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Esclusiva: intervista ad Adriano Albanesi, International Tennis Coach

Adriano Albanesi a New York durante gli US Open

La lunga esperienza di Adriano Albanesi nel circuito ATP ha inizio calcando i campi in terra rossa, tra allenamenti e partite di torneo, per poi distinguersi, a livello internazionale, nelle vesti di Coach di vari tennisti professionisti.
Tra i successi da giocatore nel tour, spiccano la vittoria ai Campionati Italiani Under 18 a squadre, il raggiungimento della top 30 nella classifica dei migliori tennisti azzurri nel 2009, il best ranking ATP di 1290 in singolare e 800 in doppio, oltre a numerose partecipazioni nelle competizioni a squadre Interclub: in Francia e in Slovacchia; in Germania, nella terza divisione, e in Italia, nella prima divisione.
In qualità di Coach, invece, Albanesi vanta diversi titoli ed esperienze con giocatrici e giocatori di livello ITF, ATP e WTA, tra i quali Lesia Tsurenko, Elena Rybakina, Riccardo Ghedin e Cristian Rodriguez, solo per citarne alcuni.

– Ex giocatore ATP, Maestro Nazionale FIT e Head Coach di tennisti del circuito maggiore, nonché attuale Direttore Tecnico della scuola tennis de L’Antico Tiro a Volo, uno dei circoli storici di Roma. La tua prospettiva sul tennis può essere quindi osservata da molteplici angolature. Dopo tutte le esperienze maturate in campo da protagonista e fuori, da supervisore, quanta mole di lavoro si cela dietro ad una semplice racchetta?

– Dietro ad una semplice racchetta, quando sei un giocatore, ci sono ore e ore di allenamento. Da tennista pensi in prima persona, sei egoista, ma si tratta di un sano egoismo perché vuoi raggiungere determinati obiettivi. È un percorso, comunque, fatto di tanti sacrifici.
Da allenatore, personalmente, ho trascorso un periodo di studio, sia di partite viste sia di esperienze vissute a contatto con altri coach che mi hanno aiutato a migliorare e a capire più nel dettaglio il coaching, in quanto, con un trascorso da giocatore, approcciavo il lavoro di allenatore in modo schematico. Invece, quando sei un coach, devi avere la forbice un po’ più ampia perché, oltre ad essere un allenatore, sei anche un educatore. Quindi non tutto può essere sempre bianco o nero, ma bisogna trovare anche una via di mezzo.

Quando comunichi con un giocatore devi metterti sullo stesso piano, perché altrimenti, qualora un allenatore non riesca a carpire le sensazioni del giocatore, o per lo meno quello che lui ti vuole trasmettere, diventa difficile anche una eventuale collaborazione. E, per evitare questo, devi viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda. È un qualcosa che ho capito tanto quando ho fatto esperienze con altri coach a livello internazionale e, per quello che riguarda la mia metodologia, sono migliorato anche quando ho avuto la possibilità di lavorare con dei bravissimi preparatori atletici.
Quindi, per concludere la risposta alla tua domanda, ci deve essere la voglia, la passione, bisogna essere generosi con se stessi perché la strada è lunga e non si finisce mai di imparare. E ogni sfida ti può portare a nuovi percorsi via via migliori, purché dietro vi sia una grande preparazione.

Rovescio in salto ad una mano dell’Adriano Albanesi tennista, impegnato in un incontro di Serie A al Canottieri Nino Bixio di Piacenza

– Quali sono gli elementi imprescindibili, sia concreti che astratti, sui quali si basa un nuovo percorso di coaching con una ragazza emergente o con un giovane promettente?

– Sia che si tratti di una ragazza emergente o di un giovane promettente, gli elementi che reputo fondamentali sono il duro lavoro, ma soprattutto l’adattabilità, in quanto il più delle volte, in campo, si creano delle situazioni scomode e noi allenatori le riproponiamo. Qualora un giocatore non sia disposto all’adattamento, diventa tutto più difficile, specialmente per uno come me che impronta il lavoro in un certo modo. Spesso entro ed esco dalla comfort zone per testare chi sto allenando e, in questa situazione, è facile incontrare giocatori che facciano più fatica di altri; ma, di base, è l’adattabilità: si gioca tutto l’anno su superfici differenti, con numerosi ostacoli, quindi è imprescindibile per me trovare una scappatoia da questi punti focali. È normale che, per un giovane promettente, si cerchi di costruire, di gettare delle basi solide sulla consapevolezza dei propri mezzi. Mentre, per quanto riguarda un emergente o un giocatore già formato, si intraprende un percorso di consolidamento. Quando arriva da me un giocatore già avviato, si cerca di capire come mai non vada avanti e quali siano le sue difficoltà.

– In che cosa consiste e come è strutturata una “pre season” nella collaborazione tra un tennista professionista e il suo coach?

– Questa domanda mi fa impazzire, è una domanda bellissima perché la pre season per me è, emotivamente, un momento molto importante dove si studia e che ricordo benissimo con le giocatrici che ho allenato. Nei periodi di pre season lavoravo anche di notte, perché riassumevo tutto il filmato della giornata e cercavo di capire dove e come si potesse fare meglio. È uno dei momenti più belli dell’anno per me. Magari per i giocatori un po’ meno, perché loro hanno voglia e bisogno di fare tornei come anche noi allenatori; però, a noi coach, quel periodo della stagione ci permette di studiare e di non avere fretta nel lavorare sui loro punti deboli e anche sui loro punti di forza. La pre season, quindi, è una fase di studio vero e proprio.

Cristian Rodriguez, uno dei tennisti ATP allenati da Albanesi

Quali aspetti ritieni fondamentali in un piano di allenamento specifico per un top player?

– Gli aspetti che ritengo fondamentali in un piano di allenamento sono il cercare di essere sulla stessa frequenza nella comunicazione coach-tennista, cercare di capire se una partita ti abbia dato delle informazioni affinché poi, in allenamento, tu possa limare, diminuire o aumentare determinate situazioni. Naturalmente, gli elementi fondamentali possono variare da giocatore a giocatore: c’è chi ha bisogno di lavorare maggiormente su un aspetto, chi su un altro. E se non ti trovi sullo stesso piano di chi alleni, non è facile fare coaching.
Una linea guida imprescindibile, per me, è lo sviluppo del potenziale dell’atleta: scoprire quali sono i suoi pregi e suoi limiti, lavorando di pari passo su entrambi
e stilando un piano basato su obiettivi concreti, perseguibili. Solamente step by step, attraverso un percorso di crescita graduale, si può arrivare a ottenere anche risultati inattesi. Nel caso in cui un atleta salti determinate tappe raggiungendo i risultati prefissati in tempi più brevi del previsto, è possibile accelerare il processo di miglioramento, o attuare un altro percorso.

– Hai portato Lesia Tsurenko alla posizione numero 27 del ranking mondiale dopo più di un anno di lavoro insieme. Quarti di finale agli US Open, piazzamenti di rilievo nei WTA Premier, tra cui la finale a Brisbane e i quarti di finale a Cincinnati e a Birmingham. Tsurenko che peraltro sconfisse, in quelle occasioni, delle numero 1 al mondo come Caroline Wozniacki, Naomi Osaka e Garbiñe Muguruza.
Quali sono le partite, giocate dalla Tsurenko, che ricordi con più piacere?


– Sembrerà strano, ma le partite che ricordo con più piacere non sono i quarti di finale agli US Open, le vittorie sulla Osaka e la Kontaveit a Brisbane, piuttosto che sulla Wozniacki e la Muguruza nella tournée americana. Queste sono le ciliegine sulla torta. Io ricordo di più le partite sofferte, non che i match contro le top players non siano stati lottati, però non posso dimenticarmi delle partite quasi perse, delle partite ribaltate di punteggio contro giocatrici di ranking anche più basso. E quelli sono gli incontri che per me contano. È il mio modo di vedere le cose, ovvero: l’exploit, la vittoria contro una top ten o una top five sono delle emozioni incredibili perché vanno a coronare il lavoro che c’è dietro. Ma il lavoro che c’è dietro è tanto e le partite che ci sono dietro, prima di compiere un exploit, sono tante; ma, soprattutto, sono numerose le situazioni che uno deve ribaltare per consolidare la propria mentalità, il proprio atteggiamento. Sono proprio da quei momenti di difficoltà che si vede quello che uno sta cercando di costruire. Io ti ho elencato tanti exploit, ma ti assicuro che ci sono tantissime partite, come un primo turno al Roland Garros, dove erano tre settimane che lavoravamo insieme ed è stato, non un dramma, ma la prima partita che la Tsurenko aveva vinto dopo sei mesi. Impossibile dimenticarla perché è stata come una liberazione. Da quella partita si è aperta un’autostrada: il turno dopo batti la Vandeweghe, che era numero 18 del mondo e poi batti la Rybáriková che aveva fatto semifinale a Wimbledon l’anno prima.
Quindi ne potrei elencare diverse, ma ci sono delle piccole partite chiave con giocatrici meno blasonate che, però, ti fanno trovare il ritmo partita, il ritmo torneo e ti fanno uscire fuori da situazioni difficili.

Adriano Albanesi a colloquio con Lesia Tsurenko, top 30 WTA

Se ce ne sono stati, come hai gestito tutti quei momenti di sfiducia che ha vissuto la tennista ucraina?

I momenti di sfiducia e i periodi bui si possono presentare nell’arco di una stagione. La bravura dell’allenatore e del team che ruotano attorno a un giocatore è quella di evitare il più possibile un rendimento di alti e bassi. Penso che, laddove si presentino dei momenti difficili, andrebbero accettati, analizzati ma, soprattutto, per uscirne fuori, bisognerebbe ricominciare ad apprezzare le piccole cose perché, molte volte, siamo accecati dal “non risultato”, dalla “non performance“. E, invece, le cose invisibili intorno a noi possono offrirci un punto di vista differente. Il famoso bicchiere mezzo pieno: si riparte da quella parte piena. È poca? Non è proprio mezza? Va bene, si riparte da lì.

E, per concludere, uno sguardo al futuro. Quali sono i tuoi obiettivi da qui ai prossimi anni?

– Negli ultimi anni ho dedicato molto tempo alla famiglia e al lavoro di cui mi occupo attualmente, che è quello di Direttore Tecnico della scuola tennis de L’Antico Tiro a Volo, in quanto il circuito mi ha portato ad essere lontano da casa. E sono contento perché le mie figlie crescono con papà vicino.
Sicuramente il circuito mi manca, ma in questo periodo della mia vita era giusto dedicare tempo alla famiglia. Quando si presenterà l’occasione e, qualora si ripresenti, uno dei miei obiettivi sarà quello di rientrare nel circuito. Non posso cancellare gli anni passati, anche perché mi hanno formato e hanno fatto in modo che diventassi un coach con più esperienza. Pertanto, se in un futuro si dovesse ripresentare un progetto nuovo e interessante, ci penserò.

