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Il riscatto del tennis italiano

Il 2018 è iniziato con il botto per il movimento del tennis italiano, soprattutto nel maschile, con:

  • Fabio Fognini, che ha raggiunto le semifinali a Sydney, gli ottavi agli AustralianFabio Fognini Open e soprattutto ha portato tre punti preziosi all’Italia di Davis nella trasferta contro il Giappone, regalando, praticamente da solo, l’accesso ai quarti di finale alla formazione capitanata da Corrado Barazzutti. Giocando tre partite da titolare, di cui i due singolari contro Daniel e Sugita, vinti al quinto set, e il doppio in coppia con Bolelli, il tennista ligure ha speso un totale di dodici ore consecutive in campo. Un Fognini eroico, che si è caricato sulle spalle l’impresa di vincere tre partite, peraltro in una trasferta, all’apparenza semplice per l’assenza di Kei Nishikori, ma nei fatti molto complessa per il tennis insidioso che i giapponesi hanno messo in mostra e anche per delle condizioni di gioco non propriamente favorevoli agli azzurri. Merito che va anche a Simone Bolelli, dove nel doppio risulta ormai, per Barazzutti, una garanzia, in coppia con il tennista di Arma di Taggia. Fognini che, a seguito delle prestazioni di livello giocate nella tournée australiana, risale in cattedra alla posizione 22 della classifica, con buone possibilità, da qui ai prossimi mesi, di tornare nei primi 20 del mondo.
  • Andreas Seppi, che, malgrado la sconfitta in Coppa Davis contro Sugita, ha avuto un cammino simile a quello di Fognini agli Australian Open, dove si è fermato agli ottavi di finale contro la sorpresa dello Slam australiano, Kyle Edmund, semifinalista del torneo. L’altoatesino, che si trova particolarmente a suo agio con il primo Slam dell’anno, ha sempre raggiunto ottimi piazzamenti agli Open di Australia dove, come miglior risultato, vanta i sedicesimi di finale in quattro occasioni (2013, 2015, 2017 e 2018) e dove, tra l’altro, detiene l’unica vittoria contro Roger Federer (su un totale di 14 scontri diretti con lo svizzero).
  • Il giovane tennista azzurro Lorenzo Sonego, che compie l’exploit: il torinese, 22 anni, ha esordito per la prima volta nel circuito maggiore, superando le qualificazioni degli Australian Open (battendo, tra gli altri, Bernard Tomic, ex top 20) ed entrando nel tabellone principale dove ha liquidato Robin Haase (numero 36 del ranking ATP) prima di arrendersi al secondo turno a Richard Gasquet. Prestazione maiuscola e sorprendente di Sonego, che ha buoni margini davanti a sè.
    Con le vittorie di Sonego – e anche con quelle recenti di Matteo Berrettini nel tabellone di qualificazioni a Melbourne e di Stefano Travaglia nei tornei 250 su terra – il tennis italiano, nel maschile, esce rinvigorito in termini di ricambio generazionale, a seguito di annate tutt’altro che brillanti. Sonego (173 ATP), Berrettini (130 ATP) e Travaglia (133 ATP), con le recenti comparse nei tabelloni dei tornei più importanti, possono ambire, da qui ai prossimi mesi del 2018, a fare il loro ingresso nei primi 100 del mondo. Dovranno però mantenere l’intensità e il livello di gioco espressi a inizio stagione.

    Quanto al circuito femminile, è Camila Giorgi l’attuale trascinatrice del movimento del tennis italiano. La tennista italo argentina ha dato prova che, se serena ed in fiducia, può battere agevolmente anche le grandi giocatrici. Pensiamo alla cavalcata straordinaria nel torneo di Sydney dove ha liquidato nettamente la vincitrice degli US Open 2017, Sloane Stephens, concedendole le briciole, per 6-3, 6-0; ha sconfitto la due volte campionessa di Wimbledon, Petra  Kvitová, per 7-6, 6-2; ha dominato per 6-1, 6-2 Agnieszka Radwańska (ex numero 2 del mondo); per poi perdere in semifinale contro la vincitrice del torneo, Angelique Kerber, probabilmente più per stanchezza di partite accumulate nelle gambe, che per demeriti (Camila, infatti, provenendo dal girone di qualificazione del torneo di Sydney, ha giocato sette incontri consecutivi).

    camila giorgi

    La Giorgi ha quindi cambiato qualcosa in meglio del proprio tennis e anche della gestione delle partite. Non è un caso che i progressi svolti siano emersi grazie al lavoro fatto con Andrei Kozlov, nuova figura nell’angolo della giocatrice azzurra che, dal 2018, affianca il padre Sergio Giorgi nei tornei WTA per seguire Camila.
    I progressi della Giorgi, in termini di maturità delle scelte tecnico-tattiche e di gestione della gara, potrebbero derivare proprio dal contributo apportato dallo stesso Kozlov, allenatore che gestisce un’accademia di tennis con sede in Florida e che cura da vicino il gioco della marchigiana. Durante il torneo di Sydney, Camila, da fondo campo, pur giocando numerose accelerazioni, sbagliava meno del solito, tirava i suoi colpi abituali ma senza il bisogno di forzarli tutti; ha difatti messo in mostra delle trame di gioco più logiche e meno istintive, che l’hanno premiata. Vedremo se continuerà su questa scia inedita del suo gioco e del suo rendimento. In molti, tra gli appassionati, se lo augurano, anche perché la Giorgi ha ancora il tempo per bissare traguardi più grandi di quelli raggiunti fino adesso. Per farlo, sarà però necessario il sostegno di una figura di riferimento come può essere Kozlov, che la aiuti a darle fiducia e serenità.

