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Le funzioni dello Split Step

split step Djokovic

                             Split step eseguito da Novak Djokovic

Tra i tennisti amatoriali, in pochi si ricordano di eseguire lo split step, ovvero il saltello sul posto che precede lo spostamento verso la palla (Djokovic ci dà una dimostrazione dello split step in foto). Questa dimenticanza o noncuranza da parte di molti appassionati praticanti, seppur risulti tecnicamente un errore, diventa paradossalmente un vantaggio. Un vantaggio, in quanto, il giocatore che non esegue il saltello, compie un numero inferiore di movimenti rispetto a chi lo mette in pratica; se i praticanti amatori o dilettanti ne sottovalutano l’importanza, è spesso per pigrizia, per mancanza di tempo prima della preparazione del colpo o, semplicemente, perché non sentono la necessità di applicare un meccanismo che non rientra tra i normali automatismi del gioco.
Almeno in linea teorica, dunque, il giocatore che trascura lo split step, spende meno energie di chi, invece, è più scrupoloso e lo riproduce costantemente durante un allenamento o una partita, tra un colpo e l’altro.
Per i professionisti, al contrario, lo split risulta una prassi, quasi una regola. Noterete, guardando una sessione di allenamento o una partita di tennis, che la maggior parte dei tennisti di alto livello, applica in modo quasi meccanico questo tipo di movimento. Il famoso saltello ha, quindi, molteplici funzioni: innanzitutto, una funzione che incentivi l’elasticità degli arti inferiori. Eseguire uno split step tra un colpo e l’altro, aiuta il tennista ad avere più mobilità articolare e, di conseguenza, ad evitare che le gambe rimangano “ancorate” rigidamente al terreno. Cliccando su questo link, troverete un allenamento di Roger Federer, dove potrete osservare un incessante movimento degli arti inferiori, compiuto dallo svizzero, tra un colpo e l’altro, a dimostrazione di come il “footwork” (lavoro di piedi) sia fondamentale per produrre una serie consecutiva di colpi ottimali.

split step Murray

                                                     Footwork di Andy Murray

La seconda funzione si basa sul fatto che il saltello può fornire al tennista il senso della posizione sul rettangolo di gioco: lo split step, infatti, viene messo in atto non appena il giocatore torna verso il centro della riga di fondo campo (vedi lo split step di Murray nell’immagine sopra). Questo avviene per non perdere terreno utile e per prepararsi agli spostamenti brevi, dettati dal ritmo incalzante degli scambi.
Una terza funzione dello split è infine quella di prevenire l’irrigidimento muscolare, uno dei problemi che preclude la riuscita di un buon colpo. Abituandosi a flettere le gambe e a tenere, per quanto possibile, sciolti gli arti inferiori durante il palleggio (anche per esempio durante l’esecuzione del servizio), si avrà una maggiore decontrazione muscolare, fondamentale per trasferire più peso sulla palla.
I tennisti alle prime armi, o comunque a livelli di gioco non esaltanti, tendono a trascurare l’importanza dei dettagli, come lo split step; sono però quei dettagli che, per un tennista di alto livello, al contrario, fanno la differenza; un professionista, infatti, qualora privato o limitato nell’esecuzione di un movimento abitudinario, seppur non così determinante, potrebbe perdere facilmente la reattività necessaria ad essere performante sul terreno di gioco.

Federico Bazan © produzione riservata

 

Neutral Stance vs Open Stance: due posizionamenti differenti prima di colpire la palla

 

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Andrey Rublëv in azione: Open Stance (nel dritto a sinistra della foto) e Neutral Stance (nel dritto a destra della foto)

I due posizionamenti principali che ogni giocatore mette in atto nella fase che precede l’impatto con la palla, sono la Neutral Stance (Posizione Neutrale) e la Open Stance (Posizione Aperta). La differenza sta nel fatto che la Posizione Neutrale prevede, per giocare il dritto, la gamba sinistra avanti, mentre, per giocare il rovescio, la gamba destra avanti. Questo principio è valido per i destrimani (il contrario per i mancini, gamba destra avanti sul dritto e sinistra avanti sul rovescio).
Nel caso della Posizione Aperta, invece, gli arti inferiori sono quasi o, totalmente, frontali alla rete, normalmente abbastanza divaricati, di modo da trovare l’equilibrio ideale prima dell’impatto.
Per capire meglio di cosa si sta parlando in questo articolo, basta osservare la dimostrazione pratica che ci fornisce, nella foto, la giovane promessa del tennis russo, Andrey Rublëv, dove ci mostra correttamente i due casi differenti. A sinistra dell’immagine, potete osservare una Open Stance, dove Rublëv, in posizione frontale alla palla, fa leva sulla sua gamba destra, colpendo di solo braccio, con poca apertura a disposizione. A destra della foto, potete invece notare una Neutral Stance, dove il russo, in posizione laterale alla palla, prepara tutto il movimento di coordinazione e la sua apertura, grazie a questa posizione, risulta più ampia ed accompagnata.