Foto di: Adriano Albanesi

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Giorgio Galimberti, figura a 360 gradi nel mondo del tennis

Ex tennista professionista (best ranking 115 del mondo), commentatore televisivo su Sky Sport e SuperTennis, Titolare della Galimberti Tennis Academy, Testimonial di ASICS e sicuramente dimentico qualcosa. Sei una risorsa a tutto tondo nel mondo del tennis… ma partiamo dalle fondamenta.

– Com’è nata la tua passione per il tennis? A che età hai impugnato la prima racchetta?

– La passione per il tennis nasce da una tradizione di famiglia. Non a caso a Lissone, mio Paese di origine in provincia di Monza e Brianza, mio padre costruì un campo da tennis più di 50 anni fa, proprio per la passione legata a questo sport. Vien da sé che la racchetta la presi in mano da appena nato. Questo non vuol dire niente, perché ho due fratelli che, nonostante anche loro avessero il campo in casa, non sono diventati giocatori professionisti; però il contesto nel quale mi sono trovato mi ha sicuramente aiutato e indotto a giocare a tennis con regolarità.


– Il tennis è uno sport con classifiche specifiche in base al livello di gioco dei tennisti e prevede un calendario annuale di eventi come i tornei e i campionati a squadre. Man mano che si cresce nella seconda categoria e ci si avvicina alla prima, si prendono dei punti per poter accedere ai tornei Futures e Challenger. A tal proposito, vorrei chiederti quali step hai seguito per diventare un tennista professionista e che cosa comporta il passaggio dal circuito Challenger al circuito ATP.

Ho seguito tutti i passaggi sin dall’attività giovanile: under 12 e under 14. Negli under 14 sono entrato nei primi 8, ho fatto i quarti di finale ai Campionati Italiani ma non ero parte della squadra di Coppa del Sol che erano i Mondiali under 14.
Ho iniziato a farmi vedere negli under 16 quando, in una trasferta americana in Florida, vinsi due tornei: Permbroke Pines e Porto Rico. Da lì tornai, sicuramente consapevole di un buon livello, e la Federazione mi prese nella Nazionale; quindi partecipai alla Winter Cup dove vincemmo in Germania, a Saarbrücken, e da quel momento iniziai a giocare molto bene a tennis. Negli under 16 io e Daniele Ceraudo eravamo i primi due d’Italia.
Poi ci fu l’anno dei 17, quando passai under 18. In quel periodo vivevo già a Cesenatico con la Nazionale dove c’era il Centro Tecnico Nazionale. Divenni numero uno d’Italia con un anno di anticipo, che fu il preludio poi all’annata del ’94, quando finii numero due del mondo giovanile facendo finale al Roland Garros, semifinale a Wimbledon e finale al Bonfiglio di Milano.
Il passaggio a Pro non è così semplice, in quanto presenta spesso delle insidie: l’esperienza e il doversi rialzare dalle sconfitte, quindi una grande resilienza, cosa che io penso di aver avuto molto, in quanto ho sofferto per due anni prima di iniziare ad avere dei buoni risultati anche a livello internazionale; nel ’98 feci le qualificazioni al Foro Italico, superandole e trovando poi al primo turno l’allora numero 7 del ranking, Alberto Berasategui, dal quale persi lottando. Superai anche le qualificazioni agli US Open, vinsi il primo turno e uscii al secondo per mano di Marcelo Rios in quattro set, il quale, a suo tempo, era numero 2 del mondo.


– Hai vestito la maglia di Coppa Davis dell’Italia per diversi anni. Quali sono i ricordi più belli legati all’aver giocato per il tuo Paese?

– La Coppa Davis per me rimane nel cuore: è un qualcosa che ti segna. Nel mio caso ha dei ricordi belli e meno belli. Tra i ricordi belli, la vittoria su Nadal e Lopez in doppio, molto sentita a livello emozionale da parte mia e da parte del pubblico. E poi ci sono anche le amare delusioni, come la sconfitta in Zimbabwe. Rimane il fatto che io mi sento molto patriottico e la Coppa Davis mi ha dato tante emozioni.
Fino a quest’anno ho fatto l’Assistant Coach di Corrado Barazzutti. Speravo di diventare Capitano di Coppa Davis, però è arrivato prima di me Filippo Volandri, un altro grande campione che potrà fare molto bene in panchina e al quale auguro il meglio.
Attenderò comunque una proposta da parte della Federazione per rimanere nella cerchia dei tecnici federali, o per dare il mio supporto alla stessa Nazionale di Coppa Davis con Volandri. In ogni caso, resto un uomo di Federazione, che ha riconoscenza nei confronti della FIT per quanto di buono ha fatto in questi anni e per quanto di buono continuerà a fare.

La squadra di Coppa Davis dell’Italia con Fognini, Bolelli, Sonego, Travaglia, Mager e lo staff tecnico composto da Corrado Barazzutti, Giorgio Galimberti e gli altri componenti del team


– E i successi più significativi della tua carriera?


I successi più significativi della mia carriera sono sicuramente la vittoria a Roma agli Internazionali BNL d’Italia contro Alex Corretja che, a suo tempo, era numero 9 del mondo e fu una bella impresa sul Pietrangeli, sentita tantissimo da me e dal pubblico. Ricordo che iniziai la partita con l’impianto che non aveva nemmeno la metà degli spettatori. Ma, dopo i primi 3 games, era gremito di persone e, in più, stavo anche vincendo. Vinsi in tre set una partita lottatissima e quello fu un grande risultato.
Un’altra partita molto bella fu a Amersfoort, ad Amsterdam, contro Martin Verkerk che nel 2003 fece finale al Roland Garros. Quando lo incontrai in torneo, lui era il tennista numero uno in Olanda, giocava in casa e aveva naturalmente tutto il pubblico dalla sua parte. Non avevo particolari aspettative in quella partita: giocai molto libero e vinsi contro il numero 14 del mondo in quella che, per me, fu una grandissima impresa ed emozione.


– Dopo il ritiro dal professionismo, ti sei cimentato nelle telecronache dei match su Sky Sport, occupandoti del commento tecnico durante gli incontri. Com’è avvenuto il passaggio dall’essere protagonista in campo al parlare di tennis in diretta? È stato immediato e naturale rivolgerti ad un pubblico di ascoltatori le prime volte che ti sei trovato in cabina di commento?

Nel 2007, Stefano Meloccaro di Sky mi propose di fare un test nella vecchia sede di Sky Sport. Andai durante il periodo dei tornei estivi di Cincinnati e Montreal, in notturna. Devo dire che, già dalla prima volta, mi divertii molto a fare le telecronache e mi sentii a mio agio, anche grazie alla capacità di Stefano Meloccaro che, a suo tempo, faceva ancora telecronaca. Adesso, invece, come sapete, lavora nello studio televisivo e si occupa di tutt’altro. Anche lui ha avuto una grande crescita professionale.
Cominciai con Sky dal 2007, fino al 2015. Poi, nel 2015, mi allontanai dalla televisione perché dovetti andare a Wimbledon, in quanto ero allenatore nello staff di Simone Bolelli e, quindi, sia lì che agli US Open ero impegnato con il giocatore.

Da quel momento presi una decisione, ovvero di rimanere soltanto con SuperTennis, canale 64 del digitale terrestre, per il quale cominciai a lavorare nel 2009, data del suo esordio. Ad oggi, sono ancora legato a SuperTennis tramite una collaborazione che va avanti da tanti anni e della quale sono molto fiero, perché è una emittente che mi ha dato tanto spazio, mi ha affidato la conduzione di Circolando e dello studio di continuità degli Internazionali BNL d’Italia, probabilmente il più grande palcoscenico tennistico del nostro Paese. La televisione mi piace molto e lì mi sento a mio agio.

Giorgio Galimberti, che è stato coach di Simone Bolelli nel 2015 a Wimbledon e agli US Open, segue il giocatore durante un allenamento


– In seguito all’esperienza a Sky, sei entrato a far parte del Cast di SuperTennis come commentatore tecnico ed opinionista. Tra le altre attività, hai condotto il programma “Circolando”, un itinerario che ti ha visto impegnato nei circoli sportivi di diverse regioni italiane. Cosa si scopre da una esperienza come la tua, fatta di viaggi e incontri con vari personaggi nel mondo del tennis?

L’esperienza di Circolando è stata basilare sotto tanti punti di vista, in particolare nell’offrirmi la possibilità di valutare i pro e i contro di qualsiasi aspetto a livello “Club”. Quanto appena detto, si spiega attraverso la mia attività: sto costruendo un centro a Cattolica abbastanza articolato che include campi da tennis, padel, palestra e un centro fisioterapico. E questo mio grandissimo investimento e impegno che ho preso, devo dire che trova anche molto conforto e supporto dalle esperienze fatte visitando tutti gli altri circoli, avendoli analizzati, avendo ascoltato i presidenti e gli addetti ai lavori. Di conseguenza, anche io, nella mia realtà imprenditoriale, ho fatto delle scelte che sono state influenzate da tutte queste conoscenze che ho avuto negli anni grazie a Circolando: avrò ormai visitato almeno 60-70 circoli tra i più belli d’Italia tra cui il Parioli, a Roma, il Bonacossa di Milano e La Stampa, a Torino. E da questi circoli ho cercato di trarre gli aspetti positivi, provando a riproporli nel mio Club. L’ho fatto sia con Circolando, sia girando per l’Europa e per il mondo, visitando i circoli negli eventi sportivi ai quali partecipo con i miei giocatori.


– Sei il Titolare della Galimberti Tennis Academy. Quali sono gli elementi fondamentali per far funzionare al meglio una Accademia di tennis?

– La mia struttura, che inizialmente si trovava a San Marino, si è spostata in Italia a Cattolica, città in provincia di Rimini. E sicuramente è stata una grande esperienza, un grande orgoglio perché da zero, in un centro che faceva poca attività agonistica, sono riuscito – grazie a una buona struttura, alle mie capacità e alle capacità dei miei collaboratori che sono aumentati anno dopo anno – a creare un grande appeal a livello nazionale ed internazionale. Abbiamo avuto giocatori dall’Ungheria, Ucraina, Francia e Australia, da molte parti del mondo; e questa è sicuramente una grande soddisfazione: l’Accademia è sempre in crescita ed è legata alla mia figura, alla mia persona. Non a caso, ora che ci siamo spostati a Cattolica, l’Accademia è esplosa ancor di più per la facilità del raggiungimento della location, per la bellezza di Cattolica, città turistica sul mare. E anche per la vicinanza e la fruibilità del centro da parte mia e dei miei collaboratori, elementi che ci consentono di avere una buona qualità della vita.
Credo che, di base, una Accademia di tennis sia fatta dalle persone, aldilà della struttura che può essere più o meno bella ma, in assenza di queste, anche il centro più bello al mondo si ridurrebbe al nulla, in quanto il contenitore viene dopo le persone. Credo che in questo momento io abbia preparatori atletici e allenatori dei quali mi posso fidare, preparati, appassionati, dei lavoratori instancabili che amano quello che fanno. Questo è il grandissimo segreto che, purtroppo, viene spesso lasciato da parte, vendendo fumo, vendendo soltanto quella che può essere considerata “la facciata” o, magari, il fatto che ci sia un grande giocatore che si allena in quel centro. Penso semplicemente che non si diventi forti guardando un giocatore che si allena, ma allenandosi.

