Roger Federer annuncia il ritiro dal tennis: lo fa con una lettera commovente

Leggendo la lettera di addio di Federer al tennis, la prima cosa che mi ha positivamente colpito, è stata la gratitudine di riconoscere, nelle altre persone, il motivo del suo successo. Inizia a scrivere dicendo: “Di tutti i regali che il tennis mi ha dato negli anni, il più grande, senza dubbio, sono state le persone che ho incontrato lungo il cammino: i miei amici, i miei rivali, e più di tutti i sostenitori che danno vita a questo sport”. E subito piovono i ringraziamenti verso la moglie, i figli, i genitori, gli allenatori, gli sponsor, gli organizzatori, i tennisti rivali in campo e i sostenitori. Il sotto testo di Roger per loro è, in sintesi: “Senza di voi, non sarei qui a scrivere queste parole adesso”.

Il secondo elemento all’interno della lettera che non riesco ad ignorare, è l’umiltà nel valutare se stesso, malgrado quanto di grande e, probabilmente, irripetibile abbia conseguito in uno sport come il tennis, nell’era Open, in termini di record e vittorie. Oltre ai numerosi ringraziamenti e riconoscimenti, Federer aggiunge:
“Il tennis mi ha trattato più generosamente di quanto non avrei mai pensato”.
“Mi considero una delle persone più fortunate sulla Terra. Mi è stato dato un talento speciale nel giocare a tennis e l’ho portato ad un livello che non avrei mai immaginato per un tempo che non avrei pensato possibile”.

Ma soprattutto, è meravigliosa la sua originalità nel trovare le parole, come del resto l’estro delle giocate e delle magie a cui ci ha abituati quando lo abbiamo visto in campo esprimersi come solo lui sa fare: “Gli ultimi 24 anni nel circuito sono stati un’avventura incredibile. Mentre a volte ho la sensazione che siano passati in 24 ore, è anche profondo e magico che sembra come se avessi già vissuto una vita intera”. Del resto, i giorni che noi viviamo sono composti proprio da 24 ore. E il suo parallelismo calza alla perfezione.

Conclude la lettera, ripartendo dalle origini degli occhi di un bambino sognante: “Quando il mio amore per il tennis è sbocciato, ero un raccattapalle nella mia città natale di Basilea. Guardavo i tennisti con un senso di stupore. Erano come dei giganti per me ed io ho iniziato a sognare. I miei sogni mi hanno portato a lavorare duramente e a cominciare a credere in me stesso. Un insieme di vittorie mi hanno dato fiducia e consentito di incamminarmi verso il viaggio più straordinario che mi ha portato a questo giorno”.

Caro Roger, tu hai sognato guardando gli altri tennisti giocare quando facevi il raccattapalle a 12 anni. Mentre io ho sognato ad occhi aperti guardando giocare te contro Rafa nella finale del 2006 a Roma, quando anche io, casualmente, avevo 12 anni. Ed è da quella partita sul Centrale del Foro Italico, la mia prima in assoluto vista dal vivo, che la mia passione per il tennis è sbocciata in modo preponderante.

Ho avuto la fortuna di crescere guardando le tue partite, i tuoi colpi e le tue invenzioni. E, naturalmente, i tuoi più grandi avversari in campo.

Grazie.

Foto di: Pagina Facebook di Roger Federer

Federico Bazan © produzione riservata

Guida al Museo Xperience Rafa Nadal

Il Museo Xperience si trova dentro alla Rafa Nadal Academy e si divide su due piani. L’entrata al pubblico è disponibile dalle 10:00 di mattina fino al pomeriggio e il biglietto d’ingresso costa nove euro. La visita dura circa un’ora, ma ci si può trattenere per fare delle foto ed osservare tutto nel minimo dettaglio.
Il Museo è dedicato alle vittorie, ai trofei e ai record del campione spagnolo. Ma non solo. Ci sono, ben custodite all’interno di un vetrina, le racchette originali dei tennisti del passato, da Rod Laver e Manolo Santana, passando per John McEnroe, Stefan Edberg, Boris Becker fino ai campioni odierni; di queste, si può apprezzare l’evoluzione dei telai e dei materiali negli anni, in base al periodo storico nel quale sono stati usati.
Nel Museo è possibile fermarsi a guardare dei video in modalità touch screen dove sono visibili i punti più belli di Nadal nei tornei maggiori; è possibile, inoltre, giocare a tennis in 3D, colpendo una pallina con una racchetta immaginaria, per spedirla sopra alla rete in una zona del campo scelta dal computer; oppure fare il giudice di linea gareggiando con un avversario in contemporanea per decretare se la palla tocchi la riga oppure sia fuori.

All’ingresso, i visitatori vengono accompagnati dalle guide in un corridoio dove si chiudono le porte ed è riprodotto un audio, dal quale proviene il rumore dei tifosi prima dell’ingresso in campo dei giocatori. Si percepiscono i loro passi, i loro movimenti delle scarpe sul terreno e l’impatto della pallina sulle corde della racchetta. Finito l’audio, si accede alla struttura dove vi è una specie di sala giochi e, se si continua il giro, si trovano le racchette d’epoca di Santana, Laver, Vilas, McEnroe, Lendl, Becker e quelle dei giocatori odierni tra cui Nalbandian, Federer, Nadal, Djokovic e Thiem. Intorno ai telai d’epoca, compaiono sui muri del Museo alcune foto e tutti i record di Rafael Nadal: il numero di Slam vinti, lo storico del ranking, il numero di settimane da numero 1 del mondo nei vari anni, i piazzamenti ottenuti nelle prove del Grande Slam dal 2003 ad oggi, la percentuale di vittorie in carriera, l’anno e il nome degli avversari battuti nelle finali Slam.

Scendendo al piano di sotto, c’è una stanza buia con delle vetrine illuminate; dentro a queste, vi sono tutti i trofei più importanti vinti da Nadal nella sua carriera, in ordine cronologico. Da sinistra verso destra si comincia con la vittoria a Les Petit As nel 2000, i tornei delle Baleari e i primi Challenger, come l’Open di Barletta. Spostandoci verso destra, possiamo apprezzare il primo titolo ATP 250 del tennista maiorchino, conquistato a Sopot nel 2004. Continuando la visita nel Museo, compare la carrellata dei tornei su terra battuta più vinti in assoluto dal tennista spagnolo: tutti i trofei di Monte Carlo, Barcellona e Roma.
Infine, si arriva ai trofei del Grande Slam, custoditi in una bacheca a parte. In quest’ultima, è possibile guardare un video proiettato sul muro che parte in automatico, dove gli atleti più celebri di diverse discipline sportive raccontano il segreto del successo, in chiave motivazionale.

Lasciando alle spalle la bacheca dei trofei, si possono apprezzare anche i vestiti indossati da Nadal in campo nelle quattro prove del Grande Slam, con i rispettivi trofei e le foto del campione che alza la coppa.

Un Museo interamente da gustare, che a parole si può descrivere ma che, in presenza, si vive in un’altra dimensione. Per i fan sfegatati di Rafa Nadal potrebbe essere considerata una seconda casa, ma anche per dei semplici appassionati della racchetta è sicuramente una scoperta interessante da aggiungere alle proprie esperienze tennistiche e turistiche.

Federico Bazan © produzione riservata

Torneo Internazionale al Circolo Antico Tiro a Volo di Roma

Si è conclusa, in data odierna, la dodicesima edizione dell’ATV Tennis Open, che si è tenuta nella cornice del Circolo romano Antico Tiro a Volo. Una edizione che ha ospitato tenniste, tra la numero 100 e la numero 900 del mondo, sotto la supervisione del Presidente del Circolo Giorgio Averni, il Direttore del Torneo Adriano Albanesi, il Comitato organizzativo Giuseppe Centro e tutto lo staff che ha reso possibile lo svolgimento dell’evento.
Tante le giocatrici italiane presenti in tabellone, dalle più esperte alle più giovani e fresche: veterane del circuito come Martina di Giuseppe, Federica di Sarra, Stefania Rubini e Anastasia Grymalska, ma anche alcune stelle nascenti come Anastasia Abbagnato, Federica Urgesi, Francesca Pace, Diletta Cherubini e Melania Delai. Tutte unite in un unico obiettivo: cercare di andare avanti nel torneo e regalare spettacolo al pubblico presente.
Tra i risultati di rilievo delle giocatrici azzurre, sono da menzionare: i quarti di finale raggiunti da Lucrezia Stefanini (attuale numero 179 del ranking WTA) e la serie di vittorie nel doppio di Camilla Rosatello (attuale numero 259) che, insieme alla francese Estelle Cascino, è arrivata in finale, sfiorando il successo, contro la coppia formata dalla colombiana Andrea Gámiz e l’olandese Eva Vedder.
Oltre alle nostre tenniste, il torneo ha visto l’incredibile cavalcata, a partire dalle qualificazioni, della sorpresa croata Tara Wurth che, da numero 357 del mondo e a soli diciannove anni, si è imposta, in finale, sulla testa di serie numero 1 del torneo Chloé Paquet, tennista francese classe ’94, vicina ad entrare nelle prime 100 del circuito e ad esordire nel main draw degli US Open.

