Archivi categoria: Tutti gli articoli

I top five del ranking ATP, tra presente e futuro

Gli appassionati di tennis sperano che i Fab Four (Federer, Nadal, Djokovic e Murray) – in particolare Federer e Nadal – continuino a giocare a livelli entusiasmanti per altri anni, in quanto, molti di loro, oltre ad una mera questione di tifo e di amore verso il tennis, non vedono all’orizzonte qualcuno, tra le giovani promesse, che abbia un tennis sufficientemente incisivo da potersi avvicinare alle imprese compiute dallo svizzero e dallo spagnolo in passato. Il circuito ATP andrebbe certamente avanti con l’assenza dei Fab Four, ma sarebbe inevitabile, per chi ama il tennis, nutrire un senso di nostalgia verso due leggende di questo sport come Federer e Nadal, che hanno segnato intere generazioni e che continuano a segnarle, malgrado siano ormai passati più di dieci anni dalle finali storiche di Roma e di Wimbledon, dove i due, giovanissimi, si trovavano nel fior fiore della loro avvincente rivalità sportiva.
Più tardi sarebbero emersi Novak Djokovic e Andy Murray, sebbene in misura minore rispetto a Federer e Nadal in termini di vittorie, record bissati e spettacolarità di gioco (specialmente lo scozzese, ancora molto lontano dai bottini espugnati dagli altri tre); Djokovic e Murray, dal 2011 al 2016, hanno espresso però un livello di tennis tale da accantonare in più occasioni lo strapotere dell’elvetico e del maiorchino, quelli che, fino a quel momento, erano i due più grandi dominatori del circuito ATP, il numero uno e il numero due del ranking a correnti alterne.
Con l’affermazione di Djokovic nel 2011 (sfiorato il Career Grande Slam con le vittorie degli Australian Open, Wimbledon e gli US Open) e la consacrazione successiva di Murray nel 2012 (vittoria agli US Open), veniva fuori appunto “il mito dei Fab Four”, nome che nasce in riferimento alla storica band dei Beatles e che successivamente è stato attribuito dai media ai quattro tennisti più forti dei tempi odierni o, se non ai più forti, senz’altro tra i più noti al pubblico, conoscitore e anche non conoscitore di tennis.
Sebbene attualmente vi siano dei fuoriclasse o dei futuri campioni (tra le Next Generation e non solo) ed è indubbio che vi siano, ad ogni modo, i tennisti delle nuove generazioni difficilmente potrebbero eguagliare o, addirittura, superare le imprese scalfite da un Federer o da un Nadal. I Fab Four, in fin dei conti, se oltre a Federer e Nadal aggiungessimo Djokovic e Murray dei tempi migliori, sono tra i pochi che hanno sempre dato una scossa all’opinione pubblica, proprio per i record realizzati e le sfide disputate uno contro l’altro nelle finali Slam. Come tutte le cose belle, però, anche Fedal terminerà, pur nell’amarezza dei tifosi del tennis. E a prendere il loro posto nel ranking chi ci sarà?
ZverevUn’ipotesi valida vede Alexander Zverev diventare prossimamente il nuovo numero 1 del mondo, non appena Federer e Nadal cederanno la corona alle nuove leve. Le possibilità per il giovane tennista di Amburgo di raggiungere la vetta della classifica ATP, sono quasi dietro l’angolo: basti pensare che, in una sola stagione, Zverev ha vinto due Masters 1000 come Roma, battendo in finale Djokovic, e Montreal, estromettendo in due set Federer, nell’atto conclusivo del torneo canadese.
Ad appena 20 anni, il tedesco è numero 4 del mondo, e questo fattore legato all’età, lascia intendere, già da ora, come Zverev possa essere uno dei protagonisti di spicco del circuito ATP negli anni a venire, sia perché ha il carattere per stare in vetta alla classifica (non sente la pressione di giocare contro i big del tennis e, come è già avvenuto, di batterli), sia perché ha il gioco per imporsi nei tornei importanti. E, in quel gioco, magari non spettacolare ma completo, oltre ad avere tutti i colpi ad altissimo livello, può contare molto sul rovescio, probabilmente uno dei migliori in circolazione tra quelli giocati a due mani.

Dominic+Thiem+2017+Open+Tennis+Championships+dOvBR_84t8cx_0-715x477Un altro nome che potrà ambire alla conquista di palcoscenici importanti, primo fra tutti il Roland Garros, è Dominic Thiem. L’austriaco ha mostrato un tennis stellare sulla terra battuta e, sebbene non sia una Next Gen, ha la stoffa per realizzare grandi imprese. Thiem dovrà però attendere la fine del dominio sul rosso di Rafael Nadal che, per il momento, rimane il vincitore indiscusso dello Slam parigino. L’austriaco – salvo l’ostacolo rappresentato proprio da Nadal che vanta due vittorie al Roland Garros, in due scontri diretti, sul tennista di Wiener Neustadt (il primo risale al secondo turno del RG 2014 quando il maiorchino vinse 6-2, 6-2, 6-3; il secondo è la semifinale del RG 2017, nella quale Nadal si impose per 6-3, 6-4, 6-0) – ha dato prova di esprimere un livello di tennis molto alto attraverso delle accelerazioni esplosive che lo rendono un giocatore ostico per chiunque. Il suo gioco rende paradossalmente meglio sul rosso perché Thiem resta abitualmente molto dietro alla linea di fondo campo e riesce a destreggiarsi bene sia in fase difensiva che quando lascia andare le sue poderose sventagliate.

David GoffinUn terzo nome, non meno importante, è quello di David Goffin, che nel finale del 2017, ha tirato fuori un tennis da top five. Non è riuscito a vincere le Finals di Londra (perse nell’ultimo atto contro Grigor Dimitrov) e la finale di Coppa Davis in Francia, ma i trionfi su Nadal e Federer alla O2 Arena e i due punti portati al Belgio in Coppa Davis, a Lille, hanno evidenziato il salto di qualità del belga, classe ’90; salto di qualità esploso in una seconda fase della sua carriera, che potremmo definire della maturità.
Se il tennista di Rocourt continuerà ad esprimere quel livello di tennis propositivo che lo ha portato a liquidare Nadal, Federer e Tsonga nel giro di due settimane e ad arrivare in finale a Londra, potrà puntare a traguardi ancora più soddisfacenti, primo fra tutti la conquista di uno Slam che ancora manca nella sua bacheca. Volendo azzardare un accostamento pugilistico sul belga, potremmo definirlo un peso leggero con dei colpi da pesi massimi. È infatti un giocatore dal fisico mingherlino che fa leva sulla rapidità dei piedi negli spostamenti, che arriva bene sulla palla ed ha al contempo, dalla sua, un tennis offensivo, fatto di vincenti e discese a rete. Anche Goffin, come Zverev, ha nel rovescio il suo marchio di fabbrica.

