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Recensione di “Match”, un fumetto di Grégory Panaccione

matchInizia con un sorteggio, prosegue con un servizio e finisce con un vincitore ed uno sconfitto. Le matite del disegnatore francese, Grégory Panaccione, danno vita ad un incontro di tennis mettendo in evidenza, tramite una chiave di lettura grottesca, tutte le emozioni, i sentimenti e i ragionamenti che pervadono la mente di un tennista durante una partita di tennis.
Panaccione – con una storia che vuole andare fuori dagli schemi, che rifiuta di seguire la logica delle parole nelle vignette come, di norma, si ritrova nella maggior parte dei fumetti – prova a comunicare al lettore, attraverso il solo utilizzo delle immagini e dei pensieri dei personaggi, tutti i momenti tipici di un match di tennis che vede affrontarsi due giocatori, tecnicamente, fisicamente e caratterialmente uno l’opposto dell’altro: da un lato della rete, Rod Jones, campione britannico, atleta dal fisico slanciato e dalla tecnica impeccabile, giocatore di punta del tennis mondiale; dall’altro lato, un appassionato ed appassionante Marcel Coste, tennista francese dalla corporatura grassa, espressione goffa e sciagurata del giocatore dilettante, costantemente alle prese con le nevrastenie, le fantasie e tutte le disavventure che Panaccione, in modo originale ed efficace, è in grado di trasmettere al lettore.
Ad accompagnare Coste in panchina, ci sono un pesce rosso nella vaschetta che il francese porta dietro con sé e a cui dà da mangiare e il cane Toby, che probabilmente funge da motivatore personale del personaggio: in alcune scene lo si vede abbaiare e tendere il muso verso il padrone in segno di incoraggiamento e di empatia, mentre in altre lo si vede addormentarsi, forse nel segno di una rassegnazione legata allo squilibrio netto tra i due giocatori. Squilibrio evidente dato dal talento di un Jones insuperabile e dai frequenti tentativi di sotterfugio malriusciti da parte di un Coste inerme.

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Il primo set è a senso unico e il punteggio recita 6-0 in favore di Jones. Coste non riesce a trovare alcuna strategia tecnico-tattica che possa quantomeno impensierire il campione britannico. Ironicamente, il tennista d’Oltralpe pensa a più riprese, consapevole di non essere tecnicamente alla pari dell’avversario, di eliminarlo fisicamente, pensando che nella sua bottiglia d’acqua ci sia del veleno o, addirittura, di sparargli. È chiaro come Panaccione voglia esasperare il senso di frustrazione del tennista in crisi che, probabilmente, sta giocando la finale della sua vita ma che non è nelle condizioni di poter tenere testa all’altro giocatore.

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Uno degli obiettivi principali del disegnatore francese è però quello di stupire il lettore. Infatti, se il punteggio finale della partita, al termine del primo set, sembra già scritto nella sua severità, nel secondo parziale, l’incontro prende totalmente un’altra direzione. E poi, come andrà a finire?

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Singolari sono inoltre l’ambientazione, gli psicodrammi vissuti sul campo da Coste, che Panaccione fa emergere attraverso pensieri paradossali ma, al tempo stesso reali, di un qualsiasi giocatore che vive una partita di tennis: esempi più comuni ripresi dal disegnatore francese, sono le tre palle che il tennista, per scaramanzia, prende in mano e seleziona prima di servire; la luce del sole che abbaglia la vista a chi è al servizio e impedisce a questi di vincere il punto; la costruzione magistrale dello scambio da parte di chi si fa aggressivo con il suo gioco ma che, al momento di conquistare il punto, sbaglia il colpo decisivo e si dispera.
L’originalità di Panaccione sta anche nella selezione di alcune immagini bizzarre che si celano nei pensieri dei protagonisti: “adesso gli tiro una bomba” è rappresentato da un missile terra aria; “quella palla è troppo lontana per arrivarci”, fa pensare al giocatore di mettersi dei pattini; dopo un colpo particolarmente aggressivo, l’avversario risponde corto e viene in mente allora, a chi attacca, di venire a rete per chiudere lo scambio al volo. Ma in che modo? Con delle scale che portano alla rete, come a dire: “adesso salgo a rete”.