L’Antico Tiro a Volo si rinnova ogni anno affidandosi alla qualità dell’evento ed organizza, dal 2010 ad oggi, il torneo ITF da 60.000 dollari di montepremi complessivo, un appuntamento irrinunciabile per le tenniste di tutto il mondo, nel periodo di luglio prima degli Internazionali Femminili di Palermo e del cambio di superficie sul cemento americano. Un evento adatto, non solo a tenniste di livello e già affermate, ma anche a giocatrici emergenti che vorrebbero, un giorno, potersi misurare con le migliori campionesse del circuito WTA.

Foto di: Stefano Tarallo

Federico Bazan © produzione riservata

Matteo Berrettini passa ad ASICS: il tennista romano esordirà agli Australian Open con le Gel Resolution 8

Matteo Berrettini, punta di diamante del tennis italiano, nonché attuale numero 7 del ranking ATP, sceglie una scarpa all’altezza delle sue aspettative: la ASICS Gel Resolution 8, pronta a donare al tennista romano tutti i comfort di cui ha bisogno in campo. Il numero 1 del tennis italiano diventa, così, uno dei nuovi testimonial del brand, che indosserà a partire dalla stagione 2022, in occasione degli Australian Open.
Berrettini dichiara: “ASICS è riconosciuta in tutto il mondo per le sue scarpe da tennis. Sono entusiasta di rappresentare un brand come questo con oltre 70 anni di storia e con una profonda attenzione nel supportare gli atleti. Mi sento molto fiducioso sapendo che giocherò in campo indossando ASICS nel 2022 e nei prossimi anni.”

Matteo Berrettini è uno dei nuovi ambassador di ASICS: in foto indossa ai piedi le Gel Resolution 8

La scarpa Gel Resolution 8 nasce da un progetto dell’ASICS Institute of Sport Science a Kobe, in Giappone. Lanciata sul mercato per la prima volta nel 2020, questa scarpa risulta, ad oggi, una delle calzature preferite, sia dai tennisti amatoriali, sia dagli agonisti, fino ad arrivare a top players del calibro di Novak Djokovic, Gael Monfils, David Goffin e dello stesso Matteo Berrettini, che ne portano la firma. I giocatori sono positivamente colpiti dalla capacità di supportare e proteggere il piede, pur non dovendo rinunciare alla flessibilità. L’insieme di questi elementi, non a caso, contribuisce in meglio alla loro riuscita nelle prestazioni in campo.
Berrettini aggiunge: “ASICS è l’unica azienda che conosco che progetta le sue scarpe da tennis in base allo stile di gioco. Nel mio caso, ho bisogno di maggiore stabilità e supporto essendo prevalentemente un giocatore da fondo campo. Ho avuto modo di testare la Gel Resolution 8 e sono riuscito a trovare la scarpa perfetta per raggiungere livelli più alti. Non vedo l’ora di cominciare a giocare la prossima stagione”.

La nuova partnership tra ASICS e Berrettini promette dunque scintille: il tennista azzurro è pienamente soddisfatto del prodotto testato in campo, così come il CEO di ASICS, Motoi Oyama, esprime la sua contentezza per aver accolto il numero 7 del mondo tra i nuovi testimonial del brand: “ASICS è felice di annunciare l’ingresso di Matteo Berrettini nella nostra famiglia di tennisti. Grande volontà, mentalità positiva e una carriera in continua crescita sono elementi importanti per la nostra partnership. La sua energia e la spinta a migliorarsi sono alcune tra le qualità più apprezzate da tutta la nostra organizzazione. Speriamo di coinvolgerlo da subito nello sviluppo del prodotto per applicare la sua esperienza alle competenze del nostro team di innovazione e ingegneria in Giappone. Siamo orgogliosi di supportare Matteo durante il suo percorso dentro e fuori dal campo, e ci auguriamo una collaborazione positiva e di successo.”
Del resto un tennista di qualità non può che selezionare un abbigliamento tecnico di qualità. Ed ASICS non delude mai i suoi consumatori.

Fonti delle dichiarazioni e della foto: Comunicato ufficiale ASICS del 12/01/2022

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Tiziano De Tommaso, fondatore di Tennis Winner Game

– Tiziano de Tommaso, Maestro Nazionale FIT, è l’ideatore e creatore di Tennis Winner Game, una piattaforma digitale che fornisce, ai suoi appassionati, consigli per migliorare il proprio gioco sotto il profilo tecnico, tattico, fisico e mentale.
Quando e come nasce l’idea di dare vita ad una attività online esclusivamente dedicata al tennis?


– Tennis Winner Game nasce nel 2011, quando io e mia madre valutammo l’idea di cosa poter fare a livello digitale nel tennis, in quanto intuimmo che l’attività online sarebbe stata una delle nuove frontiere del futuro. Quindi cercai di mettere a disposizione la mia passione in rete, anche derivante dal fatto di aver terminato il mio percorso di tennista agonista nel 2009. Da lì presi la qualifica di Istruttore di primo grado, successivamente quella di secondo grado e, arrivando parallelamente al percorso per diventare Maestro Nazionale all’età di 25 anni, iniziai a studiare formazione e marketing online. Questo perché stavo valutando un qualcosa di diverso per la mia professione: l’involucro nel quale io ero all’interno, ovvero i circoli di tennis nei quali lavoravo, non mi soddisfaceva in base alla passione che avevo strabordante per questo sport. Mi sentivo schiacciato dalle eccessive ore di lavoro, dal fatto di dover lavorare anche il sabato e la domenica, di dover accompagnare i bambini ai Campionati a squadre e di non riuscire, pertanto, a slegare il mio tempo dal denaro. Essendo impegnato a tutto tondo in quell’attività, ciò che cercavo era una rendita automatica passiva, che consentisse, a me, di vivere in maniera ottimale la mia vita e, agli altri, di essere d’aiuto.


Vedevo che, in quel contesto, la cerchia di persone era una cricca che non avevo selezionato io. Facevo lezioni e l’80% delle ore le passavo in campo con clienti che non volevano migliorare ma, semplicemente, sfogarsi. Quindi diventavo più uno psicologo del tennis che non un professionista del settore. Ed è proprio per l’insieme di questi aspetti, che l’intenzione era quella di sistemare la mia vita, da un lato, e, dall’altro, migliorare realmente gli appassionati che intendessero elevare le proprie prestazioni. Ecco perché è nato Tennis Winner Game: riuscire a dare una ventata di aria fresca ad un mondo del tennis italiano tradizionale e, soprattutto, dedicarsi agli appassionati il cui settore, quello amatoriale, è poco toccato dal mio punto di vista. E perché poco considerato? In quanto, nei circoli, i maestri tendono a seguire i tennisti agonisti o i ragazzi che vorrebbero crescere nel tennis, tralasciando un po’ di più i giocatori amatoriali.
Tennis Winner Game, per concludere la risposta alla tua domanda, è sorta grazie alla passione per una metodologia che potesse essere trasferita online e per la comunicazione, che è sempre stato il mio forte. Era da quando avevo 4 anni che commentavo le partite di Bruno Pizzul in televisione. Le ascoltavo e poi le riproponevo io stesso, facendo le azioni dei calciatori sul divano di casa mia col pallone da calcio. Questa abilità comunicativa, che era uno dei miei più grandi interessi da piccolo, l’ho tirata fuori e l’ho messa al servizio di Tennis Winner Game.


– “Per insegnare basta sapere e per educare bisogna essere” è uno dei tuoi motti imprescindibili. Come spiegheresti questa frase ai nostri lettori?


– Sì, è sicuramente un motto imprescindibile, una mia filosofia di vita. Qual è la differenza? Per l’insegnamento, ci sono tantissimi coach che sono stati, magari, tra i primi 50 o 20 del mondo, i quali, da ex professionisti, credono fermamente in quello che hanno fatto, senza sapere, però, che dall’altra parte c’è una persona non in grado di rispecchiarsi in sé stessi; ovvero, l’appassionato non è stato 50 del mondo, non è stato a Wimbledon, ha degli obiettivi diversi e il braccio è differente. Ecco perché l’insegnamento non è solamente e meramente tecnico o biomeccanico, ma anche educativo. Quando mi soffermo sulla frase “per educare bisogna essere”, intendo dire che l’educazione va oltre alla semplice tecnica e biomeccanica, va oltre al semplice insegnamento. Io quando educo, sono un insegnante insegnato, ovvero quando io sto insegnando ad un appassionato qualcosa, l’appassionato sta insegnando qualcosa anche a me. Non si guarda solo alla parte tecnica, ma anche all’intesa, all’empatia e, quindi, alla componente mentale per riuscire ad ottenere dei risultati con quell’appassionato e a fargli migliorare il suo livello di gioco.


– Quali sono i limiti tecnici che riscontri maggiormente nel tennis dei tuoi clienti e che strategie metti in atto per risolverli?


