Capitolo sulle impugnature: le caratteristiche della western e della semi-western

                         Western grip

Giocare il dritto con un’impugnatura molto aperta come la “western grip” (palmo della mano sotto il manico della racchetta e dita sulla parte superiore del manico) ha alcuni vantaggi ma altrettanti svantaggi.

I buoni motivi per cui giocare con una western sono:

– la massima altezza della palla al momento del rimbalzo. Se la palla si trova sopra l’anca o sopra la spalla del giocatore e l’impugnatura adottata da questi è una western, egli potrà giocare un colpo abbastanza alto sopra la rete e anche profondo;

– la rotazione in top. La presa western è l’ideale per chi predilige un gioco regolare e per coloro che amano arrotare la palla. Infatti, afferrando la racchetta con il palmo della mano esattamente sotto il manico, il movimento che si compie, prima di colpire la palla, è dal basso verso l’alto (la spazzolata in top).

Non è un caso che la western sul dritto sia stata ed è, tutt’ora, l’impugnatura per eccellenza dei tennisti spagnoli, che per tradizione, risultano i più ostici sulla terra battuta grazie alla grande regolarità e al palleggio serrato in top spin da fondo campo. Tra questi, Sergi Bruguera, Alberto Berasategui, Carlos Costa ai più recenti Tommy Robredo, David Ferrer e Marcel Granollers. Spagnoli che, nonostante la grande resa sul rosso nel corso degli anni, non hanno mai ottenuto risultati particolarmente esaltanti sulle altre superfici, proprio per il tipo di gioco che prediligono nelle corde (ad eccezione solo di Rafael Nadal e David Ferrer che si sono comportati egregiamente anche su erba, cemento e sintetico).

Un’impugnatura così estrema può essere, tuttavia, la causa di complicazioni non indifferenti, soprattutto a livelli di gioco relativamente bassi.
La western sul dritto pecca di più in termini di velocità rispetto ad un’impugnatura meno esasperata come la semi-western. Questo perchè la presa estrema comporta, di per sè, un’escursione innaturale del braccio che limita fortemente la spinta in avanti.
Il giocatore che la utilizza, se vuole accelerare ed essere incisivo, deve compensare il movimento dell’avambraccio con una rotazione più o meno accentuata del tronco (vedi il diritto di Djokovic).

La western grip è inoltre particolarmente sconsigliata per le palle che rimbalzano basse. Le palle basse necessitano di un cambio di grip; l’impugnatura western su palle che rasentano il terreno è complicata in quanto non si ha, né una spinta sufficiente per far camminare la palla, né la flessibilità ideale del polso per tirarla su.

Novak Djokovic gioca con un’impugnatura estrema sul dritto. Potete osservare la particolarità del movimento compiuto dal braccio con un’impugnatura come la western.

La western, a livelli elementari di gioco, è un’impugnatura che limita il principiante in quanto, qualora egli impari a colpire la palla in quel modo, è molto difficile che possa in futuro passare ad una semi-western o, addirittura, ad una eastern poiché, nella prima impugnatura sopra citata, il braccio rimane bloccato per far ruotare l’avambraccio; nella semi-western o nella eastern, invece, la biomeccanica del colpo è completamente diversa.
Nella semi-western, contrariamente alla western, è tutto il braccio che accompagna il movimento verso la palla. Ed è per questo, che, nel tennis attuale, l’impugnatura più indicata per coloro che iniziano a giocare, è la semi occidentale.

semi-western

                        Semi – Western grip

La semi-western, a qualsiasi livello, è l’ideale per gli attaccanti da fondo campo che giocano in top e che vogliono accelerare, non appena possibile.
Nel panorama del tennis odierno, è quella più utilizzata per il tipo di gioco offensivo. Sharapova, Ivanovic, Safarova, Kvitova, Del Potro, Berdych, Raonic sono tra gli esponenti più celebri che portano la firma “semi-western” sul dritto. 

 

La western, al contrario, è l’impugnatura più consona al tipo di gioco difensivo. I più grandi ribattitori del circuito ATP come Djokovic, Murray e Hewitt, prediligono il grip occidentale che consente loro di effettuare recuperi straordinari ma anche di godere di ottime parabole in top spin.
La western, quindi, non è un’impugnatura inadeguata, anche perchè nei circuiti ATP e WTA è largamente diffusa; per trovare, però, una grande accelerazione con questo tipo di grip, è necessario imparare a compensare la spinta in avanti con tutto il corpo, non solo con il piegamento delle gambe e il braccio di riferimento.

