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Sara Errani e Roberta Vinci mettono il punto esclamativo alla loro collaborazione in doppio

            Le Chichis terminano una collaborazione storica per il tennis italiano

Tanto improvvisa quanto inaspettata la decisione presa da Sara Errani e Roberta Vinci in merito alla separazione del famoso duo “Chichis”.

La coppia femminile più forte della storia del tennis italiano, formata dalla romagnola e dalla tarantina, si è rivelato per anni un connubio invulnerabile, un doppio così affiatato che spesso, visti i molteplici successi all’ordine del giorno da parte di entrambe, non faceva neanche più notizia un loro torneo vinto.
La Errani e la Vinci, infatti, oltre a detenere il primato in doppio e a vantare un saldo positivo negli scontri diretti con le avversarie, si sono imposte in tutti i tornei possibili e immaginabili, di livello International, Premier, Tier e Grande Slam.

Tra i sigilli più importanti ottenuti dalle Chichis ricordiamo 22 trofei a livello WTA, comprese tutte le edizioni del Grande Slam di cui una, gli Australian Open, vinta per due volte consecutive (2013 e 2014).
La romagnola e la tarantina sono rimaste in vetta al ranking, difendendolo in maniera egregia per più di due anni, a dimostrazione di quanti sacrifici abbiano speso sul campo e del grandissimo livello di determinazione impiegato in tutti i tornei, contro qualsiasi avversaria; dai colossi Williams, passando per Makarova e Vesnina, arrivando ad avversarie non meno modeste come Sania Mirza e Cara Black.

Entrambe, sui loro profili Facebook, hanno rilasciato un messaggio rivolto a tutti i fan:
“Ciao a tutti.
Dopo una splendida avventura durata tanti anni che ci ha portato al raggiungimento di grandi traguardi, vi scriviamo questo comunicato per informarvi della decisione che abbiamo preso di interrompere la nostra collaborazione in doppio.
Abbiamo investito moltissime energie, sia mentali che fisiche, per riuscire ad ottenere i risultati che abbiamo conquistato e di cui siamo molto orgogliose, per questo sentiamo la necessità di fermarci e tirare un po’ il fiato. Vogliamo entrambe intraprendere una nuova strada all’interno della nostra carriera personale per provare a raggiungere nuovi traguardi e a regalarvi nuove soddisfazioni.
Col sorriso sulle labbra e da numero 1 al mondo ci teniamo specialmente a ringraziare tutti i nostri tifosi e i nostri fans per averci sempre sostenuto, è stato un onore per noi rappresentare insieme il nostro Paese…”

Fa un effetto strano non poterle più vedere in campo, dopo anni di successi straordinari, con quella grinta, quella passione, quel trasporto che da sempre le hanno distinte.
Avrebbero potuto continuare a giocare insieme senza troppi patemi. Hanno deciso, tuttavia, da grandi professioniste quali sono, di dedicarsi al singolare dove, contrariamente al doppio, hanno brillato un po’ di meno.
Grandi professioniste perchè, anzichè limitarsi a vincere altri prize money in doppio da numero 1 del mondo, hanno optato per una scelta differente, andando in un certo senso contro il loro interesse.

Si sa, difatti, come nel singolare cambi tutto.
Mentre nel doppio, un giocatore compensa i limiti dell’altro, come si è verificato proprio nella coppia Errani – Vinci, nella quale la prima è più solida da fondo campo e la seconda è più brava a rete, nel singolare, le responsabilità ricadono tutte sulle proprie spalle.

Dedicarsi al singolare, il che vuol dire affrontare a muso aperto Serena Williams, Maria Sharapova, Petra Kvitova, Ana Ivanovic, Eugenie Bouchard, dopo anni di continue conferme in doppio e soprattutto da numero 1 del mondo, è segno di grande professionalità e rappresenta un’esame di maturità non indifferente da parte di entrambe.

Federico Bazan © produzione riservata

Il tifoso italiano sale sul carro del vincitore ma scende non appena la sua squadra perde

                                 Un’Italia di Barazzutti in crisi

La prima trasferta italiana di Coppa Davis dell’anno si è svolta ad Astana, in Kazakistan, sul cemento indoor del National Tennis Centre della capitale kazaka. Il capitano della squadra di casa, Dias Doskarayev, ha schierato una formazione apparentemente abbordabile per l’Italia di Corrado Barazzutti, considerate le classifiche dei giocatori kazaki convocati in campo; se da un lato apparentemente abbordabile confrontando il ranking e i bottini dei singoli elementi di entrambe le squadre, in realtà, complicata da affrontare per il tipo di clima, di superficie e di gioco che i kazaki ci hanno riservato; il tennis di Golubev, Nedovyesov e Kukushkin, tipico dei giocatori dell’Europa orientale, basato sull’esplosività al servizio e su pochissimi scambi da fondo campo, si è rivelato un gioco più ostico del previsto per la Nazionale di Capitan Corrado Barazzutti.

Nella specialità del doppio l’Italia continua a primeggiare grazie alla coppia Fognini-Bolelli ma le difficoltà maggiori le riscontriamo nei singolari. Indicativo è il bilancio relativo alle sconfitte: tre punti persi rispettivamente da Bolelli, Seppi e Fognini a fronte di una sola vittoria conquistata dal tennista altoatesino (nel singolare).
Un Kazakistan motivatissimo e generoso fino alla fine, ha lottato su ogni palla, concedendo meno di quanto ci si aspettasse; una squadra che ha meritato la vittoria se non altro per la dedizione e il sacrificio di portare a casa il risultato, sebbene, da sottolineare, con l’ausilio dalla terna arbitrale, giudici di linea e di sedia compresi.