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Un fumetto semplice, leggero, che scorre facilmente nell’osservazione delle immagini e che è sempre pronto a sorprendere il lettore con colpi di scena e di genio da parte dei personaggi. Insomma, il tennis come non lo avete mai visto!

Match, di Gregory Panaccione – Casa Editrice: ReNoir – Prezzo: euro 12.90 – Brossura con bandelle – pagine: 286 – b.n.

Federico Bazan © produzione riservata

L’esigua tradizione del tennis in Inghilterra

Se pensiamo che le prime reti da gioco sono state brevettate da un inglese di nome Walter Clopton Wingfield nel XIX secolo, il tennis in Inghilterra, dal 1874 ad oggi, salvo due casi isolati, non ha mai visto l’affermazione di grandi campioni.

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Fred Perry, giocatore eccentrico, nel suo gesto famoso di congratularsi con l’avversario scavalcando la rete

Ad eccezione di Fred Perry, probabilmente fino ai giorni nostri l’unica grande icona del tennis inglese (da cui prende il nome del famoso marchio di abbigliamento sportivo da egli ideato) e Tim Henman, giocatore serve & volley nativo di Oxford, eterno semifinalista nelle prove del Grande Slam, la Gran Bretagna non ha mai brillato tennisticamente e non ha avuto alle spalle una tradizione tale da poter segnare pagine importanti nella storia di questo sport. Curioso notare come il gioco del tennis sia stato concepito dagli inglesi, che peraltro ospitano i migliori giocatori al mondo sui campi in erba dell’All England Lawn Tennis Club di Wimbledon e come, al tempo stesso, non abbiano mai avuto giocatrici e giocatori in grado di vincere lo Slam londinese, se si esclude solo Fred Perry.
Caso a parte è quello che riguarda Andy Murray, tennista scozzese di Dunblane, il quale gioca in Coppa Davis per la Gran Bretagna ma perchè in Scozia, a parte lui e il fratello, non vi è nessun altro giocatore che compete ad alti livelli. Lo stesso Murray affermò, pochi giorni prima del referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, che avrebbe giocato per la sua Nazione (la Scozia) alle Olimpiadi se fosse passato il “sì”. Al referendum del 18 settembre 2014, vinsero gli unionisti con circa il 55% degli aventi diritto. Da quel giorno non cambiò nulla a livello territoriale nel Regno Unito ma, malgrado i risultati negativi del referendum per gli scozzesi indipendentisti, Murray escluse comunque qualsiasi tipo di parentela tra lui e l’Inghilterra.
Possiamo affermare con certezza, dunque, che l’unico tennista inglese ad aver vinto Wimbledon, in due secoli di storia, è  Fred Perry.

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              Walter Clopton Wingfield, l’inventore del tennis

Sarebbe interessante capire come mai i conquistatori più influenti della storia (insieme agli Antichi Romani), i navigatori forse più all’avanguardia, gli inventori del gioco del calcio, del tennis e non solo, abbiano sempre brillato per ingegno e fama nelle conquiste territoriali ma, al tempo stesso, lasciato a desiderare molto nei successi sportivi per la propria Nazione a livello internazionale. Se pensiamo che la Nazionale inglese di calcio ha vinto un solo Mondiale nel ’66 (tra l’altro con un goal discutibile nella finale contro la Germania) e non si è mai più ripetuta, nè ai Campionati, nè agli Europei e nemmeno nelle Confederations Cup, nonostante le grandi individualità calcistiche come Alan Shearer, Paul Gascoigne, Jamie Redknapp, Robbie Fowler ai più recenti Paul Scholes, David Beckham, John Terry, Steven Gerrard, Frank Lampard ecc.; giocatori che valevano oro colato sul mercato. Eppure, non sono mai riusciti, come organico, a collezionare alcun trofeo per il proprio Paese.
Discorso analogo lo si può fare con il tennis. Se nel calcio, l’Inghilterra di Bobby Charlton sollevò la coppa dei campioni nel ’66, allo stesso modo, un solo tennista di nome Frederick John Perry, su un totale di 187 giocatrici e giocatori britannici entrati nel circuito internazionale, conquistò il trofeo di Wimbledon.