Federico Bazan © produzione riservata

“Qual’è il tuo tennista preferito?” “Non ce n’è uno in particolare perchè mi piace cogliere le diverse sfumature di ognuno.”

                                       Tifosi di Nole Djokovic al Foro Italico

È bello immaginare che nel tennis tutti gli appassionati abbiano degli idoli, dei punti di riferimento; un po’ meno bello pensare che esista un solo giocatore degno di nota; è triste notare come l’ambiente legato al mondo del tennis, in passato caratterizzato da un vasto e disinteressato apprezzamento per tutti i grandi campioni, stia degenerando con la diffusione delle tifoserie.

Lo sport con la racchetta, che nasce come attività ludica praticata dalle élite aristocratiche, si sta evolvendo a poco a poco in un contesto di massa, nel quale, Federer e Nadal, secondo le più svariate considerazioni dei supporters, vengono etichettati come fossero squadre di calcio; in altre parole, o si tifa Nadal o si tifa Federer… trovare l’appassionato che adori incondizionatamente entrambi nella stessa misura, è cosa rara.

Purtroppo sono tante, troppe le critiche che, all’ordine del giorno, si scatenano sui social network nei confronti dei campioni di questo sport.
Si discute spesso sulla superiorità di un giocatore rispetto a tutti gli altri, quasi come se questi fosse un Dio e tutti gli altri non esistessero; si parla della presunta ma non dimostrata attribuzione (e sottolineo con particolare attenzione “non dimostrata”, in quanto coloro che accusano non hanno prove effettive) relativa alla disonestà con la quale alcuni giocatori in particolare, vincerebbero le partite adottando “scorciatoie” come il doping.
Non meno irrilevante è la credenza comune in base alla quale il tennis odierno non regali più quel divertimento, quelle emozioni che vi erano un tempo; questo perchè, a detta di molti, i giocatori e le giocatrici attuali sono tutti uguali nell’impostazione tecnica e monotematici nel gioco (e anche questo fatto è ampiamente discutibile…).

E’ raro, perciò, trovare appassionati che amino o, quantomeno ammirino, indistintamente, il gioco delle top ten del circuito WTA o dei top five del circuito ATP, a prescindere dal loro tipo di gioco, di carattere, di attitudini dentro e fuori dal campo.

Immaginare un mondo del tennis nel quale non vi siano confini tra i tifosi e gli appassionati significa immaginare bene, perchè non c’è niente di meglio che stravedere per la classe inarrivabile di Federer e al contempo ammirare la fisicità del gioco di Nadal così come apprezzare le bordate di Serena Williams, la forza di volontà della Sharapova e, nella stessa misura, la grinta della piccola Sara Errani (piccola si fa per dire).

Trovare un modo per elogiare i pregi di ogni campione, valorizzare l’esempio che egli da in campo e fuori dal campo, a prescindere dai possibili limiti fisici o caratteriali dei singoli, non farebbe altro che giovare all’immagine di uno sport originariamente nobile come il tennis.

Federico Bazan © produzione riservata

Sara Errani e Roberta Vinci mettono il punto esclamativo alla loro collaborazione in doppio

            Le Chichis terminano una collaborazione storica per il tennis italiano

Tanto improvvisa quanto inaspettata la decisione presa da Sara Errani e Roberta Vinci in merito alla separazione del famoso duo “Chichis”.

La coppia femminile più forte della storia del tennis italiano, formata dalla romagnola e dalla tarantina, si è rivelato per anni un connubio invulnerabile, un doppio così affiatato che spesso, visti i molteplici successi all’ordine del giorno da parte di entrambe, non faceva neanche più notizia un loro torneo vinto.
La Errani e la Vinci, infatti, oltre a detenere il primato in doppio e a vantare un saldo positivo negli scontri diretti con le avversarie, si sono imposte in tutti i tornei possibili e immaginabili, di livello International, Premier, Tier e Grande Slam.