                                          Fognini incredulo per le scelte arbitrali

Errori gravissimi commessi da arbitri più kazaki che super partes hanno, purtroppo, inciso sul morale dell’Italia di Barazzutti in maniera non indifferente.
Lo stesso capitano, immobile in panchina, era da un lato sorpreso e dall’altro piuttosto irritato; Fognini alla fine di alcuni game e in più occasioni ha scagliato a terra con foga le palline, anch’egli fortemente frustrato per le scelte arbitrali, obiettivamente del tutto discutibili; la panchina azzurra era in piedi tra il delirio e l’incredulità delle tante palle chiamate fuori e che invece erano dentro, dei tanti ace fantasma non concessi ai nostri.

Si può discutere sulle scelte, sui meriti o demeriti, sulla sfortuna e tanti altri fattori entrati a far parte del gioco.
E’ vero che il risultato finale è 3 a 2 per il Kazakistan, un 3 a 2 che costringe la Nazionale italiana allo spareggio per tentare di rimanere in vita nel World Group, ma bisognerebbe anche considerare che non sempre il successo è servito su un piatto d’argento, specialmente in una competizione beffarda come la Coppa Davis nella quale, come si è visto più volte, la classifica dei singoli giocatori è relativa.

                                 Bolelli in difficoltà contro Kukushkin

Quando il nostro Fabio Fognini battè Andy Murray in quel di Napoli, nei quarti di finale di Coppa Davis, consentendo alla formazione azzurra l’accesso per le semifinali nel World Group, tutti i tifosi italiani spesero parole di elogio nei confronti del giocatore ligure, del lavoro svolto da capitan Corrado Barazzutti, dei successi in progressione archiviati dalla squadra italiana nelle partite lottate e vinte.
Nel momento in cui è avvenuto il contrario, quando l’Italia di Barazzutti non ce l’ha fatta a raggiungere l’obiettivo, quando è stata ad un passo dal traguardo ma questo è sfuggito di un soffio, vuoi per la bravura degli avversari, vuoi per i demeriti degli azzurri e vuoi anche per un arbitraggio totalmente a nostro sfavore, ecco qua che i giudizi si sono rovesciati radicalmente.

L’Italia ha perso e non c’è dubbio, sebbene i commenti che si sono scatenati nel dopo partita nei riguardi dei tennisti azzurri e di Barazzutti, sono stati decisamente severi.
Basti leggere qualche critica sui social network, sotto alcuni post, per farsi un’idea di come molti tifosi italiani, probabilmente gli stessi che gioirono l’anno scorso della vittoria dell’Italia contro la Gran Bretagna di Andy Murray, abbiano inveito, senza scrupoli, nei confronti dei giocatori e di Barazzutti stesso.

Una sconfitta è sempre una sconfitta ma ci vorrebbe più umiltà e comprensione da parte di chi, evidentemente, non si è messo nei panni di coloro i quali ci hanno provato. E provarci, purtroppo, non garantisce sempre una vittoria.

Federico Bazan © produzione riservata

Kim Clijsters torna a giocare in una partita di esibizione

                                          La premiazione di Andrea Petkovic e il ritorno di Kim Clijsters

Era dal 2008 che il torneo Premier di Anversa non si giocava sul tappeto indoor dello Sportpaleis Merksem, palazzetto sportivo della piccola località delle Fiandre.
La penultima edizione disputata fu vinta da Justine Henin. L’ex campionessa belga si impose in finale con un doppio 6-3 sulla nostra Karin Knapp. Quattro anni prima, nel 2004, Kim Clijsters, connazionale della Henin, ebbe la meglio su un’altra tennista italiana, Silvia Farina.

L’ultimo atto del torneo di Anversa di quest’anno non ha mai smesso di stupire.
La Suarez Navarro, che ha giocato un torneo stellare, battendo la Giorgi in rimonta, sotto 6-1 nel primo set e la Niculescu in tre set lottati, ha rinunciato, proprio sul più bello, a scendere in campo per problemi fisici, dopo tutti gli sforzi prodotti e ripagati nel corso del torneo.
La cavalcata della giocatrice iberica è stata una sequenza di vittorie che l’ha vista imporsi sulla Giorgi, la Niculescu, la Schiavone e la Pliskova.
In finale la giocatrice di Las Palmas de Gran Canaria avrebbe dovuto affrontare Andrea Petkovic che proveniva da una striscia positiva di risultati in seguito ai successi sulla Cibulkova e la Zahlavova-Strycova, battute anche piuttosto nettamente dalla tedesca.

               La famiglia e il tennis: un binomio indelebile nella vita della Clijsters

A sostituire la Suarez Navarro, vista la sua impossibilità nel giocare, è scesa in campo, per la gioia del pubblico di casa, Kim Clijsters.
L’ex campionessa belga, nuova direttrice del torneo di Anversa, ha giocato contro la Petkovic in un incontro di esibizione. E c’è da dire che è sorprendente, non solo il risultato di 5 giochi a 3 in favore della Clijsters, dopo anni e anni che non disputava una partita nel circuito maggiore, ma soprattutto la qualità del suo gioco.

La Clijsters ha dato prova che le sue corde sono tutt’altro che arrugginite. Pur avendo messo su qualche chilo in più, la veterana del tennis belga ha realizzato dei recuperi in back in scivolata uguali a quelli dei tempi d’oro.
Malgrado la lontananza dal circuito, la belga non ha perso le misure del campo, la velocità dei colpi e l’elasticità negli spostamenti laterali. Tant’è vero che la stessa Petkovic, a fine gara, l’ha esortata scherzosamente ai microfoni di tornare a giocare, visto il grande livello di tennis espresso durante il match di esibizione.

La Clijsters si è sempre distinta per un tipo di gioco offensivo e difensivo al tempo stesso. Dotata di un dritto e di un rovescio penetranti, di un’intelligenza tattica notevole, di una capacità di accelerare la palla nei momenti chiave dello scambio dopo essersi lavorata ai fianchi la propria avversaria senza forzare, è anche capace di ricorrere a soluzioni differenti come il back in scivolata e la palla corta durante un palleggio serrato.

