi, lo svizzero torna ad essere il tennista più longevo del circuito ATP, a quasi 36 anni. La vera sfida del Federer odierno, in fin dei conti, è con la sua età.

Federico Bazan © produzione riservata

Fabio Fognini e quei colpi da primi 10 del mondo

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Si parla spesso di come l’attuale numero 1 del tennis italiano, Fabio Fognini, possa valere una classifica tra i primi 10 giocatori del mondo, per l’immenso talento e i progressi raggiunti nel corso degli anni. Sono supposizioni fondate se consideriamo che Fognini è il primo tennista italiano, solo dopo Adriano Panatta, a vantare un bilancio di almeno 3 vittorie a livello ATP contro due top ten: contro Rafael Nadal, battuto al terzo turno agli Us Open, nella semifinale del torneo di Rio e agli ottavi del torneo di Barcellona (2015); contro Andy Murray, liquidato nettamente dal ligure, con un doppio 6-2 all’allora Masters Series del Canada (2007, quando entrambi avevano 20 anni), nei quarti di finale di Coppa Davis a Napoli (2014) e al secondo turno degli Internazionali di Roma (2017). Curioso notare come Fognini, le tre volte che ha battuto Murray, non gli abbia mai concesso nemmeno un set.

Non ci sono solo le statistiche a confermare il fatto che Fognini possa realmente ambire a grandi traguardi contro grandi campioni, non che lo abbia già fatto… il tennista di Arma di Taggia dispone, infatti, di diverse frecce al proprio arco dal punto di vista tecnico-tattico che potrebbero portarlo ad essere stabilmente un top ten: il talento, inteso come l’insieme delle qualità innate del gioco di Fabio: di base Fognini è un artista della racchetta, il che vuol dire che ha un’inventiva e un repertorio di colpi molto vasto; la capacità di adattarsi al gioco dell’avversario: Fognini è in grado di spingere la palla quando attacca ma anche di contenere in fase difensiva le accelerazioni dell’avversario, grazie ad una grande mobilità negli spostamenti laterali e frontali (vi invito a cliccare sotto sul link “video di elogio” e guardare i punti contro Federico Delbonis, dove vedrete la velocità di gambe di Fognini); la no chalance nel portamento del colpo, il che rende Fognini un giocatore particolarmente duttile alle circostanze.
Non solo. Potremmo parlare della facilità con la quale il ligure accelera la palla, attraverso un’apertura breve, secca, veloce del diritto, quasi come se mascherasse le direzioni e di un rovescio bimane che va da solo nella sua naturalezza.
Tra le altre doti del tennista di Arma di Taggia vi è la sensibilità nel tocco: Fabio è un maestro delle palle corte e delle volèe stoppate.

In questo video di elogio al tennista ligure, abbiamo la dimostrazione di quanto appena descritto del gioco di Fognini.

Le qualità del numero 1 del tennis italiano non finiscono qui. Un’altra caratteristica importante di Fognini è l’intelligenza tattica. Guardate attentamente i punti dove Fabio comanda gli scambi. La logica di gioco nella conquista di un qualsiasi punto vinto dal ligure è corretta. Fa correre gli avversari per poi procurarsi il colpo a chiudere.

Se Fognini fosse stato un giocatore acerbo, immaturo, privo di testa, non sarebbe mai arrivato dove si trova attualmente, non sarebbe mai stato 13 del mondo, non avrebbe mai potuto battere Nadal e Murray. È altrettanto vero, però, che Fognini, per il tipo di gioco che ha, potrebbe fare molto meglio di chi invece, nel circuito ATP, ha dei limiti tecnici e mentali a causa dei quali non può emergere ai vertici. Il fattore che probabilmente fa la differenza a quei livelli sta nella testa, ovvero nella convinzione e nella capacità di sapersi gestire. Ma Fabio è così: lui è o prendere o lasciare.