– Abbiamo un Webinar, una presentazione che si chiama “Il tennis dei vincenti” e che gira online ormai da due anni, nella quale seleziono le varie consulenze da organizzare durante la settimana e che io faccio personalmente. In queste consulenze spiego la metodologia che utilizziamo per migliorare il tennis degli appassionati e che si basa sull’allenamento settoriale, sia a livello neuro-psico-motorio, sia cognitivo. Infatti, l’allenamento settoriale prevede che, qualora si ripeta un’azione tra i 7 e i 21 giorni, tempo minimo e massimo per l’automatizzazione del gesto tecnico, quest’azione verrà radicata nelle strutture profonde del movimento e, di conseguenza, si riprodurrà in modo naturale.

Il Maestro Tiziano De Tommaso spiega il fondamentale del servizio ai suoi allievi in campo

Al contrario, nel momento in cui un appassionato faccia più cose durante la giornata, ovvero alleni dritto, rovescio, servizio e gioco di volo tutti insieme, il giorno dopo tenderebbe a rimuovere molto di quanto fatto precedentemente. Questo è l’allenamento “multitasking”, che noi di Tennis Winner Game sconsigliamo di fare, come la semplice “partitella da circolo”. E l’appassionato, alla fine, dice: “Non miglioro mai”. Non migliora mai perché non si sottopone ad un allenamento settoriale. Quest’ultimo, significa andare a curare solamente un dettaglio e a lavorarci per un periodo di tempo prolungato. È molto semplice da capire, è più performante e l’apprendimento arriva prima. C’è una spiegazione scientifica a questo: le fibre nervose sono avvolte dalla mielina e, più in particolare, da una guaina mielinica, che è come se fosse una corteccia di un albero. Questa guaina si inspessisce, tante sono le ripetizioni settoriali che si effettuano. Pertanto, quando si va ad applicare un allenamento settoriale, per esempio sul dritto, si vanno ad accendere molteplici circuiti neuronali del programma motorio del dritto che scaricano più agevolmente il collegamento su quel determinato gesto motorio. La guaina mielinica è, in sintesi, un catalizzatore dell’apprendimento che velocizza la trasmissione degli impulsi nervosi sulle fibre.
Essendoci una spiegazione scientifica a questo, una persona non nasce con il talento in senso assoluto, ma può apprendere delle abilità mettendoci impegno e dedicandoci del tempo. Poi è chiaro che, chi abbia una predisposizione naturale per un determinato colpo, debba lavorare maggiormente su altri fondamentali. Ma, proprio grazie a questa scoperta della mielina, tutti possono migliorare, tramite un allenamento di tipo settoriale.
Quali sono gli aspetti tecnici su cui hanno bisogno di lavorare principalmente? Chi il servizio, chi il dritto. Diciamo che, raramente, mi dicono il gioco di volo e il back, in quanto gli appassionati, cresciuti con il tennis di 30-40 anni fa, giocavano già con impugnature continental e, pertanto, hanno una certa dimestichezza con quei colpi. Sicuramente, gli appassionati di nuova generazione fanno molta più fatica a migliorare il servizio, anziché i colpi a rimbalzo, perché il servizio si gioca con un grip speciale che è la continental, mentre gli appassionati più giovani vengono già impostati con impugnature come la eastern e la semi western e, per questo motivo, fanno meno fatica ad apprendere e a migliorare i colpi a rimbalzo, anziché il servizio.


– Ogni allievo ha un approccio diverso quando si trova ad impugnare una racchetta e a colpire una pallina. In che modo individui determinati difetti che caratterizzano un allievo, rispetto ad un altro? E come fai a fornire loro una soluzione pratica?

– C’è una premessa da fare, ovvero distinguere la tecnica dalla biomeccanica. La prima corrisponde al personalismo dell’allievo, mentre la seconda si basa su alcuni parametri fissi che tutti devono avere per poter generare velocità nei colpi. Quindi come intervengo in tal senso? Sicuramente vado a fare un’analisi biomeccanica del colpo e sono certo che debba andare in quel modo, pertanto la nostra metodologia si poggia su delle solide basi biomeccaniche, mentre la tecnica la lascio variabile. Faccio un esempio: l’angolo fra braccio e tronco nel dritto dovrebbe essere orientativamente superiore ai 70 gradi. È ovvio che, qualora un allievo lo mantenga a 90 gradi, andrebbe comunque bene. L’importante è che il braccio non sia attaccato al corpo. Se, poi, l’orientamento della racchetta è rivolto con la mano in decontrazione verso il basso o con il palmo rivolto verso l’alto, quello dipende dalle impugnature utilizzate, ma è una personalizzazione tecnica.
Vado a toccare il personalismo tecnico solo se conosco molto bene l’allievo in questione e so che cosa voglia cambiare nel suo tennis, altrimenti mi attengo ai solidi principi biomeccanici, attenendomi sempre ad un allenamento di tipo settoriale.



– Quali obiettivi ti sei prefissato, una volta avviata la tua attività digitale? E quali risultati di rilievo hai raggiunto fino ad oggi?

– Gli obiettivi che mi sono prefissato per la mia attività digitale sono quello di farla crescere prima in Italia e poi nel mondo. In Italia, ormai, ci sono abbondantemente riuscito, nel mondo invece devo ancora iniziare e questo sarebbe uno dei miei obiettivi a lungo termine.
Per quanto riguarda i risultati che ho raggiunto fino ad oggi, ve ne sono diversi. Il 19 marzo 2019 sono stato chiamato in Parlamento come primo imprenditore digitale italiano, specializzato sul tennis, inserito nel libro “Eccellenze digitali italiane”. Ho fatto un discorso di circa mezz’ora dove, davanti ai politici, ho raccontato come sia riuscito a trasformare questo mercato, nonostante il tennis sia uno sport di campo, praticato e giocato. Quindi ciò che mi hanno chiesto in quella giornata è stato: “Come hai fatto a modificare le abitudini e i comportamenti dei tuoi clienti? Se il tennis si gioca, come fai a farti pagare se non entri in campo con loro?”. Questa è stata una domanda molto interessante, alla quale ho risposto dicendo che si utilizzano diverse strategie di marketing digitale, di comunicazione e di sponsorizzazione. Vi sono, quindi, tante altre attività complementari al tennis che mi hanno reso tutto, meno che un Maestro impegnato in campo.

Tiziano De Tommaso premiato tra le migliori eccellenze italiane nel mondo sportivo digitale


Un altro traguardo importante che ho raggiunto è stato quello di avere più di 450 appassionati all’interno dei nostri percorsi digitali. E quando parlo di percorsi digitali, mi riferisco alle nostre due punte di diamante che sono il Tecno Training e la Tennis Winner Game Academy. Sono le due scelte più costose ma sono anche quelle che danno maggiore soddisfazione in termini di miglioramento, perché seguiamo l’appassionato passo passo, ogni giorno, anche a livello digitale. Gli prepariamo delle video analisi personalizzate, in modo che si trovi sempre in un rapporto diretto con me ed il mio team.
Altro risultato di rilievo è stato quello di essere il primo canale YouTube in Italia per appassionati giocatori di tennis, con più di 18.700 iscritti, ancora oggi in costante crescita. E siamo anche la prima pagina Facebook in Italia, con 130 mila followers, che pubblica contenuti riservati esclusivamente al miglioramento per gli appassionati, sotto il profilo tecnico, tattico, fisico e mentale.



– Parallelamente all’attività che svolgi sulla tua piattaforma, so che stai studiando come funzionano il marketing e le vendite di un prodotto. A cosa possono tornarti utili nella tua professione?

– Mi sono utili a tutto, per quanto riguarda la mia attività online. Studiare l’info marketing, la comunicazione persuasiva, piuttosto che il comportamento delle persone, sono temi essenziali per quello di cui mi occupo. Fare marketing significa anche analizzare i comportamenti dell’essere umano e capire che gli esseri umani agiscono tutti, tendenzialmente, nella stessa maniera. Quindi, una volta che si comprende questo, si può anche applicare quello che stiamo facendo per il tennis in qualsiasi ambito della nostra vita.
A cosa mi sta servendo aver studiato il marketing, la comunicazione, il saper scrivere per vendere? Significa dar valore alle tue idee e, di conseguenza, darti valore. Quindi vuol dire anche accrescere l’autorevolezza della tua persona, oltre che del tuo brand a livello aziendale. Apprendere quello che io ho appreso nel percorso di Tennis Winner Game comporta l’avere un miglioramento anche nella vita in generale: sei molto più impattante nel lavoro, nelle relazioni, nella vita di coppia, con la famiglia, sei molto più impattante in varie situazioni, anche quando devi conoscere una persona nuova. Già come ti poni, la comunicazione, il tono della voce, il linguaggio del corpo; tutto quello che si studia in PNL, ovvero in Programmazione Neurolinguistica, poi alla fine ritorna molto utile perché, qualora una determinata persona conosca te o conosca qualcun altro, noterebbe subito la differenza in base a diversi aspetti: a come ti poni, alla fiducia che hai, a come ti esprimi, come comunichi, quali sono le tue competenze.