Per quel che riguarda il palmarès, si potrebbe scrivere un libro sulla Clijsters.
Solo qualche numero: 4 tornei del Grande Slam in singolare, 2 in doppio e 41 trofei complessivi (incluse le prove del Grande Slam).

Nell’ultima parte della carriera la Clijsters si è dedicata maggiormente alla famiglia, mettendo in secondo piano il tennis. Molti pensavano che avrebbe potuto continuare a giocare, a vincere.
L’ex giocatrice belga non ha perso nulla di tutto ciò che aveva sul campo ma ha deciso di voltare pagina, probabilmente per sempre, sicuramente senza rimpianti.

Federico Bazan © produzione riservata

Simone Bolelli e Fabio Fognini regalano all’Italia un sogno vincendo gli Australian Open in doppio

Pietrangeli e Sirola, la penultima coppia italiana ad aver vinto un torneo del Grande Slam in doppio

Era dal 1959 che due tennisti italiani non vincevano un torneo del Grande Slam, in doppio. In quella edizione Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola conquistarono il trofeo del Roland Garros imponendosi sulla coppia australiana formata da Roy Emerson e Neale Fraser, due tra i più grandi campioni del tennis australiano (insieme a Rod Laver) che vantano complessivamente, nel singolare e nel doppio, più di quaranta titoli del Grande Slam.

Proprio nel giorno dell’elezione del Presidente della Repubblica in Italia, Bolelli e Fognini, in Australia, a distanza di 56 anni dall’ultimo successo archiviato da Pietrangeli e Sirola, hanno regalato un sogno agli appassionati che, alla vigilia, sembrava tutt’altro che scontato e soprattutto hanno archiviato uno dei sigilli che rimarrà per sempre scolpito negli annali dello sport italiano.

La coppia azzurra si è imposta con autorevolezza sui cugini d’oltralpe, Nicolas Mahut e il giovanissimo Pierre-Hugues Herbert, classe ’91, con il punteggio di 6-4, 6-4, in una partita interpretata da Bole e Fogna con una compensazione e un affiatamento incredibili.
Entrambi hanno adottato spesso un gioco difensivo in quanto i francesi erano molto propositivi verso la rete.

Fognini ha giocato tanti lob, un tipo di schema che gli ha consentito di ribaltare l’inerzia degli scambi in proprio favore in quanto Mahut, dopo il servizio, scendeva a rete per attaccare ma, così facendo, lasciava totalmente incostudito fondo campo. Anche il famoso rovescio lungolinea del ligure ha dato i suoi frutti.

                           Gli azzurri trionfano in quel di Melbourne

Il doppio, essendo una specialità a parte rispetto al singolare, vede i giocatori compiere movimenti completamente diversi e optare per discese a rete più frequenti, più giocate al volo, strategie come “il contropiede”. E il rovescio in contropiede di Fognini ha avuto spesso ragione; quando i due francesi andavano da una parte, Fabio colpiva dall’altra.

Per quanto riguarda Bolelli, che dire se non elogiare le sue caratteristiche di gioco: l’eleganza, la velocità e la forza nel braccio del tennista bolognese hanno compensato alla grande il gioco più difensivo di Fognini.
Bolelli, dotato di un gran dritto, di una prima di servizio molto robusta e di accelerazioni a fil di rete, ha scardinato la resistenza francese, sostenendo il suo compagno nei momenti topici.
Il giocatore di Budrio ha dichiarato a fine gara, nell’intervista post partita: “Siamo stati lucidi oggi in campo, sotto di un break nel primo set e abbiamo salvato un game importantissimo sotto 15-40; siamo comunque riusciti a gestire bene i momenti importanti, a fargli sentire la nostra presenza e penso che abbiamo fatto una grande cosa”.

Aggiunge: “Sicuramente a inizio torneo non ci aspettavamo di arrivare fino a qua”.
Tanta l’umiltà da parte di Simone Bolelli in queste parole, un’umiltà vincente perchè sapeva che sarebbe stato difficile agguantare e vincere una finale di uno Slam… ma ha giocato il suo miglior tennis sul campo in ogni partita, senza partire prevenuto. E lo stesso merito va a Fabio Fognini che, insieme a Bolelli, ci ha creduto fino alla fine.


Federico Bazan © produzione riservata

Semifinale serie A1: Circolo Canottieri Aniene contro Park Tennis Club Genova

                        Con Alessandro Nizegorodcew, telecronista di SuperTennis Tv e direttore di Spazio Tennis

Il Circolo Canottieri Aniene, fondato nel lontanissimo 1892, è uno degli impianti sportivi più antichi di Roma e con più tradizione alle spalle insieme al Tennis Club Parioli.
Quest’anno la serie A ha visto protagoniste la formazione dell’Aniene composta da Flavio Cipolla, il veterano Vincenzo Santopadre, Simone Vagnozzi e il giovanissimo Matteo Berrettini, classe ’96, opposta al Park Tennis Club di Genova, formato da Fabio Fognini, il neo acquisto iberico Pablo Andujar, Enrico Wellenfeld e gli astri nascenti Alessandro Ceppellini e Gianluca Mager, classe ’94, già numero 450 del mondo a soli 19 anni.

Il ritorno sul campo di un Vincenzo Santopadre ad alti livelli è stato qualcosa di sensazionale soprattutto per la voglia, la passione e il cuore che un ex giocatore, all’età di 43 anni, ha contribuito a dare alla sua squadra in questa competizione sportiva.
Il gioco classico, il servizio stilisticamente non lontano da quello di McEnroe (non lontano perchè impostati con una tecnica simile, entrambi mancini sebbene McEnroe si inarcasse maggiormente servendo quasi spalle alla rete), il dritto con poca rotazione, il rovescio in back e le discese a rete sono le caratteristiche tecniche che da sempre lo hanno distinto e che anche oggi ha mostrato con una grinta non indifferente; Santopadre, pur essendo un giocatore di altri tempi, ha tenuto filo da torcere ad un giovanissimo e promettentissimo Gianluca Mager, giocatore provvisto di un servizio che viaggia e supera i 200 km/h e di colpi piuttosto pesanti da fondocampo.
Il risultato finale registra un 6-4, 6-2 in favore di Mager ma, nonostante il netto vantaggio nel primo set per 5 giochi a 2, Santopadre ha rimontato due game con caparbietà. Una rimonta tuttavia insufficiente, in quanto la freschezza del giocatore del Park Tennis Club ha prevalso sull’esperienza e l’età del veterano di casa.