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Tim Henman, soprannominato “Timbledon” dai suoi sostenitori

Dagli anni ’40 fino addirittura gli anni ’90, la Gran Bretagna ha vissuto un medioevo tennistico. Anni in cui non uscì nemmeno un nome che fosse menzionato dalla stampa britannica, tra le tenniste e i giocatori inglesi. Si dovette aspettare l’arrivo di Timothy Henman. Ma “Timbledon”, come lo chiamavano i suoi sostenitori, esplose solo alla fine degli anni ’90 e, per quanto fosse un signor giocatore, è sempre stato battuto da avversari più forti di lui come Sampras, Ivanisevic, Federer e Hewitt che gli hanno precluso in quattro diverse occasioni la possibilità di accedere all’ultimo atto del torneo di casa.
Henman, che pure era un giocatore che si adattava benissimo alle superfici rapide essendo uno degli ultimi esponenti del serve & volley e del gioco di grazia, non è mai riuscito a realizzare il tanto agognato sogno di vincere Wimbledon; nonostante questo, il tennista di Oxford vanta ad oggi 11 titoli in singolare (di cui 1 Masters Series, 1 International Series Gold e 9 International Series) e 4 in doppio (tra gli altri risultati, due bottini espugnati a Montecarlo e una finale persa alle Olimpiadi di Atlanta), a dimostrazione di quanto uno splendido gioco di volo lo rendesse un ottimo specialista anche in doppio.
Dopo Henman, tuttavia, in Inghilterra il vuoto, sia nel tennis maschile che in quello femminile, vuoi per mancanza di talenti, vuoi per i pochi investimenti fatti in questo sport da parte della Federazione. Investimenti, al contrario, realizzati in abbondanza nel calcio dove comunque vi sono e rimangono sempre grandi campioni, aldilà dei risultati storici conseguiti dai Tre Leoni.

La Gran Bretagna è sicuramente un Paese che ha brillato per l’ingegno e la creatività ma che non è riuscito a dare un seguito nei risultati sportivi (la Nazionale di calcio e i vari tennisti) che fosse all’altezza delle grandi scoperte operate nel corso della storia.


Federico Bazan © produzione riservata

Bufera sul caso Sharapova: trovati positivi al meldonium altri atleti dell’est Europa

Chi si sarebbe mai aspettato che un’atleta così attenta e meticolosa come Maria Sharapova risultasse positiva ai controlli antidoping? Ma soprattutto, è possibile che una professionista di quel livello, contornata da uno staff di esperti e sottoposta periodicamente a controlli di ogni tipo, non fosse a conoscenza degli effetti di un farmaco come il Meldonium?

Maria Sharapova

           L’amarezza nel volto della Sharapova durante la conferenza stampa

Tutti conosciamo la grande professionalità ed abnegazione che contraddistingue Maria Sharapova, una campionessa che ha segnato pagine importanti nella storia della WTA, vincitrice di 5 prove del Grande Slam, regina indiscussa della terra battuta, superficie sulla quale, ad oggi, vanta quasi l’84% di vittorie. Ultimamente, però, la giocatrice russa ha spiazzato il mondo del tennis, già in un primo momento, quando aveva affermato che avrebbe rilasciato pubblicamente alcune importanti dichiarazioni ed anche successivamente alla conferenza stampa, nella quale ha confessato delle verità tanto inaspettate quanto amare, ovvero la positività ai controlli antidoping e la totale disinformazione circa gli effetti della sostanza assunta.
La Sharapova, non solo avrebbe preso il farmaco per la durata di dieci anni, ma ha anche espressamente dichiarato di assumere mildronato per carenze di magnesio e per una storia di soggetti diabetici in famiglia.