Giorgio Galimberti con i suoi collaboratori e allievi alla Galimberti Tennis Academy di Cattolica


Parlando di abbigliamento tecnico sportivo, ASICS è un marchio di eccellenza per tanti sport, compreso il tennis. So che hai un rapporto speciale con questo brand. In cosa si distingue una scarpa ASICS da altre marche?

È dal 1994 che uso scarpe ASICS e penso, in tutti gli anni da professionista e post carriera, di non aver mai messo altro ai piedi se non ASICS. Io sono un fanatico di questa marca e non smetterò mai di dire che è la scelta migliore che un tennista possa fare, così come un runner. Lo stesso discorso vale per l’abbigliamento, per il quale ora ASICS ha scelto di produrre solo la prima linea, quindi materiale di qualità con prodotti tecnici di altissimo livello.


– E, per concludere, una domanda di attualità. Da un po’ di anni a questa parte il tennis italiano, soprattutto nel maschile, è riaffiorato con tanti nuovi talenti all’orizzonte. Abbiamo non pochi giocatori nei primi 100 del mondo: Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego, Travaglia, Caruso, Mager, Cecchinato, Seppi. A cosa è dovuta questa crescita prorompente del movimento?

Il discorso è ciclico. L’Italia è una Nazione che tennisticamente è sempre stata all’avanguardia; ci sono stati anche dei periodi bui, come nei primi anni 2000, quando io, oltretutto, ne ho giovato per poter far parte della squadra di Coppa Davis. In una Nazione come l’Italia di oggi, il Galimberti dell’epoca non avrebbe posto in Coppa Davis, ma in quegli anni invece sì.
Negli ultimi tempi abbiamo un movimento in forte crescita. E credo che questo dipenda da un insieme di cose: un ottimo lavoro federale del settore tecnico; un ottimo lavoro delle accademie private che hanno tirato fuori tanti giocatori; la presenza di maestri competenti a livello nazionale. Io credo che l’Italia di oggi possa essere vista un po’ come la Spagna di qualche anno fa; un ambiente preparato di professionisti con competenze di altissimo livello. I maestri italiani, vent’anni fa, erano bistrattati. Tutti parlavano della Spagna: “Scappiamo in Spagna se vogliamo diventare forti”. Questo ora non avviene più perché abbiamo coach di livello nazionale e internazionale che seguono da vicino i giocatori. È ovvio che, con un bacino importante come le scuole tennis italiane, prima o poi qualcosa venga fuori.
In questo momento siamo forse la Nazione con più giocatori nei primi 100 del mondo o tra le migliori al mondo. Manca, forse, il top player nei primi 5. Nel momento in cui arriverà anche quello, credo che l’Italia non sarà seconda a nessuno o, se non altro, sarà tra le Nazioni leader di questo sport nei prossimi anni, tenendo conto anche dell’età giovane dei nostri giocatori.

Foto di: Giorgio Galimberti

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Mauro Caruso, Maestro Nazionale e Fiduciario della FIT

– Giocatore, Maestro Nazionale e Fiduciario della FIT. Partiamo dalle origini: come ti sei avvicinato al tennis per la prima volta?

– Ormai parliamo di oltre 40 anni fa. All’età di 10 anni ricordo di aver sostituito un mio amico che giocava con il papà. In quella occasione impugnai la racchetta per la prima volta e riuscii a prendere sempre la palla. Da lì è nata una passione che coltivo ancora oggi e che cresce giorno dopo giorno.


– Giocando a tennis per tanti anni e classificandoti, hai deciso poi di diventare Istruttore. Quale percorso hai intrapreso per arrivare ad essere Maestro Nazionale?

– Avevo circa 16 anni quando Enrico Biancotto, uno dei miei Maestri che ricordo con tanto affetto e che purtroppo non c’è più, mi chiese di fare delle sostituzioni con i bimbi più piccoli. Cominciai così: mi sentivo a mio agio a fare il Maestro e, da lì a poco tempo, capii che sarebbe diventato il mio lavoro. Ormai è dal 1989 che svolgo quest’attività a tempo pieno e ogni giorno non è mai uguale all’altro.
Ho seguito tutto il percorso da Istruttore di primo e secondo grado, per poi diventare, nel 2001, Maestro Nazionale per la Federazione Italiana Tennis. Sono inoltre Professional PTR (acronimo di Professional Tennis Registry) da oltre 20 anni, una Associazione di insegnanti di tennis internazionale molto interessante e produttiva per noi Maestri. Dal 2015, sono Fiduciario per la Federazione Italiana Tennis.

La mia foto con il Maestro e Fiduciario della FIT, Mauro Caruso, al Forum Sport Center di Roma


– Che tipo di programmazione è necessaria per organizzare nel modo migliore le attività di una scuola tennis?

– La programmazione è molto importante per far crescere una scuola tennis; è un aspetto che meriterebbe un lungo discorso. Il nostro programma viene diviso in: annuale, con obiettivi generali che vengono condivisi anche con i genitori; mensile e settimanale, con obiettivi sempre più specifici. Gli allievi vengono suddivisi per fascia di età e capacità, in categorie denominate secondo il Sistema Italia: delfino, cerbiatto, coccodrillo e canguro.
Inoltre, la programmazione giornaliera di una scuola tennis si basa sul Game Based Approach, un metodo che prevede una situazione iniziale aperta, più tattica, seguita da una situazione chiusa più tecnica, dove si cerca di individualizzare l’allenamento per ogni allievo. L’ultima fase del Game Based Approach consiste in una nuova situazione aperta, dove vengono analizzate e migliorate eventuali problematiche sorte nell’allenamento. Infine, parte integrante della programmazione sono le amichevoli tra i circoli e tutte quelle attività promozionali che aiutano gli allievi a sviluppare un senso di appartenenza alla scuola tennis.

– Ci sono Maestri che investono sul proprio tennis senza però affacciarsi in altre realtà e venire a contatto con persone nuove. Rimangono nel proprio “orto”, consapevoli del fatto che conoscere altri Istruttori non sia indispensabile per la propria crescita professionale. Invece tu sei l’esempio di come un insegnante di tennis possa arricchirsi ed arricchire gli altri attraverso le pubbliche relazioni. Quanto ritieni sia importante rimanere in contatto con i Maestri e ampliare la rete di conoscenze?

– Direi che è fondamentale arricchirsi e aggiornarsi sempre, anche attraverso il continuo confronto con gli altri Maestri, qualora sia possibile. Ma anche gli stessi allievi possono insegnarci molto.
Il lavoro di squadra è importante: integra le capacità di ognuno, in modo da raggiungere obiettivi condivisi e permettere la crescita tennistica degli allievi. La sinergia tra i Maestri aiuta inoltre a risolvere problematiche e superare ostacoli che possono emergere nella quotidianità di una scuola tennis.


– Arriviamo al presente. Oltre a fare lezioni, gestire i corsi e la scuola tennis del Forum Sport Center, sei Fiduciario presso l’Istituto di Formazione Roberto Lombardi. In cosa consiste questa figura professionale?

– In Italia siamo 155 Fiduciari; ci chiamano “talent scout” perché cerchiamo i nuovi talenti tra gli under 8-9-10 che poi ogni anno partecipano alla Coppa delle Province, di cui Roma è campione nazionale in carica. Dobbiamo organizzare i raduni degli stessi under, chiamati Junior Club Italia, per i campioni di domani. Ci occupiamo del riconoscimento di tutte le scuole tennis e di promuovere i progetti federali, quali il FIT Junior Program e i Campionati Promo, sistemi volti a stimolare l’attività degli allievi non agonisti all’interno delle scuole tennis. Inoltre la FIT ha introdotto, in collaborazione con la FITeT e la FIPT, il progetto “Racchette in Classe” attraverso il quale promuoviamo la pratica del tennis nelle scuole elementari. Noi Fiduciari, in sostanza, siamo l’anello di congiunzione tra i Maestri, le Scuole Tennis e la Federazione Italiana Tennis.

– E, infine, i progetti da qui ai prossimi anni nel mondo del tennis. Sei alla ricerca di nuovi obiettivi?

– In questo momento così particolare l’attenzione è rivolta principalmente al benessere psicofisico. Dal punto di vista professionale mi auguro di prolungare la mia esperienza al Forum Sport Center, in modo da contribuire, insieme alla mia équipe, alla crescita tennistica dei sempre più numerosi allievi. Il mondo del tennis cresce ogni anno sempre di più e, per un Maestro come me, è importante far divertire e far avvicinare sempre più persone a questo bellissimo sport.

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Stefano Palmieri, Maestro del Circolo delle Muse

La mia foto con il Maestro Stefano Palmieri al Circolo delle Muse di Roma


– La famiglia Palmieri ha dato tanto al tennis italiano. Una tradizione che ha inizio dagli anni ’30 con i trionfi di Giovanni Palmieri, uno dei primi tennisti italiani ad
aver vinto gli Internazionali d’Italia, il torneo di Monte Carlo e i Campionati Italiani Assoluti.  
Nel tunnel che porta allo stadio Pietrangeli, compaiono il suo nome e la sua foto nell’albo dei vincitori del torneo capitolino. Che ricordi hai di tuo nonno uomo e di tuo nonno tennista?

– Giovannino è entrato con prepotenza nella mia modesta carriera tennistica. Lo vedevo come un mito e per me era un vanto averlo come nonno. Era così elegante da sembrare un nobile, pur essendo di umili origini. Elegante dentro al campo, con il suo gioco, e fuori, con la sua personalità. Un campione d’altri tempi, fonte di ispirazione per figli, nipoti e generazioni a venire.
Se la mia vita fin da piccolo è stata costellata da racchette e palle, lo devo anche alla grande dedizione che mio nonno aveva per il tennis e che mi ha trasmesso con le sue partite indimenticabili.


