Esclusiva: intervista ad Adriano Albanesi, International Tennis Coach

Adriano Albanesi a New York durante gli US Open

La lunga esperienza di Adriano Albanesi nel circuito ATP ha inizio calcando i campi in terra rossa, tra allenamenti e partite di torneo, per poi distinguersi, a livello internazionale, nelle vesti di Coach di vari tennisti professionisti.
Tra i successi da giocatore nel tour, spiccano la vittoria ai Campionati Italiani Under 18 a squadre, il raggiungimento della top 30 nella classifica dei migliori tennisti azzurri nel 2009, il best ranking ATP di 1290 in singolare e 800 in doppio, oltre a numerose partecipazioni nelle competizioni a squadre Interclub: in Francia e in Slovacchia; in Germania, nella terza divisione, e in Italia, nella prima divisione.
In qualità di Coach, invece, Albanesi vanta diversi titoli ed esperienze con giocatrici e giocatori di livello ITF, ATP e WTA, tra i quali Lesia Tsurenko, Elena Rybakina, Riccardo Ghedin e Cristian Rodriguez, solo per citarne alcuni.

– Ex giocatore ATP, Maestro Nazionale FIT e Head Coach di tennisti del circuito maggiore, nonché attuale Direttore Tecnico della scuola tennis de L’Antico Tiro a Volo, uno dei circoli storici di Roma. La tua prospettiva sul tennis può essere quindi osservata da molteplici angolature. Dopo tutte le esperienze maturate in campo da protagonista e fuori, da supervisore, quanta mole di lavoro si cela dietro ad una semplice racchetta?

– Dietro ad una semplice racchetta, quando sei un giocatore, ci sono ore e ore di allenamento. Da tennista pensi in prima persona, sei egoista, ma si tratta di un sano egoismo perché vuoi raggiungere determinati obiettivi. È un percorso, comunque, fatto di tanti sacrifici.
Da allenatore, personalmente, ho trascorso un periodo di studio, sia di partite viste sia di esperienze vissute a contatto con altri coach che mi hanno aiutato a migliorare e a capire più nel dettaglio il coaching, in quanto, con un trascorso da giocatore, approcciavo il lavoro di allenatore in modo schematico. Invece, quando sei un coach, devi avere la forbice un po’ più ampia perché, oltre ad essere un allenatore, sei anche un educatore. Quindi non tutto può essere sempre bianco o nero, ma bisogna trovare anche una via di mezzo.

Quando comunichi con un giocatore devi metterti sullo stesso piano, perché altrimenti, qualora un allenatore non riesca a carpire le sensazioni del giocatore, o per lo meno quello che lui ti vuole trasmettere, diventa difficile anche una eventuale collaborazione. E, per evitare questo, devi viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda. È un qualcosa che ho capito tanto quando ho fatto esperienze con altri coach a livello internazionale e, per quello che riguarda la mia metodologia, sono migliorato anche quando ho avuto la possibilità di lavorare con dei bravissimi preparatori atletici.
Quindi, per concludere la risposta alla tua domanda, ci deve essere la voglia, la passione, bisogna essere generosi con se stessi perché la strada è lunga e non si finisce mai di imparare. E ogni sfida ti può portare a nuovi percorsi via via migliori, purché dietro vi sia una grande preparazione.

Rovescio in salto ad una mano dell’Adriano Albanesi tennista, impegnato in un incontro di Serie A al Canottieri Nino Bixio di Piacenza

– Quali sono gli elementi imprescindibili, sia concreti che astratti, sui quali si basa un nuovo percorso di coaching con una ragazza emergente o con un giovane promettente?

– Sia che si tratti di una ragazza emergente o di un giovane promettente, gli elementi che reputo fondamentali sono il duro lavoro, ma soprattutto l’adattabilità, in quanto il più delle volte, in campo, si creano delle situazioni scomode e noi allenatori le riproponiamo. Qualora un giocatore non sia disposto all’adattamento, diventa tutto più difficile, specialmente per uno come me che impronta il lavoro in un certo modo. Spesso entro ed esco dalla comfort zone per testare chi sto allenando e, in questa situazione, è facile incontrare giocatori che facciano più fatica di altri; ma, di base, è l’adattabilità: si gioca tutto l’anno su superfici differenti, con numerosi ostacoli, quindi è imprescindibile per me trovare una scappatoia da questi punti focali. È normale che, per un giovane promettente, si cerchi di costruire, di gettare delle basi solide sulla consapevolezza dei propri mezzi. Mentre, per quanto riguarda un emergente o un giocatore già formato, si intraprende un percorso di consolidamento. Quando arriva da me un giocatore già avviato, si cerca di capire come mai non vada avanti e quali siano le sue difficoltà.

– In che cosa consiste e come è strutturata una “pre season” nella collaborazione tra un tennista professionista e il suo coach?

– Questa domanda mi fa impazzire, è una domanda bellissima perché la pre season per me è, emotivamente, un momento molto importante dove si studia e che ricordo benissimo con le giocatrici che ho allenato. Nei periodi di pre season lavoravo anche di notte, perché riassumevo tutto il filmato della giornata e cercavo di capire dove e come si potesse fare meglio. È uno dei momenti più belli dell’anno per me. Magari per i giocatori un po’ meno, perché loro hanno voglia e bisogno di fare tornei come anche noi allenatori; però, a noi coach, quel periodo della stagione ci permette di studiare e di non avere fretta nel lavorare sui loro punti deboli e anche sui loro punti di forza. La pre season, quindi, è una fase di studio vero e proprio.