Tiziano De Tommaso in aula parla ai suoi appassionati applicando la metodologia di Tennis Winner Game

Questo è un percorso che mi ha trasformato completamente, se solo pensi che, quando lavoravo in uno dei tanti circoli di tennis, parcheggiavo la macchina in ultima fila per non farmi vedere e mi rinchiudevo nei campi al coperto a lavorare. Ero molto bravo, ma non mi calcolava nessuno. Perché? Perché non mi sapevo vendere. Quindi, il cambiamento avvenuto in questi sei anni è stato un cambiamento epocale.
Alle persone, a volte, non piace sentire la parola “vendere”, perché sembra che ci si approfitti di qualcosa o di qualcuno. In realtà, noi vendiamo in qualsiasi momento della nostra vita: io sto vendendo a te, in questo momento, una mia idea nel fare questa intervista, quindi credo di dire cose interessanti ed impattanti, altrimenti non staremmo qui a mettere in gioco il nostro tempo. Io vado a vendere, che cosa? Un’ipotetica vacanza alla mia ragazza, se lei vuole andare da una parte in montagna e io al mare, io devo convincerla quindi devo vendere la mia idea.
Noi vendiamo in continuazione; non si vende solamente in cambio di denaro, ma anche in cambio di idee e di decisioni.



– E, infine, i tuoi piani per il futuro. Tennis Winner Game avrà delle novità per i suoi iscritti ed appassionati?

– Tennis Winner Game avrà senz’altro delle novità, quali dei Summer Camp all’estero, nuovi percorsi multimediali e nuovi videocorsi. Siamo sempre in continua evoluzione, quindi non pongo mai limiti alla provvidenza.

Foto di: Tiziano De Tommaso

Federico Bazan © produzione riservata

ASICS Gel Challenger Clay: la scarpa da tennis del 2021

La scarpa da tennis Gel Challenger Clay assicura la stabilità in tutte le aree del campo, dalla linea di fondo verso la rete, così che il tennista possa arrivare sulla palla sempre con il massimo comfort. Padronanza e solidità sono le due parole chiave per tenere la mente concentrata sulla conquista di un punto. E questo è possibile grazie ai nuovi inserti che la Gel Challenger Clay offre ai giocatori.
La novità principale, che i modelli precedenti di ASICS non avevano, è la tecnologia WINGWALL, che implementa la trazione del tennista durante gli spostamenti laterali. Questa caratteristica garantisce un buon sostegno, permettendo al giocatore di cercare al meglio la palla con i piedi e, di conseguenza, poter imprimere al palleggio un ritmo più serrato.
Prezzo consigliato al pubblico: 100,00 €

Caratteristiche tecniche:
Colore: bianco/verde
Misure: dal 39 al 50
Peso: 259 gr.
Materiale: tomaia in pelle sintetica
Suola: sistema AHARPLUS (High Abrasion Resistant = Alta Resistenza all’Abrasione)

Vantaggi:
– Calzata confortevole:
Leggerezza è l’elemento chiave della Gel Challenger Clay, grazie alla complessità degli inserti, senza al contempo rinunciare ad una salda protezione del piede.

 Stabilità:
La tecnologia WINGWALL incrementa la stabilità e il senso della posizione in campo.

 Assorbimento degli urti:
Le varie tecnologie con cui le scarpe sono composte consentono al giocatore di attutire eventuali urti sulla tomaia e sulla suola.

– Ammortizzamento:
Ammortizzazione con tecnologia GEL (Rearfoot + Forefoot Gel) nell’avampiede e nel tallone.

– Resistenza all’abrasione e all’usura:
Suola progettata con il sistema AHARPLUS per una maggiore robustezza e durata nel tempo.

Valutazione personale:
ASICS ha tutti gli elementi per produrre una scarpa, come la Gel Challenger Clay, che abbia le caratteristiche necessarie ad un tennista, di qualsiasi livello, per muoversi ottimamente in campo, senza mai perdere l’equilibrio e la sensazione di comfort. Gli inserti con cui è composta la calzatura proteggono al meglio la pianta del piede, non rinunciando mai alla leggerezza. Quando sono in campo, non le sento mai ai piedi e questo aspetto, paradossalmente, è indice di grande comodità. Ci sono scarpe, prima di ASICS, che ho testato a lungo ma che si sono rotte, usurate con facilità e i cui inserti non garantivano la stessa stabilità e protezione alla pianta del piede. Senza considerare, poi, la scomodità di lacci lunghi e duri che, tra un colpo e l’altro, ricadevano sulle scarpe, malgrado facessi il doppio nodo. Le Gel Challenger, invece, hanno dei lacci morbidi e corti, un elemento non da sottovalutare per chi ricerca il meglio nell’abbigliamento tecnico sportivo. Un conto è sentire, durante il gioco, che i lacci delle proprie scarpe si muovano tra un colpo e l’altro, avendo la sensazione di perderli per strada; un altro conto è la naturalezza che il piede vive dentro ad una scarpa di qualità. La Gel Challenger è, pertanto, un modello eccellente ed esclusivo per la terra battuta, sia per gli esterni che per gli interni della calzata.
Quello di cui ho bisogno, in campo, è una scarpa comoda, leggera e allo stesso tempo protettiva. ASICS riesce a mettere insieme questi tre elementi e non può che rispondere positivamente a quel che mi occorre quando quando lavoro e quando mi alleno. Anche l’estetica del modello è davvero bella, in quanto abbinabile facilmente con il resto dell’abbigliamento: i colori bianco e nero si sposano, quasi sempre, su qualsiasi completo.
Per concludere, con la Gel Challenger ai piedi, ho un mix di benefici: leggerezza, protezione, durata, estetica. Un mix vincente.

Voto soggettivo da 1 a 10:
Comodità (morbidezza dell’inserto e elasticità della calzata): 10
Qualità (protezione del piede e durata nel tempo): 10
Estetica (modello e colore): 10

Voto medio da 1 a 10:
10 + 10 + 10 / 3 = 10

Federico Bazan © produzione riservata

ASICS Gel Resolution 8 Clay: la scarpa perfetta per la terra battuta

Descrizione:
La scarpa da tennis Gel Resolution 8 Clay nasce con l’obiettivo di fornire un prodotto di qualità al tennista che predilige il gioco sulla terra battuta. La complessità degli inserti garantisce una serie di elementi imprescindibili per un giocatore: aderenza al terreno, stabilità, riduzione degli impatti e degli urti. Senza considerare la durata della scarpa nel tempo, oltre alla qualità riscontrabile durante le performance.
Un altro aspetto non indifferente delle nuove ASICS è la leggerezza sul piede: è un tipo di scarpa della quale non si avverte il peso e che, anzi, tende a non essere invasiva durante gli spostamenti in campo per l’estrema comodità. Il tutto, coadiuvato da una eccellente protezione della pianta del piede.
Prezzo consigliato al pubblico: 140,00 €.

Caratteristiche tecniche:
Colore: bianco/verde
Misure: dal 38 al 50
Peso: 420 gr.
Materiale: tomaia FLEXION FIT che ne incrementa la flessibilità
Suola: sistema AHAR (High Abrasion Resistant = Alta Resistenza all’Abrasione)

Vantaggi:
– Calzata confortevole:
Leggerezza e flessibilità sono i due elementi principali della Gel Resolution 8 Clay, grazie al materiale innovativo dei nuovi inserti.

 Stabilità e sostegno:
Le tecnologie DYNAWRAP e DYNAWALL aiutano il tennista a migliorare la stabilità sul terreno di gioco e il sostegno dato dalla calzatura.

 Assorbimento degli urti:
Le varie tecnologie con cui le scarpe sono composte consentono al giocatore di attutire eventuali urti sulla tomaia e sulla suola.

– Ammortizzamento:
Ammortizzazione con tecnologia GEL nell’avampiede e nel tallone.

– Resistenza all’abrasione e all’usura:
Suola progettata con il sistema AHAR per una maggiore robustezza e durata nel tempo.

Valutazione personale:
Quando, indossando un paio di scarpe da tennis, si avverte che il piede faccia male, dia fastidio oppure che in campo non si abbiano delle buone sensazioni, si deve necessariamente cambiare il modello andando a comprarne un altro paio, per evitare di subire infortuni, quali tallonite e fascite plantare. Ma perché dover cambiare paia di scarpe o fare dei tentativi, se si possono scegliere le ASICS Gel Resolution Clay 8?
Può capitare che un prodotto si presenti di qualità ma deluda, successivamente, le proprie aspettative. Questo, tuttavia, non è mai il caso di ASICS, una marca di prestigio per lo sport e per il tennis, una garanzia per tutti i suoi praticanti.
Le scarpe sono un elemento fondamentale, tanto per un maestro, quanto per un tennista, che si tratti di un amatore, agonista o professionista. Un qualsiasi spostamento, infatti, parte dai piedi e questi devono essere obbligatoriamente supportati da una calzatura di qualità.
ASICS risponde pienamente alle mie aspettative quando sono in campo, in quanto è una scarpa comoda, non solo durante il gioco effettivo, ma anche per tutti quei passi che un maestro deve compiere da un campo ad un altro o da una parte all’altra del circolo dove lavora.
L’andamento di una performance nasce dalla volontà, ma questa ha bisogno sempre di essere sostenuta da una scarpa adatta, funzionale e durevole nel tempo.
Sia quando alleno qualcuno, sia quando mi alleno io, ho bisogno di un abbigliamento tecnico sportivo di livello, ed ASICS non smette mai di soddisfare le mie esigenze.