La seconda partita ha visto sfidarsi Berrettini e Wellenfeld in un incontro nel quale il giovane talento azzurro dell’Aniene ha da subito preso in mano le redini degli scambi premendo da fondo con un gioco arrotato che ha costretto Wellenfeld a ricorrere ad un tennis prevalentemente difensivo. L’aggressività, gli schemi offensivi e le accelerazioni premiano Berrettini che, con un netto 6-2, 6-4, conquista il punto del pareggio.

Il terzo match in programma è quello tra Simone Vagnozzi e il tennista iberico, attuale numero 41 del ranking ATP, Pablo Andujar. Lo spagnolo ha imposto il suo gioco dominando nettamente Vagnozzi con il punteggio di 6-1, 6-0 e lasciando trasparire molta sicurezza nei propri mezzi.
Da sottolineare inoltre la grinta che ha mostrato durante tutto il corso della semifinale, tanto nel singolare quanto nel doppio. Andujar, allo stesso modo dei colleghi connazionali Nadal e Ferrer, rappresenta indiscutibilmente un grande esempio di professionalità per il livello di tennis che riesce ad esprimere in competizioni come la serie A italiana e per il trasporto che dimostra dentro e fuori dal campo, a prescindere dalle condizioni di gioco o dai fattori esterni come può essere appunto la serie A giocata in un Paese che non è il suo.

 Mi piace definire Fognini con cinque parole: talento, naturalezza, fluidità, genio e follia

Il quarto incontro, rispetto a quelli già disputati, è stato il più lungo. Flavio Cipolla e Fabio Fognini hanno lottato entrambi punto dopo punto, specialmente nel secondo set dove il livello di tennis ha raggiunto l’apice dell’agonismo e dello spettacolo.
Il primo parziale è stato a senso unico per il tennista di casa che ha totalmente mandato fuori palla un Fognini poco brillante e piuttosto falloso. Si è concluso agevolmente per 6 giochi a 1 in favore del tennista romano.
Nel secondo è iniziata la vera battaglia. Scambi intensi hanno visto Fognini attaccare cercando di muovere il più possibile Cipolla con il dritto a sventaglio giocato sul suo backspin, con accelerazioni alternate da una parte all’altra del campo e con soluzioni volte a mandare fuori dal campo l’avversario per poi cercare il vincente.
La solidità impressionante di Cipolla ha fatto sì che Fognini incappasse facilmente nell’errore; il tennista romano, che predilige un gioco difensivo impostato su colpi in back spin e dritti carichi di spin, giocati uno o due metri sopra la rete, ha costretto Fognini a tirare sempre quel vincente in più per fare il punto.
Il ligure ha trovato una maggiore continuità nel secondo parziale ma, per raggiungerla, ha dovuto adottare soluzioni diverse: dei cross stretti, una maggiore propensione alla rete e qualche palla corta sono state le giocate alternative di Fognini volte a rompere il “tergicristallo difensivo” del tennis di Cipolla.
Nel terzo set, un Fognini piuttosto rinunciatario, consente all’avversario di issarsi 5 a 0 senza troppi problemi. Il ligure gioca gli ultimi due game con più concentrazione ma ormai è troppo tardi per tentare quella che sarebbe stata una rimonta disperata.
Sotto il profilo caratteriale, è interessante sottolineare l’atteggiamento positivo di Cipolla, mai rinunciatario e sempre molto generoso. E’ il giocatore che ha percorso più metri nell’arco dell’intera competizione sportiva e colui che, insieme a Berrettini, ha regalato i due punti alla sua squadra.
Dall’altro lato, un Fognini numero 20 del mondo, non è riuscito ancora a trovare la sua giusta dimensione, quella dimensione che lo ha distinto nel 2013 per delle qualità inedite del suo tennis, mai più ripetutesi.
Risultato finale: 6-1, 6-7, 6-2 per Cipolla.

Gli ultimi due incontri sono stati i doppi. Da una parte Cipolla e Santopadre contro Andujar e Ceppellini e dall’altra Berrettini e Vagnozzi opposti a Fognini e Mager.
Cipolla e Santopadre dominano con autorità Andujar e un ottimo, seppur inesperto, Ceppellini che ha tirato fuori dal cilindro accelerazioni di dritto notevoli.
Bellissimo l’atteggiamento di Andujar che incitava ad ogni punto il suo compagno di squadra. Lo spagnolo, oltre ad essere un giocatore determinato, è una persona molto altruista e questa sua generosità la si è vista proprio nel doppio dove ha sempre tirato su di morale un giocatore giovanissimo come Ceppellini, vistosamente emozionato per la partecipazione ad un evento così prestigioso come la serie A.

Berrettini conferma il suo stato di grazia battendo Fognini in doppio e regalando così all’Aniene una prestazione fuori dal comune per un giovane talento come lui.

Il Circolo Canottieri Aniene approda in finale dove affronterà il Tennis Club Genova 1893 per contendersi il trofeo della serie A italiana.