    Facendo un’analisi più generica del tennis italiano al femminile, a parte la Giorgi, non vi sono all’orizzonte grandi promesse, o quantomeno giocatrici che, ad oggi, possano entrare nella top 100, considerando anche il fatto che l’attuale numero due del tennis femminile, in Italia, è Francesca Schiavone (che si trova più o meno stabilmente tra le 90 e le 100 del mondo e che ha comunque una certa età rispetto alle giovanissime) e, a seguire, lontano dalle prime 100, una Errani, vittima di un crollo netto nel rendimento dopo la vicenda doping, e una Vinci ormai sul viale del tramonto.
    La vera crisi a cui è andato incontro il movimento del tennis femminile in Italia si è aperta con il ritiro di Flavia Pennetta. Non è un caso se, da quel momento, la Errani e la Vinci siano sprofondate stagione dopo stagione, torneo dopo torneo. E il fatto curioso è che, sebbene la Schiavone, la Errani e la Vinci non riescano più ad agguantare i successi ottenuti all’epoca, rientrano comunque tra le prime quattro giocatrici del tennis italiano, dietro alla Giorgi, stando alla classifica FIT; questo è sintomatico del fatto di come le giovani tenniste azzurre, nate negli anni ’90, facciano davvero fatica ad emergere e di come, contrariamente al maschile, non si possa oggi parlare di un avvenuto ricambio generazionale del tennis femminile. Ne consegue, quindi, una squadra di Fed Cup non irresistibile, trascinata al momento dalla sola Giorgi e da una Errani che non può più contare sui doppi giocati in coppia con la Vinci, ormai ritiratasi dalla squadra di Fed Cup.
    Si sono dunque invertite le parti: se un tempo erano Pennetta, Schiavone, Errani e Vinci a tenere alto l’orgoglio della Federazione Italiana Tennis, ad oggi lo stanno difendendo Fognini, Seppi e i nuovi emergenti, insieme ad una Giorgi che fa vedere sprazzi di tennis da top player.

Federico Bazan © produzione riservata

Roger Federer ininterrotto: lo svizzero conquista il ventesimo Slam in venti anni di carriera

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Il numero 20 rappresenta qualcosa oggi per Roger Federer: con la vittoria agli Australian Open 2018, lo svizzero conquista infatti il ventesimo torneo del Grande Slam in venti anni di carriera, il che significa, in media, uno Slam all’anno da quando esordì nel circuito ATP, ovvero dal 1998, ad oggi. L’elemento che non coincide con questo numero è che l’elvetico non ha più i venti anni durante i quali, all’epoca, mostrò al mondo quell’estro che lo avrebbe portato ad essere uno dei tennisti più forti di tutti i tempi; ma di anni ne ha quasi il doppio. Come ha affermato lo scrittore e aforista Roberto Gervaso, “I vent’anni sono più belli a quaranta che a venti”; un modo per dire che Federer, nel momento in cui si ritirerà e non si troverà più quindi a ripetere la routine nel circuito tra allenamenti, tornei e finali, probabilmente godrà appieno dei suoi quarant’anni, grazie a quanto di buono fatto e costruito nei venti e nei trenta. Ma per Federer non è finita qui. Lo svizzero, infatti, a quasi 37 anni, non smette mai di migliorarsi e di ambire a risultati stellari, il che la dice lunga sulla sua forma fisica, sulla concentrazione mentale, sulla voglia instancabile di ripetersi nelle grandi imprese e, naturalmente, sulla collaborazione con Ivan Ljubičić che ha dato un valore aggiunto al tennis dell’elvetico.
Con la vittoria nella finale degli Australian Open 2018, opposto al croato Marin Cilic, Federer ha dato prova che l’età è solo un numero e che, momentaneamente, non esiste una concorrenza nel circuito ATP che si trovi nelle condizioni di interrompere il suo dominio.
Fatte queste considerazioni, ci sarebbe da interrogarsi sul perché Federer, alla sua età, stia per tornare ad essere il numero uno del mondo, dopo il trionfo agli Open di Australia. Il motivo potrebbe celarsi in due riflessioni distinte: la prima è che Federer abbia realmente un tennis inarrivabile per gli avversari e che quindi nessuno riesca effettivamente ad ostacolare il gioco dell’elvetico nel momento in cui lo stesso Federer decida di giocare il suo tennis, quello che impedisce agli avversari di esprimere il loro gioco. Questa tesi potrebbe essere avvalorata dalle statistiche della finale con Cilic: Federer ha servito il 36% di prime palle in campo, un numero che lascia intendere come lo svizzero, seppur non al massimo nel rendimento al servizio, abbia comunque portato a casa la finale, contro un avversario reduce comunque da una vittoria Slam (US Open 2014) e da una finale a Wimbledon.
La seconda, ed è forse la tesi più verosimile, è che il Federer odierno non ha più dall’altra parte della rete i campioni di una volta, il Nadal, il Djokovic e il Murray degli anni d’oro. Gli ultimi scontri diretti con Nadal pendono infatti dalla parte dello svizzero. E questo potrebbe essere un segnale che spiega, in parte, l’inarrestabilità attuale del tennista di Basilea.
Un altro elemento che rende Federer un campione ininterrotto sono i sorteggi non semplici avuti negli ultimi tornei del Grande Slam. Pensiamo a Wimbledon 2017 dove Federer incontrò al primo turno Dolgopolov, un giocatore insidioso e imprevedibile; Miša Zverev, che su erba è un giocatore ostico per le caratteristiche di gioco; Dimitrov agli ottavi, Raonic ai quarti e Berdych in semifinale, prima di avere la meglio su Cilic nell’ultimo atto. Lo stesso è avvenuto: agli US Open 2017, dove lo svizzero ha dovuto battere, nell’ordine, Tiafoe, Južnyj, López, Kohlschreiber, prima di arrendersi a Del Potro; agli Australian Open 2018, il cui tabellone lo ha visto disimpegnarsi contro nomi di spicco del circuito tra cui Gasquet, Berdych, la nuova stella del tennis, Chung, e, in finale, lo stesso Cilic.