Per capire quali sono le soluzioni più adeguate da adottare nella fase di posizionamento delle gambe, le domande che sorgono spontanee sono due. La prima è: “Quando conviene giocare un dritto o un rovescio in Neutral Stance, quando, invece, in Open Stance?”
La seconda è: “Quale delle due risulta più efficace per trovare il giusto feeling con la palla e per accelerare nel modo prefissato?”.

  • Alla prima domanda, esiste un’interpretazione più o meno oggettiva: il tennis è uno sport di situazione e, in quanto tale, sollecita il tennista ad allenare il colpo al rimbalzo in entrambi i modi, sia in Neutral, sia in Open Stance, a seconda delle sue intenzioni tecnico-tattiche. Questo vuol dire che, se il giocatore arriva bene sulla palla, può scegliere se giocare in Neutral o in Open Stance, sebbene ci siano delle circostanze del gioco che impongono di tirare il colpo in un certo modo. Se, per esempio, si colpisce la palla da fermi, cioè quando ci si trova già posizionati con i piedi prima che la palla arrivi, la Neutral Stance è la soluzione ottimale che consente di affiancarsi e tirare con maggiore padronanza il colpo.
    Se, al contrario, ci si trova lontani e si è costretti ad un recupero in corsa o scivolato, si adotterà tendenzialmente una Open Stance.
  • Alla seconda domanda, esprimo un’opinione che fa al caso mio e che, naturalmente, è confutabile. Avendo provato entrambi i posizionamenti con le gambe, tra le due stance, in situazioni di gioco normale (durante il palleggio di un allenamento, per il dritto incrociato e a sventaglio e anche per le soluzioni in lungo linea), preferisco la Neutral Stance (il dritto alla destra della foto), in quanto, con la gamba sinistra avanti (per il dritto) e la destra avanti (per il rovescio), riesco a dare più velocità e precisione alla palla, proprio perché il baricentro tende, per una questione fisica, a scaricare il peso in avanti. Impattando la palla in fase ascensionale (cioè mentre sale), è più facile sbracciare, a prescindere dall’impugnatura utilizzata.
    Mentre, per quanto riguarda la Open Stance, non riesco a trovare una buona pesantezza di palla, profondità e precisione, perché non ho il peso del corpo che sostiene il movimento, ma solo il braccio e la gamba di riferimento. La Open Stance mi aiuta solo quando sono in recupero col dritto e in altri casi dove mi trovo in ritardo con l’apertura, problemi dettati per esempio dalla pigrizia o dalla disattenzione (e dove, dunque, non mi affianco alla palla correttamente).

Fatte queste due considerazioni, ci sono scuole tennis che insegnano la Neutral Stance, sottolineando l’importanza di affiancarsi sempre alla palla di modo che si possa spingere con più efficacia; altre scuole, che insistono sulla Open Stance per questioni tattiche (si ritiene che la Open Stance faccia perdere meno terreno al giocatore che la utilizza, in quanto quest’ultimo compierebbe meno passi per tornare in posizione al centro del campo) ed altre ancora che cercano di mediare a seconda dei casi. Quel che è certo, è che, se facessimo attenzione alle stance dei vari tennisti in una partita di livello ATP o WTA, la maggior parte dei colpi da loro eseguiti, risultano giocati in posizione neutrale (o Neutral Stance), malgrado l’elevata velocità di palla. Qualora, invece, si trovino in ritardo o in recupero, allora, specialmente con il dritto, tendono ad arrivare in posizione aperta o frontale. Questo vuol dire che la Neutral Stance è il posizionamento ideale per tirare un’accelerazione.

Federico Bazan © produzione riservata

L’acquisizione degli automatismi

Il tennis è uno sport che fornisce al giocatore un obiettivo tattico, attraverso diverse soluzioni possibili da adottare in partita. Nulla avviene per caso (salvo eventi sporadici come una “stecca”, una riga, un cattivo rimbalzo e un nastro), in quanto la costruzione del punto dipende in gran parte dalle scelte che il giocatore mette in atto.

