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Il binomio campione – ex campione

                                             Edberg – Federer, una sintonia tra due raffinatezze del tennis

Negli ultimi tempi, specialmente nel circuito maschile, va di moda che i grandi campioni del momento scelgano come allenatori le leggende del passato. Federer-Edberg, Djokovic-Becker, Murray-Mauresmo, Cilic-Ivanisevic, Raonic-Ljubicic, Nishikori-Chang, Gasquet-Bruguera formano degli accoppiamenti che evocano un fascino del tutto singolare per chi ammira il tennis da fuori dal campo, dei connubi che uniscono campioni ed ex campioni in uno specchio di somiglianze incredibili; basti pensare alla potenza del servizio di Ivanisevic, non dissimile da quella di Cilic; alla rapidità nello scatto e alle rotazioni in top spin di Chang, caratteristiche riscontrabili anche nel suo allievo, Kei Nishikori; all’abilità di Edberg nelle discese a rete, nelle giocate di fino e nel rovescio ad una mano, doti presenti tanto nelle corde dell’ex giocatore svedese quanto in quelle di Federer.

Il campione elvetico ha dichiarato di aver scelto Stefan Edberg come coach perchè era il suo idolo da bambino; un giocatore del quale apprezzava lo stile, le discese a rete, l’eleganza e il modo composto di stare in campo. E Roger, al giorno d’oggi, ha tutti questi grandi pregi.

Il lavoro svolto con Edberg ha aiutato Federer nell’essere più propositivo, nel cercare di perdere meno campo durante gli scambi da fondo ed optare per un gioco prevalentemente offensivo. Infatti, al giorno d’oggi il campione elvetico si presenta a rete molto più frequentemente, rispetto agli anni passati, seguendo proprio le gesta del tennis di Edberg.
I serve & volley dello svizzero sono un’arma sulla quale Federer fa affidamento, anche nei momenti delicati di un incontro, ad esempio ai vantaggi, il momento topico del game per eccellenza nel quale un qualsiasi altro giocatore che non sia Federer rimarrebbe a scambiare da fondo campo; Federer si avventa a rete con coraggio ed è raro vederlo sbagliare.
Lo svizzero risparmia in questo modo energia fisica e mentale, in quanto tende ad abbreviare gli scambi da fondo guadagnando la via della rete e concludendo il punto al volo. E contro giocatori come Djokovic, Murray, Ferrer non può che tornargli utile considerando la grande solidità nel palleggio da fondo campo di questi ultimi.

Malgrado l’avanzare dell’età, Federer non sembra aver perso lo smalto che da sempre lo ha caratterizzato. Anzi, grazie a questa preziosissima collaborazione con Edberg, lo svizzero ha aggiunto dei tasselli importanti nell’approccio alla partita. Lo confermano i titoli conquistati da Roger nel 2014, stagione nella quale è nato questo binomio indissolubile tra i due.
L’anno prima, nel 2013, quando ancora Federer si allenava con Paul Annacone, il giocatore elvetico conobbe un momento critico della sua carriera. In tutto l’anno, a parte il trionfo nel torneo di Halle, lo svizzero non fu più in grado di trovare la giusta continuità.

Poi però, da quando Edberg è entrato a far parte del team di Federer, per lo svizzero sono cambiate tante cose; lo dimostra il fatto che il sette volte campione di Wimbledon è riuscito ad imporsi nei tornei di Dubai (per due volte consecutive), Halle, Cincinnati, Shanghai, Basilea e Brisbane. E, tra le altre cose, è arrivato in finale a Wimbledon perdendo da Djokovic in 5 set.

Quello di Federer non è l’unico caso. Come lui anche suoi altri colleghi, tra cui Novak Djokovic ed Andy Murray hanno trovato un punto di riferimento importantissimo nella figura del mental coach.
Boris Becker ha rilasciato, in un’intervista all’ATP World Tour, i motivi per i quali lui e Novak Djokovic condividono la stessa mentalità in ogni torneo. La leggenda del tennis tedesco ha affermato che personalità come Edberg, Chang, Ivanisevic ed egli stesso siano in grado di capire a fondo l’emotività di un professionista di quell’età in quanto, avendo giocato partite nei tornei del Grande Slam in passato, sanno come ci si deve comportare sul campo.
I preziosi consigli di Becker hanno confermato, fino ad ora, prestazioni eccelse di Djokovic, il quale rimane saldo al primo posto della race.

                                       Amèlie Mauresmo: un punto di riferimento per Andy Murray

Andy Murray è l’unica eccezione, per usare un eufemismo. Lo scozzese ha scelto come collaboratrice, contrariamente agli altri suoi colleghi del circuito, l’ex campionessa francese, Amélie Mauresmo.
Intervistato ai microfoni da Jim Courier agli Australian Open, Murray ha dichiarato: “La gente critica il fatto che io lavori con lei; penso che finora abbiamo dimostrato che anche le donne possano essere delle buonissime allenatrici. Madison Keys è arrivata in semifinale al fianco di Lindsay Davenport quindi non vedo per quale motivo non ci si debba allenare con loro”.
Nessuno avrebbe minimamente immaginato che Murray andasse a scegliere come coach proprio Amèlie Mauresmo, eppure, a detta del campione scozzese, lei rappresenta una svolta rigenerativa del suo tennis.

