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Filip Krajinovic vince l’ATP Challenger del Due Ponti Sporting Club

Filip Krajinovic trofeoIl Due Ponti Sporting Club ha dato il via alla terza edizione del BFD Challenger, torneo con un montepremi di 43 mila euro, che ha ospitato professionisti ATP di alto livello, in buona parte italiani e spagnoli, tra cui anche due ex top ten: Tommy Robredo (ex numero 5 del mondo) e Nicolas Almagro (ex numero 9 ATP).
Questa edizione del torneo, malgrado le previsioni pendessero dalla parte dei tennisti iberici, ha visto imporsi il talento serbo Filip Krajinovic, che, dopo la conquista del trofeo, da numero 105, è rientrato nei primi 100 del mondo. Krajinovic, compagno di squadra di Coppa Davis di Novak Djokovic, vanta non a caso un best ranking di 87, sebbene potenzialmente valga qualcosa in più. Questo valore aggiunto del giocatore serbo lo si può constatare in virtù di una serie di vittorie nei Challenger, contro giocatori che sono stati in passato top 50: tra questi, Lukas Rosol, Guido Pella, Guillermo Garcia-Lopez e Daniel Gimeno-Traver, ex 48 del mondo, battuto proprio dal tennista di Sombor nell’atto conclusivo del torneo del Due Ponti, in una finale dove si è vista la differenza di rendimento tra i due giocatori. Krajinovic, in piena fiducia, ha concesso pochissimo al suo avversario, mentre Gimeno-Traver, in fase di ripresa dopo un periodo di infortuni debilitanti, ha giocato il suo tennis cercando di premere da fondo campo ma, rispetto al serbo, incappando più spesso in errori non forzati.

Filip Krajinovic

Dal punto di vista tecnico, Krajinovic è un giocatore solido che ha probabilmente nel dritto il suo fondamentale migliore, colpo con cui si procura il punto con più facilità.
Provenendo dall’accademia americana di Nick Bollettieri e avendo imparato a giocare sul veloce, il gioco di Krajinovic non prevede rotazioni esasperate come, al contrario, per esempio, la scuola spagnola. Malgrado questo, i risultati migliori che ha ottenuto a livello Challenger sono sulla terra battuta, a dimostrazione che si adatta bene anche a condizioni di gioco diverse dalle sue superfici abituali.
La caratteristica peculiare del serbo è la capacità di alternare una buona difesa da fondo campo, spostandosi lateralmente e arrivando ottimamente sulla palla, a costruzioni del punto volte a trovare il vincente. Un giocatore dunque intelligente tatticamente che, se in continua ascesa, potrà rappresentare una mina vagante nei tornei ATP e un cliente non semplicissimo da affrontare anche per i top players.

Federico Bazan © produzione riservata

Rafael Nadal torna il cannibale di un tempo: chiude la stagione estiva vincendo il Roland Garros e gli US Open

Nadal

Un Rafael Nadal così convincente sul cemento americano non lo si vedeva dal 2013, anno nel quale il maiorchino, nell’atto conclusivo degli US Open, liquidò nettamente l’allora numero 1 del ranking ATP, Novak Djokovic.
In pochi, quest’anno, si sarebbero aspettati, prima dell’inizio del torneo, che il tennista di Manacor potesse trionfare in maniera così agevole a Flushing Meadows, in considerazione delle precedenti uscite di scena nel 2015 e nel 2016, dove Nadal non superò il terzo turno (2015) e gli ottavi di finale (2016).