Novak Djokovic vs Jerzy Janowicz

                      Novak Djokovic gioca un dritto a sventaglio

Il tennis presenta dunque una parte riflessiva che consiste nella logica di gioco finalizzata al conseguimento di un obiettivo, attraverso delle geometrie e delle trame di gioco che si possono mettere in pratica, riprodurre, allenare. Una di queste, ad esempio, è il dritto a sventaglio (dritto giocato dalla parte del rovescio), molto in uso nel tennis odierno, che consente, a chi lo gioca, di coprire il campo e spiazzare l’avversario nella scelta delle diagonali; è normalmente un colpo d’attacco, con il quale si indirizza lo scambio in proprio favore.
Il dritto a sventaglio, anche detto “dritto anomalo”, viene giocato da molti giocatori, sia a livelli di gioco relativamente bassi che ad altissimi livelli (pensiamo, solo per citarne alcuni, a Roger Federer, Novak Djokovic, Andy Murray, Fabio Fognini, David Ferrer, che, durante uno scambio da fondo, si spostano spesso sul lato del rovescio per giocare questo tipo di soluzione).
Per eseguire un buon dritto “inside in” (dritto indirizzato sul lungo linea) o “inside out” (dritto giocato sulla diagonale) è necessario anticipare le mosse dell’avversario e, soprattutto, girare intorno alla palla con un certo anticipo, onde evitare di arrivare in ritardo e trovarsela troppo addosso o lontana dal corpo. Questo colpo risulta una strategia producente nel momento in cui si tiene l’avversario nell’angolo del rovescio e questi è costretto a ribattere la palla in maniera approssimativa o più corta, offrendo dunque la possibilità a chi gioca il dritto a sventaglio di attaccare (a meno che, naturalmente, il rovescio dell’avversario sia superiore).

2017 Australian Open - Day 11

                                        Gli automatismi nel tennis: Federer esegue un rovescio tirato a tutto braccio

Un’altra tattica efficace, non meno comune, è il colpo incrociato stretto che permette a, chi lo gioca, di spedire fuori dal campo l’avversario e, di conseguenza, aprirsi gli spazi per attaccare con il colpo successivo o, nella migliore delle ipotesi, scendere a rete per chiudere con la volèe o lo smash. L’incrociato stretto, chiamato anche cross stretto o strettino, è una soluzione che richiede precisione, mano ed una buona velocità di braccio, specialmente nel finale del colpo. Marat Safin e David Nalbandian erano due maestri dei colpi incrociati stretti, in particolare con il rovescio bimane, colpo spesso decisivo nella conquista di un punto, in quanto consentiva loro di aprirsi il campo.

Oggi il tennis si gioca per un buon 90% da fondo campo, in quanto, seppur per certi versi monotono, risulta essere il tipo di gioco più incisivo, vuoi per la fisicità dei giocatori, vuoi per la velocità di palla e le poderose accelerazioni in top spin. Se è vero che il tennis attuale è impostato sull’esplosività, sulla velocità e sulle accelerazioni, è altrettanto vero che le varianti di gioco possibili, rispetto al palleggio serrato da fondo campo, sono comunque molteplici. Solo per citarne alcune:
lo schema servizio e dritto: per metterlo in atto, è necessario servire una prima palla di servizio rapida o, se non velocissima, molto angolata, mettendo l’avversario nelle condizioni di rigiocare una palla attaccabile. È lo schema utilizzato soprattutto dai grandi servitori (Milos Raonic, John Isner, Juan Martin Del Potro ecc.);
l’accelerazione angolata (o serie di accelerazioni angolate) e conseguente discesa a rete: è la trama offensiva per eccellenza nella quale il giocatore mira agli angoli cercando di mettere alle strette l’avversario, per poi venire a rete sulla palla più invitante e tentare la chiusura al volo;
la palla corta e il pallonetto/passante: ci vuole mano. Tattica efficace sulla terra battuta e, in generale, sulle superfici lente dove il rimbalzo della palla si spegne più facilmente. Una palla corta, se eseguita nel modo e al momento giusto, può “tagliare le gambe” all’avversario; la si gioca tendenzialmente quando si è al comando dello scambio e ci si trova con i piedi dentro al campo. Il pallonetto e il passante sono le due soluzioni possibili, successive alla smorzata, qualora l’avversario riesca ad arrivarci ma non sia in grado di giocare un colpo definitivo;
il serve and volley (servizio e volèe): tattica piuttosto inusuale nel tennis odierno, a volte utilizzata per sorprendere l’avversario. Dopo il servizio, si scende subito a rete cercando di chiudere al volo. Risulta più efficace sulle superfici rapide e nei doppi (per coprire meglio la rete);
il chip and charge (approccio a rete e volèe): altro schema, sempre più in disuso nel tennis odierno, che vede il giocatore guadagnare la via della rete dopo un approccio in back. Più il colpo di approccio è profondo e angolato, e più la copertura della rete risulterà producente. Esponenti celebri del chip and charge erano Pete Sampras e Tim Henman, giocatori dal tocco e dalla volèe di grazia.