Tra i sigilli più importanti ottenuti dalle Chichis ricordiamo 22 trofei a livello WTA, comprese tutte le edizioni del Grande Slam di cui una, gli Australian Open, vinta per due volte consecutive (2013 e 2014).
La romagnola e la tarantina sono rimaste in vetta al ranking, difendendolo in maniera egregia per più di due anni, a dimostrazione di quanti sacrifici abbiano speso sul campo e del grandissimo livello di determinazione impiegato in tutti i tornei, contro qualsiasi avversaria; dai colossi Williams, passando per Makarova e Vesnina, arrivando ad avversarie non meno modeste come Sania Mirza e Cara Black.

Entrambe, sui loro profili Facebook, hanno rilasciato un messaggio rivolto a tutti i fan:
“Ciao a tutti.
Dopo una splendida avventura durata tanti anni che ci ha portato al raggiungimento di grandi traguardi, vi scriviamo questo comunicato per informarvi della decisione che abbiamo preso di interrompere la nostra collaborazione in doppio.
Abbiamo investito moltissime energie, sia mentali che fisiche, per riuscire ad ottenere i risultati che abbiamo conquistato e di cui siamo molto orgogliose, per questo sentiamo la necessità di fermarci e tirare un po’ il fiato. Vogliamo entrambe intraprendere una nuova strada all’interno della nostra carriera personale per provare a raggiungere nuovi traguardi e a regalarvi nuove soddisfazioni.
Col sorriso sulle labbra e da numero 1 al mondo ci teniamo specialmente a ringraziare tutti i nostri tifosi e i nostri fans per averci sempre sostenuto, è stato un onore per noi rappresentare insieme il nostro Paese…”

Fa un effetto strano non poterle più vedere in campo, dopo anni di successi straordinari, con quella grinta, quella passione, quel trasporto che da sempre le hanno distinte.
Avrebbero potuto continuare a giocare insieme senza troppi patemi. Hanno deciso, tuttavia, da grandi professioniste quali sono, di dedicarsi al singolare dove, contrariamente al doppio, hanno brillato un po’ di meno.
Grandi professioniste perchè, anzichè limitarsi a vincere altri prize money in doppio da numero 1 del mondo, hanno optato per una scelta differente, andando in un certo senso contro il loro interesse.

Si sa, difatti, come nel singolare cambi tutto.
Mentre nel doppio, un giocatore compensa i limiti dell’altro, come si è verificato proprio nella coppia Errani – Vinci, nella quale la prima è più solida da fondo campo e la seconda è più brava a rete, nel singolare, le responsabilità ricadono tutte sulle proprie spalle.

Dedicarsi al singolare, il che vuol dire affrontare a muso aperto Serena Williams, Maria Sharapova, Petra Kvitova, Ana Ivanovic, Eugenie Bouchard, dopo anni di continue conferme in doppio e soprattutto da numero 1 del mondo, è segno di grande professionalità e rappresenta un’esame di maturità non indifferente da parte di entrambe.

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Le tipologie di giocatore più ricorrenti: i bombardieri, i creatori di gioco, gli incontristi e i ribattitori

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               Roger Federer: il più grande esempio di polivalenza e versatilità del tennis odierno

In uno sport come il tennis, le tipologie di giocatore che si conoscono, giocando e facendo tornei, sono le più disparate.
Ognuno predilige determinate impugnature, più consone al proprio stile di gioco.
Il grip varia da colpo a colpo e da giocatore a giocatore: ci sono giocatori che colpiscono la palla sempre con la stessa impugnatura perchè sentono più sicuro l’impatto in quel modo; altri, i più versatili, cambiano la presa a seconda della velocità della palla, dell’altezza della stessa dal terreno o semplicemente in funzione del colpo che vogliono eseguire.

Tutti i giocatori si differenziano tra di loro a seconda del modo in cui hanno acquisito il colpo nella fase di apprendimento.
C’è chi gioca molto arrotato, chi con un leggero top spin; altri, specie i signori di una certa età, prediligono il tennis di una volta, più piatto e a fil di rete.
C’è anche chi riesce ad alternare colpi in top spin e in back spin, sebbene siano giocatori piuttosto inusuali da trovare nei circuiti maggiori (tra questi, ad esempio, Aleksandr Dolgopolov, Monica Niculescu e Kirsten Flipkens che, per certi versi, hanno un gioco atipico).

