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La rinascita di Novak Djokovic: il tennista serbo ritrova le trame del suo miglior tennis

Da quando Novak Djokovic completò il Career Grande Slam nel 2016 – conquistando il Roland Garros, l’unico Slam che mancava alla sua collezione di trofei – ebbe inizio una parabola discendente di risultati per il tennista serbo: Nole perse le motivazioni e il tennis per continuare a volare alto. Furono tante le uscite di scena ai primi turni dei diversi tornei, contro giocatori, per il suo livello reale di gioco, non irresistibili.
Nel 2017, l’infortunio al gomito, lo stop forzato, l’interruzione del sodalizio con il suo team, l’uscita dalla top ten. Nel 2018, la riconciliazione con il coach Marian Vajda e la lenta rinascita.
Come un motore pronto a carburare, il tennista di Belgrado – a seguito delle criticità incontrate nel tempo e dei lunghi digiuni negli Slam – ad oggi ritrova le impronte dei suoi massimi storici, datati 2011 e 2015. Non stiamo ancora assistendo al Djokovic in versione “robot” di quegli anni, ma il serbo, dalla stagione sul rosso alla conquista odierna di Wimbledon, sta racimolando risultati in crescendo, che lasciano sperare, ai suoi sostenitori, un ritorno alle origini: semifinale a Roma, quarti di finale al Roland Garros, finale al Queen’s, fino ad arrivare alla vittoria dello Slam londinese. E la stagione non è ancora alle porte per l’ex numero 1 del mondo…

Djokovic led by two sets to one when play was halted on Friday evening and the Serb returned under the Centre Court roof to win the second longest men's semi-final in Wimbledon history at five hours and 14 minutes.(Photo: 2018)

Dal punto di vista tecnico, si è visto come Djokovic stia recuperando le sue soluzioni di gioco migliori: la vittoria contro Nadal, in semifinale a Londra, non è solo stata una mera lotta di nervi dove ha regnato l’equilibrio, ma è stata una partita nella quale Djokovic ha dimostrato di essere quasi inscalfibile sulla diagonale del rovescio. Rovescio che il serbo sa giocare, non solo per tenere lo scambio e per contenere le accelerazioni avversarie, ma anche per impattare con grande anticipo e tirare un buon numero di vincenti a partita; un’arma letale, che Nadal, nei match persi contro il serbo, ha spesso accusato, proprio sulla diagonale e sul lungo linea.
Per quanto riguarda la finale, Djokovic ha prevalso sulla sorpresa del torneo londinese, il sudafricano Kevin Anderson, giocatore molto insidioso sulle superfici veloci, per tutti, compresi i top players; ma anche in questo caso, il serbo ha dato prova di una grande maturità: avanti di due set a zero, Djokovic è rimasto sempre attaccato al suo avversario nel punteggio, anche quando avrebbe potuto concedere qualcosa ad Anderson. E invece non ha concesso nulla, proprio perchè Djokovic, quando era numero 1 del mondo, riusciva a mantenere costante il livello di concentrazione durante tutto l’arco della gara e a vincere partite complesse, senza mai disunirsi. E questi dettagli li si notano dal tempo che si prende tra un punto e l’altro, dall’attenzione meticolosa in risposta, da una serie di azioni abitudinarie in campo che Djokovic non può trascurare.

Grazie al successo di Wimbledon, il serbo tornerà nei primi dieci giocatori del ranking ATP e, da che partiva numero 21 prima dell’inizio dello Slam su erba, diventerà il nuovo numero 10 del mondo; un numero il 21, in classifica, impensabile per uno come Djokovic, abituato a difendere tanti punti in top ten e a rimanerci per anni.
Ora bisognerà attendere come emergerà il rendimento di Djokovic nei prossimi appuntamenti, tra cui i Masters 1000 su cemento e gli US Open, per capire se la vittoria a Wimbledon di oggi sia figlia di un periodo particolarmente favorevole per il serbo, o se questa rappresenti il punto di svolta di un campione che gli appassionati hanno avuto modo di vedere e apprezzare in passato e che vorrebbero rivedere tornare in auge.