È incredibile come Federer non finisca mai di stupire: ventesimo torneo del Grande Slamnintchdbpict000381230195-e1517145695200 conquistato, novantaseiesimo titolo ATP vinto, 82% di vittorie in carriera e i record continuano a piovere.
A fine match, durante la premiazione, si sono udite le parole di un tennista incredulo e sorpreso di se stesso per quanto realizzato; si sono viste le lacrime di un tennista che sa quanto ha dato e sta dando al tennis, ai suoi tifosi, a tutte le generazioni che lo hanno visto e lo stanno vedendo giocare; la commozione di un campione che continua a lottare sul campo e che, al tempo stesso, non nasconde la consapevolezza di avviarsi alle ultime battute di una carriera memorabile.

Federico Bazan © produzione riservata

Caroline Wozniacki è la nuova regina degli Australian Open: la danese vince il suo primo torneo del Grande Slam in finale con Simona Halep

halep wozniackiErano anni che Caroline Wozniacki cercava la vittoria in un torneo del Grande Slam. La danese, infatti, aveva sempre vinto, in passato, tornei Premier e International ma, quello che è mancato a lungo nella sua bacheca, era un sigillo di più alto prestigio come le WTA Finals e una delle quattro prove del Grande Slam. Proprio in queste, la Wozniacki arrivò nell’ultimo atto in due occasioni, ed entrambe a New York, nel 2009 e nel 2014, senza però mai riuscire a completare l’opera. La missione della danese, nella finale degli Australian Open 2018, opposta a Simona Halep, sarebbe stata quella di giocarsi una partita decisiva, sia per l’economia della carriera (vincere il primo Slam), sia per la classifica (in caso di vittoria, tornare numero uno del mondo), dopo aver disputato undici anni nel circuito WTA; e, naturalmente, con il coronamento di un sogno, avrebbe anche sfatato il taboo delle due finali perse negli Slam.
Dalle ipotesi, la Wozniacki è passata ai fatti: il successo della tennista di Odense, dovuto ad una grande solidità e continuità durante tutto l’arco del torneo, è arrivato in una partita che l’ha vista opposta ad una Halep generosa, disposta a sacrificarsi, malgrado i problemi fisici e la stanchezza nelle gambe, patita durante i match precedenti, decisi al tie break del terzo set, contro la Davis (4-6, 6-4, 15-13) e la Kerber (6-3, 4-6, 9-7). La finale femminile degli Australian Open ha però premiato una Wozniacki più lucida e più solida da fondo campo che ha retto botta al gioco offensivo della Halep, la quale faticava a spostarsi per la mancanza di energie ma che, nonostante i problemi evidenti, riusciva a spingere e a manovrare gli scambi. Tra le due, ha prevalso la danese che si è aggiudicata il tie break del primo e, al terzo set, ha fatto la differenza nei punti importanti, quando si trovava a remare, lontano dalla riga di fondo campo.
A fine partita, le lacrime di una Wozniacki finalmente realizzata per quel che riguarda iCaroline Wozniacki suoi obiettivi professionali: l’aver vinto le WTA Finals a Singapore, in primis, che le ha dato probabilmente quella fiducia necessaria a compiere il salto di qualità; e la vittoria agli Australian Open, che le ha consentito di tornare numero uno del mondo, con un bottino ben più grande nelle mani di tutti i precedenti conquistati. Una Halep, dall’altro lato, che esce a testa alta da una edizione degli Open d’Australia dove ha vinto con merito e fatica delle partite complicate e che ha provato, proprio come la Wozniacki, a mettere la firma su quello che sarebbe stato il suo primo Slam, dopo aver raggiunto due finali al Roland Garros (2014 e 2017), senza però riuscire a vincerle.
Quel che attendeva la Wozniacki si è avverato, dopo anni di crescita e miglioramenti costanti. Adesso tocca alla Halep che, per lo spirito di sacrificio, ha dimostrato di avere la stoffa di una campionessa Slam.