Voto soggettivo da 1 a 10:
Comodità (morbidezza dell’inserto e elasticità della calzata): 10
Qualità (protezione del piede e durata nel tempo): 9
Estetica (modello e colore): 10

Voto medio da 1 a 10:
10 + 9 + 10 / 3 = 9,7

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Carlo Bilardo, Preparatore Atletico di tennisti professionisti

Carlo Bilardo a Cincinnati per il Western & Southern Open

– Com’è iniziata la tua avventura nel mondo del tennis?

– Nel 1996 presi la direzione sportiva del Forum Sport Center di Roma, un centro fitness con un’ampia scelta di sport da praticare e, tra questi, il tennis in modo particolare.
Venivo da trascorsi come sprinter azzurro e allenatore di atletica leggera, ed iniziai ad organizzare dei programmi di allenamento per gli agonisti di tennis del circolo. La vera accelerazione avvenne quando Claudio Pistolesi volle aprire la propria Accademia di tennis all’interno del Forum nei primi anni 2000. Claudio allenava un portentoso Simone Bolelli in crescita esponenziale e decise di portare nella sua Accademia anche Alberta Brianti. Lei veniva da un periodo non molto positivo, ma con grandi potenzialità di sviluppo sia fisico che tecnico. Cominciai a seguirla costantemente ed i risultati non tardarono ad arrivare. Si trasferì poi a Milano e continuai a mandarle dei piani di allenamento che lei integrava con altre sedute. E fu nel 2011 che raggiunse il suo best ranking di 55 WTA.

– Sei nato a Roma, ma marchigiano di adozione, se così si può dire. Cosa ti ha spinto, professionalmente, a trasferirti da una grande città come Roma ad una realtà più piccola come Fermo?

– Andare via da Roma e trasferirmi a Fermo, nelle Marche, non è stata tanto una scelta professionale, quanto di vita. La mia compagna è nata a Fermo e, quando ci siamo trovati a lavorare senza sosta immersi nel caos di Roma e con un bimbo da crescere, non abbiamo avuto dubbi sulla decisione da prendere. In queste piccole province marchigiane funziona tutto: non ci sono file, traffico e, soprattutto, abbiamo la possibilità di sfruttare il tempo al meglio.
Il tennis marchigiano è uno dei fiori all’occhiello della nostra Italia con la racchetta ed è guidato dal Presidente della Federtennis delle Marche, Emiliano Guzzo, da ben 13 anni. L’occasione di continuare a fare il preparatore atletico nel tennis era quindi possibile, ma cambiando stile di vita.

– Quali esperienze ti hanno formato per arrivare ad allenare delle tenniste e dei tennisti professionisti?

– L’Accademia di Claudio Pistolesi è stata la prima vera rampa di lancio dove, le mie esperienze provenienti dall’atletica leggera, si sono potute affinare nel tennis. Dopo essermi trasferito, ho iniziato a collaborare con la scuola tennis di Porto San Giorgio dove si sono formati giocatori come Gianluigi Quinzi ed Elisabetta Cocciaretto. Contemporaneamente, fui chiamato dal preparatore atletico Stefano Baraldo ad andare in Cina, insieme al coach Roberto Antonini, in una delle accademie più prestigiose di tennis a Guangzhou.
La mia crescita continua ancora oggi, lavorando con Marco Sposetti e Marco Pisciotta nella nuova Accademia di Tolentino, nata in un circolo all’avanguardia internazionale.

Carlo Bilardo con Elisabetta Cocciaretto (a destra della foto) e la squadra under 16 di Porto San Giorgio

– Con chi hai collaborato, se dovessi fare qualche nome tra i vari giocatori italiani? In base al rapporto che hai instaurato con i tennisti che hai seguito, riusciresti a descrivere un aneddoto per ognuno di loro, oppure anche un ricordo vissuto insieme e che ti farebbe piacere raccontare?

– La prima tennista italiana che ho seguito è stata Alberta Brianti e di lei posso dire che è una grande professionista sia in campo che fuori; molto tifosa del Milan, grande ammiratrice di Gattuso ed è per questo che la chiamo “Ringhietta” quando ci sentiamo.
Dopo il trasferimento a Fermo, ho incontrato una giovanissima Elisabetta Cocciaretto, ragazza sempre solare e sorridente anche nei momenti difficili, un grande talento. Durante gli spostamenti in macchina tra il circolo e la palestra, ero costretto a farle ascoltare “Who let the dogs out” dei Baha Men, un tormentone che era allegria allo stato puro. Ricordo quegli anni con grande piacere.
Un altro talento che ho incontrato più saltuariamente è stato Gianluigi Quinzi; in particolare, ci siamo allenati nel periodo della sua maturità scolastica. Un ragazzo con un fisico ed una volontà di ferro e che, sicuramente, non ha raccolto quanto meritasse. Di Gianluigi colpiva la semplicità nel rapportarsi con la gente anche dopo la vittoria di Wimbledon Juniores; qui a Porto San Giorgio gli vogliono bene tutti, anche ora che ha interrotto la sua carriera da professionista.
Ho allenato, inoltre, alcuni giocatori giovani come Elisa Tassotti, Andrea Meduri, Yaima Perez Wilson ed, ultimamente, Ilaria Sposetti e Sofia Rocchetti, entrambe nella nuova Accademia di Tolentino.

Carlo Bilardo con Saisai Zheng, finalista di doppio al Roland Garros

– Allenare regolarmente un tennista professionista significa anche accompagnarlo in giro per il mondo, in quanto la vita nel tour è fatta di numerosi spostamenti, da Nazione in Nazione e da città in città. Uscendo dal contesto nostrano, quali tennisti stranieri hai avuto l’occasione di allenare e in quali Paesi? Com’è stato per te, a livello esperienziale ed umano, lavorare lontano da casa in un ambiente differente dal quale eri inizialmente abituato?

– Fare il coach nei tour ATP e WTA implica tutta una serie di sacrifici e rinunce, nella propria vita privata, che non sono sempre facili da affrontare. Si sta lontani da casa, e quindi dai propri cari, anche per mesi interi, in quanto bisogna dedicarsi ai propri atleti e alle loro esigenze 24 ore al giorno. I continui spostamenti da un Paese all’altro e da un continente all’altro non ti fanno mai sentire a casa e con le radici in un posto. Finito un torneo, si prende il volo per il prossimo e, nel frattempo, un preparatore atletico non deve perdere il filo conduttore della sua programmazione, ma anzi deve adattarla, in sinergia con il coach di tennis e il fisioterapista, ai problemi fisici che, purtroppo, in un tennista professionista non mancano mai. Abituarsi alle varie culture che si conoscono viaggiando, la vedo come un arricchimento dello spirito e anche avere la possibilità di scambiare delle metodologie di allenamento con altri preparatori, diventa una continua fonte di ispirazione che poi mi piace riportare nella mia terra e mettere a disposizione dei miei allievi italiani.
Ho avuto la fortuna di allenare, all’estero, molti professionisti stranieri come Olga Fridman (top 5 ITF) in Ucraina e numerosi in Cina, tra i quali: Yen Hsun Lu (33 ATP), Shuai Peng (14 WTA e 1 in doppio), Saisai Zheng (34 WTA e 15 in doppio), Yi Fan Xu (8 WTA in doppio), Zhu Lin (71 WTA) e Zarina Diyas (31 WTA).
Di questi, la collaborazione con Zarina è stata fatta molto spesso in Italia e nelle Marche: lei, infatti, ha un legame speciale con la nostra Nazione e con i nostri fashion brands. Ha raggiunto il suo best ranking di 31 al mondo, allenata da Stefano Baraldo. E, ormai da qualche anno, mi dedico quasi esclusivamente alla preparazione di Saisai Zheng, arrivata al numero 34 WTA, dopo aver vinto il WTA 500 di San Jose.

– Passando a delle domande più tecniche, vorrei chiederti su cosa ti basi per organizzare dei circuiti di atletica e come li imposti in funzione del tennista che hai di fronte.

– Utilizzo molto i circuiti di atletica applicati al tennis e li organizzo a seconda delle caratteristiche fisiche dell’atleta e del periodo della stagione tennistica. Cambia tutto se ci troviamo durante la preparazione invernale oppure nel mezzo della stagione agonistica, se abbiamo una pausa lunga tra un torneo e l’altro oppure pochi giorni. Nei circuiti io tendo ad esaltare le caratteristiche di un tennista effettuando tutte quelle esercitazioni che vadano ad incrementare le proprie doti naturali, mentre mi dedico a delle sedute specifiche per tutti quegli aspetti che richiedano una maggiore attenzione e di cui il nostro tennista sia meno dotato. Esiste poi una metodologia che sperimento personalmente da anni e che applico alle allieve donne durante la preparazione invernale ed i vari allenamenti stagionali; ovvero il ciclo mestruale, messo al centro della programmazione come punto di forza anziché di svantaggio. In questo, la donna sportiva ha un grande potere, spesso sottovalutato.