Fonti: foto di https://www.deccanchronicle.com/sports/tennis/140718/wimbledon-2018-novak-djokovic-rafael-nadal-kevin-anderson-john-isner.html

Federico Bazan © produzione riservata

Tommy Haas si ritira dal circuito ATP: il tedesco chiude la sua lunga carriera a quarant’anni

Haas ritiro

Tra i giocatori più longevi nella storia del tennis, possiamo ricordare alcuni grandi nomi, tre dei quali vissuti tra la prima e la seconda metà del 1900, ovvero: Bill Tilden (nato nel 1893 e ritiratosi dal tennis giocato nel 1946, all’età di 53 anni), Pancho Segura (nato nel 1921 e lasciato il circuito nel 1968, all’età di 47 anni) e Ricardo Alonso González (nato nel 1928 e ritiratosi nel 1974, all’età di 46 anni). Erano altri tempi e il mondo del tennis non aveva ancora dato vita ad un circuito professionistico che fosse gestito direttamente dalle federazioni internazionali sul modello delle odierne ATP e WTA, ma si limitava semplicemente al dilettantismo. I tennisti avevano più intervalli di riposo tra un torneo e l’altro e potevano scegliere destinazioni non lontane dal proprio Paese di origine, come spesso accadeva. Inoltre, le sollecitazioni fisiche dovute al gioco, all’intensità degli scambi e delle partite, erano minimali, se rapportate a quelle del tennis di oggi. La longevità che caratterizzava le carriere dei giocatori era dunque un elemento piuttosto comune all’epoca, sebbene resti comunque una notizia il fatto che ci fossero grandi campioni, come Bill Tilden, che, a 50 anni, ancora prendevano parte a tornei ufficiali, giocando un livello di tennis eccelso per l’epoca.
Altri tennisti famosi, dalla carriera intensa e duratura – pensiamo a Nicola Pietrangeli, Ken Rosewall e Jimmy Connors – continuarono a giocare fino a 40 anni; arrivando poi agli odierni Roger Federer, tornato numero 1 del mondo, un caso unico per la facilità con la quale sta continuando a vincere a 36 anni, per come il fisico stia rispondendo positivamente alle sollecitazioni che il tennis di oggi impone; e, a seguire, “i vecchietti” David Ferrer, Paolo Lorenzi, Julien Benneteau, Feliciano Lopez e Ivo Karlovic che, malgrado abbiano superato i 35 anni di età, si trovano ancora stabilmente nei primi 100 del ranking ATP.
C’è chi continua a giocare perché fisicamente in buona salute e perché si diverte, con la speranza magari di racimolare vittorie nei turni dei diversi tornei, sebbene possa anche smettere in virtù dei successi del passato; chi, invece, decide di voltare pagina perché giunto al momento di ritirarsi. Tra quelli che hanno chiuso la carriera professionistica ma che, comunque, sono stati un esempio di tenacia e di longevità per tutto il tempo trascorso nel circuito, vi è proprio Tommy Haas, tennista tedesco classe ’78, giunto alla soglia degli “anta”, il quale ha annunciato il ritiro durante il torneo Masters 1000 di Indian Wells 2018.

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Con il ritiro del giocatore di Amburgo, il circuito ATP lascia un altro grande protagonista dei primi anni 2000, vincitore di 15 tornei ATP, finalista ai Giochi Olimpici di Sydney, vicino più volte a conquistare un torneo del Grande Slam, ma fermatosi sempre in semifinale (agli Australian Open e a Wimbledon); un tennista Haas, dal gesto tecnico elegante e producente al tempo stesso.
Nel video qui sotto, possiamo osservare tutta la classe e l’efficacia dei colpi dell’ormai ex tennista tedesco, che, grazie ad un ottimo timing sulla palla, giocava delle grandi accelerazioni con entrambi i fondamentali, di dritto e di rovescio.
Il teutonico era solito accompagnare il movimento del dritto verso l’alto per imprimere maggiore top spin alla palla, mentre il rovescio, probabilmente il suo colpo più incisivo, viaggiava a velocità considerevoli. Abile nel tocco, Haas vantava un buon gioco anche nei pressi della rete, come dimostrano diversi punti con Federer, Ferrer e Djokovic.

Dopo l’addio al tennis, Thomas Haas diventa il direttore ufficiale del torneo di Indian Wells, in virtù anche del legame speciale con gli Stati Uniti. Il tedesco, infatti, è cresciuto a livello tennistico presso l’Accademia di Nick Bollettieri, a Bradenton, in Florida, dove attualmente risiede con la famiglia; ha vinto, inoltre, un totale di otto tornei nella tournèe statunitense, agguantando proprio negli USA (Paese di residenza) e in Germania (Paese nativo) i maggiori successi in carriera.