– Dopo le imprese di Giovannino, la storia dei Palmieri è andata avanti con il contributo importante che tuo zio, Sergio Palmieri, ha dato e continua a dare oggi al tennis italiano. Ex tennista, da anni Direttore Tecnico degli Internazionali BNL d’Italia, ricopre un ruolo ai vertici della FIT e nell’organizzazione degli appuntamenti principali: torneo di Roma, Coppa Davis e Fed Cup.
La tua passione per il tennis è nata anche grazie a tuo zio? Quali valori ti ha insegnato? 

– La passione per il tennis è sbocciata grazie alla mia famiglia. Ogni parente ha giocato un ruolo fondamentale in questo sport: il nonno è stato il primo Palmieri di successo con la racchetta. Dopo Giovannino, è arrivato mio padre che, pur non essendo stato un tennista, era comunque un grande appassionato di tennis, volenteroso di continuare la nostra tradizione di famiglia: ricordo ancora quando mi accompagnava tutti i pomeriggi al circolo, dopo la scuola. Ma, tra tutti, chi ha contribuito maggiormente alla mia crescita tecnica è stato lo zio Lillo, un Maestro eccezionale, ormai da anni impegnato nel coordinamento del settore agonistico al Tennis Club Cagliari.
Mio zio Sergio, invece, ancor prima di entrare a far parte della Federazione, ha avuto una carriera tennistica di tutto rispetto. Ha giocato, in singolare e in doppio, con alcune leggende del passato tra cui Stan Smith, Roy Emerson e Rod Laver. Ha raggiunto piazzamenti come il secondo turno al Roland Garros e il terzo turno a Wimbledon nel doppio misto. Tra le sue vittorie più importanti, c’è quella contro Jaroslav Drobný, vincitore di tre tornei dello Slam.
Per arrivare alla tua domanda, lo zio Sergio è sempre stato un esempio per me, soprattutto per la grande professionalità che ha sempre avuto e che tutt’ora ha nel suo lavoro. 

– Giovanni era del 1906, Sergio è del 1945 mentre Stefano nasce nel 1958. Arriviamo quindi al protagonista dell’intervista, il terzo in ordine cronologico.
Prima di diventare Maestro, giocavi in serie C1. Hai girato diversi circoli di Roma: il Parioli, il Pisana, il Tennis Formello e, attualmente, le Muse. Quali sono state le esperienze che ti hanno formato, prima come giocatore e poi come Maestro?

– Ho giocato per molto tempo in C1 al Parioli e al Pisana, prima di diventare Maestro alle Muse. Come giocatore, le esperienze sono state tante: senza dubbio tutti i tornei fatti, i campionati a squadre e i vari circoli di Roma che ho girato e ai quali mi sono affezionato. Come Maestro, l’aver avuto tante persone diverse alle quali insegnare il tennis: dai bambini, passando per i ragazzi, fino agli adulti. Con ognuno di loro ho sempre cercato di esprimere le mie conoscenze stringendo, allo stesso tempo, un rapporto amichevole basato sul piacere di giocare a tennis.

– Dal 1992 lavori al Circolo delle Muse. Tra le ragazze e i ragazzi che hai seguito negli anni, ce n’è qualcuno che ha intrapreso la strada del professionismo? 

In tanti anni di insegnamento non ho avuto giocatori professionisti ma molti che ho fatto innamorare al tennis. Penso che la massima aspirazione per un Maestro sia quella di seguire una bambina o un ragazzo promettenti e condurli verso la strada del professionismo. Ma, spesso, è molto bello e gratificante anche solamente far divertire i propri allievi e farli appassionare al tennis. Con l’auspicio che non smettano mai di giocare.

– E, per concludere, i ricordi più belli che hai vissuto con tuo zio.

– Ce ne sono diversi. Se dovessi sceglierne uno, direi il Masters negli Stati Uniti nel 1985. Ricordo che andai insieme a mio zio e alcuni suoi amici tennisti. Vidi tanto bel tennis in un’epoca di grandi campioni: Connors, McEnroe, Edberg, Becker, Lendl, Wilander, Leconte e molti altri. Ebbi l’opportunità di conoscere più da vicino uno di questi, ovvero il mitico John McEnroe, in quanto Sergio era stato manager per un periodo della carriera dell’americano. Contrariamente a come veniva comunemente descritto per le sue arrabbiature e i suoi sfoghi, McEnroe era una persona molto simpatica e socievole al di fuori del campo. Indicativo del fatto che il tennis non sempre riveli interamente il carattere di una persona.
L’esperienza del Masters mi ha fatto scoprire un lato del tennis differente, ancora più avvincente, più entusiasmante. E da lì ho capito il perché mio zio sia partito da zero e arrivato dove è oggi. Perché ha coltivato una grandissima passione per questo sport e l’ha custodita nel tempo. Ancora oggi, superati i 70 anni di età, è una persona a cui piace viaggiare, conoscere nuovi stadi, guardare i tornei dal vivo ed entrare in contatto con i tennisti. 

Federico Bazan © produzione riservata

 

Esclusiva: intervista a David Dente, Maestro Nazionale del Centro Sportivo Villa Flaminia

Il Maestro Nazionale David Dente del CS Villa Flaminia

– Qual è stato il percorso che hai seguito per diventare Maestro Nazionale?

– Ho giocato a tennis a livello agonistico fino ai 18 anni. Mio padre era iscritto in un circolo, dove mi capitava spesso di palleggiare con alcuni soci. Mi piaceva dare, ad ognuno di loro, dei consigli tecnici sui colpi; in quei momenti passati in campo, ricordo che nutrivo il desiderio di diventare, un giorno, Maestro di tennis.
Nel ’96 ho fatto il corso di Istruttore Regionale; superato l’esame di Istruttore, chi voleva, poteva accedere al corso di Maestro Nazionale. Ho continuato quel percorso conseguendo la qualifica di Maestro Nazionale e facendo i centri estivi a Pievepelago e a Sestola. Nel ’98 ho cominciato a lavorare al Centro Sportivo Villa Flaminia, affiancando, per un anno, l’ex Direttore della scuola tennis, Enrico Sellan, che avrebbe cambiato circolo da lì a breve. Dopo la sua uscita, ho preso in mano io la direzione della scuola
tennis.

– Sei il Direttore Tecnico del settore tennis all’interno del Centro Sportivo Villa Flaminia. Quali sono, dal tuo punto di vista, gli elementi necessari affinché una scuola tennis sia efficiente?

– Gli elementi affinché una scuola tennis funzioni sono diversi: prima di tutto, i Maestri devono essere riconosciuti dalla Federazione Italiana Tennis e seguire, negli anni, i vari corsi di aggiornamento per rimanere sempre informati sulle nuove direttive dell’Istituto Superiore di Formazione Roberto Lombardi.
É importante, poi, che ci sia uno spirito di collaborazione tra i colleghi del settore. I Maestri, che insegnano nella stessa scuola tennis, devono: rendersi disponibili per favorire una crescita umana e tecnica degli allievi attraverso l’utilizzo dei materiali didattici (palle orange, mid, racchette, cinesini, tubi, ecc.); agevolarne la raccolta delle palle al termine dei cesti; cooperare tempestivamente affinché i campi siano in perfette condizioni ad ogni cambio dell’ora.
Il dialogo tra i Maestri, tra l’altro, è utile per scegliere la suddivisione dei gruppi prima dell’inizio di una lezione e per proporre le modalità di esercizi in base all’età e al livello di gioco degli allievi.
Infine, una qualsiasi scuola tennis si fonda sulla struttura che il circolo mette a disposizione nella sua totalità: oltre ai campi da tennis, le palestre e gli spazi all’aperto per incentivare l’attività motoria dei ragazzi.

Da sinistra a destra della foto: Gabriele Argentieri (preparatore atletico), David Dente (Maestro Nazionale e Direttore Tecnico della scuola tennis), Francesco Felici (Istruttore di secondo grado) e Federico Bazan (Istruttore di primo grado)


– Che obiettivi hai riguardo alla crescita dei tuoi allievi?

– L’aspirazione principale, come penso valga per la maggior parte dei Maestri, è quella di far diventare gli allievi della scuola tennis dei piccoli giocatori, fornendo loro gli strumenti tecnici adeguati e i principi sani che lo sport insegna. Bisogna aggiungere che la crescita di una ragazza o di un ragazzo dipenda anche da altri fattori: una passione ininterrotta per il tennis, un allenamento costante negli anni, una famiglia alle spalle che supporti il bambino e che sia disposta ad accompagnarlo in giro nei vari tornei. Oltre alla qualità del Maestro, bisogna avere anche una buona dose di fortuna, in quanto non tutti i ragazzi che si allenano con criterio e con impegno riescono a raggiungere gli stessi traguardi.
Per quanto riguarda gli obiettivi, il Centro Sportivo Villa Flaminia si prefigge di far giocare e far divertire i bambini attraverso la pratica sportiva; noi dello staff ci impegniamo ad insegnare a tutti gli allievi una tecnica di gioco adatta a facilitare l’apprendimento del tennis, senza, allo stesso tempo, tralasciare l’aspetto ricreativo, sotto forma di gare, giochi a squadre, tornei e tutte le attività indette dal Comitato Regione Lazio.


Nell’immaginario collettivo, il Maestro di tennis è la figura professionale che trascorre la propria vita sui campi; chi non è del settore, potrebbe considerarlo un lavoro monotono. In realtà, un Maestro di tennis sperimenta esperienze nuove e stimolanti. I tuoi oltre 20 anni di lavoro lo possono testimoniare?

– Le esperienze che ho vissuto in campo con gli allievi sono state e sono, tutt’ora, sempre diverse e mai ripetitive. Questo perché ognuno di loro, presentando delle differenze di carattere e di approccio al tennis, dovrebbe ricevere, singolarmente, indicazioni mirate in base ai difetti tecnici che lo limitano nel raggiungimento di un determinato risultato. Quello che un Maestro può fare, è cercare di migliorarsi ogni volta a favore della crescita dell’allievo, adulto o bambino che sia.


– E infine ti chiedo di raccontare ai lettori de “Il Mondo del Tennis” alcuni dei ricordi più belli che la nostra professione ti ha regalato e che, tornando indietro negli anni, rivivresti con lo stesso entusiasmo.

– I ricordi belli sono tanti: come giocatore, sicuramente le trasferte dei campionati a squadre, l’amicizia che mi ha legato ai compagni di squadra, i tornei e le partite che ho giocato. Come Maestro, i bambini che ho avviato al tennis e che oggi, a distanza di anni, rivedo diventati grandi e che continuano a giocare. Ma anche tutti i colleghi di altri circoli che, ogni tanto, mi chiamano e mi dicono: “Maestro David, grazie per aver dato una buona impostazione tecnica ai ragazzi che alleno”. Queste sono solo alcune delle gioie che il tennis mi ha regalato.

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Potito Starace, ex tennista ATP


– A che età hai iniziato a giocare a tennis? In quale circolo sportivo?