Federico Bazan © produzione riservata

I top five del ranking ATP, tra presente e futuro

Gli appassionati di tennis sperano che i Fab Four (Federer, Nadal, Djokovic e Murray) – in particolare Federer e Nadal – continuino a giocare a livelli entusiasmanti per altri anni, in quanto, molti di loro, oltre ad una mera questione di tifo e di amore verso il tennis, non vedono all’orizzonte qualcuno, tra le giovani promesse, che abbia un tennis sufficientemente incisivo da potersi avvicinare alle imprese compiute dallo svizzero e dallo spagnolo in passato. Il circuito ATP andrebbe certamente avanti con l’assenza dei Fab Four, ma sarebbe inevitabile, per chi ama il tennis, nutrire un senso di nostalgia verso due leggende di questo sport come Federer e Nadal, che hanno segnato intere generazioni e che continuano a segnarle, malgrado siano ormai passati più di dieci anni dalle finali storiche di Roma e di Wimbledon, dove i due, giovanissimi, si trovavano nel fior fiore della loro avvincente rivalità sportiva.
Più tardi sarebbero emersi Novak Djokovic e Andy Murray, sebbene in misura minore rispetto a Federer e Nadal in termini di vittorie, record bissati e spettacolarità di gioco (specialmente lo scozzese, ancora molto lontano dai bottini espugnati dagli altri tre); Djokovic e Murray, dal 2011 al 2016, hanno espresso però un livello di tennis tale da accantonare in più occasioni lo strapotere dell’elvetico e del maiorchino, quelli che, fino a quel momento, erano i due più grandi dominatori del circuito ATP, il numero uno e il numero due del ranking a correnti alterne.
Con l’affermazione di Djokovic nel 2011 (sfiorato il Career Grande Slam con le vittorie degli Australian Open, Wimbledon e gli US Open) e la consacrazione successiva di Murray nel 2012 (vittoria agli US Open), veniva fuori appunto “il mito dei Fab Four”, nome che nasce in riferimento alla storica band dei Beatles e che successivamente è stato attribuito dai media ai quattro tennisti più forti dei tempi odierni o, se non ai più forti, senz’altro tra i più noti al pubblico, conoscitore e anche non conoscitore di tennis.
Sebbene attualmente vi siano dei fuoriclasse o dei futuri campioni (tra le Next Generation e non solo) ed è indubbio che vi siano, ad ogni modo, i tennisti delle nuove generazioni difficilmente potrebbero eguagliare o, addirittura, superare le imprese scalfite da un Federer o da un Nadal. I Fab Four, in fin dei conti, se oltre a Federer e Nadal aggiungessimo Djokovic e Murray dei tempi migliori, sono tra i pochi che hanno sempre dato una scossa all’opinione pubblica, proprio per i record realizzati e le sfide disputate uno contro l’altro nelle finali Slam. Come tutte le cose belle, però, anche Fedal terminerà, pur nell’amarezza dei tifosi del tennis. E a prendere il loro posto nel ranking chi ci sarà?
ZverevUn’ipotesi valida vede Alexander Zverev diventare prossimamente il nuovo numero 1 del mondo, non appena Federer e Nadal cederanno la corona alle nuove leve. Le possibilità per il giovane tennista di Amburgo di raggiungere la vetta della classifica ATP, sono quasi dietro l’angolo: basti pensare che, in una sola stagione, Zverev ha vinto due Masters 1000 come Roma, battendo in finale Djokovic, e Montreal, estromettendo in due set Federer, nell’atto conclusivo del torneo canadese.
Ad appena 20 anni, il tedesco è numero 4 del mondo, e questo fattore legato all’età, lascia intendere, già da ora, come Zverev possa essere uno dei protagonisti di spicco del circuito ATP negli anni a venire, sia perché ha il carattere per stare in vetta alla classifica (non sente la pressione di giocare contro i big del tennis e, come è già avvenuto, di batterli), sia perché ha il gioco per imporsi nei tornei importanti. E, in quel gioco, magari non spettacolare ma completo, oltre ad avere tutti i colpi ad altissimo livello, può contare molto sul rovescio, probabilmente uno dei migliori in circolazione tra quelli giocati a due mani.

Dominic+Thiem+2017+Open+Tennis+Championships+dOvBR_84t8cx_0-715x477Un altro nome che potrà ambire alla conquista di palcoscenici importanti, primo fra tutti il Roland Garros, è Dominic Thiem. L’austriaco ha mostrato un tennis stellare sulla terra battuta e, sebbene non sia una Next Gen, ha la stoffa per realizzare grandi imprese. Thiem dovrà però attendere la fine del dominio sul rosso di Rafael Nadal che, per il momento, rimane il vincitore indiscusso dello Slam parigino. L’austriaco – salvo l’ostacolo rappresentato proprio da Nadal che vanta due vittorie al Roland Garros, in due scontri diretti, sul tennista di Wiener Neustadt (il primo risale al secondo turno del RG 2014 quando il maiorchino vinse 6-2, 6-2, 6-3; il secondo è la semifinale del RG 2017, nella quale Nadal si impose per 6-3, 6-4, 6-0) – ha dato prova di esprimere un livello di tennis molto alto attraverso delle accelerazioni esplosive che lo rendono un giocatore ostico per chiunque. Il suo gioco rende paradossalmente meglio sul rosso perché Thiem resta abitualmente molto dietro alla linea di fondo campo e riesce a destreggiarsi bene sia in fase difensiva che quando lascia andare le sue poderose sventagliate.