Sergi Bruguera: giocatore che arrotava molto la palla con impugnature estreme

Nel panorama del tennis attuale sono molti i professionisti che giocano anche più di un metro e mezzo sopra la rete, grazie a notevoli parabole in top.
Ad esempio i tennisti spagnoli, che, in buona parte, prediligono il gioco arrotato, si confermano, per storia e tradizione, i padroni della terra battuta, superficie sulla quale imparano a giocare e sulla quale, di fatto, vantano i risultati migliori.
Rafa Nadal, David Ferrer, Fernando Verdasco, Tommy Robredo, Carla Suarez Navarro, Silvia Soler Espinosa sono solo alcuni dei volti più noti nelle file del tennis iberico, giocatori e giocatrici che hanno nelle corde quel tipo di gioco, cosiddetto “spagnoleggiante”, basato su ampie spazzolate in top spin, dritti a sventaglio e ritmi molto sostenuti durante gli scambi.

Anche i tennisti sudamericani, tra i quali alcune vecchie glorie del passato come Gastón Gaudio, Nicolas Massu e Guillermo Coria, arrivando agli attuali Carlos Berlocq e Juan Monaco, hanno un tennis costruito sul palleggio serrato da fondo campo e sulle rotazioni in top; un gioco, in fondo, non molto dissimile tecnicamente da quello dei colleghi iberici.

Petra Kvitova: poca rotazione e molta spinta in avanti; tennis giocato poco sopra la rete

Oltre ai terraioli, ci sono anche giocatori che, crescendo sulle superfici rapide come il cemento, giocano un tennis più piatto rispetto agli spagnoli e ai sudamericani. Molti di loro, soprattutto i giocatori dell’Europa settentrionale e orientale, tra cui Berdych, Stepanek, Safin, la Kvitova, la Ivanovic, la Sharapova, la Safarova giocano pochi centimetri sopra la rete con colpi tesi, penetranti e decisamente meno arrotati rispetto al tennis degli iberici.

Da non dimenticare, inoltre, i tennisti che primeggiano sull’erba. Primo tra tutti Roger Federer, il quale, grazie a notevoli variazioni direzionali con il servizio e grazie ad una maestria del tutto singolare nel giocare il top, il back, le volèe e le palle corte, riesce ad imporsi con facilità su questa superficie. Anche il tennis di Feliciano Lopez che, se vogliamo, è una delle pochissime eccezioni presenti tra i talenti spagnoli, si addice molto all’erba. Lopez, infatti, gioca molti rovesci in back che rimbalzano bassissimi e risultano piuttosto complicati da gestire per gli avversari su una superficie come l’erba, dove la palla schizza via velocemente.
Tra le stelle vincenti su questa superficie, sono da annoverare ex veterani come Tim Henman, giocatore dalle volèe di grazia; Andy Roddick, sempre assistito in maniera non indifferente da un servizio devastante e da un dritto formidabile che facevano la differenza tanto su cemento, quanto su erba; Lleyton Hewitt, giocatore dalla solidità onnipresente da fondo campo, sempre caratterizzato da un gioco di gambe notevole che metteva in crisi anche il miglior attaccante.

Per quanto riguarda le modalità di giocatore che si possono trovare in circolazione e a qualsiasi livello, in linea di massima, vi sono: “i bombardieri”, i creatori di gioco, gli incontristi e i ribattitori.

Partiamo dal bombardiere, colui a cui piace fare punto di propria iniziativa, lasciando andare il braccio.

– Il bombardiere è il tipo di giocatore che tira la palla a velocità devastanti. Il servizio è un’arma fondamentale del suo gioco senza la quale non potrebbe essere così aggressivo; gli è sufficiente giocare da fondo campo cercando di concludere con pochi colpi lo scambio grazie a delle accelerazioni impressionanti. Esempi classici di bombardieri nel circuito ATP sono Milos Raonic, John Isner, Ivo Karlovic, Jerzy Janowicz e Juan Martin Del Potro, giocatori molto alti e robusti. La loro mole influisce in maniera non indifferente sull’esplosività che riescono a conferire al colpo giocato.