Sono da evidenziare due fattori che hanno, se non totalmente, almeno in parte semplificato il compito all’iberico di vincere il torneo: il primo dato è che nessuno degli avversari incontrati dallo spagnolo nel tabellone era un top 20. Questo vuol dire che Nadal, da attuale numero 1 del ranking ATP, ha pescato tre avversari fuori dai primi 50 del mondo (Lajovic, Daniel e L. Mayer) e due fuori dai primi 30 (Rublev e Anderson).
L’unico giocatore che in tutto il torneo, per tipologia di gioco, avrebbe potuto creare problemi al tennis di Nadal, sul veloce, era proprio Juan Martin Del Potro, ex numero 4 del mondo, vincitore degli Us Open nel 2009; ma, a parte l’argentino, che pure ha perso da Nadal con onore, nessun altro avversario incontrato dall’iberico è riuscito realmente ad impensierire il campione di Manacor nel corso del torneo, sia per il divario di esperienza nelle prove del Grande Slam con gli altri giocatori, sia per la differenza netta in termini di gioco e di classifica tra lo stesso Nadal e i vari Lajovic, Daniel, L. Mayer, Rublev e Anderson.
Il secondo fattore che ha consentito al campione iberico di arrivare indisturbato alla vittoria nella finale contro Anderson è legato alle grandi assenze rappresentate dall’ex numero 1 del mondo, Andy Murray, che si è ritirato per problemi all’anca; dal due volte vincitore degli US Open nel 2011 e nel 2015, Novak Djokovic, che riprenderà l’attività nel 2018, a causa di un infortunio al gomito; dal forfait di Stanislas Wawrinka che non ha partecipato al torneo per problemi al ginocchio.
Murray, Djokovic e Wawrinka, non a caso, sono quei tre giocatori che, oltre ad avere il ranking per competere contro Nadal, in passato hanno vinto gli US Open; se avessero partecipato a questa edizione, probabilmente per Nadal sarebbe cambiato qualcosa…
Ciò non toglie comunque le prestazioni maiuscole dell’iberico durante tutto l’arco della manifestazione. Da menzionare le due vittorie sul giovane talento russo Andrej Rublev, in fase di crescita prorompente, e su un rinato Juan Martin Del Potro che, a scanso di infortuni, potrà finalmente avere la possibilità di tornare un top ten.
Facendo un’analisi più tecnica, c’è da dire che Nadal ha concesso le briciole agli avversari, giocando un tennis aggressivo e concreto. Si è infatti visto un Rafa molto propositivo, e non solo da fondo campo: discese a rete, volée e passanti sono state alcune tra le soluzioni vincenti adottate dallo spagnolo in più occasioni. Questa propositività la si è vista specialmente nella finale contro Kevin Anderson, nella quale il maiorchino ha cercato spesso la via della rete, zona del campo dove è migliorato in maniera esponenziale nel corso degli anni.

Con il trionfo di Nadal agli US Open, il campione iberico accorcia le distanze su Roger Federer nella conquista dei trofei del Grande Slam. Nadal arriva, infatti, a quota 16 sigilli, a fronte dei 19 dello svizzero. La sfida relativa al palmarès è dunque ancora aperta tra i due storici rivali di questo sport, tenendo conto del vantaggio di 3 tornei del Grande Slam che Federer può vantare su Nadal, sebbene sia da sottolineare che lo spagnolo ha a disposizione, rispetto a Federer, più tempo per imporsi negli appuntamenti di maggiore prestigio, essendo più giovane dello svizzero di 5 anni.
Il dominio di Federer e Nadal nel 2017 con due Slam per parte (AO e Wimbledon per Federer e Roland Garros e US Open per Nadal) lascia presagire una lungaggine non ininfluente per le stelle emergenti del circuito ATP: le “Next Generation” avranno piùRafael Nadal US Open possibilità di riuscita nel momento in cui si chiuderanno le carriere di due campioni eterni come Federer e Nadal e, con queste, il ritiro graduale dal circuito di altri grandi interpreti: Djokovic, Murray, Wawrinka e Del Potro. Ma la favola dei senza tempo non è ancora finita: dopo la seconda giovinezza del Re Roger Federer, sta tornando affamato anche il Cannibale, Rafael Nadal, pronto a difendere la prima piazza, pronto ad azzannare l’ennesimo trofeo.