Il tennis è dunque geometria, creatività. Gli schemi di gioco possibili, difatti, sono tanti (ne ho citati sopra solo alcuni), anche se, come spesso accade durante gli scambi in una partita, non esistono strategie di gioco univoche, in quanto ogni punto ha un andamento diverso e non sempre il colpo desiderato è quello realmente prodotto. Il tennista, infatti, mette in atto degli automatismi, ovvero una serie di movimenti istintivi che si acquisiscono giocando e che si riproducono nel tempo con le stesse modalità. Chi gioca a tennis sa bene che pensare troppo prima di colpire la palla o cambiare idea all’ultimo momento sono scelte controproducenti. Questo perché gli automatismi fanno da padrone in questo sport. Una volta acquisita una tecnica che consenta di avere fluidità, regolarità e profondità dei colpi, è bene cercare di ripetere la stessa meccanica del movimento senza perdersi in esitazioni, esecuzioni snaturate. Da questo punto di vista il tennis è sinonimo di semplicità.

Federico Bazan © produzione riservata

Capitolo sulle impugnature: le caratteristiche della western e della semi-western

                         Western grip

Giocare il dritto con un’impugnatura molto aperta come la “western grip” (palmo della mano sotto il manico della racchetta e dita sulla parte superiore del manico) ha alcuni vantaggi ma altrettanti svantaggi.

I buoni motivi per cui giocare con una western sono:

– la massima altezza della palla al momento del rimbalzo. Se la palla si trova sopra l’anca o sopra la spalla del giocatore e l’impugnatura adottata da questi è una western, egli potrà giocare un colpo abbastanza alto sopra la rete e anche profondo;

– la rotazione in top. La presa western è l’ideale per chi predilige un gioco regolare e per coloro che amano arrotare la palla. Infatti, afferrando la racchetta con il palmo della mano esattamente sotto il manico, il movimento che si compie, prima di colpire la palla, è dal basso verso l’alto (la spazzolata in top).

Non è un caso che la western sul dritto sia stata ed è, tutt’ora, l’impugnatura per eccellenza dei tennisti spagnoli, che per tradizione, risultano i più ostici sulla terra battuta grazie alla grande regolarità e al palleggio serrato in top spin da fondo campo. Tra questi, Sergi Bruguera, Alberto Berasategui, Carlos Costa ai più recenti Tommy Robredo, David Ferrer e Marcel Granollers. Spagnoli che, nonostante la grande resa sul rosso nel corso degli anni, non hanno mai ottenuto risultati particolarmente esaltanti sulle altre superfici, proprio per il tipo di gioco che prediligono nelle corde (ad eccezione solo di Rafael Nadal e David Ferrer che si sono comportati egregiamente anche su erba, cemento e sintetico).

Un’impugnatura così estrema può essere, tuttavia, la causa di complicazioni non indifferenti, soprattutto a livelli di gioco relativamente bassi.
La western sul dritto pecca di più in termini di velocità rispetto ad un’impugnatura meno esasperata come la semi-western. Questo perchè la presa estrema comporta, di per sè, un’escursione innaturale del braccio che limita fortemente la spinta in avanti.
Il giocatore che la utilizza, se vuole accelerare ed essere incisivo, deve compensare il movimento dell’avambraccio con una rotazione più o meno accentuata del tronco (vedi il diritto di Djokovic).

La western grip è inoltre particolarmente sconsigliata per le palle che rimbalzano basse. Le palle basse necessitano di un cambio di grip; l’impugnatura western su palle che rasentano il terreno è complicata in quanto non si ha, né una spinta sufficiente per far camminare la palla, né la flessibilità ideale del polso per tirarla su.