I creatori di gioco, paradossalmente, potrebbero essere tutti coloro che adottano una tattica di gestione dello scambio, senza necessariamente forzare.
Contrariamente ai bombardieri che tirano sempre e comunque, essi impostano il palleggio da fondo campo cercando di muovere l’avversario il più possibile per poi avere la palla buona da chiudere.
I creatori di gioco, normalmente, badando alla  costruzione del punto, mirano più alla strategia che non all’esplosività del colpo.

        Monica Niculescu: giocatrice atipica (dritto slice e rovescio bimane in top)

I cosiddetti “incontristi”, giocatori che vanno incontro alla palla e riescono a giocare bene in corsa, sono piuttosto ricorrenti, a qualsiasi livello di gioco.
Esempi noti di incontristi nel circuito ATP sono Gael Monfils, Lleyton Hewitt e l’ex tennista americano James Blake, giocatori che spesso danno e davano il meglio di sè, proprio se spostati, costretti a rincorrere la palla. Monfils, in particolare, esegue dei vincenti magistrali in spaccata, in recupero e in posizioni defilate del campo.
Il Lleyton Hewitt di dieci anni fa, era capace di ribaltare l’inerzia degli scambi mettendo a segno dei passanti da due metri fuori dal campo.
James Blake accelerava con il dritto in corsa in maniera impressionante, proprio quando veniva messo sotto pressione dall’avversario.

Ci sono poi giocatori molto forti in fase di risposta, degli autentici muri da fondo campo come Rafael Nadal, Andy Murray e Novak Djokovic che sono considerati alcuni tra i ribattitori e contrattaccanti più forti di sempre.
Il ribattitore è il giocatore provvisto di una risposta eccezionale, spesso più efficace del proprio servizio. Il suo gioco di gambe da fondo campo gli consente di realizzare recuperi straordinari e di godere di una solidità pazzesca.
Andy Murray, in particolare, è definito un attendista perchè è un giocatore che aspetta le mosse dell’avversario per poi contrattaccare o indurlo all’errore.

Le tipologie di giocatore sono molteplici, come già accennato. Non ce n’è una migliore dell’altra o una che prevalga sull’altra, anche perchè nella storia del tennis ci sono stati numeri 1 con un gioco completamente diverso l’uno dall’altro: giocatori serve & volley come Sampras, grandi risponditori del calibro di Agassi, passando per campioni in grado di giocare tutti i colpi come Federer, arrivando a grandi ribattitori come Djokovic.

Nel tennis, che è un gioco prevalentemente psicologico, vince chi tiene di più la palla in campo ed è capace di osare nei momenti opportuni.

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La scelta durante il sorteggio è indicativa

  Sorteggio stabilito da Cedric Mourier prima dell’inizio di un incontro tra Robin Soderling e Ryan Harrison

Prima di iniziare un match è necessario stabilire, tramite il sorteggio, chi, tra i due giocatori (o quattro nel caso del doppio), andrà a servire o rispondere. Le scelte possibili per colui che vince il sorteggio sono: servire, rispondere, scegliere una parte del campo (cedendo in questo modo il servizio) oppure lasciar decidere all’avversario.

La decisione presa da uno dei due giocatori suggerisce all’altro alcuni elementi del proprio gioco da non sottovalutare; non svela interamente che tipo di giocatore ha di fronte, ma può fornire indizi preziosi riguardo ai pregi e alle lacune del suo bagaglio tecnico, in fase di battuta e di risposta.

Se un giocatore decide di ricevere, probabilmente, è perchè ha una scarsa padronanza al servizio o semplicemente perchè si sente più sicuro in risposta.
Iniziare un match concedendo all’avversario l’opportunità di servire non è necessariamente uno svantaggio, anche se, in uno sport come il tennis, prevale sempre il giocatore che riesce a tenere il servizio con più facilità e un numero di volte maggiore rispetto all’altro.
Per questo motivo, iniziare un match in risposta può comportare una situazione di punteggio sfavorevole, a maggior ragione se l’altro giocatore ha nel servizio la chiave di volta del suo gioco.

Pur godendo di un’ottima risposta, nel tennis è necessario che un buon ribattitore sia anche in grado di confermare i propri turni di battuta per poter prendere il largo nel set ed, eventualmente, nell’incontro stesso.