Quel che mancherà di un tennista come Haas è probabilmente il portamento elegante nei colpi, la voglia di lottare su ogni palla e anche un rispetto delle regole non così comune a tanti altri professionisti. Il tedesco, malgrado i numerosi infortuni patiti in carriera, ha sempre trovato la forza di rinascere dai periodi di maggiore criticità e ha continuato la sua vita nel circuito, ad un’età ormai avanzata, mostrando un amore per il tennis superiore ad ogni avversità.

Federico Bazan © produzione riservata

 

 

Simone Bolelli, un tennista elegante

Tra i tennisti italiani ce n’è uno in particolare che spicca per l’eleganza del gesto tecnico: Simone Bolelli.

Simone Bolelli

                      La sbracciata di Bolelli con il rovescio ad una mano

Il bolognese gioca un tennis classico (dritto e rovescio ad una mano con impugnature non estreme), abbinato ad una fisicità notevole. Bolelli, infatti, serve delle prime palle di servizio a velocità considerevoli, oltre a giocare dei colpi da fondo campo tecnicamente molto consistenti e, al contempo, apprezzabili stilisticamente.
In questo video del match di secondo turno agli Australian Open 2015, tra il tennista di Budrio e Roger Federer, potete osservare tutti i pregi del bagaglio tecnico-tattico di Bolelli: quello che risalta più all’occhio del gioco di Simone, è senz’altro il rovescio ad una mano che consiste in una sbracciata giocata in top spin (vedi foto sopra) e, spesso, alternata al back, una soluzione che rende Bolelli particolarmente versatile alle circostanze. Ma i due fondamentali con cui il giocatore bolognese fa la differenza, sono il servizio, attraverso una prima palla piatta e veloce, e il diritto. Nel video possiamo vedere come il tennista di Budrio cerchi di conquistare più campo possibile spostandosi sul lato del rovescio per giocare il dritto a sventaglio, un’arma fondamentale del suo tennis, che gli consente di prendere il comando dello scambio, decidendo le traiettorie sulle diagonali.

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Il dritto con presa eastern di Bolelli conferisce una ottima spinta sulla palla sia sulla diagonale sia “a sventaglio”

Bolelli è inoltre un giocatore che mette a segno diversi vincenti a partita. Questo perché ha dei colpi particolarmente incisivi e perché conosce bene le strategie di gioco. Quando è il momento di tirare il colpo, non si tira indietro e questo lo rende un giocatore d’attacco non semplice da gestire per i classici baseliner (o più comunemente detti “rematori”).

Malgrado una classe non da poco, Bolelli non ha mai ottenuto risultati a livello ATP particolarmente esaltanti, a livello di singolare, ad eccezione di una finale nel lontano 2008 persa contro Fernando Gonzalez, nel torneo ATP 250 di Monaco di Baviera. Molto meglio, invece, nel doppio, dove ha vinto gli Australian Open 2015 in coppia con Fabio Fognini, bissando un traguardo storico per il tennis italiano dai tempi di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola; si è inoltre imposto in una serie di partite di doppio arrivando in finale a Indian Wells, Monte Carlo e Shanghai sempre in coppia con Fognini; da ricordare anche le partite vinte in Coppa Davis, competizione a squadre nella quale non ha mai sfigurato.

Bolelli ha, in realtà, tutte la carte in regola per poter fare quel salto di qualità che lo porterebbe stabilmente tra i primi 50 del mondo. Il suo è un tennis brillante che purtroppo, a causa di numerosi infortuni, ha meritato troppo poco per quel che effettivamente valeva e vale. Ma per fare in modo che questo salto di qualità si realizzi, il bolognese avrà bisogno di maggiore fiducia nei propri mezzi, quella fiducia che distingue un buon giocatore da un campione.