Novak Djokovic gioca con un’impugnatura estrema sul dritto. Potete osservare la particolarità del movimento compiuto dal braccio con un’impugnatura come la western.

La western, a livelli elementari di gioco, è un’impugnatura che limita il principiante in quanto, qualora egli impari a colpire la palla in quel modo, è molto difficile che possa in futuro passare ad una semi-western o, addirittura, ad una eastern poiché, nella prima impugnatura sopra citata, il braccio rimane bloccato per far ruotare l’avambraccio; nella semi-western o nella eastern, invece, la biomeccanica del colpo è completamente diversa.
Nella semi-western, contrariamente alla western, è tutto il braccio che accompagna il movimento verso la palla. Ed è per questo, che, nel tennis attuale, l’impugnatura più indicata per coloro che iniziano a giocare, è la semi occidentale.

semi-western

                        Semi – Western grip

La semi-western, a qualsiasi livello, è l’ideale per gli attaccanti da fondo campo che giocano in top e che vogliono accelerare, non appena possibile.
Nel panorama del tennis odierno, è quella più utilizzata per il tipo di gioco offensivo. Sharapova, Ivanovic, Safarova, Kvitova, Del Potro, Berdych, Raonic sono tra gli esponenti più celebri che portano la firma “semi-western” sul dritto. 

 

La western, al contrario, è l’impugnatura più consona al tipo di gioco difensivo. I più grandi ribattitori del circuito ATP come Djokovic, Murray e Hewitt, prediligono il grip occidentale che consente loro di effettuare recuperi straordinari ma anche di godere di ottime parabole in top spin.
La western, quindi, non è un’impugnatura inadeguata, anche perchè nei circuiti ATP e WTA è largamente diffusa; per trovare, però, una grande accelerazione con questo tipo di grip, è necessario imparare a compensare la spinta in avanti con tutto il corpo, non solo con il piegamento delle gambe e il braccio di riferimento.

Federico Bazan © produzione riservata

Le tipologie di giocatore più ricorrenti: i bombardieri, i creatori di gioco, gli incontristi e i ribattitori

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               Roger Federer: il più grande esempio di polivalenza e versatilità del tennis odierno

In uno sport come il tennis, le tipologie di giocatore che si conoscono, giocando e facendo tornei, sono le più disparate.
Ognuno predilige determinate impugnature, più consone al proprio stile di gioco.
Il grip varia da colpo a colpo e da giocatore a giocatore: ci sono giocatori che colpiscono la palla sempre con la stessa impugnatura perchè sentono più sicuro l’impatto in quel modo; altri, i più versatili, cambiano la presa a seconda della velocità della palla, dell’altezza della stessa dal terreno o semplicemente in funzione del colpo che vogliono eseguire.

Tutti i giocatori si differenziano tra di loro a seconda del modo in cui hanno acquisito il colpo nella fase di apprendimento.
C’è chi gioca molto arrotato, chi con un leggero top spin; altri, specie i signori di una certa età, prediligono il tennis di una volta, più piatto e a fil di rete.
C’è anche chi riesce ad alternare colpi in top spin e in back spin, sebbene siano giocatori piuttosto inusuali da trovare nei circuiti maggiori (tra questi, ad esempio, Aleksandr Dolgopolov, Monica Niculescu e Kirsten Flipkens che, per certi versi, hanno un gioco atipico).

Sergi Bruguera: giocatore che arrotava molto la palla con impugnature estreme

Nel panorama del tennis attuale sono molti i professionisti che giocano anche più di un metro e mezzo sopra la rete, grazie a notevoli parabole in top.
Ad esempio i tennisti spagnoli, che, in buona parte, prediligono il gioco arrotato, si confermano, per storia e tradizione, i padroni della terra battuta, superficie sulla quale imparano a giocare e sulla quale, di fatto, vantano i risultati migliori.
Rafa Nadal, David Ferrer, Fernando Verdasco, Tommy Robredo, Carla Suarez Navarro, Silvia Soler Espinosa sono solo alcuni dei volti più noti nelle file del tennis iberico, giocatori e giocatrici che hanno nelle corde quel tipo di gioco, cosiddetto “spagnoleggiante”, basato su ampie spazzolate in top spin, dritti a sventaglio e ritmi molto sostenuti durante gli scambi.