Federico Bazan © produzione riservata

ATP 500 di Valencia: una finale emozionante tra Andy Murray e Tommy Robredo

                                                               ATP 500 di Valencia – Agora Tennis Stadium

L’atto conclusivo del torneo ATP 500 di Valencia, la città iberica delle arti e della scienza, ha dato vita ad un match appassionante, senza esclusione di colpi e dalle giocate sensazionali tra due campioni come Andy Murray e Tommy Robredo che hanno deliziato il pubblico valenciano in un incontro dall’andamento sempre equilibrato e combattuto; guardando il match, era davvero complicato stabilire chi dei due potesse avere la meglio, specialmente dopo il tie break del secondo parziale, nel quale Murray, dall’orlo di un baratro, con un set sotto nel punteggio e sul match point in favore di Robredo, ha tirato fuori dal cilindro tutte le risorse che aveva nel DNA per cercare di conquistare il secondo set; ed è riuscito meravigliosamente nell’impresa di prevalere sullo spagnolo da grande campione qual’è…
Lo scozzese e l’iberico, dopo essersi sfidati due settimane prima nella finale del torneo ATP 250 di Shenzhen vinta dal giocatore di Dunblane, si sono incontrati nuovamente nell’atto conclusivo del torneo valenciano e, in entrambi i casi, l’ha spuntata Murray superando l’avversario al tie-break del secondo parziale e poi andando a vincere al terzo.

                                            Un Murray più maratoneta che tennista

Più che commentare l’andamento del match e le incredibili chance non sfruttate da parte di entrambi, come i cinque match point sfumati per quanto riguarda Robredo e un match point non concretizzato da Murray, sarebbe bello soffermarsi sulle giocate, gli aspetti tecnici di entrambi i giocatori e la rivalità sportiva tra i due che, per il momento, pende dalla parte dello scozzese per 5 a 2 negli scontri diretti.
Una rivalità sportiva interessante quella tra Murray e Robredo anche perchè si sono incontrati tre volte in tre finali e tutte e tre terminate al terzo set, la prima delle quali conclusasi con la vittoria dell’iberico mentre le altre due con i trionfi di Murray.
All’Agora Stadium, è stata una battaglia all’ultimo sangue, nessuno dei due ne voleva sapere di perdere…
Robredo era desideroso di rivalsa in ricordo della cocente sconfitta subita per mano del suo avversario a Shenzhen due settimane prima; Murray giocava non solo per vincere, ma anche per salire nuovamente nella race (era dal 2008 che lo scozzese non usciva dalla top ten) e mirare ad ottenere maggiori punti in chiave Masters.

Tecnicamente, è stata la partita del contrasto di stili. Il servizio slice di Murray contro quello in kick di Robredo, il rovescio bimane dello scozzese da una parte e quello classico dello spagnolo dall’altra, il dritto carico di Murray opposto a quello profondo e penetrante di Robredo…

                              Doppio dito medio di Robredo rivolto a Murray

Per quanto riguarda le giocate, sono da menzionare senz’altro i rovesci trovati da Murray al termine di scambi fisicamente estenuanti. Con freddezza, lucidità e carattere, il giocatore di Dunblane ha tirato fuori dal cilindro le fonti inesauribili del suo gioco tra le quali il rovescio lungolinea, messo a segno nelle fasi più importanti dell’incontro, una di queste proprio sul match point in suo favore.
La volèe di dritto, colpo tanto inusuale nel tennis di Murray quanto provvidenziale per annullare un match point a Robredo, ha fatto tutta la differenza nell’economia del match. E non si è trattato di un colpo qualsiasi vinto da Murray ma di una volèe sul match point per Robredo dopo che lo scozzese aveva recuperato, da tre metri fuori dal campo, un dritto pressochè definitivo dell’avversario. Murray, non solo ha ribaltato l’inerzia dello scambio, ma ha anche destabilizzato mentalmente Robredo considerata l’importanza capitale di quel punto.
Infine, il grande pregio di Murray è che, nonostante la stanchezza e la tensione, riesce sempre a riemergere con autorevolezza e la vittoria su Robredo dimostra quanta tenacia, quanto coraggio, quanta generosità il tennista di Dublane abbia messo per portare a casa il match.
Prima della stretta di mano tra i due, Robredo, incredulo per il risultato e affaticato per i crampi, ha mostrato un duplice dito medio a Murray, il quale, a sua volta, l’ha presa sorridendo.
Un finale di partita in cui non c’era cattiveria ma che non nascondeva, da un lato, l’enorme rammarico da parte dello spagnolo per non esser riuscito a sfruttare cinque match point e, dall’altro, la gioia di Murray per la vittoria conseguita in un match nel quale lo scozzese, in più circostanze, ha dato l’impressione di cedere ma che, in realtà, non ha mai ceduto di un centimetro.

Federico Bazan © produzione riservata

ATP Senior Tour: sfida tra leggende al Forum di Assago

                                                          Locandina della Grande Sfida al Forum di Assago

Forum di Assago di Milano gremito sugli spalti per rivedere all’opera e riapprezzare dal vivo le giocate delle vecchie glorie del passato dopo i famosi anni 80′ e 90′ che vedevano i migliori giocatori del mondo gareggiare nei tornei di Milano, di Torino, di Bari, di Palermo e di Roma (in quello che all’epoca si chiamava Internazionali d’Italia).
Riveder giocare dopo tanti anni John McEnroe, Ivan Lendl, Michael Chang e Goran Ivanisevic fa un certo effetto per tutti, specialmente per coloro che, in passato, hanno avuto modo di ammirarli in tutto il loro stile inconfondibile e in quella classe che nasce in un bambino e rimane per sempre con sè, malgrado l’avanzare dell’età.