Federico Bazan © produzione riservata

Tra i primati di Roger Federer vi è la longevità

Day Eleven: The Championships - Wimbledon 2017

Sono molteplici i fattori che, ad oggi, rendono Roger Federer il miglior giocatore della storia del tennis: primo fra tutti, le 19 prove del Grande Slam conquistate, come nessun altro nell’era Open e prima dell’era Open.
Alle spalle del campione elvetico, tra i tennisti più vincenti nelle quattro competizioni più prestigiose di questo sport, vi sono Rafael Nadal, con 15 tornei del Grande Slam vinti; Pete Sampras, a quota 14; i 12 di Roy Emerson a parità con Novak Djokovic; Rod Laver (che da molti è ritenuto il migliore della storia per aver completato il Career Grand Slam in un solo anno, nel 1962) e Bjorn Borg, con 11 prove del Grande Slam archiviate.

Il secondo motivo per cui Federer, allo stato attuale, può essere valutato come il più grande di tutti i tempi, sono le 237 settimane consecutive in vetta al ranking ATP (numero 1 del mondo ininterrotto per circa 4 anni e mezzo, da febbraio 2004 ad agosto 2008), primato fin’ora ineguagliato nel tennis maschile. Secondo a Federer, Jimmy Connors, numero 1 per 160 settimane.

Il terzo fattore che decreta la maestosità di Federer sono gli 8 tornei di Wimbledon vinti, i cui successi vanno ad affermare la supremazia dell’elvetico su tutti gli altri tennisti della storia, tra cui anche Pete Sampras, il secondo giocatore più titolato sull’erba inglese dell’All England Tennis Club, che di Wimbledon ne ha vinti 7.

Trofei Federer

Un’altra componente evidente in favore del campione nativo di Basilea è il Career Grande Slam: Federer risulta, infatti, uno dei pochi tennisti ad averlo completato e uno dei pochi ad aver vinto su tutte le superfici, pur essendo la terra battuta il terreno di gioco meno congeniale al tennis dello svizzero.

Vi è inoltre un dato singolare che accomuna la rivalità “Fedal”: Federer, nel corso del torneo di Wimbledon del 2017, non ha mai perso nemmeno un set in un totale di 7 partite disputate al meglio dei 3 set su 5. Come lui, è riuscito nell’impresa di non concedere set agli avversari soltanto un altro giocatore dell’Era Open, ovvero Rafael Nadal, che ha vinto il Roland Garros del 2017, non perdendo neanche un set.

L’elemento, però, che forse lo sta distinguendo più di tutti dagli altri giocatori è la longevità: nessun altro top player del passato, compresi i campioni degli anni ’70, ’80 e ’90, salvo l’eccezione rappresentata dall’australiano Ken Rosewell, ha vinto un torneo del Grande Slam in singolare, superati quasi i 35 anni di età. Nemmeno Jimmy Connors, ritiratosi dal circuito professionistico a 44 anni e detentore del record di tornei vinti (109 in totale), è riuscito ad alzare un trofeo del Grande Slam all’età in cui l’ha fatto Federer, ovvero a 35 anni. In quanto a longevità, dunque, il tennista elvetico rimane e rimarrà uno dei migliori.

Nel palmarès dello svizzero mancherebbero solo Montecarlo e Roma a coronarne ulteriormente una bacheca infinita, a completare una carriera unica, di chi ha scritto la storia dello sport.
Storia che però si fa ricordare anche per i periodi bui della carriera dell’elvetico nei quali era facile e tendenzioso affermare che Federer fosse ormai sul viale del tramonto, dopo l’infortunio alla schiena che non lo portò più a vincere in determinate annate (2013, per esempio). E invece, ad oggi, lo svizzero torna ad essere il tennista più longevo del circuito ATP, a quasi 36 anni. La vera sfida del Federer odierno, in fin dei conti, è con la sua età.

Federico Bazan © produzione riservata

Fabio Fognini e quei colpi da primi 10 del mondo

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Si parla spesso di come l’attuale numero 1 del tennis italiano, Fabio Fognini, possa valere una classifica tra i primi 10 giocatori del mondo, per l’immenso talento e i progressi raggiunti nel corso degli anni. Sono supposizioni fondate se consideriamo che Fognini è il primo tennista italiano, solo dopo Adriano Panatta, a vantare un bilancio di almeno 3 vittorie a livello ATP contro due top ten: contro Rafael Nadal, battuto al terzo turno agli Us Open, nella semifinale del torneo di Rio e agli ottavi del torneo di Barcellona (2015); contro Andy Murray, liquidato nettamente dal ligure, con un doppio 6-2 all’allora Masters Series del Canada (2007, quando entrambi avevano 20 anni), nei quarti di finale di Coppa Davis a Napoli (2014) e al secondo turno degli Internazionali di Roma (2017). Curioso notare come Fognini, le tre volte che ha battuto Murray, non gli abbia mai concesso nemmeno un set.