Anche i tennisti sudamericani, tra i quali alcune vecchie glorie del passato come Gastón Gaudio, Nicolas Massu e Guillermo Coria, arrivando agli attuali Carlos Berlocq e Juan Monaco, hanno un tennis costruito sul palleggio serrato da fondo campo e sulle rotazioni in top; un gioco, in fondo, non molto dissimile tecnicamente da quello dei colleghi iberici.

Petra Kvitova: poca rotazione e molta spinta in avanti; tennis giocato poco sopra la rete

Oltre ai terraioli, ci sono anche giocatori che, crescendo sulle superfici rapide come il cemento, giocano un tennis più piatto rispetto agli spagnoli e ai sudamericani. Molti di loro, soprattutto i giocatori dell’Europa settentrionale e orientale, tra cui Berdych, Stepanek, Safin, la Kvitova, la Ivanovic, la Sharapova, la Safarova giocano pochi centimetri sopra la rete con colpi tesi, penetranti e decisamente meno arrotati rispetto al tennis degli iberici.

Da non dimenticare, inoltre, i tennisti che primeggiano sull’erba. Primo tra tutti Roger Federer, il quale, grazie a notevoli variazioni direzionali con il servizio e grazie ad una maestria del tutto singolare nel giocare il top, il back, le volèe e le palle corte, riesce ad imporsi con facilità su questa superficie. Anche il tennis di Feliciano Lopez che, se vogliamo, è una delle pochissime eccezioni presenti tra i talenti spagnoli, si addice molto all’erba. Lopez, infatti, gioca molti rovesci in back che rimbalzano bassissimi e risultano piuttosto complicati da gestire per gli avversari su una superficie come l’erba, dove la palla schizza via velocemente.
Tra le stelle vincenti su questa superficie, sono da annoverare ex veterani come Tim Henman, giocatore dalle volèe di grazia; Andy Roddick, sempre assistito in maniera non indifferente da un servizio devastante e da un dritto formidabile che facevano la differenza tanto su cemento, quanto su erba; Lleyton Hewitt, giocatore dalla solidità onnipresente da fondo campo, sempre caratterizzato da un gioco di gambe notevole che metteva in crisi anche il miglior attaccante.

Per quanto riguarda le modalità di giocatore che si possono trovare in circolazione e a qualsiasi livello, in linea di massima, vi sono: “i bombardieri”, i creatori di gioco, gli incontristi e i ribattitori.

Partiamo dal bombardiere, colui a cui piace fare punto di propria iniziativa, lasciando andare il braccio.

– Il bombardiere è il tipo di giocatore che tira la palla a velocità devastanti. Il servizio è un’arma fondamentale del suo gioco senza la quale non potrebbe essere così aggressivo; gli è sufficiente giocare da fondo campo cercando di concludere con pochi colpi lo scambio grazie a delle accelerazioni impressionanti. Esempi classici di bombardieri nel circuito ATP sono Milos Raonic, John Isner, Ivo Karlovic, Jerzy Janowicz e Juan Martin Del Potro, giocatori molto alti e robusti. La loro mole influisce in maniera non indifferente sull’esplosività che riescono a conferire al colpo giocato.

I creatori di gioco, paradossalmente, potrebbero essere tutti coloro che adottano una tattica di gestione dello scambio, senza necessariamente forzare.
Contrariamente ai bombardieri che tirano sempre e comunque, essi impostano il palleggio da fondo campo cercando di muovere l’avversario il più possibile per poi avere la palla buona da chiudere.
I creatori di gioco, normalmente, badando alla  costruzione del punto, mirano più alla strategia che non all’esplosività del colpo.

        Monica Niculescu: giocatrice atipica (dritto slice e rovescio bimane in top)

I cosiddetti “incontristi”, giocatori che vanno incontro alla palla e riescono a giocare bene in corsa, sono piuttosto ricorrenti, a qualsiasi livello di gioco.
Esempi noti di incontristi nel circuito ATP sono Gael Monfils, Lleyton Hewitt e l’ex tennista americano James Blake, giocatori che spesso danno e davano il meglio di sè, proprio se spostati, costretti a rincorrere la palla. Monfils, in particolare, esegue dei vincenti magistrali in spaccata, in recupero e in posizioni defilate del campo.
Il Lleyton Hewitt di dieci anni fa, era capace di ribaltare l’inerzia degli scambi mettendo a segno dei passanti da due metri fuori dal campo.
James Blake accelerava con il dritto in corsa in maniera impressionante, proprio quando veniva messo sotto pressione dall’avversario.