Meldonium

Principi del Meldonium. Formula molecolare: C(6) H(14) N(2) O(2); nomi chimici: mildronato, meldonium, quaterin; uso clinico: trattamento delle restrizioni di afflusso di sangue ai tessuti, angina, infarto del miocardio e complicazioni cardiache croniche; uso per le prestazioni: incrementa l’afflusso di sangue ai tessuti muscolari, incentiva la resistenza e le capacità fisiche.

In realtà, il meldonium è un farmaco anti-ischemico, utilizzato principalmente per la prevenzione dell’angina pectoris e dell’infarto del miocardio. A parlarne sono gli esperti che sottolineano, oltre alle indicazioni, anche gli effetti del medicinale in soggetti sani: “Poiché favorisce la circolazione del sangue, in soggetti sani, il mildronato migliora le capacità di resistenza allo sforzo fisico, perché porta più ossigeno ai tessuti muscolari”. Inoltre, escludono che possa servire contro il diabete, salvo in uno stadio avanzato della malattia, tale da compromettere una corretta funzionalità cardiaca. Quando è usato per le patologie cardiache, il meldonium è comunque prescritto per, massimo e non oltre, le sei settimane.
Ma ci sarebbe dell’altro ad aggravare ulteriormente la posizione di difesa della Sharapova: anche altri atleti dell’est sarebbero stati trovati positivi al Meldonium. Tra questi la ranista Julija Efimova, le due medaglie d’argento della lotta greco-romana Evgeny Saleev e Sergei Semenov, le due specialiste degli 800 metri Ekaterina Poistogova e Marija Savinova e anche altri atleti.
Una domanda sorge spontanea. Tutti malati di diabete e con carenze di magnesio? Oppure, tutti volutamente alla ricerca della sostanza in questione? Non si può rispondere a queste domande con certezza ma, ciò che si può facilmente dedurre, è che il Meldonium, stando alle analisi degli esperti e alle valutazioni espresse dalla Wada (Agenzia mondiale antidoping), rappresenterebbe un incentivo notevole per le prestazioni dell’atleta.

A questo punto, la Sharapova sconterà una sanzione che va dagli 1 ai 4 anni di sospensione dall’attività, sebbene, c’è da sottolineare, come il farmaco sia entrato all’interno delle sostanze dopanti da gennaio 2016, il che potrebbe comportare una riduzione della pena nei confronti della siberiana la quale, in cuor suo, sa comunque di aver deluso i suoi fan.

Fonti:
http://www.focus.it/scienza/salute/meldonium-che-cose-e-perche-e-doping
http://www.sportsintegrityinitiative.com/

Federico Bazan © produzione riservata

 

 

Fuga di campioni

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Più una città è grande e tendenzialmente maggiori saranno le risorse a disposizione (strutture, impianti ed attrezzature). Le grandi metropoli come Roma, ad esempio, offrono una vasta gamma di circoli, campi e scuole tennis. Pensiamo ai nomi più rinomati della capitale, tra i quali il Foro Italico che per storia, tradizione e locazione, si conferma l’impianto tennistico più famoso di Roma e non solo; il Tennis Club Parioli che in passato sfornò campioni straordinari: Uberto De Morpurgo, Nicola Pietrangeli, Adriano Panatta e, ancora oggi, vanta grandi giocatrici tra le quali Roberta Vinci; il Circolo Canottieri Aniene che, oltre ad essere uno dei più antichi circoli della capitale, dispone di atleti altamente professionali come Simone Bolelli e Flavio Cipolla; il Tennis Club Eur, la cui scuola tennis è gestita, tra gli altri, da Corrado Barazzutti; il Sant’Agnese che, un tempo, accoglieva alcuni maestri dell’Accademia americana di Nick Bollettieri e via dicendo…