Non ci sono solo le statistiche a confermare il fatto che Fognini possa realmente ambire a grandi traguardi contro grandi campioni, non che lo abbia già fatto… il tennista di Arma di Taggia dispone, infatti, di diverse frecce al proprio arco dal punto di vista tecnico-tattico che potrebbero portarlo ad essere stabilmente un top ten: il talento, inteso come l’insieme delle qualità innate del gioco di Fabio: di base Fognini è un artista della racchetta, il che vuol dire che ha un’inventiva e un repertorio di colpi molto vasto; la capacità di adattarsi al gioco dell’avversario: Fognini è in grado di spingere la palla quando attacca ma anche di contenere in fase difensiva le accelerazioni dell’avversario, grazie ad una grande mobilità negli spostamenti laterali e frontali (vi invito a cliccare sotto sul link “video di elogio” e guardare i punti contro Federico Delbonis, dove vedrete la velocità di gambe di Fognini); la no chalance nel portamento del colpo, il che rende Fognini un giocatore particolarmente duttile alle circostanze.
Non solo. Potremmo parlare della facilità con la quale il ligure accelera la palla, attraverso un’apertura breve, secca, veloce del diritto, quasi come se mascherasse le direzioni e di un rovescio bimane che va da solo nella sua naturalezza.
Tra le altre doti del tennista di Arma di Taggia vi è la sensibilità nel tocco: Fabio è un maestro delle palle corte e delle volèe stoppate.

In questo video di elogio al tennista ligure, abbiamo la dimostrazione di quanto appena descritto del gioco di Fognini.

Le qualità del numero 1 del tennis italiano non finiscono qui. Un’altra caratteristica importante di Fognini è l’intelligenza tattica. Guardate attentamente i punti dove Fabio comanda gli scambi. La logica di gioco nella conquista di un qualsiasi punto vinto dal ligure è corretta. Fa correre gli avversari per poi procurarsi il colpo a chiudere.

Se Fognini fosse stato un giocatore acerbo, immaturo, privo di testa, non sarebbe mai arrivato dove si trova attualmente, non sarebbe mai stato 13 del mondo, non avrebbe mai potuto battere Nadal e Murray. È altrettanto vero, però, che Fognini, per il tipo di gioco che ha, potrebbe fare molto meglio di chi invece, nel circuito ATP, ha dei limiti tecnici e mentali a causa dei quali non può emergere ai vertici. Il fattore che probabilmente fa la differenza a quei livelli sta nella testa, ovvero nella convinzione e nella capacità di sapersi gestire. Ma Fabio è così: lui è o prendere o lasciare.

Federico Bazan © produzione riservata

Dustin “Dreddy” Brown, un giocoliere innato

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                              Dustin Brown esegue una volèe in tuffo che ricorda il gesto tecnico di Boris Becker

Se c’è un giocatore del circuito ATP cui piace andare fuori dagli schemi cercando di impreziosire il pubblico con giocate stravaganti, il suo nome è Dustin Brown. Di padre giamaicano e madre tedesca, “Dreddy”, soprannome noto per i lunghi rasta, è nato in Germania, a Celle, cittadina della Bassa Sassonia, dove ha trascorso la sua infanzia e la sua prima formazione tennistica.
Noto al pubblico per molteplici motivi, primo fra tutti per il suo estro fuori dal comune, Dustin Brown è quel tipo di giocatore che nasce con un tennis da autodidatta ma che è riuscito nel tempo a migliorare incredibilmente tutti i fondamentali, aggiungendo gradualmente nuovi tasselli interessanti al proprio gioco. Sotto il profilo tecnico, infatti, il tennista tedesco è provvisto di una prima palla di servizio devastante, dettata da un movimento secco del braccio e da un temperamento piuttosto impulsivo. E la seconda non sembra molto più tenera…
Non è però unicamente il servizio a fare da padrone nel tennis del giocatore di origine giamaicana; Dustin Brown è infatti capace di alternare esplosività e tocco in modo del tutto singolare. In più occasioni, durante un match, il tedesco è in grado di tirare autentiche bordate, condite da un gioco di volo delizioso, fatto di pregevoli volèe e demi-volèe.
La partita della vita del tedesco, disputata sull’erba del torneo ATP 250 di Halle, nel 2014, contro Rafael Nadal, dimostra quanto appena affermato. In questa clip potete notare come Brown, in totale trance agonistica, riesca a giocare un numero impressionante di vincenti con tutti i colpi, di fronte ad un Nadal inerme:

“Dreddy”, oltre a risultare in due occasioni la bestia nera del campione di Manacor (al secondo turno del torneo di Halle nel 2014 e di nuovo al secondo turno del torneo di Wimbledon nel 2015, circostanze in cui Nadal perse con un punteggio piuttosto netto), è un giocatore che ci tiene particolarmente a realizzare giocate prodigiose. Tra queste, il tweener, la volèe in tuffo, colpi d’istinto giocati dietro alla schiena e molto altro. Un giocatore Brown che, comunque, allena questo genere di soluzioni, come egli stesso ha affermato. Il suo obiettivo non è solo vincere, ma anche mettere a segno giocate ad alto coefficiente di difficoltà in qualsiasi partita.

In quest’altro video, possiamo ammirare la maestria del tennista di Celle nell’esibire l’intero repertorio di colpi.

Dustin Brown è l’esempio di come, nel circuito odierno, ci siano giocatori atipici, impostati con un gioco diverso dalla scuola tennis canonica. Ed è probabilmente quell’esempio che smentisce il pensiero comune secondo il quale, a parte Roger Federer, il tennis di oggi risulti monotono.

Federico Bazan © produzione riservata

Binomio Raonic/McEnroe: una collaborazione efficace

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                                                   John McEnroe: la nuova spalla destra di Milos Raonic

Pur non condividendo la stessa epoca tennistica e non avendo una storia con, alla base, caratteristiche di gioco simili, il coaching tra John McEnroe e Milos Raonic sembra dare i suoi frutti.
Se fino a poco tempo fa il tennis di Raonic era essenzialmente composto da servizio e dritto, adesso, grazie ai consigli di McEnroe, il canadese sta aggiungendo nuovi tasselli al suo gioco. Notevolmente migliorato a rete, da un po’ di tempo a questa parte, il tennista di Podgorica sta mostrando discrete doti di manualità in quella zona del campo. L’ex campione americano lo sta indirizzando verso un tennis basato sulla proiezione offensiva. Non a caso, Raonic, specie sulle superfici a lui più consone, non rinuncia quasi mai al serve & volley e a rendersi propositivo verso la rete. Lo si è visto a Wimbledon, dove il canadese, dopo prime di servizio potenti e precise, si lanciava in avanti cercando di sbilanciare i propri avversari con un gioco di volo che ricorda da vicino quello di McEnroe. Anche sugli spostamenti ha fatto progressi. Se prima lo si vedeva servire e ottenere il punto, su due o tre colpi, adesso comincia a tenere con più sicurezza il palleggio da fondo campo.

Caratterialmente Raonic è un giocatore posato, riservato e che cerca di evitare reazioni spropositate. Inoltre, una sua grande qualità è l’attitudine al lavoro e alla costanza, pregi che lo vedono lottare su ogni palla e far emergere tutta la propria prestanza anche contro i top five, con cui se la gioca ad armi pari.
Spesso criticato per il suo stile di gioco, Raonic non bada alla forma ma alla sostanza. Ed è questo che lo rende un tennista unico nel suo genere.
L’impronta che ha dato e che, forse, continuerà a dare McEnroe al gioco di Raonic, ha contribuito ad arricchire il tennis del canadese, il quale, prima ancora di conoscerlo, ha chiarito con lui gli obiettivi da raggiungere: “La prima volta ci siamo parlati al telefono, per organizzarci; è stata una discussione molto onesta su cosa lui credeva che io dovessi fare e cosa io avrei voluto dal nostro rapporto. Ovviamente essere più efficace nell’avanzamento era una parte fondamentale per me. Una fondamentale per lui era il mio atteggiamento in campo, la mia presenza. Qualcosa che io probabilmente non avrei messo tra le priorità”.

Raonic è un esempio di come il tennis possa anche non essere classe ed estetica del colpo bensì potenza, efficacia e tattica del punto.

Federico Bazan © produzione riservata