David GoffinUn terzo nome, non meno importante, è quello di David Goffin, che nel finale del 2017, ha tirato fuori un tennis da top five. Non è riuscito a vincere le Finals di Londra (perse nell’ultimo atto contro Grigor Dimitrov) e la finale di Coppa Davis in Francia, ma i trionfi su Nadal e Federer alla O2 Arena e i due punti portati al Belgio in Coppa Davis, a Lille, hanno evidenziato il salto di qualità del belga, classe ’90; salto di qualità esploso in una seconda fase della sua carriera, che potremmo definire della maturità.
Se il tennista di Rocourt continuerà ad esprimere quel livello di tennis propositivo che lo ha portato a liquidare Nadal, Federer e Tsonga nel giro di due settimane e ad arrivare in finale a Londra, potrà puntare a traguardi ancora più soddisfacenti, primo fra tutti la conquista di uno Slam che ancora manca nella sua bacheca. Volendo azzardare un accostamento pugilistico sul belga, potremmo definirlo un peso leggero con dei colpi da pesi massimi. È infatti un giocatore dal fisico mingherlino che fa leva sulla rapidità dei piedi negli spostamenti, che arriva bene sulla palla ed ha al contempo, dalla sua, un tennis offensivo, fatto di vincenti e discese a rete. Anche Goffin, come Zverev, ha nel rovescio il suo marchio di fabbrica.

Grigor DimitrovLa vera sorpresa che potrebbe, tra gli altri, raggiungere la vetta della classifica ATP, si chiama Grigor Dimitrov. Il bulgaro, attuale numero 3 del mondo (fin’ora suo best ranking), ha chiuso il 2017 vincendo il Master 1000 di Cincinnati e le Finals di Londra, tra lo stupore generale del pubblico, a seguito di annate tutt’altro che esaltanti (si pensi al 2015 e al 2016 dove il bulgaro non ha collezionato alcun trofeo, nemmeno tra gli ATP 250). Il tennista di Haskovo ha il talento per stare nei primi cinque del mondo; bisogna però capire se riuscirà a dare continuità al suo gioco, oppure se vivrà altre stagioni sotto tono, come quelle degli anni passati (2015 e 2016).

Per finire, tra le Next Generation, spicca il nome di Andrej Rublëv, più indietro degli appena citati in termini di punti e classifica, ma con il gioco adatto a sfondare. Se il russo trovasse sempre, con le sue accelerazioni devastanti, l’incrocio delle righe, diventerebbe semplicemente ingiocabile per tutti. Il problema più grande di Rublëv, però, è che ha unRublev-fh tennis rischioso e con pochissime variazioni. Questo vuol dire che, forzando tutte le palle, ha più possibilità di errore rispetto agli altri giocatori. In questo aspetto, assomiglia molto al connazionale Karen Chačanov per il tipo di soluzioni tecniche. Se aggiungesse qualche variazione al suo gioco, il russo potrebbe ridurre i rischi nelle scelte tattiche e, di conseguenza, trovare più regolarità nel gioco.

Ci sarebbero poi altri candidati alla top five, naturalmente. Non è da escludere un ritorno scoppiettante di Juan Martin Del Potro che, seppur attualmente non si trovi ai suoi massimi storici, può però tornare a competere ad armi pari con i top players del circuito. Magari non da numero uno del mondo per un tempo ininterrotto, però tra i primi cinque della classifica è probabile. Dipenderà tutto dalla sua condizione fisica, lontano da ulteriori infortuni, che in passato lo hanno destabilizzato in modo determinante; a scanso di inconvenienti, infatti, Del Potro ha il gioco e lo spirito di sacrificio per valere tra i primi al mondo.

Juan-Martin-Del-Potro-VS-Marcel-Granollers

Quanto agli infortunati del 2017, come Djokovic, Murray, Wawrinka, Nishikori e Raonic, per loro si apre una nuova fase. E in questi casi, o è una fase esaltante, tale per cui ognuno di loro ritroverà il suo miglior tennis, oppure, al contrario, risulterà al di sotto delle aspettative. Specialmente per i primi tre che ormai hanno superato i 30 anni, il 2018 sarà l’anno delle conferme, forse quello decisivo nell’economia della loro carriera per capire se potranno stare ancora dietro a Federer e a Nadal in classifica o, al contrario, se allenteranno definitivamente la presa.

Federico Bazan © produzione riservata

Recensione del film Borg McEnroe

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Per qualcuno il film Borg McEnroe è una novità, un inedito che ripercorre la vita di due leggende degli anni ’80, mai viste giocare a tennis dal vivo perché vissute in un’altra epoca. Per qualcun altro, invece, la pellicola sembra rievocare un tuffo nel passato che gli attori di Borg (Sverrir Gudnason) e di McEnroe (Shia LaBeouf) riproducono con il loro repertorio di colpi e i loro rituali, un insieme di ricordi che risalgono a quasi 40 anni fa, quando, nel 1980, le televisioni nazionali trasmisero in diretta la storica finale di Wimbledon. Una finale dove “Ice Borg” e “Superbrat” si sfidavano in quella che non era soltanto una semplice partita di tennis, ma un incontro generazionale tra due grandi campioni, due stili di gioco divergenti, due personalità per certi versi opposte e, per altre, simili. Non solo: la rivalità sportiva tra Borg e McEnroe, iniziata nel 1978 con la semifinale vinta dallo statunitense allo Stockholm Open, in casa dello svedese, e culminata poi con la vittoria di Borg nell’ultimo atto di Wimbledon dell’80, ha rappresentato un punto di svolta in termini di popolarità mediatica. Infatti, prima dell’affermazione dei vari Borg, McEnroe, Gerulaitis, Noah, Edberg, Lendl, Becker, al tennis non era riservata un’attenzione così meticolosa; le televisioni non trasmettevano tante partite, in quanto i canali non potevano acquistare i diritti televisivi per offrire agli spettatori tutti gli incontri di tennis in TV. Ma quella finale di Wimbledon fu il preludio verso alcuni grandi cambiamenti; crebbe incredibilmente il numero di giovani talenti nel mondo del tennis: vennero fuori Edberg, Wilander, Becker, Lendl, Chang, Muster, Stich, Ivanisevic, Sampras, Agassi. Gli appassionati aumentavano in massa di pari passo all’introduzione di nuovi tornei disputabili dai professionisti; ma, probabilmente, l’apice del numero di spettatori negli stadi fu raggiunto con l’avvento dell’ATP e della WTA, le due associazioni mondiali del tennis professionistico maschile e femminile, attive verso la fine degli anni ’80, che diedero il via ai tornei Masters Series (per gli uomini) e ai Tier (per le donne).
Iniziarono, inoltre, a comparire le prime tifoserie, già a partire dal periodo della consacrazione di Borg: c’è chi parteggiava proprio per lui, lo svedese definito dai media “l’uomo di ghiaccio”, chi, invece, incitava McEnroe, l’americano “genio e sregolatezza”. Questo aspetto delle tifoserie è evidenziato molto bene nel trailer del film, prodotto dalla casa cinematografica Lucky Red e sceneggiato dal regista danese Janus Metz Pedersen.