Grigor DimitrovLa vera sorpresa che potrebbe, tra gli altri, raggiungere la vetta della classifica ATP, si chiama Grigor Dimitrov. Il bulgaro, attuale numero 3 del mondo (fin’ora suo best ranking), ha chiuso il 2017 vincendo il Master 1000 di Cincinnati e le Finals di Londra, tra lo stupore generale del pubblico, a seguito di annate tutt’altro che esaltanti (si pensi al 2015 e al 2016 dove il bulgaro non ha collezionato alcun trofeo, nemmeno tra gli ATP 250). Il tennista di Haskovo ha il talento per stare nei primi cinque del mondo; bisogna però capire se riuscirà a dare continuità al suo gioco, oppure se vivrà altre stagioni sotto tono, come quelle degli anni passati (2015 e 2016).

Per finire, tra le Next Generation, spicca il nome di Andrej Rublëv, più indietro degli appena citati in termini di punti e classifica, ma con il gioco adatto a sfondare. Se il russo trovasse sempre, con le sue accelerazioni devastanti, l’incrocio delle righe, diventerebbe semplicemente ingiocabile per tutti. Il problema più grande di Rublëv, però, è che ha unRublev-fh tennis rischioso e con pochissime variazioni. Questo vuol dire che, forzando tutte le palle, ha più possibilità di errore rispetto agli altri giocatori. In questo aspetto, assomiglia molto al connazionale Karen Chačanov per il tipo di soluzioni tecniche. Se aggiungesse qualche variazione al suo gioco, il russo potrebbe ridurre i rischi nelle scelte tattiche e, di conseguenza, trovare più regolarità nel gioco.

Ci sarebbero poi altri candidati alla top five, naturalmente. Non è da escludere un ritorno scoppiettante di Juan Martin Del Potro che, seppur attualmente non si trovi ai suoi massimi storici, può però tornare a competere ad armi pari con i top players del circuito. Magari non da numero uno del mondo per un tempo ininterrotto, però tra i primi cinque della classifica è probabile. Dipenderà tutto dalla sua condizione fisica, lontano da ulteriori infortuni, che in passato lo hanno destabilizzato in modo determinante; a scanso di inconvenienti, infatti, Del Potro ha il gioco e lo spirito di sacrificio per valere tra i primi al mondo.

Juan-Martin-Del-Potro-VS-Marcel-Granollers

Quanto agli infortunati del 2017, come Djokovic, Murray, Wawrinka, Nishikori e Raonic, per loro si apre una nuova fase. E in questi casi, o è una fase esaltante, tale per cui ognuno di loro ritroverà il suo miglior tennis, oppure, al contrario, risulterà al di sotto delle aspettative. Specialmente per i primi tre che ormai hanno superato i 30 anni, il 2018 sarà l’anno delle conferme, forse quello decisivo nell’economia della loro carriera per capire se potranno stare ancora dietro a Federer e a Nadal in classifica o, al contrario, se allenteranno definitivamente la presa.

Federico Bazan © produzione riservata

Recensione del film Borg McEnroe

Immagine correlata

Per qualcuno il film Borg McEnroe è una novità, un inedito che ripercorre la vita di due leggende degli anni ’80, mai viste giocare a tennis dal vivo perché vissute in un’altra epoca. Per qualcun altro, invece, la pellicola sembra rievocare un tuffo nel passato che gli attori di Borg (Sverrir Gudnason) e di McEnroe (Shia LaBeouf) riproducono con il loro repertorio di colpi e i loro rituali, un insieme di ricordi che risalgono a quasi 40 anni fa, quando, nel 1980, le televisioni nazionali trasmisero in diretta la storica finale di Wimbledon. Una finale dove “Ice Borg” e “Superbrat” si sfidavano in quella che non era soltanto una semplice partita di tennis, ma un incontro generazionale tra due grandi campioni, due stili di gioco divergenti, due personalità per certi versi opposte e, per altre, simili. Non solo: la rivalità sportiva tra Borg e McEnroe, iniziata nel 1978 con la semifinale vinta dallo statunitense allo Stockholm Open, in casa dello svedese, e culminata poi con la vittoria di Borg nell’ultimo atto di Wimbledon dell’80, ha rappresentato un punto di svolta in termini di popolarità mediatica. Infatti, prima dell’affermazione dei vari Borg, McEnroe, Gerulaitis, Noah, Edberg, Lendl, Becker, al tennis non era riservata un’attenzione così meticolosa; le televisioni non trasmettevano tante partite, in quanto i canali non potevano acquistare i diritti televisivi per offrire agli spettatori tutti gli incontri di tennis in TV. Ma quella finale di Wimbledon fu il preludio verso alcuni grandi cambiamenti; crebbe incredibilmente il numero di giovani talenti nel mondo del tennis: vennero fuori Edberg, Wilander, Becker, Lendl, Chang, Muster, Stich, Ivanisevic, Sampras, Agassi. Gli appassionati aumentavano in massa di pari passo all’introduzione di nuovi tornei disputabili dai professionisti; ma, probabilmente, l’apice del numero di spettatori negli stadi fu raggiunto con l’avvento dell’ATP e della WTA, le due associazioni mondiali del tennis professionistico maschile e femminile, attive verso la fine degli anni ’80, che diedero il via ai tornei Masters Series (per gli uomini) e ai Tier (per le donne).
Iniziarono, inoltre, a comparire le prime tifoserie, già a partire dal periodo della consacrazione di Borg: c’è chi parteggiava proprio per lui, lo svedese definito dai media “l’uomo di ghiaccio”, chi, invece, incitava McEnroe, l’americano “genio e sregolatezza”. Questo aspetto delle tifoserie è evidenziato molto bene nel trailer del film, prodotto dalla casa cinematografica Lucky Red e sceneggiato dal regista danese Janus Metz Pedersen.