Al contrario, decidere di iniziare un match, battendo per primo, da l’idea all’avversario di una maggiore consapevolezza nei propri mezzi.
Il tennis è uno sport, specie se praticato a certi livelli, che dipende fortemente dal rendimento al servizio.
Una prima palla consistente fa sempre la differenza, a qualsiasi livello di gioco, in quanto può rivelarsi un colpo vincente o comunque un buon presupposto con il quale costruirsi il punto e, di conseguenza, poter attaccare la profondità e gli angoli.
Anche la seconda palla, sebbene sia più difficile da giocare con la stessa velocità della prima, può dar fastidio all’avversario se servita al corpo, con molto giro, o carica di spin.

Spesso quando un giocatore non è al 100% della condizione fisica ed è limitato nel gioco da fondo campo, il suo tennis si aggrappa molto, se non esclusivamente, al servizio. Se serve bene, gli possono anche bastare due colpi per aggiudicarsi un punto. Ciò accade soprattutto nel circuito ATP, in particolare sulle superfici veloci e con giocatori provvisti di grandi accelerazioni (ad esempio Raonic, Isner, Del Potro ecc.) che non hanno bisogno di scambi prolungati per vincere il punto. E’ sufficiente per loro tenere alta la percentuale sulla prima palla di servizio, tirando delle autentiche sassate, ed il gioco è fatto.

Nel tennis, a meno che non vi siano grandi squilibri tra i giocatori presenti sul rettangolo di gioco, è difficile azzardare pronostici; qualsiasi partita si scopre vivendola sul campo.
E’ bene comunque tenere a mente quale sarà la scelta dell’avversario durante il sorteggio per capire sin dall’inizio le sue preferenze e, di conseguenza, i suoi limiti tecnici. 

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Il tifoso italiano sale sul carro del vincitore ma scende non appena la sua squadra perde

                                 Un’Italia di Barazzutti in crisi

La prima trasferta italiana di Coppa Davis dell’anno si è svolta ad Astana, in Kazakistan, sul cemento indoor del National Tennis Centre della capitale kazaka. Il capitano della squadra di casa, Dias Doskarayev, ha schierato una formazione apparentemente abbordabile per l’Italia di Corrado Barazzutti, considerate le classifiche dei giocatori kazaki convocati in campo; se da un lato apparentemente abbordabile confrontando il ranking e i bottini dei singoli elementi di entrambe le squadre, in realtà, complicata da affrontare per il tipo di clima, di superficie e di gioco che i kazaki ci hanno riservato; il tennis di Golubev, Nedovyesov e Kukushkin, tipico dei giocatori dell’Europa orientale, basato sull’esplosività al servizio e su pochissimi scambi da fondo campo, si è rivelato un gioco più ostico del previsto per la Nazionale di Capitan Corrado Barazzutti.

Nella specialità del doppio l’Italia continua a primeggiare grazie alla coppia Fognini-Bolelli ma le difficoltà maggiori le riscontriamo nei singolari. Indicativo è il bilancio relativo alle sconfitte: tre punti persi rispettivamente da Bolelli, Seppi e Fognini a fronte di una sola vittoria conquistata dal tennista altoatesino (nel singolare).
Un Kazakistan motivatissimo e generoso fino alla fine, ha lottato su ogni palla, concedendo meno di quanto ci si aspettasse; una squadra che ha meritato la vittoria se non altro per la dedizione e il sacrificio di portare a casa il risultato, sebbene, da sottolineare, con l’ausilio dalla terna arbitrale, giudici di linea e di sedia compresi.

                                          Fognini incredulo per le scelte arbitrali

Errori gravissimi commessi da arbitri più kazaki che super partes hanno, purtroppo, inciso sul morale dell’Italia di Barazzutti in maniera non indifferente.
Lo stesso capitano, immobile in panchina, era da un lato sorpreso e dall’altro piuttosto irritato; Fognini alla fine di alcuni game e in più occasioni ha scagliato a terra con foga le palline, anch’egli fortemente frustrato per le scelte arbitrali, obiettivamente del tutto discutibili; la panchina azzurra era in piedi tra il delirio e l’incredulità delle tante palle chiamate fuori e che invece erano dentro, dei tanti ace fantasma non concessi ai nostri.