Federico Bazan © produzione riservata

Le Next Generation a confronto con i talenti dei primi anni 2000

vecchie glorieC’è un dato che distingue i successi di due generazioni diverse del circuito ATP: da un lato, quella dei primi anni 2000 (i nati tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80) e, dall’altro, le cosiddette “Next Gen” (i nati negli anni ’90), che rappresentano le giovani leve del momento.
Facendo infatti una comparazione riguardo alle conquiste dei tornei del Grande Slam in giovane età, si può affermare che “la vecchia guardia” ha totalizzato complessivamente risultati migliori. Pensiamo, solo per citarne alcuni, a Kuerten, Moyá, Hewitt, Safin e Roddick che, tra i 20 e i 21 anni d’età, vinsero almeno un torneo del Grande Slam ciascuno. La stessa cosa non si può dire, allo stato attuale, per i giovani talenti del circuito odierno come Zverev, Kyrgios, Chačanov, Medvedev e Rublev che, pur avendo la possibilità futura di imporsi nelle competizioni di maggiore prestigio (le prove del Grande Slam, la Coppa Davis e le Olimpiadi), ad oggi, nessuno di loro ha vinto un torneo del Grande Slam, a differenza dei predecessori.
C’è da chiedersi, dunque, il motivo di questa disparità di successi tra le due generazioni tennistiche, manifestatasi, in entrambi i casi, nei primi anni del professionismo. Gli interrogativi possibili a riguardo sono principalmente due, peraltro in contrapposizione tra loro. Il primo è: il livello generale del tennis junior potrebbe essere sceso rispetto a qualche anno fa? Oppure, e forse è l’interrogativo più verosimile, il livello complessivo del tennis odierno è cresciuto esponenzialmente tale per cui la supremazia dei Fab Four (Federer, Nadal, Djokovic e Murray) ha impedito alle vecchie generazioni e sta impedendo alle nuove generazioni di emergere negli appuntamenti più importanti?
In effetti, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, il circuito ATP aveva una varietà notevole di campioni cosparsi, ma mancavano ancora dei veri grandi dominatori della classifica mondiale al livello di Federer, Nadal e Djokovic. Dominatori, in termini di vittorie, statistiche e tempo trascorso in vetta al ranking.
Lo strapotere di Federer e Nadal, infatti, ha cominciato ad affermarsi a partire dal 2004-2005, proprio negli anni in cui i vari Kuerten, Moyá, Hewitt, Roddick e Ferrero avevano interrotto la serie positiva negli Slam (se si esclude l’exploit di Safin agli Australian Open nel 2005).

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Il contesto è diverso per quanto riguarda invece le stelle del futuro: oggi le Next Gen devono fare i conti, non solo con un Federer in condizioni superlative e un Nadal tutt’altro che alle porte, ma anche con una serie di top player che si trovano da anni stabilmente tra i primi 15 del mondo: i vari Wawrinka, Tsonga, Cilic, Nishikori, Berdych sono infatti quei tipi di avversari che hanno l’esperienza e il gioco per prevalere sulle giovani leve. Senza considerare poi Murray e Djokovic che, al momento, sono un punto interrogativo: potrebbero sprofondare così come risalire in cattedra quando meno ce lo si aspetta.
La sensazione è dunque quella che lo spazio per le Next Gen nei grandi palcoscenici arriverà non appena i campioni nati negli anni ’80 chiuderanno i battenti. E non avverrà a breve.

Federico Bazan © produzione riservata

Australian Open 2017: Fedal, una favola che continua

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                                               Federer e Nadal a confronto nell’esecuzione del dritto

Potremmo cominciare a pensare, seppur a malincuore, che questa finale degli AO 2017, la nona per quanto riguarda il computo delle finali Slam giocate da Federer e Nadal in carriera (Nadal conduce 6-3), fosse la fine dell’ultimo capitolo di una delle rivalità sportive più emozionanti di sempre.

Tenendo conto del fatto che Murray e Djokovic possano nuovamente uscire fuori dalle loro tane, malgrado le sconfitte inaspettate agli AO; tenendo conto del valore enorme degli eterni top ten che se la giocano da anni con i migliori al mondo quasi alla pari: i vari Tsonga, Wawrinka, Nishikori, Raonic, Cilic, i giocatori probabilmente più costanti del circuito ATP in termini di classifica (sono nei primi dieci del mondo da anni); considerando infine, e non in ultima istanza, la brillantezza delle giovani stelle del tennis odierno (Zverev, Pouille, Thiem, Goffin, Dimitrov ecc.) che stanno emergendo a poco a poco con preponderanza, ebbene… l’ultimo atto che hanno giocato quest’oggi Federer e Nadal potrebbe essere l’ultima finale Slam tra le due leggende odierne di questo sport. Era un’occasione rara, non facilmente ripetibile, stando alle variabili possibili e immaginabili. Questa non è tuttavia l’unica considerazione valida.
Possiamo infatti continuare a sognare, a pensare che Federer e Nadal, tutto sommato, siano ancora in grado di stupirci, malgrado l’avanzare dell’età e la scalata dei professionisti più giovani nel ranking ATP.
L’ultimo atto degli Australian Open 2017 ha dato prova che, in fondo, l’età è solo un numero e che al meglio non c’è mai fine. Dunque le soluzioni che si prospettano da qui a lungo termine sono diverse. Il futuro può sempre fare in tempo a riservare delle sorprese ai nostalgici di questo sport e chissà che non si ripeta un altro remake Fedal…
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            Si ripete ancora una volta il capitolo Fedal in una finale Slam