                                      Goran Ivanisevic vs John McEnroe

Dal gioco classico di McEnroe e Lendl ai recuperi in corsa del piccolo Chang (“piccolo” si fa per dire) giungendo al perfetto esempio di tennis moderno espresso da Ivanisevic, un mix tra prestanza atletica, velocità al servizio e incisività con i colpi da fondo campo, in una cornice meravigliosa come quella del Forum di Assago.
Le partite sul centrale, un sintetico indoor abbastanza veloce, si sono disputate al meglio dei 2 set su 3, seguendo dunque la modalità classica dei match. La prima ha visto opposti John McEnroe e Michael Chang in un incontro a sprazzi divertente, con il ritorno del McEnroe dei tempi d’oro, quello rabbioso che non gradisce contestazioni di alcun genere da parte degli arbitri. Tantissimi supporters sugli spalti erano schierati dalla parte dell’ex campione di Wiesbaden anche perchè, a Milano, McEnroe è particolarmente amato per i passati successi ottenuti nel capoluogo lombardo; il talento infinito del grande John fatto di servizi slice a uscire, volèe di tutti i tipi, dropshot, back e colpi piatti è una fonte inesauribile così come il servizio di Ivanisevic il quale, a 40 anni e rotti, scaglia ace a 200 km/h.
Lo score finale del match tra i due connazionali statunitensi ha registrato un doppio 6-3 in favore di McEnroe. Nonostante il risultato e l’età, Chang ha dato l’impressione di muoversi molto bene da una parte all’altra del campo, non compiendo i famosi recuperi della migliore gioventù, ma comunque non rinunciando mai a fiondarsi sugli attacchi dell’avversario. Le soluzioni difensive del nativo di Hoboken tra le quali il lob e il passante non sono mai mancate, indice del fatto che anche a Chang i colpi sono rimasti.

Binomio Chang – Nishikori: due giocatori dallo stile di gioco simile caratterizzato da una notevole velocità negli spostamenti laterali e da soluzioni in topspin

McEnroe, a tratti, sembrava tornare quel ragazzo di 30 anni fa: nei punti più importanti faceva il pugno e si caricava come se si fosse trovato in una finale di Wimbledon. L’americano ha conservato le giocate e le immancabili infuriate ma soprattutto lo spirito del campione, quello che tante volte lo ha assistito nelle lunghe maratone lottate e conquistate al quinto set contro i suoi più grandi rivali dell’epoca come Borg, Becker, Connors, Lendl, Vilas, Edberg e tanti altri.
La seconda partita in programma ha visto affrontarsi una leggenda degli anni 80′, vale a dire Ivan Lendl e una degli anni 90′ come Goran Ivanisevic in una partita vinta dall’ex campione di Spalato per 6-4, 6-4. Lendl, pur avendo giocato il suo tennis ad un ottimo livello, non ha potuto niente di fronte alle bordate al servizio di Ivanisevic, tra l’altro esortato scherzosamente a tirare piano dal pubblico del Forum di Assago.
Il vincitore della Grande Sfida è stato proprio Goran che ha trionfato contro tutti e tre gli avversari della sua epoca, un po’ grazie ad una maggiore freschezza atletica dovuta ad un’età più giovane, un po’ per la velocità al servizio e la potenza dei colpi da fondo campo che, rispetto a quelli di Lendl e McEnroe, sono risultati più incisivi.
A premiare i quattro storici campioni ci hanno pensato Nicola Pietrangeli, Lea Pericoli e il Presidente della FIT Angelo Binaghi che si sono congratulati con i giocatori e gli hanno consegnato i trofei.

Binomio Ivanisevic – Cilic: due giocatori accomunati da un servizio devastante e da un gioco esplosivo da fondo campo

La Pericoli si è rivolta a Chang chiedendogli del suo presente da allenatore. Chang le ha risposto che sta lavorando con Kei Nishikori, l’attuale stella del tennis giapponese, e la collaborazione con il giocatore nipponico sembra andare per il meglio. Non è un caso che i progressi di Nishikori siano emersi maggiormente da quando entrambi hanno iniziato a collaborare. Nishikori ha vinto quest’anno, in una sola stagione, 4 titoli di cui due tornei ATP 500 e due ATP 250, battendo peraltro avversari di levatura come Karlovic e Raonic, ma soprattutto ha raggiunto la sua prima finale in un torneo del Grande Slam, in quel di New York, perdendo da un fenomenale Marin Cilic.
Pietrangeli ha domandato a McEnroe che ricordi avesse di Milano. John, con gli occhi lucidi per l’emozione, ha risposto in italiano: “Pubblico fantastico, grazie mille.”
Infine hanno parlato il secondo classificato, Ivan Lendl e il vincitore della Grande Sfida, Goran Ivanisevic al quale è stato chiesto, oltre i ricordi di Milano, come procede il coaching con il tennista croato Marin Cilic, fresco vincitore degli Us Open di quest’anno. Ivanisevic ha riferito i grandi passi da gigante compiuti da Cilic, soprattutto col servizio, fondamentale che ha fatto la differenza nel gioco di Goran in passato e che sta dando i suoi grandi frutti nel tennis di Cilic.
La manifestazione ha avuto un ascolto eccellente in tutta Italia e non solo. Il ritorno delle leggende ha dato un’immagine positiva al tennis ma anche allo sport in generale. Avere la fortuna di riapprezzare la classe e l’eleganza di atleti che hanno scritto pagine di storia nello sport, è qualcosa di meraviglioso per chi ha giocato a tennis e sa come ci si sente sul campo e per chi lo ammira da fuori.
La Francia vanta il Roland Garros, seconda storica edizione del Grande Slam nata dopo Wimbledon, oltre a innumerevoli tornei ATP 250 come Metz, Lione, Marsiglia, Nizza e tanti altri.
La Spagna ospita i migliori giocatori al mondo nei seguenti tornei: ATP 500 di Barcellona (il famoso torneo Godò), ATP 500 di Valencia e ATP 1000 di Madrid così come la Germania, oltre alle famose tappe di Stoccarda e Amburgo, è provvista di altri tornei come Monaco di Baviera e Halle.
E in Italia? In Italia è rimasto solo l’ATP 1000 di Roma (Gli Internazionali BNL di Roma) come unico torneo riconosciuto a livello mondiale ed è dal 2005, purtroppo, che il Milan Indoor non si disputa più.
Questa sfida organizzata dall’ATP Senior Tour al Forum di Assago, oltre ad essere stato un remake per gli appassionati di tennis, può rappresentare un’esortazione, un invito alla FIT con l’obiettivo di promuovere e di valorizzare ancora di più lo sport del tennis nel nostro Paese cercando di ampliarlo e renderlo visibile anche all’estero attraverso l’organizzazione di più tornei, proprio come hanno fatto Nazioni come Francia, Spagna, Germania e tante altre che vantano molteplici eventi tennistici.