La critica (le note positive e innovative del film):
La scelta del regista di dare vita a dei ricordi del passato è semplicemente sensazionale perché, anche per chi ha vissuto negli anni ’80 e ricorda come se fosse ieri quella finale, può cogliere, grazie alle scene del film, delle sfumature del carattere di Borg e di McEnroe che probabilmente non conosceva. La storia, infatti, si basa, in parte, su alcuni aneddoti dei due tennisti: per esempio che McEnroe fosse particolarmente abile nel fare i calcoli a mente già da piccolo, fosse il primo della classe in geografia e, questa sua perspicacia, si rifletteva poi nelle geometrie di gioco imprevedibili, in quel tennis geniale e talentuoso che lo ha portato ad essere un re nel suo genere; inoltre, quello che traspare dal film, è che aveva sì un carattere eccentrico e scontroso in campo, con gli arbitri e con il pubblico, ma che prendeva la vita con leggerezza al di fuori del tennis, tra musica rock, uscite in discoteca e bevute con gli amici (tra questi, Vitas Gerulaitis, presente nel film, ex tennista americano, nonché connazionale di McEnroe).
Borg, invece, sembrava l’antitesi di “Superbrat”: in campo dava l’idea di incarnare il ragazzo scandinavo freddo e impassibile, ma fuori dal rettangolo di gioco era una persona estremamente superstiziosa, maniaca dei rituali, profondamente ossessionata dagli avvenimenti della propria esistenza.
Una clip del film descrive appieno il comportamento fuori dal campo di entrambi i personaggi: McEnroe aveva uno sguardo leggero sulla vita, estroverso nelle relazioni umane, amante del gioco ma, al tempo stesso, molto meticoloso nello scoprire i punti deboli degli avversari, curioso di sapere come batterli ancora prima di giocarci; mentre Borg, si distingueva per una personalità introspettiva, spesso cupo e chiuso nel suo mondo, di poche parole nel rapporto con gli altri, a cominciare dalla fidanzata Mariana Simionescu e l’allenatore Lennart Bergelin, che, malgrado i litigi, riuscivano a comprenderne il carattere difficile.
Immagine correlataOltre agli aneddoti, un altro elemento chiave del film è l’alternanza presente/passato, che evidenzia le ambizioni (vincere Wimbledon) e i ricordi (l’infanzia) di entrambi i giocatori. Pedersen, astutamente, divide la vita dei protagonisti in tre fasi: l’infanzia, l’adolescenza e la maturità. Non è un caso che il regista danese usi spesso il flashback per mostrare allo spettatore il vissuto di Borg e di McEnroe, le loro origini, i loro conflitti interiori. È un elemento che fa capire allo spettatore come il tennis sia molto di più che colpire una palla e, in questo aspetto, Andre Agassi aveva colto nel segno. Borg, per arrivare ad essere un campione dal carattere forgiato e consapevole, ha attraversato periodi infelici, di sconforto e frustrazione. E, in questo, il regista è molto attento. Pedersen lascia intendere che Borg non era solamente quello che i mass media descrivevano, ovvero “il tennista di ghiaccio”, privo di emozioni; durante l’adolescenza, infatti, lo svedese manifestava spesso un carattere ribelle, indisciplinato, con un vissuto duro sulle spalle, fatto di sacrifici economici della sua famiglia, di soprusi da parte del direttore del circolo, dove il piccolo Bjorn giocava, che non lo considerava adatto per questo sport; un bambino contornato dai rimproveri del coach Bergelin, che, a modo suo, tentava di scuoterlo. Borg McEnroe è dunque un film che mette in risalto anche quello che, all’epoca, non veniva raccontato o detto su questi due grandi campioni.
Tra le altre chicche della pellicola, vi è la descrizione cronologica degli eventi (le informazioni sui tornei, gli avversari di Borg e McEnroe, gli anni delle finali, i luoghi frequentati da entrambi) che appare di fianco alle scene della storia con delle scritte. La cronologia fa fede al periodo storico che i due protagonisti hanno vissuto, agli eventi della carriera e della rivalità sportiva.
La carrellata, alla fine del film, delle foto storiche di Borg e McEnroe rivali e amici, è la vera ciliegina sulla torta che corona una sceneggiatura ben architettata.