Si può discutere sulle scelte, sui meriti o demeriti, sulla sfortuna e tanti altri fattori entrati a far parte del gioco.
E’ vero che il risultato finale è 3 a 2 per il Kazakistan, un 3 a 2 che costringe la Nazionale italiana allo spareggio per tentare di rimanere in vita nel World Group, ma bisognerebbe anche considerare che non sempre il successo è servito su un piatto d’argento, specialmente in una competizione beffarda come la Coppa Davis nella quale, come si è visto più volte, la classifica dei singoli giocatori è relativa.

                                 Bolelli in difficoltà contro Kukushkin

Quando il nostro Fabio Fognini battè Andy Murray in quel di Napoli, nei quarti di finale di Coppa Davis, consentendo alla formazione azzurra l’accesso per le semifinali nel World Group, tutti i tifosi italiani spesero parole di elogio nei confronti del giocatore ligure, del lavoro svolto da capitan Corrado Barazzutti, dei successi in progressione archiviati dalla squadra italiana nelle partite lottate e vinte.
Nel momento in cui è avvenuto il contrario, quando l’Italia di Barazzutti non ce l’ha fatta a raggiungere l’obiettivo, quando è stata ad un passo dal traguardo ma questo è sfuggito di un soffio, vuoi per la bravura degli avversari, vuoi per i demeriti degli azzurri e vuoi anche per un arbitraggio totalmente a nostro sfavore, ecco qua che i giudizi si sono rovesciati radicalmente.

L’Italia ha perso e non c’è dubbio, sebbene i commenti che si sono scatenati nel dopo partita nei riguardi dei tennisti azzurri e di Barazzutti, sono stati decisamente severi.
Basti leggere qualche critica sui social network, sotto alcuni post, per farsi un’idea di come molti tifosi italiani, probabilmente gli stessi che gioirono l’anno scorso della vittoria dell’Italia contro la Gran Bretagna di Andy Murray, abbiano inveito, senza scrupoli, nei confronti dei giocatori e di Barazzutti stesso.

Una sconfitta è sempre una sconfitta ma ci vorrebbe più umiltà e comprensione da parte di chi, evidentemente, non si è messo nei panni di coloro i quali ci hanno provato. E provarci, purtroppo, non garantisce sempre una vittoria.

Federico Bazan © produzione riservata

Il binomio campione – ex campione

                                             Edberg – Federer, una sintonia tra due raffinatezze del tennis

Negli ultimi tempi, specialmente nel circuito maschile, va di moda che i grandi campioni del momento scelgano come allenatori le leggende del passato. Federer-Edberg, Djokovic-Becker, Murray-Mauresmo, Cilic-Ivanisevic, Raonic-Ljubicic, Nishikori-Chang, Gasquet-Bruguera formano degli accoppiamenti che evocano un fascino del tutto singolare per chi ammira il tennis da fuori dal campo, dei connubi che uniscono campioni ed ex campioni in uno specchio di somiglianze incredibili; basti pensare alla potenza del servizio di Ivanisevic, non dissimile da quella di Cilic; alla rapidità nello scatto e alle rotazioni in top spin di Chang, caratteristiche riscontrabili anche nel suo allievo, Kei Nishikori; all’abilità di Edberg nelle discese a rete, nelle giocate di fino e nel rovescio ad una mano, doti presenti tanto nelle corde dell’ex giocatore svedese quanto in quelle di Federer.

Il campione elvetico ha dichiarato di aver scelto Stefan Edberg come coach perchè era il suo idolo da bambino; un giocatore del quale apprezzava lo stile, le discese a rete, l’eleganza e il modo composto di stare in campo. E Roger, al giorno d’oggi, ha tutti questi grandi pregi.

Il lavoro svolto con Edberg ha aiutato Federer nell’essere più propositivo, nel cercare di perdere meno campo durante gli scambi da fondo ed optare per un gioco prevalentemente offensivo. Infatti, al giorno d’oggi il campione elvetico si presenta a rete molto più frequentemente, rispetto agli anni passati, seguendo proprio le gesta del tennis di Edberg.
I serve & volley dello svizzero sono un’arma sulla quale Federer fa affidamento, anche nei momenti delicati di un incontro, ad esempio ai vantaggi, il momento topico del game per eccellenza nel quale un qualsiasi altro giocatore che non sia Federer rimarrebbe a scambiare da fondo campo; Federer si avventa a rete con coraggio ed è raro vederlo sbagliare.
Lo svizzero risparmia in questo modo energia fisica e mentale, in quanto tende ad abbreviare gli scambi da fondo guadagnando la via della rete e concludendo il punto al volo. E contro giocatori come Djokovic, Murray, Ferrer non può che tornargli utile considerando la grande solidità nel palleggio da fondo campo di questi ultimi.