La critica (le note positive e innovative del film):
La scelta del regista di dare vita a dei ricordi del passato è semplicemente sensazionale perché, anche per chi ha vissuto negli anni ’80 e ricorda come se fosse ieri quella finale, può cogliere, grazie alle scene del film, delle sfumature del carattere di Borg e di McEnroe che probabilmente non conosceva. La storia, infatti, si basa, in parte, su alcuni aneddoti dei due tennisti: per esempio che McEnroe fosse particolarmente abile nel fare i calcoli a mente già da piccolo, fosse il primo della classe in geografia e, questa sua perspicacia, si rifletteva poi nelle geometrie di gioco imprevedibili, in quel tennis geniale e talentuoso che lo ha portato ad essere un re nel suo genere; inoltre, quello che traspare dal film, è che aveva sì un carattere eccentrico e scontroso in campo, con gli arbitri e con il pubblico, ma che prendeva la vita con leggerezza al di fuori del tennis, tra musica rock, uscite in discoteca e bevute con gli amici (tra questi, Vitas Gerulaitis, presente nel film, ex tennista americano, nonché connazionale di McEnroe).
Borg, invece, sembrava l’antitesi di “Superbrat”: in campo dava l’idea di incarnare il ragazzo scandinavo freddo e impassibile, ma fuori dal rettangolo di gioco era una persona estremamente superstiziosa, maniaca dei rituali, profondamente ossessionata dagli avvenimenti della propria esistenza.
Una clip del film descrive appieno il comportamento fuori dal campo di entrambi i personaggi: McEnroe aveva uno sguardo leggero sulla vita, estroverso nelle relazioni umane, amante del gioco ma, al tempo stesso, molto meticoloso nello scoprire i punti deboli degli avversari, curioso di sapere come batterli ancora prima di giocarci; mentre Borg, si distingueva per una personalità introspettiva, spesso cupo e chiuso nel suo mondo, di poche parole nel rapporto con gli altri, a cominciare dalla fidanzata Mariana Simionescu e l’allenatore Lennart Bergelin, che, malgrado i litigi, riuscivano a comprenderne il carattere difficile.
Immagine correlataOltre agli aneddoti, un altro elemento chiave del film è l’alternanza presente/passato, che evidenzia le ambizioni (vincere Wimbledon) e i ricordi (l’infanzia) di entrambi i giocatori. Pedersen, astutamente, divide la vita dei protagonisti in tre fasi: l’infanzia, l’adolescenza e la maturità. Non è un caso che il regista danese usi spesso il flashback per mostrare allo spettatore il vissuto di Borg e di McEnroe, le loro origini, i loro conflitti interiori. È un elemento che fa capire allo spettatore come il tennis sia molto di più che colpire una palla e, in questo aspetto, Andre Agassi aveva colto nel segno. Borg, per arrivare ad essere un campione dal carattere forgiato e consapevole, ha attraversato periodi infelici, di sconforto e frustrazione. E, in questo, il regista è molto attento. Pedersen lascia intendere che Borg non era solamente quello che i mass media descrivevano, ovvero “il tennista di ghiaccio”, privo di emozioni; durante l’adolescenza, infatti, lo svedese manifestava spesso un carattere ribelle, indisciplinato, con un vissuto duro sulle spalle, fatto di sacrifici economici della sua famiglia, di soprusi da parte del direttore del circolo, dove il piccolo Bjorn giocava, che non lo considerava adatto per questo sport; un bambino contornato dai rimproveri del coach Bergelin, che, a modo suo, tentava di scuoterlo. Borg McEnroe è dunque un film che mette in risalto anche quello che, all’epoca, non veniva raccontato o detto su questi due grandi campioni.
Tra le altre chicche della pellicola, vi è la descrizione cronologica degli eventi (le informazioni sui tornei, gli avversari di Borg e McEnroe, gli anni delle finali, i luoghi frequentati da entrambi) che appare di fianco alle scene della storia con delle scritte. La cronologia fa fede al periodo storico che i due protagonisti hanno vissuto, agli eventi della carriera e della rivalità sportiva.
La carrellata, alla fine del film, delle foto storiche di Borg e McEnroe rivali e amici, è la vera ciliegina sulla torta che corona una sceneggiatura ben architettata.

La critica (le imprecisioni contenute nel film):
Il film, seppur in pochissimi casi, ha mostrato alcune congetture o scene non propriamente attinenti alla realtà. Quando McEnroe è ancora piccolo e non ha più di 12 anni, appare nella sua camera da letto un poster di Borg, molto più grande di lui, che sembra, dall’immagine, già un tennista affermato. In realtà i due si passano appena 3 anni di età.
Immagine correlataLa seconda imprecisione è che il McEnroe bambino viene ripreso ad allenarsi sui campi in terra battuta, una superficie di gioco totalmente in disuso negli Stati Uniti, anziché sui campi in cemento della Port Washington Tennis Academy di New York, dove il piccolo John McEnroe fu avviato al professionismo.
Un altro elemento sospetto è il discorso negli spogliatoi, durante il torneo di Wimbledon dell’80, dove “Superbrat” e il suo storico compagno di doppio Peter Fleming, si misero d’accordo per far vincere l’americano e per assicurargli dunque un posto in finale contro Borg. Scena sospetta, in quanto, storicamente (scontri diretti e palmarès) e tecnicamente, John McEnroe aveva un tennis nettamente superiore a quello di Peter Fleming.
L’ultima osservazione che, probabilmente, risalta più all’occhio, è che il film è incentrato per un buon 70% su Borg e per il restante 30% su McEnroe e altro, il che potrebbe essere un difetto o una peculiarità della storia, a seconda dei punti di vista personali. Certamente, la somiglianza di Gudnason a Borg incide molto sulla scelta del regista di dare più spazio all’ex leggenda svedese. Un po’ troppo superficiale, forse, la descrizione della vita di McEnroe, della quale vengono evidenziati solo alcuni particolari ma di cui vengono ignorati gli incontri dei tornei di quando era bambino, il rapporto con i genitori e i fratelli Mark e Patrick, anch’essi tennisti, gli allenatori avuti nel corso della crescita tecnica, elementi invece riscontrabili in Borg.

Voto finale:
Un film che fa rivivere i ricordi del passato, che svela alcuni elementi sconosciuti dei due protagonisti, che propone allo spettatore tutti gli aspetti esistenziali vissuti da due campioni indimenticabili.
Il mio voto da 1 a 10 è 8.