Federico Bazan © produzione riservata

Il ritiro di Nikolay Davydenko dal circuito professionistico

All’età di 33 anni, Nikolay Davydenko ha annunciato il ritiro dal circuito ATP decidendo di porre fine, proprio in terra nativa, ad una carriera strepitosa e ricca di successi, in occasione della Kremlin Cup, il tradizionale appuntamento che vede i migliori giocatori del mondo sfidarsi sul cemento indoor dello Stadio Olimpico di Mosca ogni anno nel mese di ottobre.
L’ultimo match della carriera del russo risale all’incontro di primo turno del Roland Garros di quest’anno nel quale perse contro Robin Haase. Da quel momento in poi un probabile ritiro del campione di Sjevjerodonec’k era comprensibile ed era già nell’aria dal momento che la stagione odierna si è rivelata per Davydenko la fase discendente in termini di rendimento e di risultati.
Il miglior traguardo raggiunto da Davydenko nel 2014 recita massimo e non oltre un secondo turno di un torneo; il russo, che registrava una classifica tra i primi 50 del mondo solo l’anno scorso, è sprofondato in quest’ultima parte di stagione addirittura alla posizione numero 244 del ranking ATP.
Per quanto riguarda i trionfi e i bottini conquistati, Nikolay Davydenko rappresenta senz’altro uno dei massimi esponenti del tennis est europeo. Insieme a Kafelnikov e Safin, Davydenko può essere annoverato tra i tennisti russi più forti di tutti i tempi per diversi fattori:

  • per numero di trofei ottenuti: 21 sono i titoli conquistati dal campione russo di cui 1 ATP World Tour Finals vinta in quel di Londra battendo niente popò di meno che Juan Martin Del Potro; 3 tornei ATP 500 archiviati e nei quali ha sempre concesso le briciole a Nadal, peraltro in ben due occasioni, la prima a Miami e la seconda e Shanghai;
  • per il gioco espresso e migliorato di anno in anno. Davydenko ha dato prova che con il sacrificio e l’applicazione si possono raggiungere grandi risultati. All’inizio della sua carriera, difatti, il russo non riusciva ad esprimersi al meglio per via di colpi giocati in modo piuttosto macchinoso ed innaturale. Con il tempo, però, Davydenko ha perfezionato molto il suo gioco compiendo passi da gigante e il suo rovescio ne è l’autentica dimostrazione;
  • per esser riuscito a tenere testa e a prevalere sui big del tennis come Rafa Nadal contro il quale conduce 6 a 5 negli head to head, come Juan Martin Del Potro, eliminato nella finale di Londra o ancora Stanislas Wawrinka contro il quale conduce per 2 a 1 negli scontri diretti e Tomas Berdych, dominato 9 a 4 dal tennista russo.
    Davydenko verrà ricordato dai suoi fan per uno straordinario rovescio bimane, fondamentale con il quale ha sempre fatto la differenza. Il russo trovava angoli quasi impossibili con questo colpo e riusciva molto spesso a mettere alle corde gli avversari grazie ad accelerazioni incrociate e lungolinea devastanti. E Nadal ne sa qualcosa…

    Qui di seguito è riportato un tributo che ricorda il campione russo nei momenti topici della sua carriera tra i quali il successo importante conquistato nella finale dell’ATP World Tour Finals di Londra contro Juan Martin Del Potro.

Federico Bazan © produzione riservata

Il ritiro di Li Na dal circuito WTA

                                                   Li Na – Australian Open 2014

Li Na, dopo aver vissuto una carriera durata quindici anni e costellata da profonde gioie e sventure, ha annunciato il 19 settembre 2014 il ritiro dal tennis professionistico tramite una lettera ricchissima di parole toccanti nella quale ha ricordato tutti i momenti più belli vissuti sul campo, le emozioni provate, le vittorie e i sigilli di una carriera intensa ma anche tutti quei momenti ricoperti dai tanti infortuni al ginocchio che l’hanno tormentata, l’hanno vista operarsi quattro volte (tre al ginocchio destro e una al sinistro come ha affermato nella lettera la stessa giocatrice cinese) e l’hanno costretta al ritiro dalle competizioni.
La giocatrice di Wuhan ha dichiarato: << rappresentare la Cina sul campo da tennis è stato un privilegio straordinario e un vero onore. Avere l’opportunità unica di trasmettere con maggiore attenzione lo sport del tennis in Cina e in tutta l’Asia è qualcosa di veramente straordinario. Ma nello sport, come nella vita, tutte le grandi cose devono finire.
Il 2014 è diventato uno degli anni più importanti della mia carriera e della mia vita. Quest’anno è stato ricco di momenti incredibili, sono riuscita a vincere il mio secondo titolo del Grande Slam agli Australian Open e ho condiviso questa esperienza straordinaria con il mio Paese, la mia squadra, mio marito e i miei fan. E’ stato anche un anno pieno di momenti difficili, come quello di avere a che fare con l’inevitabile e che mi ha costretta a porre fine alla mia carriera da professionista >>.