Federico Bazan © produzione riservata

Dustin “Dreddy” Brown, un giocoliere innato

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                              Dustin Brown esegue una volèe in tuffo che ricorda il gesto tecnico di Boris Becker

Se c’è un giocatore del circuito ATP cui piace andare fuori dagli schemi cercando di impreziosire il pubblico con giocate stravaganti, il suo nome è Dustin Brown. Di padre giamaicano e madre tedesca, “Dreddy”, soprannome noto per i lunghi rasta, è nato in Germania, a Celle, cittadina della Bassa Sassonia, dove ha trascorso la sua infanzia e la sua prima formazione tennistica.
Noto al pubblico per molteplici motivi, primo fra tutti per il suo estro fuori dal comune, Dustin Brown è quel tipo di giocatore che nasce con un tennis da autodidatta ma che è riuscito nel tempo a migliorare incredibilmente tutti i fondamentali, aggiungendo gradualmente nuovi tasselli interessanti al proprio gioco. Sotto il profilo tecnico, infatti, il tennista tedesco è provvisto di una prima palla di servizio devastante, dettata da un movimento secco del braccio e da un temperamento piuttosto impulsivo. E la seconda non sembra molto più tenera…
Non è però unicamente il servizio a fare da padrone nel tennis del giocatore di origine giamaicana; Dustin Brown è infatti capace di alternare esplosività e tocco in modo del tutto singolare. In più occasioni, durante un match, il tedesco è in grado di tirare autentiche bordate, condite da un gioco di volo delizioso, fatto di pregevoli volèe e demi-volèe.
La partita della vita del tedesco, disputata sull’erba del torneo ATP 250 di Halle, nel 2014, contro Rafael Nadal, dimostra quanto appena affermato. In questa clip potete notare come Brown, in totale trance agonistica, riesca a giocare un numero impressionante di vincenti con tutti i colpi, di fronte ad un Nadal inerme:

“Dreddy”, oltre a risultare in due occasioni la bestia nera del campione di Manacor (al secondo turno del torneo di Halle nel 2014 e di nuovo al secondo turno del torneo di Wimbledon nel 2015, circostanze in cui Nadal perse con un punteggio piuttosto netto), è un giocatore che ci tiene particolarmente a realizzare giocate prodigiose. Tra queste, il tweener, la volèe in tuffo, colpi d’istinto giocati dietro alla schiena e molto altro. Un giocatore Brown che, comunque, allena questo genere di soluzioni, come egli stesso ha affermato. Il suo obiettivo non è solo vincere, ma anche mettere a segno giocate ad alto coefficiente di difficoltà in qualsiasi partita.

In quest’altro video, possiamo ammirare la maestria del tennista di Celle nell’esibire l’intero repertorio di colpi.

Dustin Brown è l’esempio di come, nel circuito odierno, ci siano giocatori atipici, impostati con un gioco diverso dalla scuola tennis canonica. Ed è probabilmente quell’esempio che smentisce il pensiero comune secondo il quale, a parte Roger Federer, il tennis di oggi risulti monotono.