Borg McEnroe – Regia di Janus Metz Pedersen – Film sportivo e biografico – Distribuzione: Lucky Red – Anno di uscita: 2017 – Durata: 100 min.

Federico Bazan © produzione riservata

Le funzioni dello Split Step

split step Djokovic

                             Split step eseguito da Novak Djokovic

Tra i tennisti amatoriali, in pochi si ricordano di eseguire lo split step, ovvero il saltello sul posto che precede lo spostamento verso la palla (Djokovic ci dà una dimostrazione dello split step in foto). Questa dimenticanza o noncuranza da parte di molti appassionati praticanti, seppur risulti tecnicamente un errore, diventa paradossalmente un vantaggio. Un vantaggio, in quanto, il giocatore che non esegue il saltello, compie un numero inferiore di movimenti rispetto a chi lo mette in pratica; se i praticanti amatori o dilettanti ne sottovalutano l’importanza, è spesso per pigrizia, per mancanza di tempo prima della preparazione del colpo o, semplicemente, perché non sentono la necessità di applicare un meccanismo che non rientra tra i normali automatismi del gioco.
Almeno in linea teorica, dunque, il giocatore che trascura lo split step, spende meno energie di chi, invece, è più scrupoloso e lo riproduce costantemente durante un allenamento o una partita, tra un colpo e l’altro.
Per i professionisti, al contrario, lo split risulta una prassi, quasi una regola. Noterete, guardando una sessione di allenamento o una partita di tennis, che la maggior parte dei tennisti di alto livello, applica in modo quasi meccanico questo tipo di movimento. Il famoso saltello ha, quindi, molteplici funzioni: innanzitutto, una funzione che incentivi l’elasticità degli arti inferiori. Eseguire uno split step tra un colpo e l’altro, aiuta il tennista ad avere più mobilità articolare e, di conseguenza, ad evitare che le gambe rimangano “ancorate” rigidamente al terreno. Cliccando su questo link, troverete un allenamento di Roger Federer, dove potrete osservare un incessante movimento degli arti inferiori, compiuto dallo svizzero, tra un colpo e l’altro, a dimostrazione di come il “footwork” (lavoro di piedi) sia fondamentale per produrre una serie consecutiva di colpi ottimali.

split step Murray

                                                     Footwork di Andy Murray

La seconda funzione si basa sul fatto che il saltello può fornire al tennista il senso della posizione sul rettangolo di gioco: lo split step, infatti, viene messo in atto non appena il giocatore torna verso il centro della riga di fondo campo (vedi lo split step di Murray nell’immagine sopra). Questo avviene per non perdere terreno utile e per prepararsi agli spostamenti brevi, dettati dal ritmo incalzante degli scambi.
Una terza funzione dello split è infine quella di prevenire l’irrigidimento muscolare, uno dei problemi che preclude la riuscita di un buon colpo. Abituandosi a flettere le gambe e a tenere, per quanto possibile, sciolti gli arti inferiori durante il palleggio (anche per esempio durante l’esecuzione del servizio), si avrà una maggiore decontrazione muscolare, fondamentale per trasferire più peso sulla palla.
I tennisti alle prime armi, o comunque a livelli di gioco non esaltanti, tendono a trascurare l’importanza dei dettagli, come lo split step; sono però quei dettagli che, per un tennista di alto livello, al contrario, fanno la differenza; un professionista, infatti, qualora privato o limitato nell’esecuzione di un movimento abitudinario, seppur non così determinante, potrebbe perdere facilmente la reattività necessaria ad essere performante sul terreno di gioco.

Federico Bazan © produzione riservata

 

Neutral Stance vs Open Stance: due posizionamenti differenti prima dell’impatto

 

rublev-dritto-open-e-neutral-stance

Andrey Rublëv in azione: Open Stance (nel dritto a sinistra della foto) e Neutral Stance (nel dritto a destra della foto)

I due posizionamenti principali che ogni giocatore adotta nella fase che precede l’impatto con la palla, sono la Neutral Stance (Posizione Neutrale) e la Open Stance (Posizione Aperta). La differenza sta nel fatto che la Posizione Neutrale prevede, per giocare il dritto, la gamba sinistra avanti, mentre, per giocare il rovescio, la gamba destra avanti. Questo principio è valido per i destrimani (il contrario per i mancini, gamba destra avanti sul dritto e sinistra avanti sul rovescio).
Nel caso della Posizione Aperta, invece, gli arti inferiori sono quasi o, totalmente, frontali alla rete, normalmente abbastanza divaricati, di modo da trovare l’equilibrio ideale prima dell’impatto.
Per capire meglio di cosa si sta parlando in questo articolo, basta osservare la dimostrazione pratica che ci fornisce, nella foto, la giovane promessa del tennis russo, Andrey Rublëv, dove ci mostra correttamente i due casi differenti. A sinistra dell’immagine, potete osservare una Open Stance, dove Rublëv, in posizione frontale alla palla, fa leva sulla sua gamba destra, colpendo di solo braccio, con poca apertura a disposizione. A destra della foto, potete invece notare una Neutral Stance, dove il russo, in posizione laterale alla palla, accompagna il movimento in avanti con tutto il baricentro.

Per capire quali sono le soluzioni più adeguate da adottare nella fase di posizionamento delle gambe, le domande che sorgono spontanee sono due. La prima è: “Quando conviene giocare un dritto o un rovescio in Neutral Stance, quando, invece, in Open Stance?”
La seconda è: “Quale delle due risulta più efficace per trovare il giusto feeling con la palla e per accelerare nel modo prefissato?”.