Se all’epoca i campioni italiani emergevano, oltre al talento e all’allenamento, anche grazie al prestigio dei circoli della propria città (ricordiamo, per esempio, Adriano Panatta, figlio del custode del Tc Parioli, luogo simbolo della crescita tennistica di Panatta stesso), oggi le cose sembrano essere cambiate. Non è più come un tempo dove si giocava al circolo sportivo del vicinato e si decideva di intraprendere la strada del professionismo. Il tennis odierno richiede maggiori investimenti, molti più spostamenti, uno staff completo, composto da diverse figure professionali che seguano il giocatore da vicino in tutti i suoi aspetti: l’allenatore, il fisioterapista, lo sparring, il preparatore atletico, il personal trainer e il manager, colui che si occupa dell’immagine, della comunicazione e degli sponsor dell’atleta. L’assenza di una o più figure di questo tipo, può incidere sul rendimento del giocatore ed ecco perchè, oggi più che mai, un professionista ha bisogno di molte attenzioni, proprio per evitare di incappare in problemi di diverso genere. Nel circuito internazionale le trasferte sembrano esser diventate la regola per tutti i professionisti, non solo nei tornei e nei campionati a squadre che si disputano durante l’anno, ma anche per dei semplici allenamenti.

Se scoprissimo le diverse realtà delle tenniste italiane del circuito WTA e dei giocatori azzurri del circuito ATP, ci accorgeremmo come, la maggior parte di essi, tranne rare eccezioni, nascano in città diverse dalle grandi metropoli come Roma, Firenze, Milano, Napoli, Bari e Palermo. Pensiamo a Fognini, di Arma di Taggia, Bolelli, di Budrio, la Errani di Massa Lombarda, la Pennetta di Brindisi ecc.
Ognuno di loro è nato in contesti, sotto un certo punto di vista, “limitanti” in termini di disponibilità di circoli sportivi. Per esempio Fabio Fognini, che proviene da una realtà piuttosto piccola come Arma di Taggia, ha compiuto un grande salto di qualità andandosi ad allenare a Barcellona e scegliendo come allenatore Josè Perlas; come lui, anche Flavia Pennetta che, dopo la decennale intesa con Gabriel Urpi, ha visto in Salvador Navarro una fonte di crescita e di miglioramento; ancora, Sara Errani, con Pablo Lozano, trasferitasi dapprima a Barcellona, poi a Valencia; Simone Bolelli, grazie alla collaborazione con Giancarlo Petrazzuolo e alla preparazione presso il centro federale di Tirrenia; Camila Giorgi come Bolelli a Tirrenia ecc.

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                                Campi al coperto del Centro Federale di Tirrenia

I grandi campioni del tennis italiano hanno dovuto dunque prendere delle decisioni a livello di spostamenti e di ricerca di strutture adeguate. Per puntare al massimo, alcuni di loro hanno lasciato la proprià città per trasferirsi in un’altra o nelle grandi accademie, in Spagna e negli Stati Uniti.
Una riflessione sorge spontanea. Salvo centri federali come Tirrenia e simili, l’Italia è un Paese in grado di offrire prospettive interessanti per gli agonisti? In altre parole, è realmente indispensabile per un potenziale campione, lasciare il proprio Paese e la città natale per andare fuori e trovare il contesto di cui ha bisogno?
Il dilemma è: perchè non restare in Italia? Circoli e scuole tennis non all’altezza? Investimenti insostenibili per le famiglie? Disponibilità di campi limitata? Un insieme di questi fattori?
I casi sono tanti e i motivi molteplici. Senza dubbio, bisognerebbe interrogarsi su come mai, molti degli atleti italiani, tra cui alcuni dei tennisti professionisti, lascino l’Italia per trovare maggiore fortuna all’estero.