Federico Bazan © produzione riservata

Il ritiro a sorpresa di Ana Ivanovic dal circuito WTA

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La provenienza della tennista serba, Ana Ivanovic, contrariamente a quella della maggior parte delle giocatrici di alto livello, ha origine in un contesto geopolitico ed economico particolare, legato alla scissione della ex Jugoslavia in Serbia, Montenegro e Bosnia Erzegovina; scissione scoppiata in conflitti armati e conseguenti stragi civili ed urbane. La Ivanovic è infatti nata e cresciuta nella Belgrado degli anni ’90, in un clima incessante di bombardamenti, durante le guerre di secessione jugoslave tra Serbia e Bosnia Erzegovina, Stati separatisi per la conquista dell’indipendenza dalla ex Repubblica Socialista Federale Jugoslava. Anni difficili, come ha sottolineato la stessa tennista serba, a causa delle continue distruzioni e macerie, della mancanza di strutture adeguate alla pratica sportiva in quei territori ed ai pochi investimenti da parte delle Federazioni a garantire un supporto economico ai giovani talenti emergenti.
Quella della Ivanovic, dunque, è all’origine una storia travagliata, senza esclusione di retroscena, che si è poi magicamente convertita in una carriera di splendidi successi. La serba, seppur con non poche difficoltà legate all’infanzia vissuta, iniziò a giocare a tennis all’età di 5 anni seguendo le orme di Monica Seles, suo grande idolo tennistico, nei campetti da tennis della Belgrado di quegli anni. Da lì sarebbe uscito fuori tutto il carattere della Ivanovic che non passava mai inosservato nelle competizioni a livello junior. Già nel 2004, infatti, raggiunse la finale juniores di Wimbledon e cominciò a dare del filo da torcere alle grandi del circuito WTA. Pochi anni dopo, giunse l’apice della sua carriera: tre finali Slam raggiunte nel giro di due anni, di cui due perse e una vinta, all’età di 20 anni.
Nel 2007 la serba arrivò in finale per la prima volta al Roland Garros perdendo da Justine Henin e l’anno dopo, curiosamente, fece lo stesso riuscendo però a vincerla contro Dinara Safina e diventando così una delle più giovani numero 1 del circuito femminile.
Una carriera quella della Ivanovic, costellata dai tanti trionfi ma anche dagli innumerevoli infortuni e problemi emotivi che ne hanno precluso maggiori soddisfazioni a livello WTA. Soddisfazioni che comunque sono arrivate se oltre al Roland Garros, si contano anche le vittorie della Rogers Cup di Montréal, del torneo di Indian Wells, e le 17 partite vinte in Fed Cup, su un totale di 24 giocate.
Sotto il profilo tecnico, il tennis della Ivanovic risultava molto incisivo con i colpi da fondo campo: un dritto profondo, penetrante, giocato con una spinta eccellente del piattocorde sulla palla che rasentava spesso la rete e un rovescio arrotato, a tenere lo scambio. Non male anche con il gioco di fino: la serba giocava, a volte, pregevoli palle corte e back di rovescio velenosi che mandavano fuori palla le avversarie.
L’indole della Ivanovic era quella di un’attaccante pura ed, infatti, prediligeva il cemento, superficie sulla quale ha vinto di più per il tipo di gioco aggressivo; oltre a questo, sono da ricordare anche alcune grandi prestazioni, disputate e vinte dalla serba sulla terra battuta a Parigi, a Roma e a Stoccarda.

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Il ritiro di Ana Ivanovic pone fine dunque ad un altro capitolo del tennis femminile, in quanto, con il suo addio al tennis giocato, se ne va via un altro pezzo importante del circuito WTA, in grado di competere con decadi di giocatrici (dalla Hingis, alla Henin, passando per Williams, Sharapova, Wozniacki, arrivando a Halep e Bouchard). Un ritiro tutto sommato inaspettato se si pensa all’età di 29 anni della Ivanovic e all’eventuale possibilità di tornare ai vertici per le straordinarie qualità espresse negli anni. Ivanovic, però, a suo dire, è convinta di aver dato il massimo e di non poter più tornare ai livelli espressi negli anni migliori della sua carriera: 2007, 2008 e 2014.

Quello che probabilmente mancherà di più agli appassionati della tennista serba è la bellezza del suo gioco, del suo modo di stare in campo. Era infatti considerata una delle giocatrici più sensuali del circuito, gentile e sportiva anche con le sue colleghe.
La Ivanovic ha annunciato che, dopo il tennis, continuerà ad occuparsi della famiglia e delle sue attività principali: la moda, l’educazione ad uno stile di vita sano e l’aiuto verso i bambini bisognosi, in qualità di ambasciatrice dell’Unicef.