  • Alla prima domanda, esiste un’interpretazione più o meno oggettiva: il tennis è uno sport di situazione e, in quanto tale, sollecita il tennista ad allenare il colpo al rimbalzo in entrambi i modi, sia in Neutral, sia in Open Stance, a seconda delle sue intenzioni tecnico-tattiche. Questo vuol dire che, se il giocatore arriva bene sulla palla, può scegliere se giocare in Neutral o in Open Stance, sebbene ci siano delle circostanze del gioco che impongono di tirare il colpo in un certo modo. Se, per esempio, si colpisce la palla da fermi, cioè quando ci si trova già posizionati con i piedi prima che la palla arrivi, la Neutral Stance è la soluzione ottimale che consente di affiancarsi e tirare con maggiore padronanza il colpo.
    Se, al contrario, ci si trova in ritardo e si è costretti ad un recupero in corsa o scivolato, si adotterà tendenzialmente una Open Stance.
  • Alla seconda domanda, esprimo un’opinione che fa al caso mio e che, naturalmente, è confutabile. Avendo provato entrambi i posizionamenti con le gambe, tra le due stance, in situazioni di gioco normale (durante il palleggio di un allenamento, per il dritto incrociato e a sventaglio e anche per le soluzioni in lungo linea), preferisco la Neutral Stance (il dritto alla destra della foto), in quanto, con la gamba sinistra avanti (per il dritto) e la destra avanti (per il rovescio), riesco a dare più velocità e precisione alla palla, proprio perché il baricentro tende, per una questione fisica, a scaricare il peso in avanti.
    Mentre, per quanto riguarda la Open Stance, non riesco a trovare una buona pesantezza di palla, profondità e precisione, perché non ho il peso del corpo che sostiene il movimento, ma solo il braccio e la gamba di riferimento. La Open Stance mi aiuta solo quando sono in recupero col dritto e in altri casi dove mi trovo in ritardo con l’apertura, problemi dettati per esempio dalla pigrizia o dalla disattenzione (e dove, dunque, non mi affianco alla palla correttamente).

Fatte queste due considerazioni, ci sono scuole tennis che insegnano la Neutral Stance, sottolineando l’importanza di affiancarsi sempre alla palla di modo che si possa spingere con più efficacia; altre scuole, che insistono sulla Open Stance per questioni tattiche (si ritiene che la Open Stance faccia perdere meno terreno al giocatore che la utilizza, in quanto quest’ultimo compierebbe meno passi per tornare in posizione al centro del campo) ed altre ancora che cercano di mediare a seconda dei casi. Quel che è certo, è che, se facessimo attenzione alle stance dei vari tennisti in una partita di livello ATP o WTA, una buona parte dei colpi da loro eseguiti, risultano giocati in posizione neutrale (o Neutral Stance), malgrado l’elevata velocità di palla. Qualora, invece, si trovino in ritardo o in recupero, allora, tendono ad adottare una posizione più frontale. Resta, comunque, difficile decretare quale delle due stance sia effettivamente la più efficace, in quanto ogni giocatore posiziona gli arti inferiori prima dell’impatto a seconda di come sente più sicuro il colpo.

Federico Bazan © produzione riservata

La parabola discendente del tennis svedese

Borg rovescioIl periodo migliore che il tennis svedese ha vissuto fino ad oggi risale agli anni ’70 e ’80, con i successi di Björn Borg, considerato il capostipite del tennis moderno, colui che rivoluzionò il gioco apportando delle modifiche determinanti alla tecnica e allo stile: le prime rotazioni in top spin, il rovescio bimane e la grande solidità da fondo campo erano le tre novità riscontrabili nel gioco dell’ex tennista svedese, dal quale poi si sarebbero ispirate migliaia di scuole tennis di tutto il mondo; novità che furono, da un lato, duramente criticate dalla stampa di quegli anni, per il fatto che Borg fosse stato il primo giocatore ad interrompere il filo conduttore del tennis classico impostato sul rovescio ad una mano, i colpi piatti e le frequenti discese a rete; dall’altro lato, questi nuovi aspetti portati da Borg, stupirono tutto il mondo del tennis per l’efficacia riscontrata nel rendimento su tutte le superfici, specialmente sulla terra battuta, dove l’ex campione svedese ottenne le vittorie più importanti (6 Roland Garros conquistati): il top spin, era infatti considerato un modo non convenzionale di giocare a tennis, basato su un palleggio a volte estenuante da fondo campo, quasi interamente privo di variazioni e in totale contrasto con il gioco piatto. Per questi motivi, il tennis di Borg rappresentava uno stile antitetico al tennis classico e al cosiddetto “serve and volley” (servizio e volée).
Non si può dire, però, che l’ex campione nativo di Stoccolma fosse l’unico, tra i tennisti2000_stefan_edberg_bjorn_borg_mats_wilander (1) svedesi, a passare alla storia. La tradizione continuò anche dopo gli anni ’70 con altri interpreti che, per certi versi, seguirono le orme di Borg: Mats Wilander, Kent Carlsson, Thomas Enqvist, Jonas Björkman e Thomas Johansson, solo per citarne alcuni, spiccavano per il tipo di gioco regolare da fondo campo, privo di grandi variazioni. L’unico tennista che si differenziava dalla “scuola moderna” inaugurata da Borg, era Stefan Edberg, probabilmente il solo svedese a continuare il filone dei giocatori serve and volley. Ma, salvo l’eccezione rappresentata da Edberg, i giocatori scandinavi si assomigliavano molto l’uno con l’altro, sia nello stile di gioco (tennis prevalentemente da fondo campo, in top spin, con il rovescio bimane), sia nel temperamento.

Curioso notare come il tennis svedese abbia subìto una escalation discendente in proporzione alle epoche e all’età dei tennisti. In ordine di epoca, età e vittorie (palmarès) si registrano:

  • Björn Borg: il primo in ordine cronologico (nato nel ’56 – carriera vissuta tra gli anni ’70 e ’80), è il tennista svedese che ha vinto complessivamente di più (11 tornei del Grande Slam);
  • Mats Wilander: il secondo in ordine cronologico (nato nel ’64 – carriera vissuta tra gli anni ’80 e ’90), è probabilmente il secondo più titolato (7 tornei del Grande Slam);
  • Stefan Edberg: il terzo in ordine cronologico (nato nel ’66 – carriera vissuta tra gli anni ’80 e ’90), possiamo dire alla pari con Wilander (6 tornei del Grande Slam e un numero complessivo di tornei maggiore del connazionale);