Facendo un’analisi dell’incontro, possiamo dire che le chiavi tattiche del match sono state molteplici. Se andassimo, infatti, ad analizzare nel merito quanto accaduto negli sviluppi della finale, ci accorgeremmo come le premesse avanzate, prima dell’inizio del match, da diversi opinionisti ed esperti, si siano rivelate errate. Errate perchè era una credenza piuttosto comune che Federer soffrisse sulla diagonale di rovescio le uncinate del dritto incrociato di Nadal. Previsione sicuramente fondata, visti i precedenti tra i due, ma smentita dal numero impressionante di vincenti, messi a segno dal tennista elvetico con il rovescio incrociato, colpo giocato da Federer con un grande anticipo sulla diagonale di dritto prediletta dal maiorchino. Questa tattica ha consentito a Federer di guadagnare profondità e di togliere il tempo a Nadal nell’organizzare la sua classica uncinata arrotata. Ma non solo: è stata la tattica che ha permesso al campione elvetico di trasformare il rovescio da colpo abitualmente difensivo in soluzione offensiva; un fatto inedito del gioco che ha fatto in modo che Federer riuscisse a domare la ferocia di Nadal su quella diagonale tanto sofferta dall’elvetico negli anni per il diritto aggressivo dello spagnolo.

Altra chiave del match è stata rappresentata dai cambi in lungolinea: Federer ha giocato dei colpi in controbalzo notevoli, al termine di scambi prolungati, cambiando improvvisamente la direzione dello scambio e spiazzando totalmente Nadal. In altre parole, Federer non solo ha ritrovato grande fiducia nei propri mezzi, ma anche uno stato di grazia nel colpire la palla molto avanti, sulla linea di fondo campo, con un anticipo magistrale.
Contro Nadal, raramente abbiamo visto un Federer così propositivo nei momenti topici dei vari match disputati tra i due. Anzi, è proprio contro lo spagnolo che l’elvetico ha perso diverse partite quando era in vantaggio nel punteggio o aveva dei match point a favore (finale Roma 2006). Stavolta è stato Federer a lasciare il segno nei momenti chiave, quando Nadal sembrava riemergere, a tratti, nella versione inarrivabile dei tempi migliori.
C’è da evidenziare un altro aspetto, sicuramente non secondario ai fini del risultato, ovvero il giorno di riposo in più di Federer nel torneo che ha consentito allo svizzero di arrivare più fresco in finale. Al contrario, Nadal, ha avuto meno tempo per recuperare, dopo la maratona di 4 ore e 56 minuti contro Grigor Dimitrov. Sono quegli aspetti che possono fare la differenza, specialmente a dei campioni che, con l’avanzare dell’età, necessitano di tempi di recupero maggiori nelle partite 3 su 5.
Roger Federer dunque, con questo 89esimo sigillo, conferma di non avere eguali di qualsiasi epoca nelle prove del Grande Slam e, arrivando a 18 Slam in cascina, distacca ulteriormente Sampras e Nadal, a quota 14 successi.

Federico Bazan © produzione riservata

Binomio Raonic/McEnroe: una collaborazione efficace

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                                                   John McEnroe: la nuova spalla destra di Milos Raonic

Pur non condividendo la stessa epoca tennistica e non avendo una storia con, alla base, caratteristiche di gioco simili, il coaching tra John McEnroe e Milos Raonic sembra dare i suoi frutti.
Se fino a poco tempo fa il tennis di Raonic era essenzialmente composto da servizio e dritto, adesso, grazie ai consigli di McEnroe, il canadese sta aggiungendo nuovi tasselli al suo gioco. Notevolmente migliorato a rete, da un po’ di tempo a questa parte, il tennista di Podgorica sta mostrando discrete doti di manualità in quella zona del campo. L’ex campione americano lo sta indirizzando verso un tennis basato sulla proiezione offensiva. Non a caso, Raonic, specie sulle superfici a lui più consone, non rinuncia quasi mai al serve & volley e a rendersi propositivo verso la rete. Lo si è visto a Wimbledon, dove il canadese, dopo prime di servizio potenti e precise, si lanciava in avanti cercando di sbilanciare i propri avversari con un gioco di volo che ricorda da vicino quello di McEnroe. Anche sugli spostamenti ha fatto progressi. Se prima lo si vedeva servire e ottenere il punto, su due o tre colpi, adesso comincia a tenere con più sicurezza il palleggio da fondo campo.