Federico Bazan © produzione riservata

Binomio Raonic/McEnroe: una collaborazione efficace

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                                                   John McEnroe: la nuova spalla destra di Milos Raonic

Pur non condividendo la stessa epoca tennistica e non avendo una storia con, alla base, caratteristiche di gioco simili, il coaching tra John McEnroe e Milos Raonic sembra dare i suoi frutti.
Se fino a poco tempo fa il tennis di Raonic era essenzialmente composto da servizio e dritto, adesso, grazie ai consigli di McEnroe, il canadese sta aggiungendo nuovi tasselli al suo gioco. Notevolmente migliorato a rete, da un po’ di tempo a questa parte, il tennista di Podgorica sta mostrando discrete doti di manualità in quella zona del campo. L’ex campione americano lo sta indirizzando verso un tennis basato sulla proiezione offensiva. Non a caso, Raonic, specie sulle superfici a lui più consone, non rinuncia quasi mai al serve & volley e a rendersi propositivo verso la rete. Lo si è visto a Wimbledon, dove il canadese, dopo prime di servizio potenti e precise, si lanciava in avanti cercando di sbilanciare i propri avversari con un gioco di volo che ricorda da vicino quello di McEnroe. Anche sugli spostamenti ha fatto progressi. Se prima lo si vedeva servire e ottenere il punto, su due o tre colpi, adesso comincia a tenere con più sicurezza il palleggio da fondo campo.

Caratterialmente Raonic è un giocatore posato, riservato e che cerca di evitare reazioni spropositate. Inoltre, una sua grande qualità è l’attitudine al lavoro e alla costanza, pregi che lo vedono lottare su ogni palla e far emergere tutta la propria prestanza anche contro i top five, con cui se la gioca ad armi pari.
Spesso criticato per il suo stile di gioco, Raonic non bada alla forma ma alla sostanza. Ed è questo che lo rende un tennista unico nel suo genere.
L’impronta che ha dato e che, forse, continuerà a dare McEnroe al gioco di Raonic, ha contribuito ad arricchire il tennis del canadese, il quale, prima ancora di conoscerlo, ha chiarito con lui gli obiettivi da raggiungere: “La prima volta ci siamo parlati al telefono, per organizzarci; è stata una discussione molto onesta su cosa lui credeva che io dovessi fare e cosa io avrei voluto dal nostro rapporto. Ovviamente essere più efficace nell’avanzamento era una parte fondamentale per me. Una fondamentale per lui era il mio atteggiamento in campo, la mia presenza. Qualcosa che io probabilmente non avrei messo tra le priorità”.

Raonic è un esempio di come il tennis possa anche non essere classe ed estetica del colpo bensì potenza, efficacia e tattica del punto.

Federico Bazan © produzione riservata

Vinci, Errani e Schiavone fanno il tris

Difficile che capitino insieme ma, a volte, le prodezze sportive arrivano una dietro l’altra. Ebbene, l’Italia del tennis femminile porta a casa tre successi consecutivi firmati Roberta Vinci, Sara Errani e Francesca Schiavone, la triade vincente del tennis italiano che continua a far sognare ad occhi aperti gli appassionati. Prima il trionfo della Vinci a San Pietroburgo, torneo Premier, il decimo nella carriera della tarantina; poi la vittoria di Sara Errani a Dubai, altro Premier, nono sigillo per la romagnola. Infine il ritorno della leonessa d’Italia, Francesca Schiavone, che sorprende tutti a Rio De Janeiro conquistando il suo settimo titolo in carriera a distanza di tre anni dalla sua ultima apparizione in una finale di un torneo WTA.