A seguire gli altri: Thomas Enqvist, vincitore di 19 tornei ATP ma di nessun torneo del Grande Slam e Jonas Björkman, un buon singolarista e un ottimo doppista, plurivincitore Slam in doppio.
L’ultimo svedese degno di nota risale agli anni 2000 ed è Robin Soderling, giocatore che ha fatto due finali al Roland Garros, è stato numero 4 del mondo ma che si è ritirato precocemente a causa di una mononucleosi.
Johanna+Larsson+2016+Open+Day+4+AQKYDagGwmylDopo Soderling, il tennis svedese, da quel che traspare al momento, è entrato in crisi di risultati. All’orizzonte, infatti, non vi sono grandi giocatori e nemmeno prospettive interessanti. I fratelli Ymer, tra l’altro di origine etiope, sono fuori dai primi 200 e, seppur giovanissimi, fanno fatica ad emergere. Soderling, dopo il ritiro, ha deciso di dedicarsi all’insegnamento: l’ex tennista di Tibro, infatti, allena Elias Ymer, con la speranza di tirare fuori un buon giocatore per il futuro del tennis svedese.
Posta questa riflessione e considerata la discesa in caduta libera del tennis in Svezia, ci sarebbe da chiedersi, dunque, a quali problemi sia andata incontro la Federazione del paese scandinavo. Mancano dei giovani promettenti e le scuole tennis non riescono a produrre dei buoni talenti? La Federazione svedese investe troppo poco nel tennis e lascia quindi più spazio ad altri sport più gettonati nel Nord Europa? O più semplicemente, è via via scemato l’interesse per questo sport?
Le risposte possono trovarsi nel fatto che anche il tennis femminile arranchi e non poco. L’unica giocatrice che trascina il movimento svedese è Johanna Larsson, che, come best ranking, ha raggiunto la 45esima posizione nella classifica WTA, ma, a parte la Larsson, non vi è nessun altro nome conosciuto che possa portare la Svezia nel World Group di Fed Cup.
Quello del tennis svedese è dunque un capitolo che raggiunge l’apice del successo con le gesta e le vittorie indimenticabili di Borg, Wilander e Edberg, ma che si chiude in modo drastico dopo l’uscita di scena prematura e sfortunata di Soderling e un tennis femminile poco brillante.

Federico Bazan © produzione riservata

Filip Krajinovic vince l’ATP Challenger del Due Ponti Sporting Club

Filip Krajinovic trofeoIl Due Ponti Sporting Club ha dato il via alla terza edizione del BFD Challenger, torneo con un montepremi di 43 mila euro, che ha ospitato professionisti ATP di alto livello, in buona parte italiani e spagnoli, tra cui anche due ex top ten: Tommy Robredo (ex numero 5 del mondo) e Nicolas Almagro (ex numero 9 ATP).
Questa edizione del torneo, malgrado le previsioni pendessero dalla parte dei tennisti iberici, ha visto imporsi il talento serbo Filip Krajinovic, che, dopo la conquista del trofeo, da numero 105, è rientrato nei primi 100 del mondo. Krajinovic, compagno di squadra di Coppa Davis di Novak Djokovic, vanta non a caso un best ranking di 87, sebbene potenzialmente valga qualcosa in più. Questo valore aggiunto del giocatore serbo lo si può constatare in virtù di una serie di vittorie nei Challenger, contro giocatori che sono stati in passato top 50: tra questi, Lukas Rosol, Guido Pella, Guillermo Garcia-Lopez e Daniel Gimeno-Traver, ex 48 del mondo, battuto proprio dal tennista di Sombor nell’atto conclusivo del torneo del Due Ponti, in una finale dove si è vista la differenza di rendimento tra i due giocatori. Krajinovic, in piena fiducia, ha concesso pochissimo al suo avversario, mentre Gimeno-Traver, in fase di ripresa dopo un periodo di infortuni debilitanti, ha giocato il suo tennis cercando di premere da fondo campo ma, rispetto al serbo, incappando più spesso in errori non forzati.

Filip Krajinovic

Dal punto di vista tecnico, Krajinovic è un giocatore solido che ha probabilmente nel dritto il suo fondamentale migliore, colpo con cui si procura il punto con più facilità.
Provenendo dall’accademia americana di Nick Bollettieri e avendo imparato a giocare sul veloce, il gioco di Krajinovic non prevede rotazioni esasperate come, al contrario, per esempio, la scuola spagnola. Malgrado questo, i risultati migliori che ha ottenuto a livello Challenger sono sulla terra battuta, a dimostrazione che si adatta bene anche a condizioni di gioco diverse dalle sue superfici abituali.
La caratteristica peculiare del serbo è la capacità di alternare una buona difesa da fondo campo, spostandosi lateralmente e arrivando ottimamente sulla palla, a costruzioni del punto volte a trovare il vincente. Un giocatore dunque intelligente tatticamente che, se in continua ascesa, potrà rappresentare una mina vagante nei tornei ATP e un cliente non semplicissimo da affrontare anche per i top players.

Federico Bazan © produzione riservata

Simone Bolelli, un tennista elegante

Tra i tennisti italiani ce n’è uno in particolare che spicca per l’eleganza del gesto tecnico: Simone Bolelli.

Simone Bolelli

                      La sbracciata di Bolelli con il rovescio ad una mano

Il bolognese gioca un tennis classico (dritto e rovescio ad una mano con impugnature non estreme), abbinato ad una fisicità notevole. Bolelli, infatti, serve delle prime palle di servizio a velocità considerevoli, oltre a giocare dei colpi da fondo campo tecnicamente molto consistenti e, al contempo, apprezzabili stilisticamente.
In questo video del match di secondo turno agli Australian Open 2015, tra il tennista di Budrio e Roger Federer, potete osservare tutti i pregi del bagaglio tecnico-tattico di Bolelli: quello che risalta più all’occhio del gioco di Simone, è senz’altro il rovescio ad una mano che consiste in una sbracciata giocata in top spin (vedi foto sopra) e, spesso, alternata al back, una soluzione che rende Bolelli particolarmente versatile alle circostanze. Ma i due fondamentali con cui il giocatore bolognese fa la differenza, sono il servizio, attraverso una prima palla piatta e veloce, e il diritto. Nel video possiamo vedere come il tennista di Budrio cerchi di conquistare più campo possibile spostandosi sul lato del rovescio per giocare il dritto a sventaglio, un’arma fondamentale del suo tennis, che gli consente di prendere il comando dello scambio, decidendo le traiettorie sulle diagonali.

Simone-Bolelli-Australian-Opne-2016-foto-di-Jason-Heidrich3

Il dritto con presa eastern di Bolelli conferisce una ottima spinta sulla palla sia sulla diagonale sia “a sventaglio”

Bolelli è inoltre un giocatore che mette a segno diversi vincenti a partita. Questo perché ha dei colpi particolarmente incisivi e perché conosce bene le strategie di gioco. Quando è il momento di tirare il colpo, non si tira indietro e questo lo rende un giocatore d’attacco non semplice da gestire per i classici baseliner (o più comunemente detti “rematori”).