Ci sono poi giocatori molto forti in fase di risposta, degli autentici muri da fondo campo come Rafael Nadal, Andy Murray e Novak Djokovic che sono considerati alcuni tra i ribattitori e contrattaccanti più forti di sempre.
Il ribattitore è il giocatore provvisto di una risposta eccezionale, spesso più efficace del proprio servizio. Il suo gioco di gambe da fondo campo gli consente di realizzare recuperi straordinari e di godere di una solidità pazzesca.
Andy Murray, in particolare, è definito un attendista perchè è un giocatore che aspetta le mosse dell’avversario per poi contrattaccare o indurlo all’errore.

Le tipologie di giocatore sono molteplici, come già accennato. Non ce n’è una migliore dell’altra o una che prevalga sull’altra, anche perchè nella storia del tennis ci sono stati numeri 1 con un gioco completamente diverso l’uno dall’altro: giocatori serve & volley come Sampras, grandi risponditori del calibro di Agassi, passando per campioni in grado di giocare tutti i colpi come Federer, arrivando a grandi ribattitori come Djokovic.

Nel tennis, che è un gioco prevalentemente psicologico, vince chi tiene di più la palla in campo ed è capace di osare nei momenti opportuni.

Federico Bazan © produzione riservata

Il back di Roberta Vinci: come lei, nessun’altra nel circuito WTA

                                                     Un rovescio in avanzamento di Roberta Vinci

Se Roberta Vinci avesse giocato negli anni ’80 insieme alle campionesse del passato, come Martina Navratilova, Steffi Graf e Gabriela Sabatini, che possedevano nelle corde un tennis raffinato, pulito e molto più pacato delle giocatrici attuali (le varie Williams, Sharapova, Li Na ecc.), probabilmente avremmo apprezzato il gioco della tennista tarantina con un’ottica diversa, in quanto i colpi di grazia di una Graff, simili a quelli di Roberta, si distinguono e non poco dalle accelerazioni di una Williams.

Il tennis femminile si è evoluto con una certa sveltezza, a partire dagli anni ’90. Le giocatrici dell’epoca, quelle vissute a cavallo tra gli anni ’20 e ’80 (da Suzanne Lenglen a Martina Navratilova), giocavano il serve & volley, il rovescio ad una mano, il back spin.

Nel tennis moderno la potenza dei colpi è aumentata a dismisura, vuoi per una fisicità superiore delle giocatrici attuali rispetto a quelle del passato, vuoi per una preparazione fisica più intensa e più mirata, vuoi per l’evoluzione dei materiali e per l’affermazione preponderante dei rovesci bimani.
Da questo punto di vista, Roberta Vinci può essere considerata merce rara dal momento che è l’unica, nel circuito WTA, a giocare il rovescio in back, molto simile, peraltro, a quello di Steffi Graf per stile e riproduzione.

La Vinci ha un tennis pulito; servizio leggermente slice, dritto in top spin e rovescio giocato per il 99% delle volte in back (tranne in rarissimi casi, quando è costretta a rispondere di controbbalzo, in cui lo gioca coperto).
Il suo tennis è una rarità, non solo per il rovescio, ma anche per come si muove e sa giocare nei pressi della rete.

Oggi, nel circuito WTA, molte giocatrici non si presentano a rete tanto frequentemente per ottenere il punto o, se ci vanno, optano spesso e volentieri per volèe rudimentali giocate a due mani o per schiaffi al volo. Roberta gioca le volèe con eleganza ed efficacia, conosce benissimo i movimenti nei pressi della rete, sa quando deve intervenire. E non è un caso che sia numero 1 del mondo in doppio, in coppia con Sara Errani.
Con la romagnola, la Vinci forma un connubio perfetto, un’enciclopedia del tennis divisa in due.
Sara è solida da fondo campo, un muro in difesa ed è provvista, tra le altre cose, di una mano molto sensibile (la palla corta e il lob sono soluzioni presenti nelle sue corde) mentre Roberta predilige un gioco di fino alternato al top, il che la rende ostica tanto da fondo, quanto a rete.

La tarantina è una campionessa in doppio (25 titoli di cui 5 trofei del Grande Slam) e una buona giocatrice in singolare (9 titoli a livello International).
Se Roberta si fosse misurata con giocatrici del suo stampo che, per l’epoca, erano comunque molto forti, anzichè con le titane del momento, probabilmente avrebbe avuto più chance di arricchire ulteriormente il proprio palmarès.