Molti di loro lo fanno per scelta personale, spinti dallo stimolo nel trovare strutture, squadre e allenatori che soddisfino le loro esigenze.
È il caso di Corinna Dentoni che ho personalmente avuto il piacere di intervistare. Alla domanda:
 A proposito di piccole realtà come Pietrasanta… credi sia indispensabile per un talento emergente, magari cresciuto in un comune piuttosto che in una grande città, trasferirsi in un contesto di più ampio raggio, come può essere un circolo di una metropoli o una delle note scuole tennis riconosciute a livello internazionale, affinchè trovi la chiave del successo?
Qual è stata la tua scelta a riguardo? “

La sua risposta:

” Penso che non sia importante tanto dove ti alleni, quanto con chi ti alleni.
La provincia di Lucca conta numericamente più campi da tennis rispetto al resto d’Italia; quello che manca è una struttura attrezzata e il tennis non lo si vive in maniera professionistica pensando alla crescita dell’atleta, ma più come uno sport dilettantistico. Io mi sono trasferita a Milano e lì ho trovato il contesto di cui avevo bisogno ” .

Anche il racconto di Stefano Travaglia è piuttosto indicativo di come, seppur a breve distanza dalla propria terra, il trasferimento di un professionista su altri campi sia fondamentale:

” Ad un certo punto bisogna prendere una decisione; io la mia scelta l’ho fatta a 15, quasi 16 anni, andandomi ad allenare a Jesi, città ad un’ora e mezza da casa mia, dove vi era la migliore accademia di tennis delle Marche di quei tempi, 2007/08 ” .

Due testimonianze, quella della Dentoni e di Travaglia, che lasciano intendere quanto una singola scelta di trasferimento comporti dei sacrifici che un professionista è tenuto a fare per trovare la chiave del successo.

 

Federico Bazan © produzione riservata

Riflessione personale sulla finale Pennetta – Vinci agli Us. Open

Quando si dice che una finale è storica è perchè, probabilmente, non si ripeterà.
Che Roberta Vinci e Flavia Pennetta abbiano compiuto un’impresa all’apparenza impossibile, è noto a tutti, anche a chi non segue il tennis e non l’ha mai praticato.
Siamo italiani ed è giusto gioire di fronte ad una finale tutta azzurra, ad una Pennetta che vince uno Slam.
C’era qualcuno che la considerava, fino all’altro ieri, una giocatrice finita, vista l’età non più “freschissima” e gli ultimi successi nei tornei WTA piuttosto datati (il penultimo fu Indian Wells, nel marzo 2014). Flavia ha dimostrato di essere una campionessa con la C maiuscola giocando un tennis al limite della perfezione. Si è imposta su giocatrici top 10 ed ex top 10: Sam Stosur, Petra Kvitova e la numero 2 del mondo, Simona Halep, dominata dalla brindisina. Ha dato prova che le differenze di classifica e l’età, nel tennis femminile, non contano, che il sacrificio premia, che non è mai troppo tardi raggiungere sogni apparentemente irraggiungibili.

                                 Un abbraccio che vuole dire: “abbiamo vinto”

Da un lato la superlatività di Flavia, dall’altro il cuore di Roberta. Incredibile come, prima dell’inizio della finale, in tanti credevano che la tennista di Taranto non ce l’avrebbe mai fatta a battere la paladina del tennis a stelle e strisce. Certo, contro una Williams, numero 1 del mondo indiscussa, che gioca in casa e su una superficie sulla quale va a nozze, viene da pensare che l’ostacolo da superare sia difficile, il che, però, non vuol dire insormontabile… la Williams è pur sempre umana.
Ma il nodo centrale della questione è: perchè c’è sempre la presunzione di sapere come andrà una partita ancor prima che inizi e perchè sminuire Roberta Vinci considerandola già sconfitta quando è ancora presto per tirare le somme?
Basta aprire la Home di Facebook per leggere alcuni commenti nel pre-partita, probabilmente eliminati a risultati archiviati, nei quali la Vinci era considerata perdente.
Ma la soddisfazione più bella è come la tarantina sia riuscita a ribaltare totalmente queste aspettative distruttrici, a tenere vivo l’orgoglio di una Nazione come l’Italia, dove è davvero difficile apprezzare ciò che abbiamo e valorizzarlo per quello che è, dove la rassegnazione fa da padrone.
Purtroppo, il tifoso italiano medio, da questo punto di vista, conferma per l’ennesima volta di salire sul carro del vincitore. Prima dà la Vinci perdente, poi la riempie di elogi a conti fatti.