Malgrado una classe non da poco, Bolelli non ha mai ottenuto risultati a livello ATP particolarmente esaltanti, a livello di singolare, ad eccezione di una finale nel lontano 2008 persa contro Fernando Gonzalez, nel torneo ATP 250 di Monaco di Baviera. Molto meglio, invece, nel doppio, dove ha vinto gli Australian Open 2015 in coppia con Fabio Fognini, bissando un traguardo storico per il tennis italiano dai tempi di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola; si è inoltre imposto in una serie di partite di doppio arrivando in finale a Indian Wells, Monte Carlo e Shanghai sempre in coppia con Fognini; da ricordare anche le partite vinte in Coppa Davis, competizione a squadre nella quale non ha mai sfigurato.

Bolelli ha, in realtà, tutte la carte in regola per poter fare quel salto di qualità che lo porterebbe stabilmente tra i primi 50 del mondo. Il suo è un tennis brillante che purtroppo, a causa di numerosi infortuni, ha meritato troppo poco per quel che effettivamente valeva e vale. Ma per fare in modo che questo salto di qualità si realizzi, il bolognese avrà bisogno di maggiore fiducia nei propri mezzi, quella fiducia che distingue un buon giocatore da un campione.

Federico Bazan © produzione riservata

Rafael Nadal torna il cannibale di un tempo: chiude la stagione estiva vincendo il Roland Garros e gli US Open

Nadal

Un Rafael Nadal così convincente sul cemento americano non lo si vedeva dal 2013, anno nel quale il maiorchino, nell’atto conclusivo degli US Open, liquidò nettamente l’allora numero 1 del ranking ATP, Novak Djokovic.
In pochi, quest’anno, si sarebbero aspettati, prima dell’inizio del torneo, che il tennista di Manacor potesse trionfare in maniera così agevole a Flushing Meadows, in considerazione delle precedenti uscite di scena nel 2015 e nel 2016, dove Nadal non superò il terzo turno (2015) e gli ottavi di finale (2016).

Sono da evidenziare due fattori che hanno, se non totalmente, almeno in parte semplificato il compito all’iberico di vincere il torneo: il primo dato è che nessuno degli avversari incontrati dallo spagnolo nel tabellone era un top 20. Questo vuol dire che Nadal, da attuale numero 1 del ranking ATP, ha pescato tre avversari fuori dai primi 50 del mondo (Lajovic, Daniel e L. Mayer) e due fuori dai primi 30 (Rublev e Anderson).
L’unico giocatore che in tutto il torneo, per tipologia di gioco, avrebbe potuto creare problemi al tennis di Nadal, sul veloce, era proprio Juan Martin Del Potro, ex numero 4 del mondo, vincitore degli Us Open nel 2009; ma, a parte l’argentino, che pure ha perso da Nadal con onore, nessun altro avversario incontrato dall’iberico è riuscito realmente ad impensierire il campione di Manacor nel corso del torneo, sia per il divario di esperienza nelle prove del Grande Slam con gli altri giocatori, sia per la differenza netta in termini di gioco e di classifica tra lo stesso Nadal e i vari Lajovic, Daniel, L. Mayer, Rublev e Anderson.
Il secondo fattore che ha consentito al campione iberico di arrivare indisturbato alla vittoria nella finale contro Anderson è legato alle grandi assenze rappresentate dall’ex numero 1 del mondo, Andy Murray, che si è ritirato per problemi all’anca; dal due volte vincitore degli US Open nel 2011 e nel 2015, Novak Djokovic, che riprenderà l’attività nel 2018, a causa di un infortunio al gomito; dal forfait di Stanislas Wawrinka che non ha partecipato al torneo per problemi al ginocchio.
Murray, Djokovic e Wawrinka, non a caso, sono quei tre giocatori che, oltre ad avere il ranking per competere contro Nadal, in passato hanno vinto gli US Open; se avessero partecipato a questa edizione, probabilmente per Nadal sarebbe cambiato qualcosa…
Ciò non toglie comunque le prestazioni maiuscole dell’iberico durante tutto l’arco della manifestazione. Da menzionare le due vittorie sul giovane talento russo Andrej Rublev, in fase di crescita prorompente, e su un rinato Juan Martin Del Potro che, a scanso di infortuni, potrà finalmente avere la possibilità di tornare un top ten.
Facendo un’analisi più tecnica, c’è da dire che Nadal ha concesso le briciole agli avversari, giocando un tennis aggressivo e concreto. Si è infatti visto un Rafa molto propositivo, e non solo da fondo campo: discese a rete, volée e passanti sono state alcune tra le soluzioni vincenti adottate dallo spagnolo in più occasioni. Questa propositività la si è vista specialmente nella finale contro Kevin Anderson, nella quale il maiorchino ha cercato spesso la via della rete, zona del campo dove è migliorato in maniera esponenziale nel corso degli anni.

Con il trionfo di Nadal agli US Open, il campione iberico accorcia le distanze su Roger Federer nella conquista dei trofei del Grande Slam. Nadal arriva, infatti, a quota 16 sigilli, a fronte dei 19 dello svizzero. La sfida relativa al palmarès è dunque ancora aperta tra i due storici rivali di questo sport, tenendo conto del vantaggio di 3 tornei del Grande Slam che Federer può vantare su Nadal, sebbene sia da sottolineare che lo spagnolo ha a disposizione, rispetto a Federer, più tempo per imporsi negli appuntamenti di maggiore prestigio, essendo più giovane dello svizzero di 5 anni.
Il dominio di Federer e Nadal nel 2017 con due Slam per parte (AO e Wimbledon per Federer e Roland Garros e US Open per Nadal) lascia presagire una lungaggine non ininfluente per le stelle emergenti del circuito ATP: le “Next Generation” avranno piùRafael Nadal US Open possibilità di riuscita nel momento in cui si chiuderanno le carriere di due campioni eterni come Federer e Nadal e, con queste, il ritiro graduale dal circuito di altri grandi interpreti: Djokovic, Murray, Wawrinka e Del Potro. Ma la favola dei senza tempo non è ancora finita: dopo la seconda giovinezza del Re Roger Federer, sta tornando affamato anche il Cannibale, Rafael Nadal, pronto a difendere la prima piazza, pronto ad azzannare l’ennesimo trofeo.