Caratterialmente Raonic è un giocatore posato, riservato e che cerca di evitare reazioni spropositate. Inoltre, una sua grande qualità è l’attitudine al lavoro e alla costanza, pregi che lo vedono lottare su ogni palla e far emergere tutta la propria prestanza anche contro i top five, con cui se la gioca ad armi pari.
Spesso criticato per il suo stile di gioco, Raonic non bada alla forma ma alla sostanza. Ed è questo che lo rende un tennista unico nel suo genere.
L’impronta che ha dato e che, forse, continuerà a dare McEnroe al gioco di Raonic, ha contribuito ad arricchire il tennis del canadese, il quale, prima ancora di conoscerlo, ha chiarito con lui gli obiettivi da raggiungere: “La prima volta ci siamo parlati al telefono, per organizzarci; è stata una discussione molto onesta su cosa lui credeva che io dovessi fare e cosa io avrei voluto dal nostro rapporto. Ovviamente essere più efficace nell’avanzamento era una parte fondamentale per me. Una fondamentale per lui era il mio atteggiamento in campo, la mia presenza. Qualcosa che io probabilmente non avrei messo tra le priorità”.

Raonic è un esempio di come il tennis possa anche non essere classe ed estetica del colpo bensì potenza, efficacia e tattica del punto.

Federico Bazan © produzione riservata

Tributo a Lleyton Glynn Hewitt

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Con il ritiro di Lleyton Hewitt dal circuito ATP, lascia il rettangolo di gioco una delle colonne portanti del tennis dei primi anni 2000; si chiude dunque un altro capitolo dell’era Open dopo l’addio dei grandi talenti come Coria, Safin, Ferrero, Gonzalez, Nalbandian e Roddick.

Hewitt, tennista australiano classe ’81, ha dominato parte dello scenario del tennis contemporaneo divenendo il più giovane numero 1 del ranking ATP a soli 20 anni e rimanendo in vetta per circa un anno e mezzo, prima della decisiva consacrazione di Federer e Nadal.

Non è mai stato uno di quei talenti naturali; un tennis costruito, a volte macchinoso nella riproduzione del gesto tecnico ma alle cui radici c’era un lavoro di base incredibile.
Hewitt nasce come ribattitore e contro attaccante, se così si può definire. Grande risposta al servizio, rapidità pazzesca nello scatto in avanti, negli spostamenti laterali e servizio con un taglio slice particolarmente insidioso, erano i suoi baluardi. L’eleganza non era certamente il suo forte ma nelle corde disponeva di soluzioni che moltissimi suoi colleghi del circuito non erano e non sono in grado di giocare con la stessa facilità dell’australiano: il passante e il pallonetto, colpi decisivi nei punti combattuti.

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Il tennista di Adelaide vinse gli Us Open battendo Sampras in finale a soli 20 anni

Non possedeva una grande esplosività nei colpi ma comunque era quel tipo di giocatore che resisteva sugli scambi prolungati da fondo campo e che, spesso, metteva il suo avversario nelle condizioni di trovare soluzioni tattiche davvero complicate.

Lleyton Hewitt ha fatto della forza mentale una risorsa incredibile; ha vinto incontri che in pochi pensavano potesse vincere. Uno di questi, la finale degli Us Open contro l’ex numero 1 del mondo indiscusso, Pete Sampras, sonoramente sconfitto in tre set, a casa sua.
Tra gli altri ricordi in cassaforte, Hewitt vanta il successo di Wimbledon nel 2002 (quindi due tornei del Grande Slam conquistati), due Masters 1000 (Sydney e Shanghai) e due Coppe Davis.

Per quanto riguarda la personalità in campo, l’australiano spiccava per una grinta fuori dal comune che veniva, tuttavia, mal sopportata da alcuni suoi colleghi del circuito. Guillermo Coria, tennista argentino, con il quale Hewitt si azzuffò verbalmente in una partita di Coppa Davis tra Australia e Argentina anni fa, lo ricorda così: “Esulta per gli errori altrui, è sempre troppo aggressivo… Lo ucciderei. Puoi essere il più forte del mondo e vincere tutti i tornei, ma se ti comporti così sei l’ultimo degli esseri umani”.  Anche Roy Emerson, leggenda del tennis australiano, ne parla ironicamente come di una personalità bellicosa: “Gioca ogni punto come se fosse la Seconda Guerra Mondiale”.