                                                 Nadal ricorda la Li

La Li, a prescindere da come sia andato il 2014 che per lei si è aperto meravigliosamente grazie alla conquista degli Australian Open e si è poi concluso infelicemente a causa dei continui problemi al ginocchio, ha tenuto altissimo l’onore e l’orgoglio di una Nazione composta da 1,4 miliardi di abitanti come la Cina, nella quale il tennis non ha mai goduto di una grande tradizione al contrario, ad esempio, di altri sport come le arti marziali e il tennistavolo. La giocatrice di Wuhan è stata infatti la prima nella storia del tennis cinese ed asiatico ad essersi aggiudicata due titoli del Grande Slam, il Roland Garros e l’Australian Open e la prima ad aver rappresentato la Cina nella Fed Cup, la competizione mondiale a squadre del circuito WTA.
Nonostante i ripetuti incovenienti fisici, la carriera della Li non è stata poi così breve; la cinese, infatti, entrò a far parte del circuito ITF nel 1999 iniziando a gareggiare in tornei minori per poi esordire nel circuito WTA un anno dopo.
Nel 2004 la cinese archiviò il suo primo titolo, peraltro ottenuto in casa, nel torneo di Guangzhou dove si impose ai danni della slovacca Martina Suchà per 6-3, 6-4 ma, dopo questa vittoria, i suoi supporters hanno dovuto attendere quattro anni per rivederla all’opera nella conquista di un torneo WTA e ben sette anni per assistere al boom tennistico che l’ha vista affermarsi nell’Open di Francia contro Francesca Schiavone per 6-4, 7-6 e, più tardi, nell’Open d’Australia contro Dominika Cibulkova per 7-6, 6-0.
Contrariamente a molte altre sue colleghe del circuito, la Li non ha brillato in una primissima maturità tennistica visto che, oltre al torneo di Guangzhou che risale ad un lontano 2004, non ha vinto nient’altro dal 99′, anno dell’esordio, fino al 2008. La seconda parte e il finale di carriera hanno fatto la differenza evidenziandone tutte le qualità, inizialmente inespresse, che le hanno consentito di entrare nella top 10 e di competere alla pari con le migliori giocatrici del mondo.
Tecnicamente era una giocatrice molto pulita nei colpi e capace di tirare fuori dalle corde colpi inusuali per altre tenniste come il rovescio dal centro del campo a sventaglio, giocato in diagonale e in lungolinea oltre ad un servizio molto veloce e preciso. Le accelerazioni della Li erano notevoli in termini di velocità in quanto dotata di un grande impatto ed anticipo sulla palla.
A livello di correttezza in campo, la cinese è sempre stata ineccepibile tanto con le avversarie quanto con i giudici di sedia. A detta di alcune colleghe, la Li è una delle giocatrici più sportive ed educate del circuito: mai una parolaccia, mai una parola fuori luogo, mai un’arrabbiatura eccessiva… insomma, una vera signora!
Dopo il ritiro, tantissime colleghe della cinese tra cui Serena Williams, Caroline Wozniacki, Ana Ivanovic, Angelique Kerber, Sara Errani, Jelena Jankovic e Julia Goerges hanno ricordato la Li con dei tweet e con delle foto. Anche nel circuito maschile Rafa Nadal e Fabio Fognini hanno reso omaggio alla campionessa cinese.

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Semifinale di Coppa Davis 2014: Federer inarrivabile per Fognini

 Il successo di Roger Federer consegna alla Svizzera il punto decisivo per l’accesso alla finale

Sulla situazione di 2 a 1 per la Svizzera, Roger Federer ha avuto tutto il peso sulle spalle di vincere l’ultimo incontro, quello che avrebbe consentito alla Svizzera di approdare in finale contro la Francia. L’elvetico si è assunto egregiamente le proprie responsabilità superando in tre set Fabio Fognini per 6-2, 6-3, 7-6 e firmando così il punto del 3 a 1 che vale alla formazione di Severin Luthi l’accesso all’ultimo atto di questa appassionante competizione mondiale a squadre.
Il match ha visto un Fognini altalenante nel rendimento: nei primi due parziali il ligure è stato alle prese, come nei giorni precedenti, con la prima di servizio e il dritto, due fondamentali con i quali Fognini non ha propriamente brillato, almeno per i primi due parziali. Il giocatore di Imperia ha comunque innalzato il proprio livello di gioco, forse un po’ troppo tardi quando Federer conduceva 2-0. Nel terzo set, infatti, Fognini ha ritrovato la prima di servizio, ha mosso maggiormente Federer da una parte all’altra del campo optando per combinazioni di dritto incrociate e lungolinea ben calibrate. Lo svizzero nel terzo set ha faticato non poco contro gli attacchi tatticamente molto intelligenti di Fognini e che lo costringevano a giocare in difesa e, non di rado, a ricorrere al back di rovescio per placare le rotazioni in top del ligure.
L’unica cosa che forse Fognini avrebbe dovuto fare una volta trovatosi 4-3 al tie-break quando Federer serviva, era chiamare il challenge sulla prima di servizio dell’elvetico che era stata giudicata buona da Pascal Maria ma in realtà era fuori. Se Federer avesse servito una seconda sul 4-3 per Fognini, probabilmente sarebbe stata un’altra partita.
Fognini, al punto successivo, ha mancato un passante di dritto per una questione di millimetri e si è appellato all’ultimo falco disponibile, perdendo il punto e consentendo a Federer di andare 4-4, strappare nuovamente il servizio al ligure e passare al comando 5-4 per poi avere due servizi a favore e chiudere la partita.
Capitan Corrado Barazzutti ha affermato ai microfoni che Fognini, seppur a tratti, ha giocato anche meglio di Federer ma alla fine non è riuscito a prevalere di fronte all’esperienza e alla classe dello svizzero.
Risultato finale a parte, il cammino dei nostri in tutta la Coppa Davis è stato meraviglioso, un’avventura ricca di emozioni e che ha visto Fognini imporsi contro Andy Murray in un match storico tanto per il ligure, quanto per la sua panchina. Inoltre sono da elogiare i progressi compiuti da Simone Bolelli, un ragazzo che, nonostante gli infiniti ostacoli fronteggiati e superati in carriera come ha sottolineato peraltro il suo coach Umberto Rianna, ha dimostrato di metterci il cuore e di voler tenere testa a un campione come Roger Federer.

Federico Bazan © produzione riservata