Carlo Bilardo con Saisai Zheng all’Asia Cup 2017

– Quali sono i requisiti indispensabili che una allieva o un allievo devono avere affinché si instauri, con te, un rapporto finalizzato al perseguimento di obiettivi condivisi?

– Ho avuto sempre rapporti bellissimi con i miei allievi e, se dovessi dire quali sono i requisiti indispensabili perché gli obiettivi siano condivisi e raggiungibili, dico che sincerità, volontà e determinazione sono ai primi piani della mia lista.

– E, infine, mi piacerebbe domandarti quali sono le soddisfazioni più grandi che il lavoro di preparatore atletico ti ha dato in questi anni e, in prospettiva, quali progetti vorresti costruire in un’ottica futura.

– Ho avuto la soddisfazione di raggiungere molti best ranking con i miei tennisti ed ottenere anche delle belle vittorie contro vari top players; tutto questo è passato attraverso 24 Slam, una finale di doppio al Roland Garros, una vittoria nel WTA 500 di San Jose, diversi successi nei Master 1000 di doppio con Yi Fan Xu. L’ultimo risultato positivo risale al torneo di doppio di Courmayeur, vinto da Zheng e Wang in coppia.
Per quanto riguarda i miei progetti futuri, vorrei portare l’Accademia di Tolentino ad una conoscenza internazionale e dare ai miei colleghi più giovani la possibilità di affacciarsi al mondo professionistico.

Foto di: Carlo Bilardo


Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista ad Adriano Albanesi, International Tennis Coach

Adriano Albanesi a New York durante gli US Open

La lunga esperienza di Adriano Albanesi nel circuito ATP ha inizio calcando i campi in terra rossa, tra allenamenti e partite di torneo, per poi distinguersi, a livello internazionale, nelle vesti di Coach di vari tennisti professionisti.
Tra i successi da giocatore nel tour, spiccano la vittoria ai Campionati Italiani Under 18 a squadre, il raggiungimento della top 30 nella classifica dei migliori tennisti azzurri nel 2009, il best ranking ATP di 1290 in singolare e 800 in doppio, oltre a numerose partecipazioni nelle competizioni a squadre Interclub: in Francia e in Slovacchia; in Germania, nella terza divisione, e in Italia, nella prima divisione.
In qualità di Coach, invece, Albanesi vanta diversi titoli ed esperienze con giocatrici e giocatori di livello ITF, ATP e WTA, tra i quali Lesia Tsurenko, Elena Rybakina, Riccardo Ghedin e Cristian Rodriguez, solo per citarne alcuni.

– Ex giocatore ATP, Maestro Nazionale FIT e Head Coach di tennisti del circuito maggiore, nonché attuale Direttore Tecnico della scuola tennis de L’Antico Tiro a Volo, uno dei circoli storici di Roma. La tua prospettiva sul tennis può essere quindi osservata da molteplici angolature. Dopo tutte le esperienze maturate in campo da protagonista e fuori, da supervisore, quanta mole di lavoro si cela dietro ad una semplice racchetta?

– Dietro ad una semplice racchetta, quando sei un giocatore, ci sono ore e ore di allenamento. Da tennista pensi in prima persona, sei egoista, ma si tratta di un sano egoismo perché vuoi raggiungere determinati obiettivi. È un percorso, comunque, fatto di tanti sacrifici.
Da allenatore, personalmente, ho trascorso un periodo di studio, sia di partite viste sia di esperienze vissute a contatto con altri coach che mi hanno aiutato a migliorare e a capire più nel dettaglio il coaching, in quanto, con un trascorso da giocatore, approcciavo il lavoro di allenatore in modo schematico. Invece, quando sei un coach, devi avere la forbice un po’ più ampia perché, oltre ad essere un allenatore, sei anche un educatore. Quindi non tutto può essere sempre bianco o nero, ma bisogna trovare anche una via di mezzo.

Quando comunichi con un giocatore devi metterti sullo stesso piano, perché altrimenti, qualora un allenatore non riesca a carpire le sensazioni del giocatore, o per lo meno quello che lui ti vuole trasmettere, diventa difficile anche una eventuale collaborazione. E, per evitare questo, devi viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda. È un qualcosa che ho capito tanto quando ho fatto esperienze con altri coach a livello internazionale e, per quello che riguarda la mia metodologia, sono migliorato anche quando ho avuto la possibilità di lavorare con dei bravissimi preparatori atletici.
Quindi, per concludere la risposta alla tua domanda, ci deve essere la voglia, la passione, bisogna essere generosi con se stessi perché la strada è lunga e non si finisce mai di imparare. E ogni sfida ti può portare a nuovi percorsi via via migliori, purché dietro vi sia una grande preparazione.

Rovescio in salto ad una mano dell’Adriano Albanesi tennista, impegnato in un incontro di Serie A al Canottieri Nino Bixio di Piacenza

– Quali sono gli elementi imprescindibili, sia concreti che astratti, sui quali si basa un nuovo percorso di coaching con una ragazza emergente o con un giovane promettente?

– Sia che si tratti di una ragazza emergente o di un giovane promettente, gli elementi che reputo fondamentali sono il duro lavoro, ma soprattutto l’adattabilità, in quanto il più delle volte, in campo, si creano delle situazioni scomode e noi allenatori le riproponiamo. Qualora un giocatore non sia disposto all’adattamento, diventa tutto più difficile, specialmente per uno come me che impronta il lavoro in un certo modo. Spesso entro ed esco dalla comfort zone per testare chi sto allenando e, in questa situazione, è facile incontrare giocatori che facciano più fatica di altri; ma, di base, è l’adattabilità: si gioca tutto l’anno su superfici differenti, con numerosi ostacoli, quindi è imprescindibile per me trovare una scappatoia da questi punti focali. È normale che, per un giovane promettente, si cerchi di costruire, di gettare delle basi solide sulla consapevolezza dei propri mezzi. Mentre, per quanto riguarda un emergente o un giocatore già formato, si intraprende un percorso di consolidamento. Quando arriva da me un giocatore già avviato, si cerca di capire come mai non vada avanti e quali siano le sue difficoltà.

– In che cosa consiste e come è strutturata una “pre season” nella collaborazione tra un tennista professionista e il suo coach?

– Questa domanda mi fa impazzire, è una domanda bellissima perché la pre season per me è, emotivamente, un momento molto importante dove si studia e che ricordo benissimo con le giocatrici che ho allenato. Nei periodi di pre season lavoravo anche di notte, perché riassumevo tutto il filmato della giornata e cercavo di capire dove e come si potesse fare meglio. È uno dei momenti più belli dell’anno per me. Magari per i giocatori un po’ meno, perché loro hanno voglia e bisogno di fare tornei come anche noi allenatori; però, a noi coach, quel periodo della stagione ci permette di studiare e di non avere fretta nel lavorare sui loro punti deboli e anche sui loro punti di forza. La pre season, quindi, è una fase di studio vero e proprio.

Cristian Rodriguez, uno dei tennisti ATP allenati da Albanesi

Quali aspetti ritieni fondamentali in un piano di allenamento specifico per un top player?

– Gli aspetti che ritengo fondamentali in un piano di allenamento sono il cercare di essere sulla stessa frequenza nella comunicazione coach-tennista, cercare di capire se una partita ti abbia dato delle informazioni affinché poi, in allenamento, tu possa limare, diminuire o aumentare determinate situazioni. Naturalmente, gli elementi fondamentali possono variare da giocatore a giocatore: c’è chi ha bisogno di lavorare maggiormente su un aspetto, chi su un altro. E se non ti trovi sullo stesso piano di chi alleni, non è facile fare coaching.
Una linea guida imprescindibile, per me, è lo sviluppo del potenziale dell’atleta: scoprire quali sono i suoi pregi e suoi limiti, lavorando di pari passo su entrambi
e stilando un piano basato su obiettivi concreti, perseguibili. Solamente step by step, attraverso un percorso di crescita graduale, si può arrivare a ottenere anche risultati inattesi. Nel caso in cui un atleta salti determinate tappe raggiungendo i risultati prefissati in tempi più brevi del previsto, è possibile accelerare il processo di miglioramento, o attuare un altro percorso.

– Hai portato Lesia Tsurenko alla posizione numero 27 del ranking mondiale dopo più di un anno di lavoro insieme. Quarti di finale agli US Open, piazzamenti di rilievo nei WTA Premier, tra cui la finale a Brisbane e i quarti di finale a Cincinnati e a Birmingham. Tsurenko che peraltro sconfisse, in quelle occasioni, delle numero 1 al mondo come Caroline Wozniacki, Naomi Osaka e Garbiñe Muguruza.
Quali sono le partite, giocate dalla Tsurenko, che ricordi con più piacere?