Aldilà dei probabili difetti caratteriali, Hewitt era comunque un giocatore che aveva la stima di molte persone all’interno del circuito maggiore, per il fatto che fosse un grande sportivo in campo. Federer lo descrive con parole di elogio: “Lo so che molta gente apprezza il mio gioco perché lo trova fluido, variato, un alternarsi di rotazioni, lift e slice, un tennis a tutto campo, rete inclusa. Ma una varietà simile può essere anche uno svantaggio. Se prendete Hewitt, troverete qualcosa che vi sembrerà l’opposto, un’incredibile presenza atletica, una mentale impossibile da scalfire. Anche quello è un talento, quasi una fede”. Le parole del campione elvetico sono il riassunto di ciò che Hewitt, in 17 anni di carriera, ha rappresentato per il tennis mondiale, un esempio di determinazione e di perseveranza.

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Simone Bolelli e Fabio Fognini regalano all’Italia un sogno vincendo gli Australian Open in doppio

Pietrangeli e Sirola, la penultima coppia italiana ad aver vinto un torneo del Grande Slam in doppio

Era dal 1959 che due tennisti italiani non vincevano un torneo del Grande Slam, in doppio. In quella edizione Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola conquistarono il trofeo del Roland Garros imponendosi sulla coppia australiana formata da Roy Emerson e Neale Fraser, due tra i più grandi campioni del tennis australiano (insieme a Rod Laver) che vantano complessivamente, nel singolare e nel doppio, più di quaranta titoli del Grande Slam.

Proprio nel giorno dell’elezione del Presidente della Repubblica in Italia, Bolelli e Fognini, in Australia, a distanza di 56 anni dall’ultimo successo archiviato da Pietrangeli e Sirola, hanno regalato un sogno agli appassionati che, alla vigilia, sembrava tutt’altro che scontato e soprattutto hanno archiviato uno dei sigilli che rimarrà per sempre scolpito negli annali dello sport italiano.

La coppia azzurra si è imposta con autorevolezza sui cugini d’oltralpe, Nicolas Mahut e il giovanissimo Pierre-Hugues Herbert, classe ’91, con il punteggio di 6-4, 6-4, in una partita interpretata da Bole e Fogna con una compensazione e un affiatamento incredibili.
Entrambi hanno adottato spesso un gioco difensivo in quanto i francesi erano molto propositivi verso la rete.

Fognini ha giocato tanti lob, un tipo di schema che gli ha consentito di ribaltare l’inerzia degli scambi in proprio favore in quanto Mahut, dopo il servizio, scendeva a rete per attaccare ma, così facendo, lasciava totalmente incostudito fondo campo. Anche il famoso rovescio lungolinea del ligure ha dato i suoi frutti.

                           Gli azzurri trionfano in quel di Melbourne

Il doppio, essendo una specialità a parte rispetto al singolare, vede i giocatori compiere movimenti completamente diversi e optare per discese a rete più frequenti, più giocate al volo, strategie come “il contropiede”. E il rovescio in contropiede di Fognini ha avuto spesso ragione; quando i due francesi andavano da una parte, Fabio colpiva dall’altra.

Per quanto riguarda Bolelli, che dire se non elogiare le sue caratteristiche di gioco: l’eleganza, la velocità e la forza nel braccio del tennista bolognese hanno compensato alla grande il gioco più difensivo di Fognini.
Bolelli, dotato di un gran dritto, di una prima di servizio molto robusta e di accelerazioni a fil di rete, ha scardinato la resistenza francese, sostenendo il suo compagno nei momenti topici.
Il giocatore di Budrio ha dichiarato a fine gara, nell’intervista post partita: “Siamo stati lucidi oggi in campo, sotto di un break nel primo set e abbiamo salvato un game importantissimo sotto 15-40; siamo comunque riusciti a gestire bene i momenti importanti, a fargli sentire la nostra presenza e penso che abbiamo fatto una grande cosa”.

Aggiunge: “Sicuramente a inizio torneo non ci aspettavamo di arrivare fino a qua”.
Tanta l’umiltà da parte di Simone Bolelli in queste parole, un’umiltà vincente perchè sapeva che sarebbe stato difficile agguantare e vincere una finale di uno Slam… ma ha giocato il suo miglior tennis sul campo in ogni partita, senza partire prevenuto. E lo stesso merito va a Fabio Fognini che, insieme a Bolelli, ci ha creduto fino alla fine.


Federico Bazan © produzione riservata