Come in tutte le cose, bisognerebbe tirare fuori anche gli aspetti positivi e non solo sviluppare un approccio critico in chiave negativa.
Il giorno dopo la finale, i telegiornali, i giornali e i programmi tv parlavano, in prima pagina o in apertura, solo di tennis. Piovevano elogi e tributi per le nostre due meravigliose atlete. Dopo un evento così importante, è cresciuta in maniera significativa anche la voglia di mettersi in gioco. Molte ragazze, probabilmente anche in virtù del risultato storico conseguito dalla Pennetta e dalla Vinci, si avvicinano con passione al tennis, magari seguendo come fonte d’ispirazione, proprio Flavia e Roberta, due grandi esempi per tutti noi italiani. Questo aspetto non può che giovare al mondo del tennis; una partecipazione maggiore di ragazze e ragazzi, incentiva lo sport con la racchetta.

Concludendo, mi piace pensare che in quella finale dove lo stadio di Flushing Meadows, solo per un giorno, si è colorato di azzurro ed è diventato pugliese, abbia vinto l’Italia, davanti al resto del mondo.
I trofei della finalista e della vincitrice rimarranno per sempre vivi; ciò che non si ripeterà è quell’abbraccio a fine match tra le due. Un abbraccio che simboleggia un traguardo raggiunto insieme, pur diviso da una rete.

Federico Bazan © produzione riservata

56.000 mila euro per un anno alla Rafael Nadal Academy. Una follia o una garanzia per le famiglie?

                                                        Progettazione architettonica dell’Accademia

Rafa Nadal ha deciso di seguire la scia delle prestigiose Accademie Yankees di Nick Bollettieri e Chris Evert, quella di Vilas e Sanchez per fondarne una propria in terra nativa, a Manacor.
L’apertura dell’Accademia è stata ufficializzata nel maggio 2016 e prevederà un ricco programma di lezioni di tennis per tutti i partecipanti. Il corso avrà la durata di un anno solare.
Per tutti i bambini e i ragazzi, compresi in un’età tra i 10 e i 18 anni che aderiranno all’iniziativa, oltre alle ore in campo impartite da maestri qualificati, verrà offerto loro vitto e alloggio presso le strutture dell’Accademia, prima colazione, pranzo e cena inclusi, libero accesso al wi-fi, assicurazione e assistenza da eventuali infortuni e la possibilità di dedicarsi allo studio, in contemporanea agli allenamenti: il tutto per 56.000 mila euro l’anno.

                                             Logo Rafa Nadal Academy

Che Nadal abbia investito dei
capitali, abbia creato occupazione per la propria Accademia e abbia coronato un sogno, dovrebbe essere motivo di ammirazione e apprezzamento da parte di tutti. Ma la vera domanda è: c’è un ritorno positivo per le famiglie che hanno scommesso sul futuro dei propri figli? Oppure è la sola impresa di Nadal a guadagnarci per ogni singola adesione al progetto?

Che la cifra fosse inaccessibile alla stragrande maggioranza delle famiglie è sotto la luce del sole. Tuttavia, bisognerebbe chiedersi se il costo d’iscrizione alla scuola di Nadal (e altre simili alla sua) sia realmente giustificato dal servizio che offre l’Accademia stessa.
Il problema che ruota al centro della questione è di natura prettamente meritocratica. Si pensi a tutte quelle famiglie con figli dalle grandi potenzialità che non dispongono di un reddito sufficiente a pagare una cifra del genere.
Rimanendo la scuola tennis in un contesto circoscritto ad un pubblico di nicchia, la meritocrazia viene messa da parte proprio perché l’Accademia stessa è accessibile a pochi.
La mia speranza è che la Rafa Nadal Academy e altre come quella progettata dal campione spagnolo, ancor prima di lanciarsi sul mercato, capiscano che il merito viene prima del profitto ed è dunque importante favorire le famiglie con disponibilità economica limitata, allo scopo di incoraggiare un mondo del tennis che sia più alla portata di tutti.

Federico Bazan © produzione riservata