Cristian Rodriguez, uno dei tennisti ATP allenati da Albanesi

Quali aspetti ritieni fondamentali in un piano di allenamento specifico per un top player?

– Gli aspetti che ritengo fondamentali in un piano di allenamento sono il cercare di essere sulla stessa frequenza nella comunicazione coach-tennista, cercare di capire se una partita ti abbia dato delle informazioni affinché poi, in allenamento, tu possa limare, diminuire o aumentare determinate situazioni. Naturalmente, gli elementi fondamentali possono variare da giocatore a giocatore: c’è chi ha bisogno di lavorare maggiormente su un aspetto, chi su un altro. E se non ti trovi sullo stesso piano di chi alleni, non è facile fare coaching.
Una linea guida imprescindibile, per me, è lo sviluppo del potenziale dell’atleta: scoprire quali sono i suoi pregi e suoi limiti, lavorando di pari passo su entrambi
e stilando un piano basato su obiettivi concreti, perseguibili. Solamente step by step, attraverso un percorso di crescita graduale, si può arrivare a ottenere anche risultati inattesi. Nel caso in cui un atleta salti determinate tappe raggiungendo i risultati prefissati in tempi più brevi del previsto, è possibile accelerare il processo di miglioramento, o attuare un altro percorso.

– Hai portato Lesia Tsurenko alla posizione numero 27 del ranking mondiale dopo più di un anno di lavoro insieme. Quarti di finale agli US Open, piazzamenti di rilievo nei WTA Premier, tra cui la finale a Brisbane e i quarti di finale a Cincinnati e a Birmingham. Tsurenko che peraltro sconfisse, in quelle occasioni, delle numero 1 al mondo come Caroline Wozniacki, Naomi Osaka e Garbiñe Muguruza.
Quali sono le partite, giocate dalla Tsurenko, che ricordi con più piacere?


– Sembrerà strano, ma le partite che ricordo con più piacere non sono i quarti di finale agli US Open, le vittorie sulla Osaka e la Kontaveit a Brisbane, piuttosto che sulla Wozniacki e la Muguruza nella tournée americana. Queste sono le ciliegine sulla torta. Io ricordo di più le partite sofferte, non che i match contro le top players non siano stati lottati, però non posso dimenticarmi delle partite quasi perse, delle partite ribaltate di punteggio contro giocatrici di ranking anche più basso. E quelli sono gli incontri che per me contano. È il mio modo di vedere le cose, ovvero: l’exploit, la vittoria contro una top ten o una top five sono delle emozioni incredibili perché vanno a coronare il lavoro che c’è dietro. Ma il lavoro che c’è dietro è tanto e le partite che ci sono dietro, prima di compiere un exploit, sono tante; ma, soprattutto, sono numerose le situazioni che uno deve ribaltare per consolidare la propria mentalità, il proprio atteggiamento. Sono proprio da quei momenti di difficoltà che si vede quello che uno sta cercando di costruire. Io ti ho elencato tanti exploit, ma ti assicuro che ci sono tantissime partite, come un primo turno al Roland Garros, dove erano tre settimane che lavoravamo insieme ed è stato, non un dramma, ma la prima partita che la Tsurenko aveva vinto dopo sei mesi. Impossibile dimenticarla perché è stata come una liberazione. Da quella partita si è aperta un’autostrada: il turno dopo batti la Vandeweghe, che era numero 18 del mondo e poi batti la Rybáriková che aveva fatto semifinale a Wimbledon l’anno prima.
Quindi ne potrei elencare diverse, ma ci sono delle piccole partite chiave con giocatrici meno blasonate che, però, ti fanno trovare il ritmo partita, il ritmo torneo e ti fanno uscire fuori da situazioni difficili.

Adriano Albanesi a colloquio con Lesia Tsurenko, top 30 WTA

Se ce ne sono stati, come hai gestito tutti quei momenti di sfiducia che ha vissuto la tennista ucraina?

I momenti di sfiducia e i periodi bui si possono presentare nell’arco di una stagione. La bravura dell’allenatore e del team che ruotano attorno a un giocatore è quella di evitare il più possibile un rendimento di alti e bassi. Penso che, laddove si presentino dei momenti difficili, andrebbero accettati, analizzati ma, soprattutto, per uscirne fuori, bisognerebbe ricominciare ad apprezzare le piccole cose perché, molte volte, siamo accecati dal “non risultato”, dalla “non performance“. E, invece, le cose invisibili intorno a noi possono offrirci un punto di vista differente. Il famoso bicchiere mezzo pieno: si riparte da quella parte piena. È poca? Non è proprio mezza? Va bene, si riparte da lì.

E, per concludere, uno sguardo al futuro. Quali sono i tuoi obiettivi da qui ai prossimi anni?

– Negli ultimi anni ho dedicato molto tempo alla famiglia e al lavoro di cui mi occupo attualmente, che è quello di Direttore Tecnico della scuola tennis de L’Antico Tiro a Volo, in quanto il circuito mi ha portato ad essere lontano da casa. E sono contento perché le mie figlie crescono con papà vicino.
Sicuramente il circuito mi manca, ma in questo periodo della mia vita era giusto dedicare tempo alla famiglia. Quando si presenterà l’occasione e, qualora si ripresenti, uno dei miei obiettivi sarà quello di rientrare nel circuito. Non posso cancellare gli anni passati, anche perché mi hanno formato e hanno fatto in modo che diventassi un coach con più esperienza. Pertanto, se in un futuro si dovesse ripresentare un progetto nuovo e interessante, ci penserò.

Foto di: Adriano Albanesi

Federico Bazan © produzione riservata

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