Federico Bazan © produzione riservata

Rischio squalifica per Sara Errani: la romagnola risulta positiva ad un controllo antidoping

Situazione delicata per la Federtennis: una delle giocatrici di punta del tennis italiano, Sara Errani, è stata trovata positiva all’arimidex, farmaco normalmente utilizzato per i casi di carcinoma mammario, il cui principio attivo è l’anastrozolo, uno stimolatore ormonale e metabolico o, in altri termini, un incentivo per l’atleta durante le prestazioni sportive. A rivelarlo, un test antidoping, dal quale emergerebbero alcune tracce della sostanza nelle urine della tennista romagnola.

Serena Williams vs Sara Errani -Internazionali BNL d'Italia 2014

La Federazione Italiana Tennis si trova dunque a dover fronteggiare un episodio con un epilogo amaro per una campionessa come la Errani che, ricordiamo, ha completato il Career Grande Slam in doppio, in coppia con Roberta Vinci, ha vinto 3 edizioni della Fed Cup e si è comportata più che discretamente anche nel singolare, dove ha comunque conquistato 9 titoli a livello WTA.
Qualcosa però è cambiato nel tennis della Errani, che ha perso gradualmente quella incisività della campionessa “fighter” di un tempo: la romagnola pare esser entrata in un vortice dal quale non è più riuscita a venirne fuori; un vortice in termini di risultati che l’hanno vista vincere l’ultimo torneo importante nel febbraio del 2016 e, da quel momento in poi, sprofondare nei tornei successivi, anche in condizioni di gioco relativamente favorevoli, se pensiamo, comunque, a molti primi turni persi sulla terra, sua superficie prediletta e contro avversarie non irresistibili (la Rodionova, la Haddad Maia e la Parmentier, solo per citarne alcune che hanno liquidato nettamente la romagnola quest’anno e che si trovano in alcuni casi fuori dalle prime 100).
Che le cose non andassero bene per “Sarita”, era evidente anche da diversi dettagli: continui problemi con il lancio di palla al servizio, errori inusuali da fondo campo per una regolarista del suo calibro, soluzioni alternative nelle corde della romagnola prevedibili e inefficaci contro le avversarie. La Errani, da ex top ten del circuito WTA, rischia, allo stato attuale, di uscire fuori dalle prime 100 e, se dovesse essere squalificata, potrebbe pagare un prezzo ancora più salato.

La speranza è che ci sia un possibile errore nelle analisi e che quindi la Errani possa essere scagionata da questa pesante accusa. Di contro, se così non fosse, auspichiamo che il movimento del tennis italiano stia vicino alla Errani in questo periodo delicato e che le sia di supporto per il proseguo della carriera professionistica.

L’augurio da parte del mondo del tennis è che torni, se non a splendere, quantomeno a riaccendersi lo spirito combattivo di una stella del tennis italiano che in passato ha regalato al nostro sport grandissimi successi.

Fonti (relative al doping e al principio attivo): Corriere della Sera

Federico Bazan © produzione riservata

Le Next Generation a confronto con i talenti dei primi anni 2000

vecchie glorieC’è un dato che distingue i successi di due generazioni diverse del circuito ATP: da un lato, quella dei primi anni 2000 (i nati tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80) e, dall’altro, le cosiddette “Next Gen” (i nati negli anni ’90), che rappresentano le giovani leve del momento.
Facendo infatti una comparazione riguardo alle conquiste dei tornei del Grande Slam in giovane età, si può affermare che “la vecchia guardia” ha totalizzato complessivamente risultati migliori. Pensiamo, solo per citarne alcuni, a Kuerten, Moyá, Hewitt, Safin e Roddick che, tra i 20 e i 21 anni d’età, vinsero almeno un torneo del Grande Slam ciascuno. La stessa cosa non si può dire, allo stato attuale, per i giovani talenti del circuito odierno come Zverev, Kyrgios, Chačanov, Medvedev e Rublev che, pur avendo la possibilità futura di imporsi nelle competizioni di maggiore prestigio (le prove del Grande Slam, la Coppa Davis e le Olimpiadi), ad oggi, nessuno di loro ha vinto un torneo del Grande Slam, a differenza dei predecessori.
C’è da chiedersi, dunque, il motivo di questa disparità di successi tra le due generazioni tennistiche, manifestatasi, in entrambi i casi, nei primi anni del professionismo. Gli interrogativi possibili a riguardo sono principalmente due, peraltro in contrapposizione tra loro. Il primo è: il livello generale del tennis junior potrebbe essere sceso rispetto a qualche anno fa? Oppure, e forse è l’interrogativo più verosimile, il livello complessivo del tennis odierno è cresciuto esponenzialmente tale per cui la supremazia dei Fab Four (Federer, Nadal, Djokovic e Murray) ha impedito alle vecchie generazioni e sta impedendo alle nuove generazioni di emergere negli appuntamenti più importanti?
In effetti, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, il circuito ATP aveva una varietà notevole di campioni cosparsi, ma mancavano ancora dei veri grandi dominatori della classifica mondiale al livello di Federer, Nadal e Djokovic. Dominatori, in termini di vittorie, statistiche e tempo trascorso in vetta al ranking.
Lo strapotere di Federer e Nadal, infatti, ha cominciato ad affermarsi a partire dal 2004-2005, proprio negli anni in cui i vari Kuerten, Moyá, Hewitt, Roddick e Ferrero avevano interrotto la serie positiva negli Slam (se si esclude l’exploit di Safin agli Australian Open nel 2005).

next gen

Il contesto è diverso per quanto riguarda invece le stelle del futuro: oggi le Next Gen devono fare i conti, non solo con un Federer in condizioni superlative e un Nadal tutt’altro che alle porte, ma anche con una serie di top player che si trovano da anni stabilmente tra i primi 15 del mondo: i vari Wawrinka, Tsonga, Cilic, Nishikori, Berdych sono infatti quei tipi di avversari che hanno l’esperienza e il gioco per prevalere sulle giovani leve. Senza considerare poi Murray e Djokovic che, al momento, sono un punto interrogativo: potrebbero sprofondare così come risalire in cattedra quando meno ce lo si aspetta.
La sensazione è dunque quella che lo spazio per le Next Gen nei grandi palcoscenici arriverà non appena i campioni nati negli anni ’80 chiuderanno i battenti. E non avverrà a breve.

Federico Bazan © produzione riservata