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                Roberta Vinci con la coppa del torneo di San Pietroburgo

Alla vigilia, nessuno si sarebbe aspettato prestazioni così convincenti da parte delle tenniste azzurre: Roberta Vinci, dopo l’impresa gloriosa in quel di New York, ha recentemente annunciato che questa sarebbe stata la sua ultima annata da tennista professionista nel tour. La tarantina aveva infatti rilasciato, in alcune interviste, come il tennis stesse diventando per lei monotono, non più un divertimento. Sembrava che Roberta, dopo quel traguardo inedito conseguito sui campi di Flushing Meadows, avesse perso la voglia di continuare a competere ad alti livelli.
Vinci che, dopo l’affermazione nel torneo di San Pietroburgo, durante il giorno del suo 33esimo compleanno, ha visto due volte scalfito il numero 10 al computer: diventa per la prima volta top ten, piazzandosi proprio al decimo posto della race e, con la vittoria su Belinda Bencic nella finale del torneo russo, arriva a quota dieci titoli WTA.
La campionessa pugliese si è imposta su Belinda Bencic, giocatrice svizzera, giovane promessa per l’avvenire del tennis mondiale che, all’età di 18 anni, è già tra le prime dieci del mondo; in questo caso, tra la freschezza e l’esperienza, ha prevalso l’esperienza di Roberta Vinci che ha ostacolato efficacemente il gioco della Bencic con le sue variazioni e con una grande resa al servizio. Gioco della Vinci che risulta comunque fastidioso per le giocatrici cui piace giocare di ritmo e in modo monotematico. La Bencic ha dimostrato un talento da vendere anche se è ancora troppo acerba per competere con tenniste esperte del calibro della Vinci che sanno variare il ritmo degli scambi e conoscono soluzioni tattiche diverse dalle tante giocatrici odierne, impostate su potenza, spinta e fisicità.

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                   Sara Errani bacia il trofeo del torneo Premier di Dubai

Analogamente, Sara Errani, storica compagna di doppio della Vinci, che ha vissuto un inizio di 2016 non particolarmente brillante, ha dichiarato come facesse fatica a gestire la tensione; fatto piuttosto paradossale se pensiamo con quanta autorevolezza abbia liquidato le sue avversarie nel corso del torneo di Dubai (tra l’altro il primo torneo Premier vinto dalla Errani su cemento indoor). Errani che continua comunque ad impreziosire il pubblico con le sue giocate, malgrado le difficoltà patite nell’ultimo periodo.

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La gioia di Francesca Schiavone dopo tre anni dalla sua ultima vittoria in una finale WTA

Stavolta è però Francesca Schiavone la sorpresa più grande: la leonessa d’Italia è tornata a ruggire sulla terra battuta dopo tre anni dalla sua ultima finale disputata. Quasi non se ne sentiva più parlare di una giocatrice che comunque, ricordiamo, ha vinto il Roland Garros nel 2010 e l’anno dopo è arrivata in finale. Ebbene, la leonessa d’Italia ha tirato fuori la grinta da situazioni di svantaggio, come successo nella finale contro la giovane americana Shelby Rogers, giocatrice insidiosa, provvista di accelerazioni notevoli da fondo campo. La Schiavone era sotto nel punteggio ma ha poi trovato la chiave dell’incontro mettendo la Rogers nelle condizioni di subire l’impeto della milanese. Schiavone che, con grinta ed esperienza, ha prevalso su un’altra giocatrice promettente ma ancora piuttosto acerba. A fine incontro, la gioia incontenibile e la commozione di Francesca durante i ringraziamenti al pubblico. Una Schiavone che non si vedeva così entusiasta dai tempi del Roland Garros, forse anche più emozionata dell’ultimo successo sulla terra parigina del Philippe Chatrier.

Il tennis italiano, dunque, almeno in campo femminile, si riscatta dopo un esordio amaro in Fed Cup a Marsiglia e dimostra di poter ancora dominare gli scenari del panorama tennistico attuale. Mentre, nel frattempo, sono in attesa di conferme le nuove generazioni che vedono una Camila Giorgi in fase di stallo e una Martina Caregaro in lenta ascesa.

Federico Bazan © produzione riservata