– Ho iniziato a giocare a tennis a 7 anni. La mia fortuna probabilmente è stata quella di avere un circolo sotto casa, il “Tennis Club Starace”, che mio nonno comprò negli anni ’60 e dove, inizialmente, c’erano solo due campi da tennis. Fino a quando avevo 6 anni davo i calci al pallone, ma già a 7 mi ero innamorato del tennis guardando giocare i ragazzi più grandi di me.
Con il passare del tempo, la struttura si è evoluta a tutti gli effetti; dopo la morte di mio nonno, il club è stato ribattezzato negli anni ’90 con il mio nome: “Circolo Tennis Potito Starace”. Abbiamo costruito altri campi da tennis, un campo da beach tennis, uno da padel e una piscina. Oggi, poiché sono a Roma, il circolo di Cervinara viene gestito da mio padre e da mio fratello. Quest’ultimo è Maestro Nazionale e si occupa lui dei corsi e della scuola tennis.


– Quando ti sei accorto di poter trasformare il tennis nel tuo lavoro? Quale è stata la figura di riferimento che ti ha sostenuto nella fase di crescita del tuo gioco?

– Già a 12 anni avevo vinto il titolo nazionale Under 12, anche se a quell’età, essendo ancora piccolo, giocavo naturalmente per divertimento, e non più di tre volte a settimana. A 15 anni ho fatto la scelta di andare in Federazione a Cesenatico e, a 17, mi sono trasferito da Alberto Sbrescia, che è stato il mio Maestro. Con la sua supervisione, ho iniziato a giocare i primi tornei Futures e Challenger. Dopo quel periodo, Sbrescia non mi ha potuto più seguire e, a malincuore, le nostre strade si sono separate. Arrivato a 20 anni, ero già nei primi 200 del mondo. Dopodiché ho iniziato pian piano la scalata nel ranking ATP, partita dopo partita, torneo dopo torneo.

– Vista la tua esperienza vissuta da giocatore, ti chiederei: quali sono i maggiori ostacoli che un talento emergente incontra per accedere al professionismo?

– Gli ostacoli per diventare un professionista sono numerosi: quando si giocano i tornei Juniores cambia tanto rispetto al mondo professionistico. Si può essere talentuosi da giovanissimi, però si possono avere in seguito dei problemi a competere contro tennisti più esperti e in parte già affermati. Quindi il primo impatto da junior a giocare a livello professionistico è abbastanza complicato per tanti aspiranti, tranne per alcune eccezioni. È proprio dalle competizioni juniores a quelle dell’ITF che dovrebbe scattare la molla perché, una volta che si arriva nei Futures, si trovano già dei giocatori giovani che sono nel circuito da qualche anno e che hanno i requisiti per affermarsi nei Challenger, per poi approdare negli ATP.

– Hai vinto 6 tornei ATP in doppio e 11 tornei Challenger con altrettante finali giocate. Sei stato numero 27 del mondo e sei rimasto nel circuito maggiore per almeno 15 anni. Molti bambini sognano di poter, un giorno, raggiungere i tuoi traguardi, ma forse non sanno di tutto il lavoro, il sacrificio e gli investimenti che ci sono dietro a determinati risultati. Che consigli daresti a chi vorrebbe seguire le tue orme?

– Sì, sono stato 27 del mondo nel 2007, come best ranking. Ho battuto tra l’altro, in partite di torneo, alcuni ex numero 1 della classifica ATP come Carlos Moyá, Juan Carlos Ferrero e Marat Safin. Ho vinto 6 tornei in doppio, 11 tornei Challenger e tutte le partite in Coppa Davis, tranne una contro Roger Federer. Detta così sembra semplice, però dietro a questi risultati c’è un duro lavoro che inizia da quando avevo 7 anni, naturalmente con tanta leggerezza perché ero ancora piccolo, fino ai 15 anni. Verso i 16 anni, nel momento in cui mi sono accorto di poter giocare ad alti livelli, la salita è stata lunga: tanti sacrifici, diversi investimenti legati al fatto che, nel tennis, ci sono delle spese fisse da dover sostenere, in particolare quando non si è coperti economicamente dalla Federazione.
Il consiglio che posso dare a chi vorrebbe seguire il mio percorso di vita e di carriera è dare tutto negli allenamenti perché il tennis è uno sport individuale nel quale il rendimento dipende dal singolo giocatore in campo. Poi naturalmente è molto importante stare sempre a fianco dell’allenatore, che è la guida principale, e riporre tanta fiducia nelle persone vicine: dal coach al preparatore atletico.

Un ostacolo alla crescita di un ragazzo o di una ragazza, invece, può essere rappresentato da alcuni genitori che si mettono in mezzo, creando dei problemi in questioni di non loro competenza o per delle aspettative irrealistiche riguardo alle possibilità del proprio figlio.

– Finita la carriera nel circuito professionistico, sei diventato il direttore tecnico dell’agonistica del Due Ponti Sporting Club. Quali sono i principali obiettivi che ti sei posto all’inizio di questa nuova avventura?

– Sì, adesso sono il direttore tecnico dell’agonistica del Due Ponti, che è un circolo che frequento da tanto. Ho giocato anche gli incontri a squadre: la Serie A di tennis e la Serie A di padel delle quali ancora oggi sono titolare. Quindi sono molto contento perché è un circolo che frequento da anni e mi trovo molto bene.
Gli obiettivi sono quelli di far crescere l’agonistica, dalla scuola SAT provare a tirar fuori dei prospetti e farli arrivare pian piano in alto. Abbiamo iniziato nel settembre del 2020 con 12 ragazzi, e siamo contenti perché è cambiato tanto il circolo, sono cambiate anche le metodologie di allenamento che faccio fare ai ragazzi. Sicuramente in pochi mesi di lavoro vedo già dei miglioramenti. C’è un’atmosfera serena e quella è la cosa più importante.


– Tra le ragazze e i ragazzi che stai allenando, intravedi potenziali promesse del tennis italiano?

– Ci sono dei ragazzi che giocano bene. Sono giovani, devono ancora lavorare tanto e si devono ancora formare fisicamente, quindi non è semplice. Però nel tennis non si sa mai. Sicuramente bisogna allenarsi con determinazione ed essere sempre pronti ad affrontare qualsiasi momento, in qualsiasi torneo, sia nei periodi positivi che in quelli meno positivi. Però i ragazzi stanno lavorando bene, quindi speriamo che ne possa uscire almeno uno con tutti gli strumenti necessari volti a fare un salto di qualità importante, magari nel professionismo.

– E infine ti chiedo quali suggerimenti daresti a un giovane istruttore di tennis che vorrebbe intraprendere la carriera di Maestro Nazionale.

– Per diventare Maestro Nazionale mi sento di dire solo di studiare tanto e di tenersi in costante aggiornamento perché il tennis è cambiato tanto, già da 10 anni a questa parte. Ci sono metodologie di allenamento diverse, soprattutto sul piano fisico. E un Maestro deve essere aperto ai cambiamenti che il tennis odierno impone.

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Stefano Meloccaro, giornalista di Sky Sport

– Essendo del ’64, ti sei avvicinato al tennis guardando all’opera diverse generazioni di campioni. Se ti parlassi delle tre rivalità storiche tra Borg e McEnroe, Sampras e Agassi, Federer e Nadal… quale di queste ti ha affascinato di più?

– Tutte e tre le rivalità sono state avvincenti e mi hanno lasciato qualcosa. Se non altro per la diversità di stile e di gioco dei protagonisti in campo. Inutile negarti che sia cresciuto guardando in tv le finali tra Borg e McEnroe, due giocatori diametralmente opposti nella tecnica e nel carattere: il ghiaccio contro il fuoco, la solidità contro l’imprevedibilità, la perseveranza contro il talento, la rotazione contro il colpo piatto, il passante contro il serve and volley. 
Sampras e Agassi hanno dato vita ad una rivalità interessante ma, secondo me, non all’altezza mediatica delle altre due.
Per quanto riguarda Federer e Nadal, che dire… stiamo parlando di due campioni da Guinnes dei primati. Vantano “solo” 39 Slam in due e non penso che, da qui a fine carriera, rinuncerebbero all’idea di vincere qualche altro Wimbledon o Roland Garros in più. Se nel ventunesimo secolo il tennis viene seguito e praticato da un numero di persone via via crescente, lo si deve anche alle loro sfide appassionanti che hanno riempito gli stadi di spettatori: la finale di Roma del 2006, di Wimbledon del 2008 e degli Australian Open del 2017, solo per ricordare le più lunghe e combattute. 

 

– La tua passione per il tennis è nata guardando tante partite e si è consolidata attraverso l’attività di Maestro, ancor prima di giornalista. Quali sono i tuoi ricordi più belli legati all’insegnamento? Che consigli daresti a un Istruttore che si avvicina per la prima volta a questo lavoro?

– Ricordo quanto fossero pignoli i Maestri Federali nel mettere in riga gli aspiranti Istruttori su come dovessero presentarsi e comportarsi al corso. Il rigore e la disciplina venivano prima di tutto. Quando feci l’esame di Istruttore negli anni ’90 ad un circolo dell’Eur di Roma, mi sembrava più di stare all’interno di una accademia militare che non dentro ad un’aula… Scherzi a parte, per poter insegnare il tennis devi avere a tua volta dei buoni insegnanti che sappiano trasmetterti la passione per ciò che andrai a fare. Infatti, è dal loro “modus operandi” che puoi imparare un metodo e farlo tuo, avendo come riferimento stili di insegnamento diversi che variano da Istruttore a Istruttore.
Consiglierei ai neofiti di approcciarsi con entusiasmo e impegno a questo lavoro. Un Maestro scoprirà che insegnare, spiegare, correggere un determinato fondamentale non sono gli unici requisiti da possedere. Entrare in sintonia con i propri allievi, soddisfare le loro richieste, mantenere vivo l’ascolto e l’interesse nei loro confronti, sono solo alcune delle prerogative di un buon insegnante. 

Stefano Meloccaro


– Chi oggi guarda il tennis in televisione, conosce Stefano Meloccaro in veste di giornalista di Sky Sport. Ma forse non tutti sanno delle varie attività che ha svolto e che tuttora svolge nel suo campo: è stato conduttore radiofonico di Edicola Fiore, in coppia con Rosario Fiorello, e di M2o; ancora oggi è inviato su Sky, commentatore in diretta, scrittore di libri e di articoli. 

Quanto conta, per un giornalista, essere poliedrico nel proprio mestiere?