Vi propongo un gioiello in back della Vinci:


Federico Bazan © produzione riservata

Alcuni miti da sfatare sul rovescio

Che il rovescio ad una mano sia più elegante stilisticamente ed esteticamente in confronto a quello bimane, è un’opinione piuttosto diffusa ma non necessariamente la regola. Ci sono rovesci classici, naturali nella fase di preparazione e estremamente fluidi nella fase di esecuzione, come quelli di Federer, Gasquet, Almagro e Wawrinka; allo stesso modo, esistono casi di rovesci ad una mano più meccanici nel movimento e maggiormente lavorati in termini di timing ed impatto sulla palla. Eguale discorso si applica per i rovesci giocati con una presa bimane. Alcuni tra quelli a due mani sono piuttosto rudimentali e, seppur efficaci, non risultano propriamente impeccabili da un punto di vista estetico. Altri, tra cui quelli ad azione unita, sono molto apprezzabili da vedere.
Agassi e Nalbandian, solo per fare due nomi di tennisti che in passato hanno mostrato potenzialità non indifferenti con questo fondamentale, sono nati e si sono formati tennisticamente esprimendo un gioco pulito grazie ad un’impostazione naturale del rovescio bimane.
L’apertura del rovescio eseguita da questi due celebri esponenti del tennis moderno, è piuttosto breve e sembra quasi non facciano fatica nel colpire la palla.


La grande differenza dei colpi la rende sempre il giusto timing; più la palla è colpita al centro del piattocorde con un certo anticipo, ad un’altezza che non superi il petto e che non sia inferiore al ginocchio, e maggiori saranno la velocità impressa e l’efficacia prodotta. Queste caratteristiche erano nelle corde di Agassi e di Nalbandian i quali, non solo godevano di un movimento fluido del rovescio bimane, ma erano anche in grado di trovare accelerazioni notevoli con questo fondamentale.

Un’altra leggenda comune, del tutto discutibile, è quella secondo la quale i rovesci moderni risultino più potenti rispetto a quelli ad una mano. Basti guardare dal vivo dei traccianti lungolinea di Gasquet, Kohlschreiber e Almagro per rendersi conto quanto il rovescio ad una mano possa risultare devastante e, non di rado, più veloce di uno a due mani.
Facendo alcune comparazioni, è impensabile che un giocatore come Gasquet abbia un servizio superiore a quello di Isner o di Roddick; allo stesso modo, è totalmente scorretto affermare che entrambi i rovesci bimani dei due americani siano più veloci e produttivi di quello classico ad una mano del transalpino.
Grandi campioni come Roddick e Hewitt, ad esempio, pur giocando il rovescio bimane, hanno sempre incontrato notevoli difficoltà nel trovare vincenti con questo colpo, tant’è che entrambi, durante gli scambi da fondo campo, hanno adottato spesso e volentieri soluzioni alternative come il back spin (nel caso di Roddick) e giocate difensive tra le quali il lob e i colpi in corsa (nel caso di Hewitt).
I rovesci di giocatori come Roddick, Hewitt, Isner, Ferrer, Fognini hanno finalità diverse rispetto a quelli di Agassi, Safin, Davydenko, Nalbandian, Murray e Djokovic. Mentre i primi lo sfruttano per trarne solidità e maggiore abilità difensiva, i secondi lo utilizzano non solo per palleggiare, ma anche per attaccare ed, eventualmente, per vincere il punto.
I rovesci a due mani di Roddick e di Hewitt si differenziano nettamente da quelli di giocatori come Wawrinka, Kohlschreiber, Gasquet e Almagro, ai quali basta un solo braccio per lasciar partire dalle corde degli autentici proiettili.

Discorso a parte vale per il tennis femminile dal momento che il 99% delle giocatrici attuali esegue il rovescio bimane. Eccezion fatta per Roberta Vinci, Francesca Schiavone e Carla Suarez Navarro, le migliori tenniste al mondo sono impostate con la tecnica del rovescio a due mani. Attualmente le prime dieci tenniste al mondo giocano tutte il rovescio con una presa bimane, a dimostrazione di quanto il tennis si sia evoluto e di quanto, almeno nel circuito femminile, questo fondamentale faccia la differenza su tutte le superfici.

Federico Bazan © produzione riservata