– Sembrerà strano, ma le partite che ricordo con più piacere non sono i quarti di finale agli US Open, le vittorie sulla Osaka e la Kontaveit a Brisbane, piuttosto che sulla Wozniacki e la Muguruza nella tournée americana. Queste sono le ciliegine sulla torta. Io ricordo di più le partite sofferte, non che i match contro le top players non siano stati lottati, però non posso dimenticarmi delle partite quasi perse, delle partite ribaltate di punteggio contro giocatrici di ranking anche più basso. E quelli sono gli incontri che per me contano. È il mio modo di vedere le cose, ovvero: l’exploit, la vittoria contro una top ten o una top five sono delle emozioni incredibili perché vanno a coronare il lavoro che c’è dietro. Ma il lavoro che c’è dietro è tanto e le partite che ci sono dietro, prima di compiere un exploit, sono tante; ma, soprattutto, sono numerose le situazioni che uno deve ribaltare per consolidare la propria mentalità, il proprio atteggiamento. Sono proprio da quei momenti di difficoltà che si vede quello che uno sta cercando di costruire. Io ti ho elencato tanti exploit, ma ti assicuro che ci sono tantissime partite, come un primo turno al Roland Garros, dove erano tre settimane che lavoravamo insieme ed è stato, non un dramma, ma la prima partita che la Tsurenko aveva vinto dopo sei mesi. Impossibile dimenticarla perché è stata come una liberazione. Da quella partita si è aperta un’autostrada: il turno dopo batti la Vandeweghe, che era numero 18 del mondo e poi batti la Rybáriková che aveva fatto semifinale a Wimbledon l’anno prima.
Quindi ne potrei elencare diverse, ma ci sono delle piccole partite chiave con giocatrici meno blasonate che, però, ti fanno trovare il ritmo partita, il ritmo torneo e ti fanno uscire fuori da situazioni difficili.

Adriano Albanesi a colloquio con Lesia Tsurenko, top 30 WTA

Se ce ne sono stati, come hai gestito tutti quei momenti di sfiducia che ha vissuto la tennista ucraina?

I momenti di sfiducia e i periodi bui si possono presentare nell’arco di una stagione. La bravura dell’allenatore e del team che ruotano attorno a un giocatore è quella di evitare il più possibile un rendimento di alti e bassi. Penso che, laddove si presentino dei momenti difficili, andrebbero accettati, analizzati ma, soprattutto, per uscirne fuori, bisognerebbe ricominciare ad apprezzare le piccole cose perché, molte volte, siamo accecati dal “non risultato”, dalla “non performance“. E, invece, le cose invisibili intorno a noi possono offrirci un punto di vista differente. Il famoso bicchiere mezzo pieno: si riparte da quella parte piena. È poca? Non è proprio mezza? Va bene, si riparte da lì.

E, per concludere, uno sguardo al futuro. Quali sono i tuoi obiettivi da qui ai prossimi anni?

– Negli ultimi anni ho dedicato molto tempo alla famiglia e al lavoro di cui mi occupo attualmente, che è quello di Direttore Tecnico della scuola tennis de L’Antico Tiro a Volo, in quanto il circuito mi ha portato ad essere lontano da casa. E sono contento perché le mie figlie crescono con papà vicino.
Sicuramente il circuito mi manca, ma in questo periodo della mia vita era giusto dedicare tempo alla famiglia. Quando si presenterà l’occasione e, qualora si ripresenti, uno dei miei obiettivi sarà quello di rientrare nel circuito. Non posso cancellare gli anni passati, anche perché mi hanno formato e hanno fatto in modo che diventassi un coach con più esperienza. Pertanto, se in un futuro si dovesse ripresentare un progetto nuovo e interessante, ci penserò.

Foto di: Adriano Albanesi

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Giorgio Galimberti, figura a 360 gradi nel mondo del tennis

Ex tennista professionista (best ranking 115 del mondo), commentatore televisivo su Sky Sport e SuperTennis, Titolare della Galimberti Tennis Academy, Testimonial di ASICS e sicuramente dimentico qualcosa. Sei una risorsa a tutto tondo nel mondo del tennis… ma partiamo dalle fondamenta.

– Com’è nata la tua passione per il tennis? A che età hai impugnato la prima racchetta?

– La passione per il tennis nasce da una tradizione di famiglia. Non a caso a Lissone, mio Paese di origine in provincia di Monza e Brianza, mio padre costruì un campo da tennis più di 50 anni fa, proprio per la passione legata a questo sport. Vien da sé che la racchetta la presi in mano da appena nato. Questo non vuol dire niente, perché ho due fratelli che, nonostante anche loro avessero il campo in casa, non sono diventati giocatori professionisti; però il contesto nel quale mi sono trovato mi ha sicuramente aiutato e indotto a giocare a tennis con regolarità.


– Il tennis è uno sport con classifiche specifiche in base al livello di gioco dei tennisti e prevede un calendario annuale di eventi come i tornei e i campionati a squadre. Man mano che si cresce nella seconda categoria e ci si avvicina alla prima, si prendono dei punti per poter accedere ai tornei Futures e Challenger. A tal proposito, vorrei chiederti quali step hai seguito per diventare un tennista professionista e che cosa comporta il passaggio dal circuito Challenger al circuito ATP.

Ho seguito tutti i passaggi sin dall’attività giovanile: under 12 e under 14. Negli under 14 sono entrato nei primi 8, ho fatto i quarti di finale ai Campionati Italiani ma non ero parte della squadra di Coppa del Sol che erano i Mondiali under 14.
Ho iniziato a farmi vedere negli under 16 quando, in una trasferta americana in Florida, vinsi due tornei: Permbroke Pines e Porto Rico. Da lì tornai, sicuramente consapevole di un buon livello, e la Federazione mi prese nella Nazionale; quindi partecipai alla Winter Cup dove vincemmo in Germania, a Saarbrücken, e da quel momento iniziai a giocare molto bene a tennis. Negli under 16 io e Daniele Ceraudo eravamo i primi due d’Italia.
Poi ci fu l’anno dei 17, quando passai under 18. In quel periodo vivevo già a Cesenatico con la Nazionale dove c’era il Centro Tecnico Nazionale. Divenni numero uno d’Italia con un anno di anticipo, che fu il preludio poi all’annata del ’94, quando finii numero due del mondo giovanile facendo finale al Roland Garros, semifinale a Wimbledon e finale al Bonfiglio di Milano.
Il passaggio a Pro non è così semplice, in quanto presenta spesso delle insidie: l’esperienza e il doversi rialzare dalle sconfitte, quindi una grande resilienza, cosa che io penso di aver avuto molto, in quanto ho sofferto per due anni prima di iniziare ad avere dei buoni risultati anche a livello internazionale; nel ’98 feci le qualificazioni al Foro Italico, superandole e trovando poi al primo turno l’allora numero 7 del ranking, Alberto Berasategui, dal quale persi lottando. Superai anche le qualificazioni agli US Open, vinsi il primo turno e uscii al secondo per mano di Marcelo Rios in quattro set, il quale, a suo tempo, era numero 2 del mondo.


– Hai vestito la maglia di Coppa Davis dell’Italia per diversi anni. Quali sono i ricordi più belli legati all’aver giocato per il tuo Paese?

– La Coppa Davis per me rimane nel cuore: è un qualcosa che ti segna. Nel mio caso ha dei ricordi belli e meno belli. Tra i ricordi belli, la vittoria su Nadal e Lopez in doppio, molto sentita a livello emozionale da parte mia e da parte del pubblico. E poi ci sono anche le amare delusioni, come la sconfitta in Zimbabwe. Rimane il fatto che io mi sento molto patriottico e la Coppa Davis mi ha dato tante emozioni.
Fino a quest’anno ho fatto l’Assistant Coach di Corrado Barazzutti. Speravo di diventare Capitano di Coppa Davis, però è arrivato prima di me Filippo Volandri, un altro grande campione che potrà fare molto bene in panchina e al quale auguro il meglio.
Attenderò comunque una proposta da parte della Federazione per rimanere nella cerchia dei tecnici federali, o per dare il mio supporto alla stessa Nazionale di Coppa Davis con Volandri. In ogni caso, resto un uomo di Federazione, che ha riconoscenza nei confronti della FIT per quanto di buono ha fatto in questi anni e per quanto di buono continuerà a fare.

La squadra di Coppa Davis dell’Italia con Fognini, Bolelli, Sonego, Travaglia, Mager e lo staff tecnico composto da Corrado Barazzutti, Giorgio Galimberti e gli altri componenti del team


– E i successi più significativi della tua carriera?