– Per un giornalista può essere un vantaggio saper spaziare in diverse attività all’interno del proprio campo, ma non è sempre indispensabile. Ci sono giornalisti che si specializzano in determinati settori: chi conduce un telegiornale o un reportage, chi fa l’inviato, chi intervista gli ospiti in una conferenza stampa. Ma ci sono anche professionisti che si occupano di un lavoro dietro le quinte come, ad esempio, il redattore di un giornale cartaceo, il freelance online oppure il cronista che prepara un servizio di telegiornale da mandare poi in onda. 
Ciò non toglie che si possa apprendere più di una attività giornalistica e migliorare nel tempo, attraverso la pratica. Sicuramente, ci sono cose che riescono con naturalezza e altre per le quali si è meno portati. Quello che ho personalmente imparato sul campo, è che un giornalista può provare a cimentarsi in esperienze nuove, per poi consolidarle nelle sedi opportune (tv, radio, carta stampata ecc.), una volta apprese. Per esercitarsi si può simulare una telecronaca, togliendo l’audio con il telecomando, oppure riportare le notizie del giorno riprendendosi, da soli, con una videocamera. 

 

– Hai lavorato con Ivan Ljubicic, ex numero 3 del mondo nonché attuale coach di Roger Federer. Nella prefazione del tuo libro Studio Tennis, l’ex giocatore croato ha detto: “Il mio amico Stefano Meloccaro ha una enorme passione per il tennis. Di solito il giornalista specializzato o è un ex giocatore di alto livello, oppure ha un passato importante nello sport. Meloccaro è preparato, ma non rientra in alcuna delle due categorie. Invece ho scoperto che ne sa, più di molti tra quelli che hanno giocato sul serio. E questo può succedere solo se hai una passione sconfinata”.
Cosa può imparare un giornalista sportivo a lavorare in coppia con un ex tennista di alto livello?

– Ho incontrato Ivan negli studi di Sky Sport, in occasione dell’edizione di Wimbledon del 2012. Mi ha affiancato nella conduzione del programma sul Grande Slam. Da lì è nata una bella amicizia, oltre ad una sentita intesa tennistica. Ivan è un professionista serio, attento alle dinamiche tecnico-tattiche del tennis; conosce da vicino i top players e le trame nascoste del nostro sport.
Aver lavorato insieme a lui è stato un privilegio. Mi ha insegnato ad amare il tennis ancora di più di quanto non lo amassi, ad analizzarlo anche da un punto di vista introspettivo. E poi abbiamo entrambi una malattia virale che si chiama Roger Federer. Ivan, infatti, ne è rimasto talmente contagiato da diventare il suo coach. Mentre io, tutte le volte che riprendo in mano la racchetta, non posso fare a meno di riguardarmi gli slow motion dei colpi di Roger su YouTube.

 

– Sei autore di due libri: Braccio d’oro, il meraviglioso rovescio di Paolo Bertolucci, la biografia di uno dei nostri tennisti di punta degli anni ’70; e Studio Tennis, una raccolta dei tuoi articoli più originali.
So che stai scrivendo un terzo libro, da pubblicare prossimamente. Vuoi svelare qualche anticipazione ai nostri lettori? 

– È un libro sul tennis degli anni ’70. Descriverò i personaggi, le sfide indimenticabili, i racconti di un’epoca irripetibile, ricca di campioni unici nel loro stile di gioco e nel loro carattere. 

 

– Passando a un discorso meramente tecnico del tennis, quali sono i motivi principali che, dal tuo punto di vista, hanno portato i tennisti odierni a omologarsi nello stile di gioco?

– I nuovi materiali in grafite e in carbonio permettono ai tennisti di accelerare i propri colpi ad una velocità superiore rispetto a quanto consentissero effettivamente i vecchi telai di legno che si usavano fino agli anni ’80. L’omologazione dello stile di gioco dei professionisti delle nuove generazioni deriva dalle continue rotazioni in top spin che il tennis odierno impone. Cercare oggi soluzioni di tocco o schemi, come il serve and volley e il chip and charge, non porta agli stessi risultati del tennis di 40 o 50 anni fa, dove la tecnica contava di più della preparazione atletica, dell’allenamento strutturato, della ripetizione quasi meccanica del gesto tecnico a cui oggi assistiamo.
Nel tennis attuale, presentarsi a rete sulla scia dei signori “del gioco educato” come Panatta, Nastase, McEnroe, Edberg e Becker equivale, nella maggior parte dei casi, a subire il passante, a meno che non si parli di una volée definitiva.
Le dinamiche tecnico-tattiche del tennis odierno si sviluppano, per un buon 80/90%, da fondo campo. Non è un caso che moltissimi giocatori ricorrano ad un gioco arrotato da dietro alla riga di fondo campo e all’apprendimento del rovescio bimane. La scuola svedese (Borg, Wilander, Carlsson ecc.) e, a seguire, quella spagnola (Bruguera, Berasategui, Moya ecc.), hanno rivoluzionato il gioco del tennis in modo piuttosto influente. 

 

– Cosa differenzia il tennis di oggi dal tennis della generazione nella quale sei cresciuto?

– Le differenze sono tante. Non è solo una questione di evoluzione dei materiali, di tecnica di gioco e di nuovi tornei disputabili, con formule viste e riviste. La tecnologia, per esempio, consente oggi ai giocatori di affidarsi “all’Occhio di Falco”, qualcosa di impensabile fino ai primi anni 2000. Se i giudici di sedia, durante una partita degli anni ’70, ’80 o ’90, avessero sbagliato la valutazione di una palla, la decisione sarebbe rimasta comunque la stessa, a danno di uno dei due tennisti e a vantaggio dell’altro. L’Hawk-Eye, così come, per esempio, la tecnologia del VAR nel calcio, possono rendere giustizia ai giocatori in campo, qualora le chiamate arbitrali non siano corrette. 
Un altro elemento che distingue il tennis odierno dal tennis dell’epoca è che, se prendessimo la stragrande maggioranza delle giovani promesse uscite fuori dalle migliori accademie, ci accorgeremmo come tantissime giocatrici e, una buona fetta di giocatori, dispongano di un bagaglio tecnico-tattico analogo. Il che, attenzione, non è una critica… ma una considerazione di quanto il tennis sia cambiato. L’omologazione delle tipologie di gioco è un elemento a cui stiamo assistendo in modo sempre più incisivo.
Il tennis con cui sono cresciuto io aveva Panatta che era Panatta, Borg che era Borg, McEnroe che era McEnroe, Connors che era Connors, Vilas che era Vilas: ognuno con il proprio stile inconfondibile. 

Oggi, a parte Federer, Nadal e pochi altri top players, la maggior parte dei professionisti ha una impostazione tecnica simile, improntata sulla spinta della palla, sulla rotazione e poco, pochissimo, sulle variazioni e sul tocco. Questo discorso è applicabile, soprattutto, nel tennis femminile, dove il gioco di grazia di una Navratilova, di una Graf o di una Evert si è del tutto estinto. 

 

– Hai incontrato e conosciuto tanti tennisti di spessore. Da Panatta, a Bertolucci e Volandri, passando per Ljubicic e Federer. Su quest’ultimo, sarebbe simpatico se raccontassi un aneddoto ai lettori de Il Mondo del Tennis, visto che è uno dei campioni a te più cari. 

– Ho incontrato Roger durante i preparativi di Wimbledon, edizione 2018. Ci tenevo ad intervistarlo. Ricordo di essermi emozionato alla prima domanda e di averla sbagliata. Lui aveva capito il mio errore e ci aveva riso su, scherzando. Un aneddoto su Federer? Non mi viene nulla di particolare su di lui. Quel che ti posso dire è che è una persona molto più semplice di quanto si pensi. Ed è anche simpatica e umile. Mi ritengo fortunato solo ad averci scambiato due battute insieme, perché non è quel tipo di tennista che si incontra in tutte le interviste, diciamo… 

Federico Bazan © produzione riservata

Come trattare gli infortuni ricorrenti del tennista: risponde il Dott. Scacco, Osteopata

Non è raro trovare tennisti amatoriali e agonisti che, parlando del proprio vissuto sportivo, raccontino di aver smesso di giocare a tennis, a causa di problemi fisici. E magari di aver ripreso dopo tanti anni.
In effetti, alla domanda: “Da quanti anni giochi a tennis?”, capita spesso di ascoltare risposte diverse da quelle abituali. Tra le più comuni: “Ho iniziato quando ero piccolo, ho fatto la scuola tennis e i tornei, ma crescendo ho smesso, per poi riprendere in mano la racchetta a 40/50 anni”, per esempio. Oppure: “Ho giocato per anni a calcio, poi ho scoperto il tennis, ma il pallone mi ha logorato le articolazioni, quindi a tennis non riesco a giocare quanto vorrei”.
Altri racconti abbastanza diffusi sono: “Ho una infiammazione che non mi consente di allenarmi bene”. “Il problema fisso che mi impedisce di giocare e con cui devo fare i conti è l’epicondilite”.
Ogni storia, quindi, appare diversa l’una dall’altra, ma tutte quante sono caratterizzate da uno stesso comune denominatore: gli infortuni.
La domanda che sorge spontanea è: come prevenire le problematiche di natura fisica? E cosa fare per trattarle, fino a debellarle?
Risponde, a Il Mondo del Tennis, il Dott. Emanuele Scacco, laureato in Scienze Motorie all’Università degli Studi di Roma Foro Italico, di professione Osteopata.

Chi è e di cosa si occupa il Dott. Emanuele Scacco?

emanuele scacco

    Dott. Emanuele Scacco, Osteopata

Ciao Federico, è un piacere poter rispondere alle tue domande e fare chiarezza su quello che è poi il centro della vita dell’uomo, ovvero la salute. Ho iniziato la mia formazione laureandomi in Scienze Motorie presso lo Iusm di Roma e ricordo di essermi appassionato all’Osteopatia in quegli anni, decidendo così di intraprendere un lungo viaggio personale che mi ha condotto dove sono ora.

 

– Cosa è l’Osteopatia e a cosa serve? 

L’Osteopatia è una terapia che mira, attraverso trattamenti manuali, a ripristinare il meccanismo di autoregolazione insito in ogni essere vivente. Le competenze riguardanti l’anatomia, la biomeccanica, la fisiologia, acquisite in sei lunghi anni e la tanta pratica, permettono ad una mano esperta e capace di trovare le disfunzioni (traumatiche e non), correggerle e consentire al sistema corporeo di tornare al suo equilibrio. Il trattamento osteopatico si avvale di tecniche strutturali, viscerali, fasciali, cranio sacrali al fine di operare su un paziente considerandolo nella sua globalità e non solo nella zona sintomatica.


Vi sono determinati problemi fisici ai quali diversi atleti, amatori e agonisti, possono andare incontro. Quali sono le cause principali che provocano, in linea di massima, un infortunio?