Gli esempi possibili di rapporti che si instaurano tra ex giocatori e professionisti attuali sono molteplici, di collaborazioni andate in porto e che continuano a dare i frutti nel tempo. Fino a questo momento gli ex campioni del passato, donne (ad esempio la Davenport e la Mauresmo) e uomini (Edberg, Becker, Ivanisevic ecc.), sono la conferma di quanto sia importante per un giocatore o per una giocatrice di 25-30 anni, avere al proprio fianco un punto di riferimento per la crescita tecnica e mentale.
I progressi si vedono con il duro lavoro, è vero, ma sempre se questo è coordinato dalle persone giuste.

Federico Bazan © produzione riservata

ATP 500 di Valencia: una finale emozionante tra Andy Murray e Tommy Robredo

                                                               ATP 500 di Valencia – Agora Tennis Stadium

L’atto conclusivo del torneo ATP 500 di Valencia, la città iberica delle arti e della scienza, ha dato vita ad un match appassionante, senza esclusione di colpi e dalle giocate sensazionali tra due campioni come Andy Murray e Tommy Robredo che hanno deliziato il pubblico valenciano in un incontro dall’andamento sempre equilibrato e combattuto; guardando il match, era davvero complicato stabilire chi dei due potesse avere la meglio, specialmente dopo il tie break del secondo parziale, nel quale Murray, dall’orlo di un baratro, con un set sotto nel punteggio e sul match point in favore di Robredo, ha tirato fuori dal cilindro tutte le risorse che aveva nel DNA per cercare di conquistare il secondo set; ed è riuscito meravigliosamente nell’impresa di prevalere sullo spagnolo da grande campione qual’è…
Lo scozzese e l’iberico, dopo essersi sfidati due settimane prima nella finale del torneo ATP 250 di Shenzhen vinta dal giocatore di Dunblane, si sono incontrati nuovamente nell’atto conclusivo del torneo valenciano e, in entrambi i casi, l’ha spuntata Murray superando l’avversario al tie-break del secondo parziale e poi andando a vincere al terzo.

                                            Un Murray più maratoneta che tennista

Più che commentare l’andamento del match e le incredibili chance non sfruttate da parte di entrambi, come i cinque match point sfumati per quanto riguarda Robredo e un match point non concretizzato da Murray, sarebbe bello soffermarsi sulle giocate, gli aspetti tecnici di entrambi i giocatori e la rivalità sportiva tra i due che, per il momento, pende dalla parte dello scozzese per 5 a 2 negli scontri diretti.
Una rivalità sportiva interessante quella tra Murray e Robredo anche perchè si sono incontrati tre volte in tre finali e tutte e tre terminate al terzo set, la prima delle quali conclusasi con la vittoria dell’iberico mentre le altre due con i trionfi di Murray.
All’Agora Stadium, è stata una battaglia all’ultimo sangue, nessuno dei due ne voleva sapere di perdere…
Robredo era desideroso di rivalsa in ricordo della cocente sconfitta subita per mano del suo avversario a Shenzhen due settimane prima; Murray giocava non solo per vincere, ma anche per salire nuovamente nella race (era dal 2008 che lo scozzese non usciva dalla top ten) e mirare ad ottenere maggiori punti in chiave Masters.

Tecnicamente, è stata la partita del contrasto di stili. Il servizio slice di Murray contro quello in kick di Robredo, il rovescio bimane dello scozzese da una parte e quello classico dello spagnolo dall’altra, il dritto carico di Murray opposto a quello profondo e penetrante di Robredo…

                              Doppio dito medio di Robredo rivolto a Murray

Per quanto riguarda le giocate, sono da menzionare senz’altro i rovesci trovati da Murray al termine di scambi fisicamente estenuanti. Con freddezza, lucidità e carattere, il giocatore di Dunblane ha tirato fuori dal cilindro le fonti inesauribili del suo gioco tra le quali il rovescio lungolinea, messo a segno nelle fasi più importanti dell’incontro, una di queste proprio sul match point in suo favore.
La volèe di dritto, colpo tanto inusuale nel tennis di Murray quanto provvidenziale per annullare un match point a Robredo, ha fatto tutta la differenza nell’economia del match. E non si è trattato di un colpo qualsiasi vinto da Murray ma di una volèe sul match point per Robredo dopo che lo scozzese aveva recuperato, da tre metri fuori dal campo, un dritto pressochè definitivo dell’avversario. Murray, non solo ha ribaltato l’inerzia dello scambio, ma ha anche destabilizzato mentalmente Robredo considerata l’importanza capitale di quel punto.
Infine, il grande pregio di Murray è che, nonostante la stanchezza e la tensione, riesce sempre a riemergere con autorevolezza e la vittoria su Robredo dimostra quanta tenacia, quanto coraggio, quanta generosità il tennista di Dublane abbia messo per portare a casa il match.
Prima della stretta di mano tra i due, Robredo, incredulo per il risultato e affaticato per i crampi, ha mostrato un duplice dito medio a Murray, il quale, a sua volta, l’ha presa sorridendo.
Un finale di partita in cui non c’era cattiveria ma che non nascondeva, da un lato, l’enorme rammarico da parte dello spagnolo per non esser riuscito a sfruttare cinque match point e, dall’altro, la gioia di Murray per la vittoria conseguita in un match nel quale lo scozzese, in più circostanze, ha dato l’impressione di cedere ma che, in realtà, non ha mai ceduto di un centimetro.

Federico Bazan © produzione riservata