I successi più significativi della mia carriera sono sicuramente la vittoria a Roma agli Internazionali BNL d’Italia contro Alex Corretja che, a suo tempo, era numero 9 del mondo e fu una bella impresa sul Pietrangeli, sentita tantissimo da me e dal pubblico. Ricordo che iniziai la partita con l’impianto che non aveva nemmeno la metà degli spettatori. Ma, dopo i primi 3 games, era gremito di persone e, in più, stavo anche vincendo. Vinsi in tre set una partita lottatissima e quello fu un grande risultato.
Un’altra partita molto bella fu a Amersfoort, ad Amsterdam, contro Martin Verkerk che nel 2003 fece finale al Roland Garros. Quando lo incontrai in torneo, lui era il tennista numero uno in Olanda, giocava in casa e aveva naturalmente tutto il pubblico dalla sua parte. Non avevo particolari aspettative in quella partita: giocai molto libero e vinsi contro il numero 14 del mondo in quella che, per me, fu una grandissima impresa ed emozione.


– Dopo il ritiro dal professionismo, ti sei cimentato nelle telecronache dei match su Sky Sport, occupandoti del commento tecnico durante gli incontri. Com’è avvenuto il passaggio dall’essere protagonista in campo al parlare di tennis in diretta? È stato immediato e naturale rivolgerti ad un pubblico di ascoltatori le prime volte che ti sei trovato in cabina di commento?

Nel 2007, Stefano Meloccaro di Sky mi propose di fare un test nella vecchia sede di Sky Sport. Andai durante il periodo dei tornei estivi di Cincinnati e Montreal, in notturna. Devo dire che, già dalla prima volta, mi divertii molto a fare le telecronache e mi sentii a mio agio, anche grazie alla capacità di Stefano Meloccaro che, a suo tempo, faceva ancora telecronaca. Adesso, invece, come sapete, lavora nello studio televisivo e si occupa di tutt’altro. Anche lui ha avuto una grande crescita professionale.
Cominciai con Sky dal 2007, fino al 2015. Poi, nel 2015, mi allontanai dalla televisione perché dovetti andare a Wimbledon, in quanto ero allenatore nello staff di Simone Bolelli e, quindi, sia lì che agli US Open ero impegnato con il giocatore.

Da quel momento presi una decisione, ovvero di rimanere soltanto con SuperTennis, canale 64 del digitale terrestre, per il quale cominciai a lavorare nel 2009, data del suo esordio. Ad oggi, sono ancora legato a SuperTennis tramite una collaborazione che va avanti da tanti anni e della quale sono molto fiero, perché è una emittente che mi ha dato tanto spazio, mi ha affidato la conduzione di Circolando e dello studio di continuità degli Internazionali BNL d’Italia, probabilmente il più grande palcoscenico tennistico del nostro Paese. La televisione mi piace molto e lì mi sento a mio agio.

Giorgio Galimberti, che è stato coach di Simone Bolelli nel 2015 a Wimbledon e agli US Open, segue il giocatore durante un allenamento


– In seguito all’esperienza a Sky, sei entrato a far parte del Cast di SuperTennis come commentatore tecnico ed opinionista. Tra le altre attività, hai condotto il programma “Circolando”, un itinerario che ti ha visto impegnato nei circoli sportivi di diverse regioni italiane. Cosa si scopre da una esperienza come la tua, fatta di viaggi e incontri con vari personaggi nel mondo del tennis?

L’esperienza di Circolando è stata basilare sotto tanti punti di vista, in particolare nell’offrirmi la possibilità di valutare i pro e i contro di qualsiasi aspetto a livello “Club”. Quanto appena detto, si spiega attraverso la mia attività: sto costruendo un centro a Cattolica abbastanza articolato che include campi da tennis, padel, palestra e un centro fisioterapico. E questo mio grandissimo investimento e impegno che ho preso, devo dire che trova anche molto conforto e supporto dalle esperienze fatte visitando tutti gli altri circoli, avendoli analizzati, avendo ascoltato i presidenti e gli addetti ai lavori. Di conseguenza, anche io, nella mia realtà imprenditoriale, ho fatto delle scelte che sono state influenzate da tutte queste conoscenze che ho avuto negli anni grazie a Circolando: avrò ormai visitato almeno 60-70 circoli tra i più belli d’Italia tra cui il Parioli, a Roma, il Bonacossa di Milano e La Stampa, a Torino. E da questi circoli ho cercato di trarre gli aspetti positivi, provando a riproporli nel mio Club. L’ho fatto sia con Circolando, sia girando per l’Europa e per il mondo, visitando i circoli negli eventi sportivi ai quali partecipo con i miei giocatori.


– Sei il Titolare della Galimberti Tennis Academy. Quali sono gli elementi fondamentali per far funzionare al meglio una Accademia di tennis?

– La mia struttura, che inizialmente si trovava a San Marino, si è spostata in Italia a Cattolica, città in provincia di Rimini. E sicuramente è stata una grande esperienza, un grande orgoglio perché da zero, in un centro che faceva poca attività agonistica, sono riuscito – grazie a una buona struttura, alle mie capacità e alle capacità dei miei collaboratori che sono aumentati anno dopo anno – a creare un grande appeal a livello nazionale ed internazionale. Abbiamo avuto giocatori dall’Ungheria, Ucraina, Francia e Australia, da molte parti del mondo; e questa è sicuramente una grande soddisfazione: l’Accademia è sempre in crescita ed è legata alla mia figura, alla mia persona. Non a caso, ora che ci siamo spostati a Cattolica, l’Accademia è esplosa ancor di più per la facilità del raggiungimento della location, per la bellezza di Cattolica, città turistica sul mare. E anche per la vicinanza e la fruibilità del centro da parte mia e dei miei collaboratori, elementi che ci consentono di avere una buona qualità della vita.
Credo che, di base, una Accademia di tennis sia fatta dalle persone, aldilà della struttura che può essere più o meno bella ma, in assenza di queste, anche il centro più bello al mondo si ridurrebbe al nulla, in quanto il contenitore viene dopo le persone. Credo che in questo momento io abbia preparatori atletici e allenatori dei quali mi posso fidare, preparati, appassionati, dei lavoratori instancabili che amano quello che fanno. Questo è il grandissimo segreto che, purtroppo, viene spesso lasciato da parte, vendendo fumo, vendendo soltanto quella che può essere considerata “la facciata” o, magari, il fatto che ci sia un grande giocatore che si allena in quel centro. Penso semplicemente che non si diventi forti guardando un giocatore che si allena, ma allenandosi.

Giorgio Galimberti con i suoi collaboratori e allievi alla Galimberti Tennis Academy di Cattolica


Parlando di abbigliamento tecnico sportivo, ASICS è un marchio di eccellenza per tanti sport, compreso il tennis. So che hai un rapporto speciale con questo brand. In cosa si distingue una scarpa ASICS da altre marche?

È dal 1994 che uso scarpe ASICS e penso, in tutti gli anni da professionista e post carriera, di non aver mai messo altro ai piedi se non ASICS. Io sono un fanatico di questa marca e non smetterò mai di dire che è la scelta migliore che un tennista possa fare, così come un runner. Lo stesso discorso vale per l’abbigliamento, per il quale ora ASICS ha scelto di produrre solo la prima linea, quindi materiale di qualità con prodotti tecnici di altissimo livello.


– E, per concludere, una domanda di attualità. Da un po’ di anni a questa parte il tennis italiano, soprattutto nel maschile, è riaffiorato con tanti nuovi talenti all’orizzonte. Abbiamo non pochi giocatori nei primi 100 del mondo: Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego, Travaglia, Caruso, Mager, Cecchinato, Seppi. A cosa è dovuta questa crescita prorompente del movimento?

Il discorso è ciclico. L’Italia è una Nazione che tennisticamente è sempre stata all’avanguardia; ci sono stati anche dei periodi bui, come nei primi anni 2000, quando io, oltretutto, ne ho giovato per poter far parte della squadra di Coppa Davis. In una Nazione come l’Italia di oggi, il Galimberti dell’epoca non avrebbe posto in Coppa Davis, ma in quegli anni invece sì.
Negli ultimi tempi abbiamo un movimento in forte crescita. E credo che questo dipenda da un insieme di cose: un ottimo lavoro federale del settore tecnico; un ottimo lavoro delle accademie private che hanno tirato fuori tanti giocatori; la presenza di maestri competenti a livello nazionale. Io credo che l’Italia di oggi possa essere vista un po’ come la Spagna di qualche anno fa; un ambiente preparato di professionisti con competenze di altissimo livello. I maestri italiani, vent’anni fa, erano bistrattati. Tutti parlavano della Spagna: “Scappiamo in Spagna se vogliamo diventare forti”. Questo ora non avviene più perché abbiamo coach di livello nazionale e internazionale che seguono da vicino i giocatori. È ovvio che, con un bacino importante come le scuole tennis italiane, prima o poi qualcosa venga fuori.
In questo momento siamo forse la Nazione con più giocatori nei primi 100 del mondo o tra le migliori al mondo. Manca, forse, il top player nei primi 5. Nel momento in cui arriverà anche quello, credo che l’Italia non sarà seconda a nessuno o, se non altro, sarà tra le Nazioni leader di questo sport nei prossimi anni, tenendo conto anche dell’età giovane dei nostri giocatori.

Foto di: Giorgio Galimberti

Federico Bazan © produzione riservata