Uno sportivo, specie se si tratta di un professionista di una determinata disciplina, è sicuramente influenzato da un importante carico di lavoro muscolare, quindi, qualora l’atleta non sia seguito e valutato costantemente, potrebbe incappare in problemi fisici di varia natura, derivanti da uno schema corporeo non sufficientemente integro. “Il classico colpo della strega” è un chiaro esempio di una disfunzione acuta improvvisa che si può manifestare per moltissime cause: strutturali, viscerali, circolatorie, posturali. Questo è per farvi capire che, per noi osteopati, è fondamentale sentire con le mani prima di poter fare una diagnosi del problema.

 

Non è raro assistere, nei circoli sportivi, a giocatori di tennis amatoriale che entrano in campo e iniziano a colpire la palla compiendo movimenti a freddo. Quanto conta, nella prevenzione degli infortuni, attuare un riscaldamento preparatorio alla pratica sportiva?

– È una cosa molto comune vedere sportivi, soprattutto a livello amatoriale, non effettuare un riscaldamento adeguato prima di un allenamento. Questo fa sì che, aldilà di limitare la nostra performance, il nostro corpo sarà totalmente impreparato a iniziare uno sforzo. L’ossigenazione ai muscoli è il motore del movimento, pertanto attuare un sano riscaldamento avrà dei numerosi benefici, sia a livello prestazionale, ma soprattutto a livello fisico, perché è assolutamente prioritario per la prevenzione.

 

Entriamo nel merito. In uno sport come il tennis, ci sono vari tipi di acciacchi più o meno noti. Il più conosciuto, ma non certamente l’unico, è l’epicondilite, detto anche “gomito del tennista”. Come si può trattare una problematica di questo tipo? 

Cercherò di renderlo più semplice possibile. Dal punto di vista anatomico, il gomito è formato da tre ossa: l’omero, il radio e l’ulna.
Sono i muscoli a permettere il movimento dell’articolazione e, questi, sono connessi alle ossa grazie ai tendini. Le sporgenze ossee, nella parte inferiore dell’omero, si chiamano epicondili (sporgenza esterna) e epitroclea (sporgenza interna). I tendini di alcuni muscoli che muovono il polso e la mano, si connettono all’omero proprio all’altezza di queste sporgenze. L’Epicondilite, o gomito del tennista, è un’infiammazione dei tendini che si fissano sull’epicondilo. Questi muscoli, estensori dell’avambraccio, consentono il sollevamento della mano e del polso e il piegamento all’indietro delle dita. Il movimento del tennista coinvolge tutto l’arto superiore, costantemente impegnato in un movimento prono-supinazione e flesso-estensione; questo fa sì che, se le strutture a cui si legano i muscoli non svolgono i loro movimenti fisiologici poiché in disfunzione, i muscoli saranno maggiormente sollecitati. L’osteopata va alla ricerca palpatoria del preciso muscolo interessato nell’evento infiammatorio. Essendo presente un pacchetto di più muscoli con inserzione in quel punto, bisogna essere molto accurati nel determinare esattamente quale sia quello coinvolto, se uno o più muscoli.
Una volta individuato, si valuta la qualità articolare, sia a livello prossimale che a livello inserzionale. Questo perché, molto spesso, la sofferenza e il mal funzionamento del muscolo scaturiscono da una limitazione della mobilità delle articolazioni. Le articolazioni si muovono meno, il muscolo lavora più del dovuto e si affatica. Eliminando la causa di sofferenza di quel muscolo, se ne ottimizza l’efficacia. A questo punto si effettua un lavoro manuale di rilascio delle fibre muscolari e del connettivo circostante, così da riequilibrarne le tensioni e, se necessario, si consigliano esercizi di rinforzo.

 

Prima di servire è buona abitudine ripetere l’azione dello “sciogli spalla”, non solo per abituarsi al movimento del servizio, ma anche per prevenire eventuali disturbi, quali la “Sindrome da conflitto”, che colpisce la cuffia dei rotatori.
Cosa va a limitare, nel tennista, la Sindrome da conflitto? Come si può debellare? 

La Sindrome da conflitto della cuffia dei rotatori è un problema che riguarda un po’ tutti gli sportivi. La spalla, di per sé, lavora in stretta sinergia con la scapola e questo lavoro è mediato da un gruppo di muscoli: sovraspinoso, piccolo rotondo e sottospinoso. Il sovraspinoso è quasi sempre il muscolo più sollecitato e quasi sempre il primo a perdere la sua integrità. Il dolore alla spalla dipende, in realtà, da disfunzioni meccaniche della stessa, cioè dal fatto che la spalla non si muova nella maniera corretta e le parti interne presentino incongruenze funzionali. Questa situazione porta, tra l’altro, anche ad una lacerazione dei tendini che avviene progressivamente nel corso del tempo.
La maggior parte dei pazienti, con lesioni alla cuffia dei rotatori, riferisce di non aver mai svolto attività particolarmente gravose, né di aver mai effettuato particolari movimenti traumatici. Questo tipo di lesione avviene in maniera progressiva in seguito ad un malfunzionamento dell’articolazione.
A scopo preventivo, un buon riscaldamento è fondamentale per l’afflusso di sangue ai muscoli, nessuno escluso, quindi dare elasticità al tessuto attraverso, per esempio, delle sedute di stretching funzionali, sarebbe ottimale. Naturalmente, per risolvere del tutto il problema, l’osteopata può aiutare sul recupero funzionale e meccanico dell’articolazione.

 

Abbiamo parlato degli infortuni più comuni che riguardano gli arti superiori. Passando invece agli arti inferiori, esiste, fortunatamente in rari casi, una problematica fisiologica per quei tennisti che, facendo costantemente leva sull’anca per eseguire determinati movimenti, sono maggiormente esposti a traumi del tessuto osseo in quell’area.
Lleyton Hewitt e Andy Murray, due ex top ten del ranking ATP, si sono dovuti operare per risolvere questo tipo di infortunio molto delicato. Ci puoi spiegare nel dettaglio di cosa si tratta?

– Il tennis è un sport dove l’anca è al centro del movimento. La forza del colpo parte sempre dall’arto inferiore seguendo la catena cinetica, piede-anca e bacino-arto superiore. L’esecuzione di ogni colpo impone una sollecitazione continua, non indifferente, della componente rotatoria; sull’anca, inoltre, si inserisce uno dei muscoli posturali più importanti del corpo, ovvero l’ileopsoas. Contratture di quest’ultimo sono la causa di molte lombalgie e dolori all’anca. Micro traumi, ripetuti negli anni, inducono anche una fibrotizzazione della componente legamentosa che abbraccia la capsula articolare della testa del femore. Nei casi di dolore cronico localizzato in quell’area, potrebbe essere necessario operarsi.


Dott. Emanuele Scacco

Osteopata
Contatti: emanuelescacco91@hotmail.com 

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista sull’allenamento del tennista al Personal Trainer Massimiliano Mulè

Il Mondo del Tennis ha il piacere di intervistare Massimiliano Mulè sugli esercizi da eseguire in palestra, propedeutici allo sport anaerobico del tennis e non solo.

Massimiliano Mulè

Allora, Massimiliano, cominciamo con le presentazioni.
Studi Scienze Motorie allo IUSM e sei diplomato in Pesistica, con qualifica tecnica federale di istruttore FIPE, rilasciata dalla Federazione Italiana Pesistica. Lavori come Personal Trainer presso il circolo sportivo Due Ponti Sporting Club. A pensarci, sono tutte attività che si legano l’una con l’altra. Come e quanto influiscono le conoscenze teoriche da te acquisite, nel lavoro pratico del Personal Trainer?

– Ciao a tutti. Un buon insegnante deve conoscere molto bene prima la teoria per poi passare alla pratica. Solo in questo modo si può fare un’analisi curata e procedere con l’inizio di un percorso. Questi studi non dovrebbero essere eseguiti tramite un corso di poche ore come molto spesso accade, ma attraverso un percorso universitario che offra le giuste conoscenze nel settore, in modo tale da non danneggiare l’atleta.

 

Quale metodo segui per insegnare i corretti movimenti da adottare in palestra a tutti coloro che si rivolgono a te per dei consigli? Utilizzi schede di allenamento, spiegazioni, dimostrazioni…?

– Un esercizio, per essere applicato, deve essere prima spiegato descrivendo tutti i muscoli che interagiranno durante lo svolgimento e i benefici che porterà; dopo la spiegazione, segue la dimostrazione, dove il Personal Trainer mostrerà all’allievo la corretta esecuzione dello stesso; infine, una volta trovato il carico ideale e la giusta posizione del corpo, va fatto eseguire con un’attenta assistenza. 


Massimiliano– Puoi spiegare ai nostri lettori la differenza tra un allenamento che verte sull’ipertrofia muscolare e uno che riguarda la definizione muscolare? Quali esercizi principali suggeriresti per i due tipi diversi di allenamento?

– Un allenamento che verte sull’ipertrofia consiste nel sollevare carichi via via più elevati per ottenere un maggior volume muscolare, mentre un allenamento che verte sulla definizione consiste nel combinare attività muscolare e attività aerobica, seguito da una buona alimentazione, al fine di bruciare un numero di calorie simile a quello assunto. Spesso l’atleta ricerca una buona correlazione tra massa muscolare e definizione.
I principali esercizi per sviluppare una ipertrofia muscolare sono: la panca piana, la lat machine, le serie che si possono eseguire con i manubri come le aperture e le spinte (per la parte superiore, ovvero petto, dorsali e spalle); la leg curl, la leg extension, la pressa e lo squat (per la parte bassa, ovvero i quadricipiti e i polpacci).
Per quanto riguarda la definizione muscolare, è consigliabile eseguire esercizi a corpo libero come i piegamenti, le trazioni, lo jump squat ecc.


– Quali sono i benefici che l’atleta riscontra dagli esercizi a corpo libero come, ad esempio, lo stretching e gli addominali?

– Gli esercizi a corpo libero sono ottimali per lavorare a livello di definizione muscolare e, grazie alla catena cinetica, è possibile sollecitare più muscoli contemporaneamente con un solo esercizio. Gli addominali più efficaci sono eseguiti a corpo libero; mentre lo stretching è molto utile all’inizio e alla fine di ogni sessione di allenamento per ridurre la tensione muscolare, prevenire strappi o stiramenti e, più in generale, prepararsi alla pratica sportiva.


– Quanto è importante il fattore “monitoraggio” durante un allenamento? Di norma, quante serie e ripetizioni si eseguono per ogni carico di lavoro? Esiste un tempo di recupero ideale tra una ripetizione e l’altra?