La critica (le imprecisioni contenute nel film):
Il film, seppur in pochissimi casi, ha mostrato alcune congetture o scene non propriamente attinenti alla realtà. Quando McEnroe è ancora piccolo e non ha più di 12 anni, appare nella sua camera da letto un poster di Borg, molto più grande di lui, che sembra, dall’immagine, già un tennista affermato. In realtà i due si passano appena 3 anni di età.
Immagine correlataLa seconda imprecisione è che il McEnroe bambino viene ripreso ad allenarsi sui campi in terra battuta, una superficie di gioco totalmente in disuso negli Stati Uniti, anziché sui campi in cemento della Port Washington Tennis Academy di New York, dove il piccolo John McEnroe fu avviato al professionismo.
Un altro elemento sospetto è il discorso negli spogliatoi, durante il torneo di Wimbledon dell’80, dove “Superbrat” e il suo storico compagno di doppio Peter Fleming, si misero d’accordo per far vincere l’americano e per assicurargli dunque un posto in finale contro Borg. Scena sospetta, in quanto, storicamente (scontri diretti e palmarès) e tecnicamente, John McEnroe aveva un tennis nettamente superiore a quello di Peter Fleming.
L’ultima osservazione che, probabilmente, risalta più all’occhio, è che il film è incentrato per un buon 70% su Borg e per il restante 30% su McEnroe e altro, il che potrebbe essere un difetto o una peculiarità della storia, a seconda dei punti di vista personali. Certamente, la somiglianza di Gudnason a Borg incide molto sulla scelta del regista di dare più spazio all’ex leggenda svedese. Un po’ troppo superficiale, forse, la descrizione della vita di McEnroe, della quale vengono evidenziati solo alcuni particolari ma di cui vengono ignorati gli incontri dei tornei di quando era bambino, il rapporto con i genitori e i fratelli Mark e Patrick, anch’essi tennisti, gli allenatori avuti nel corso della crescita tecnica, elementi invece riscontrabili in Borg.

Voto finale:
Un film che fa rivivere i ricordi del passato, che svela alcuni elementi sconosciuti dei due protagonisti, che propone allo spettatore tutti gli aspetti esistenziali vissuti da due campioni indimenticabili.
Il mio voto da 1 a 10 è 8.

Borg McEnroe – Regia di Janus Metz Pedersen – Film sportivo e biografico – Distribuzione: Lucky Red – Anno di uscita: 2017 – Durata: 100 min.

Federico Bazan © produzione riservata

Le funzioni dello Split Step

split step Djokovic

                             Split step eseguito da Novak Djokovic

Tra i tennisti amatoriali, in pochi si ricordano di eseguire lo split step, ovvero il saltello sul posto che precede lo spostamento verso la palla (Djokovic ci dà una dimostrazione dello split step in foto). Questa dimenticanza o noncuranza da parte di molti appassionati praticanti, seppur risulti tecnicamente un errore, diventa paradossalmente un vantaggio. Un vantaggio, in quanto, il giocatore che non esegue il saltello, compie un numero inferiore di movimenti rispetto a chi lo mette in pratica; se i praticanti amatori o dilettanti ne sottovalutano l’importanza, è spesso per pigrizia, per mancanza di tempo prima della preparazione del colpo o, semplicemente, perché non sentono la necessità di applicare un meccanismo che non rientra tra i normali automatismi del gioco.
Almeno in linea teorica, dunque, il giocatore che trascura lo split step, spende meno energie di chi, invece, è più scrupoloso e lo riproduce costantemente durante un allenamento o una partita, tra un colpo e l’altro.
Per i professionisti, al contrario, lo split risulta una prassi, quasi una regola. Noterete, guardando una sessione di allenamento o una partita di tennis, che la maggior parte dei tennisti di alto livello, applica in modo quasi meccanico questo tipo di movimento. Il famoso saltello ha, quindi, molteplici funzioni: innanzitutto, una funzione che incentivi l’elasticità degli arti inferiori. Eseguire uno split step tra un colpo e l’altro, aiuta il tennista ad avere più mobilità articolare e, di conseguenza, ad evitare che le gambe rimangano “ancorate” rigidamente al terreno. Cliccando su questo link, troverete un allenamento di Roger Federer, dove potrete osservare un incessante movimento degli arti inferiori, compiuto dallo svizzero, tra un colpo e l’altro, a dimostrazione di come il “footwork” (lavoro di piedi) sia fondamentale per produrre una serie consecutiva di colpi ottimali.

split step Murray

                                                     Footwork di Andy Murray

La seconda funzione si basa sul fatto che il saltello può fornire al tennista il senso della posizione sul rettangolo di gioco: lo split step, infatti, viene messo in atto non appena il giocatore torna verso il centro della riga di fondo campo (vedi lo split step di Murray nell’immagine sopra). Questo avviene per non perdere terreno utile e per prepararsi agli spostamenti brevi, dettati dal ritmo incalzante degli scambi.
Una terza funzione dello split è infine quella di prevenire l’irrigidimento muscolare, uno dei problemi che preclude la riuscita di un buon colpo. Abituandosi a flettere le gambe e a tenere, per quanto possibile, sciolti gli arti inferiori durante il palleggio (anche per esempio durante l’esecuzione del servizio), si avrà una maggiore decontrazione muscolare, fondamentale per trasferire più peso sulla palla.
I tennisti alle prime armi, o comunque a livelli di gioco non esaltanti, tendono a trascurare l’importanza dei dettagli, come lo split step; sono però quei dettagli che, per un tennista di alto livello, al contrario, fanno la differenza; un professionista, infatti, qualora privato o limitato nell’esecuzione di un movimento abitudinario, seppur non così determinante, potrebbe perdere facilmente la reattività necessaria ad essere performante sul terreno di gioco.