– Il monitoraggio è molto importante soprattutto per gli allievi che hanno iniziato da poco e cheMassimiliano 2 faticano nel trovare le tempistiche corrette tra una serie e l’altra; allenarsi con un buon istruttore che ti segue personalmente è comunque molto più efficace e sicuro.
Non esiste un numero standard di ripetizioni; quest’ultimo varia in base al tipo di allenamento che si esegue e al tipo di atleta che vi si sottopone. In linea di massima, un allenamento incentrato sull’ipertrofia muscolare prevede il sollevamento di carichi di maggiore entità ma con ripetizioni minori (per esempio, 4 serie da 6-8 ripetizioni l’una); al contrario, un allenamento che verte sulla definizione muscolare, si svolge con carichi più leggeri ma con un maggior numero di ripetizioni (ad esempio, 4 serie da 10-12 ripetizioni l’una).
Per quanto riguarda il tempo di recupero, parlando di esercizi che si eseguono in palestra, è di solito pari o di poco superiore al minuto, ma anche in questo caso varia in base all’esercizio che si sta eseguendo, al carico di lavoro utilizzato e, aggiungerei, alla capacità di recupero dell’atleta interessato. In altre parole, più il gruppo muscolare che si sollecita con quel determinato esercizio viene affaticato, e maggiore dovrà essere l’intervallo di recupero tra un serie e l’altra. Se così non fosse, può accadere di incappare nella problematica “dell’overtraining” (sovrallenamento) che comporterebbe, tra i primi sintomi, un indolenzimento dei gruppi muscolari coinvolti. 


– Entriamo nel merito. Qual è l’allenamento mirato per un atleta che pratica uno sport anaerobico e, in particolare, per il tennista?

– Nel tennis è molto importante la preparazione atletica che deve mirare ad abituare il tennista agli intensi ritmi di questo sport e quindi ad una resistenza aerobica, una forza esplosiva e una capacità di reazione notevoli. 


– L’importanza della corsa. Che circuito di esercizi consiglieresti ad un tennista, relativo allo scatto e agli spostamenti?

Essendo il tennis uno sport dove occorre sviluppare una elevata resistenza aerobica e, allo stesso tempo, una grande velocità di reazione, è consigliabile allenarsi con la corsa, alternando un’andatura costante a scatti brevi e spostamenti laterali. Ci sono poi molteplici esercizi che, di norma, vengono selezionati da un tennista durante una sessione di allenamento abitudinaria. Tra questi, diverse modalità di andatura: lo skip, la corsa laterale, incrociata, calciata, in avanti e indietro alternata. Tra gli altri movimenti, non meno importanti, vi sono: i salti su panca, l’isometria, gli esercizi con la palla medica eseguiti al muro o a coppie e le distensioni con gli elastici. Normalmente, questo circuito di esercizi viene eseguito in palestra o all’aperto, in spazi sufficientemente ampi da consentirne il corretto svolgimento. 


– Fattore dieta. Quali alimenti deve selezionare un giocatore di tennis prima della pratica sportiva e in che proporzioni?

– In merito all’alimentazione, a prescindere da quale sport si pratichi, c’è un mondo di nozioni da conoscere e, quando ci interessa fare una dieta sana, bisognerebbe sempre rivolgersi ad un esperto in materia, come un dietologo o un nutrizionista; figure professionali che, per la maggior parte, consigliano un’alimentazione equilibrata e completa, formata da cinque pasti al giorno: colazione, spuntino, pranzo, spuntino, cena. Gli spuntini possono essere a base di frutta, yogurt ecc.
Prima dell’inizio di un allenamento è sconsigliato mangiare in abbondanza, in quanto il processo di digestione potrebbe causare fastidi all’atleta. Sarebbe dunque opportuno assumere apporti calorici moderati, almeno prima di un’ora dall’allenamento, ed evitare soprattutto di selezionare pasti abbondanti; al contrario, è buona prassi assumere cibi ricchi di carboidrati, in tempi più distanziati dalla pratica sportiva, con l’obiettivo di ripristinare i valori glicemici in caso di calo fisiologico dell’atleta.


– Discorso proteine. Ci sono diverse scuole di pensiero su questo tema, specialmente sulle proteine in polvere e sui potenziali aspetti positivi e negativi legati all’ingerimento di queste sostanze. Qual è la tua opinione al riguardo? Pensi che un atleta di qualsiasi disciplina possa farne a meno?

– Vi è spesso un abuso di integratori proteici, soprattutto per tutti quegli atleti che hanno fretta di mettere massa muscolare; questo abuso può causare un sovraccarico nello smaltimento delle proteine da parte dei reni. Tutto questo avviene perché vi è molta pubblicità da parte delle aziende ma poca informazione da parte di chi le compra. Una buona alimentazione, un allenamento costante ed impegnativo sono perfettamente in grado di evitare l’assunzione di integratori. Nel caso, invece, di un’insufficiente apporto proteico giornaliero, delle proteine assunte nelle giuste dosi, possono aiutare l’atleta nella crescita del volume muscolare, in contemporanea a buone sessioni di allenamento. 

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Esclusiva: intervista a Federico Dondelli, maestro di tennis e proprietario di un negozio di sport

Ciao Federico,

è un piacere poter intervistare un amico e istruttore FIT.

– Classe ’92, bresciano d’origine, con residenza a Roma. A 23 anni, subito dopo la laurea in scienze motorie allo IUSM, sei diventato istruttore della FIT e proprietario di un negozio di sport specializzato sul tennis. Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto ad entrare così velocemente nel mondo del lavoro e del tennis?

– Certamente la passione per questo sport, che è tanta, ha contribuito ad una mia ascesa molto repentina e il lavoro è arrivato come conseguenza naturale dell’amore verso il tennis. Anche se, alla fine, lo vedo più come un gioco che non come un lavoro vero e proprio.


– Da Brescia a Roma. Alla base di questa tua scelta di trasferimento, vi sono stati, da parte tua, dei motivi personali legati alla selezione di un centro sportivo in particolare? Cercavi da subito, non appena arrivato nella capitale, un circolo che potesse soddisfare le tue esigenze?

Inizialmente, dopo i test di ammissione, ero stato preso in due facoltà diverse: una a Milano e l’altra a Roma, al Foro Italico. La prima scelta, anche perché più vicina alla mia città natale, è stata Milano. Tuttavia, non trovandomi bene, ho deciso di lanciarmi in questa avventura romana. Appena arrivato, è stata un po’ dura adattarmi ai ritmi della capitale ma, alla luce di quello che ho costruito lavorativamente e sentimentalmente in questa città fantastica ed eterna, sono contentissimo della mia scelta. Per quanto riguarda il circolo, è avvenuto tutto un po’ per caso; sono andato una volta a giocare allo Sporting Club Due Ponti per un torneo e da lì ho deciso di iscrivermi. 


– Le conoscenze che hai acquisito studiando scienze motorie allo IUSM, al Foro Italico, 
si sono rivelate utili ai fini della tua attività di istruttore? Se sì, che valore aggiunto ti hanno dato?

All’interno del mio lavoro è molto importante una laurea in quel campo ma penso che, a prescindere dal livello di istruzione, la differenza la si faccia mostrando gli “artigli” sul terreno di gioco e, naturalmente, giocando il più possibile per capire le dinamiche dello sport con la racchetta. Solo cogliendo alcune sfumature, relative alla coordinazione psicomotoria, all’apertura e al portamento del colpo dell’allievo, si può essere sicuri di insegnare nella maniera corretta.


– Fai lezioni di tennis in due circoli di Roma, all’Accademia Tennis Vigna Clara e al Due Ponti Sporting Club. Com’è strutturata la tua giornata? Riesci ad alternare le lezioni agli allenamenti?

La mia giornata è molto piena. Sveglia alle 7.00, una fragrante colazione e poi al lavoro dalle 8.00 fino alle 14.00. Al circolo Due Ponti vado verso le 16.00 del pomeriggio per divertirmi ed allenarmi, sia in palestra che in campo. Un circolo, comunque, molto adatto a questo genere di svago.

Dondelli

Che requisiti deve possedere un buon maestro di tennis?

– Sicuramente la pazienza! Scherzi a parte, un buon maestro non deve mai cercare di mettere troppo la sua impronta sul proprio allievo perché ogni giocatore ha una personalità a sé stante.
Oltre a questo, un bel curriculum non guasta mai; infatti, non manderei mai mio figlio in una scuola tennis nella quale gli istruttori non sono certificati dalla FIT.


– Quali sono gli aspetti positivi delle scuole tennis in Italia? Quali, invece, quelli dove poter migliorare?

– Gli aspetti positivi sono tanti, uno dei quali è la tecnica e la bellezza per il colpo in sé. Il tennis italiano va alla grande fino agli under 16; da lì a salire c’è un calo di risultati evidente (soprattutto dai ’90 ai ’95). Secondo me è qui che dovrebbe lavorare la Federazione Italiana per migliorare.


– A che età consiglieresti ad un bambino di iniziare a giocare e, volendo intraprendere un’attività agonistica, come dovrebbe essere strutturato l’allenamento?

– Non esiste un’età giusta per affacciarsi in questo sport; tra i cinque e gli otto anni sarebbe perfetto ma non indispensabile. Per intraprendere una attività agonistica con un attrezzo adeguato, l’età ideale si aggirerebbe intorno ai 13/14 anni. Prima di entrare nel merito dell’allenamento, è però importante godere di una preparazione atletica adeguata; solo in un secondo momento, si può lavorare a livello tennistico, tecnico o tattico che sia. Finita la pratica sul campo, un po’ di stretching e, a mio avviso, qualche disciplina orientale, come lo yoga e il pilates, andrebbero fatte per incentivare il proprio benessere psico-fisico. 


– Infine ti chiederei di descrivere ai nostri lettori il tuo negozio di tennis, soffermandoti, in particolare, sul materiale che avete a disposizione (racchette e attrezzature). Che racchetta consiglieresti a chi si avvicina per la prima volta al nostro sport?

Il mio negozio si trova a Brescia. Non è molto grande, sono 70 metri quadri; è iniziato tutto per gioco con i miei soci. Più tardi, ci siamo resi conto che avremmo potuto trasformarlo in un business e abbiamo colto la palla al balzo. Per quanto riguarda il materiale disponibile, abbiamo articoli di tutti i generi, racchette e abbigliamento. Da Babolat, a Yonex passando per Head, Wilson e Pro Kennex. Per quanto riguarda il look, le magliette di Federer, dalle più datate a quelle attuali, la linea intera di Raonic, i marchi celebri Nike, Adidas, Lacoste, Hydrogen e molto altro.
Sul discorso racchette, non ne consiglierei una in particolare perchè ognuno di noi ha un gioco talmente diverso che si adatta solo a determinati tipi di incordatura, grip e bilanciamento. Comunque, in commercio, sta andando molto la Babolat Pure Drive in quanto, a detta dei più, è una racchetta maneggevole e che abbraccia diversi stili di gioco. 

Grazie mille Federico, un abbraccio a tutti i lettori! 

Grazie a te Federico,
A presto


Federico Bazan © produzione riservata