Federico Bazan © produzione riservata

 

Neutral Stance vs Open Stance: due posizionamenti differenti prima di colpire la palla

 

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Andrey Rublëv in azione: Open Stance (nel dritto a sinistra della foto) e Neutral Stance (nel dritto a destra della foto)

I due posizionamenti principali che ogni giocatore mette in atto nella fase che precede l’impatto con la palla, sono la Neutral Stance (Posizione Neutrale) e la Open Stance (Posizione Aperta). La differenza sta nel fatto che la Posizione Neutrale prevede, per giocare il dritto, la gamba sinistra avanti, mentre, per giocare il rovescio, la gamba destra avanti. Questo principio è valido per i destrimani (il contrario per i mancini, gamba destra avanti sul dritto e sinistra avanti sul rovescio).
Nel caso della Posizione Aperta, invece, gli arti inferiori sono quasi o, totalmente, frontali alla rete, normalmente abbastanza divaricati, di modo da trovare l’equilibrio ideale prima dell’impatto.
Per capire meglio di cosa si sta parlando in questo articolo, basta osservare la dimostrazione pratica che ci fornisce, nella foto, la giovane promessa del tennis russo, Andrey Rublëv, dove ci mostra correttamente i due casi differenti. A sinistra dell’immagine, potete osservare una Open Stance, dove Rublëv, in posizione frontale alla palla, fa leva sulla sua gamba destra, colpendo di solo braccio, con poca apertura a disposizione. A destra della foto, potete invece notare una Neutral Stance, dove il russo, in posizione laterale alla palla, prepara tutto il movimento di coordinazione e la sua apertura, grazie a questa posizione, risulta più ampia ed accompagnata.

Per capire quali sono le soluzioni più adeguate da adottare nella fase di posizionamento delle gambe, le domande che sorgono spontanee sono due. La prima è: “Quando conviene giocare un dritto o un rovescio in Neutral Stance, quando, invece, in Open Stance?”
La seconda è: “Quale delle due risulta più efficace per trovare il giusto feeling con la palla e per accelerare nel modo prefissato?”.

  • Alla prima domanda, esiste un’interpretazione più o meno oggettiva: il tennis è uno sport di situazione e, in quanto tale, sollecita il tennista ad allenare il colpo al rimbalzo in entrambi i modi, sia in Neutral, sia in Open Stance, a seconda delle sue intenzioni tecnico-tattiche. Questo vuol dire che, se il giocatore arriva bene sulla palla, può scegliere se giocare in Neutral o in Open Stance, sebbene ci siano delle circostanze del gioco che impongono di tirare il colpo in un certo modo. Se, per esempio, si colpisce la palla da fermi, cioè quando ci si trova già posizionati con i piedi prima che la palla arrivi, la Neutral Stance è la soluzione ottimale che consente di affiancarsi e tirare con maggiore padronanza il colpo.
    Se, al contrario, ci si trova lontani e si è costretti ad un recupero in corsa o scivolato, si adotterà tendenzialmente una Open Stance.
  • Alla seconda domanda, esprimo un’opinione che fa al caso mio e che, naturalmente, è confutabile. Avendo provato entrambi i posizionamenti con le gambe, tra le due stance, in situazioni di gioco normale (durante il palleggio di un allenamento, per il dritto incrociato e a sventaglio e anche per le soluzioni in lungo linea), preferisco la Neutral Stance (il dritto alla destra della foto), in quanto, con la gamba sinistra avanti (per il dritto) e la destra avanti (per il rovescio), riesco a dare più velocità e precisione alla palla, proprio perché il baricentro tende, per una questione fisica, a scaricare il peso in avanti. Impattando la palla in fase ascensionale (cioè mentre sale), è più facile sbracciare, a prescindere dall’impugnatura utilizzata.
    Mentre, per quanto riguarda la Open Stance, non riesco a trovare una buona pesantezza di palla, profondità e precisione, perché non ho il peso del corpo che sostiene il movimento, ma solo il braccio e la gamba di riferimento. La Open Stance mi aiuta solo quando sono in recupero col dritto e in altri casi dove mi trovo in ritardo con l’apertura, problemi dettati per esempio dalla pigrizia o dalla disattenzione (e dove, dunque, non mi affianco alla palla correttamente).

Fatte queste due considerazioni, ci sono scuole tennis che insegnano la Neutral Stance, sottolineando l’importanza di affiancarsi sempre alla palla di modo che si possa spingere con più efficacia; altre scuole, che insistono sulla Open Stance per questioni tattiche (si ritiene che la Open Stance faccia perdere meno terreno al giocatore che la utilizza, in quanto quest’ultimo compierebbe meno passi per tornare in posizione al centro del campo) ed altre ancora che cercano di mediare a seconda dei casi. Quel che è certo, è che, se facessimo attenzione alle stance dei vari tennisti in una partita di livello ATP o WTA, la maggior parte dei colpi da loro eseguiti, risultano giocati in posizione neutrale (o Neutral Stance), malgrado l’elevata velocità di palla. Qualora, invece, si trovino in ritardo o in recupero, allora, specialmente con il dritto, tendono ad arrivare in posizione aperta o frontale. Questo vuol dire che la Neutral Stance è il posizionamento ideale per tirare un’accelerazione.

Federico Bazan © produzione riservata