Malgrado l’avanzare dell’età, Federer non sembra aver perso lo smalto che da sempre lo ha caratterizzato. Anzi, grazie a questa preziosissima collaborazione con Edberg, lo svizzero ha aggiunto dei tasselli importanti nell’approccio alla partita. Lo confermano i titoli conquistati da Roger nel 2014, stagione nella quale è nato questo binomio indissolubile tra i due.
L’anno prima, nel 2013, quando ancora Federer si allenava con Paul Annacone, il giocatore elvetico conobbe un momento critico della sua carriera. In tutto l’anno, a parte il trionfo nel torneo di Halle, lo svizzero non fu più in grado di trovare la giusta continuità.

Poi però, da quando Edberg è entrato a far parte del team di Federer, per lo svizzero sono cambiate tante cose; lo dimostra il fatto che il sette volte campione di Wimbledon è riuscito ad imporsi nei tornei di Dubai (per due volte consecutive), Halle, Cincinnati, Shanghai, Basilea e Brisbane. E, tra le altre cose, è arrivato in finale a Wimbledon perdendo da Djokovic in 5 set.

Quello di Federer non è l’unico caso. Come lui anche suoi altri colleghi, tra cui Novak Djokovic ed Andy Murray hanno trovato un punto di riferimento importantissimo nella figura del mental coach.
Boris Becker ha rilasciato, in un’intervista all’ATP World Tour, i motivi per i quali lui e Novak Djokovic condividono la stessa mentalità in ogni torneo. La leggenda del tennis tedesco ha affermato che personalità come Edberg, Chang, Ivanisevic ed egli stesso siano in grado di capire a fondo l’emotività di un professionista di quell’età in quanto, avendo giocato partite nei tornei del Grande Slam in passato, sanno come ci si deve comportare sul campo.
I preziosi consigli di Becker hanno confermato, fino ad ora, prestazioni eccelse di Djokovic, il quale rimane saldo al primo posto della race.

                                       Amèlie Mauresmo: un punto di riferimento per Andy Murray

Andy Murray è l’unica eccezione, per usare un eufemismo. Lo scozzese ha scelto come collaboratrice, contrariamente agli altri suoi colleghi del circuito, l’ex campionessa francese, Amélie Mauresmo.
Intervistato ai microfoni da Jim Courier agli Australian Open, Murray ha dichiarato: “La gente critica il fatto che io lavori con lei; penso che finora abbiamo dimostrato che anche le donne possano essere delle buonissime allenatrici. Madison Keys è arrivata in semifinale al fianco di Lindsay Davenport quindi non vedo per quale motivo non ci si debba allenare con loro”.
Nessuno avrebbe minimamente immaginato che Murray andasse a scegliere come coach proprio Amèlie Mauresmo, eppure, a detta del campione scozzese, lei rappresenta una svolta rigenerativa del suo tennis.

Gli esempi possibili di rapporti che si instaurano tra ex giocatori e professionisti attuali sono molteplici, di collaborazioni andate in porto e che continuano a dare i frutti nel tempo. Fino a questo momento gli ex campioni del passato, donne (ad esempio la Davenport e la Mauresmo) e uomini (Edberg, Becker, Ivanisevic ecc.), sono la conferma di quanto sia importante per un giocatore o per una giocatrice di 25-30 anni, avere al proprio fianco un punto di riferimento per la crescita tecnica e mentale.
I progressi si vedono con il duro lavoro, è vero, ma sempre se questo è coordinato dalle persone giuste.

Federico Bazan © produzione riservata

Borna Coric, un asso promettente del circuito ATP

        Borna Coric premiato come promessa del tennis negli anni a venire

Borna Coric, classe ’96, è una stella nascente del tennis croato. A soli 18 anni, il giovanissimo giocatore nativo di Zagabria, ha mostrato delle potenzialità incredibili del suo tennis battendo l’ex numero 1 del mondo Rafael Nadal e giocatori del calibro di Ernests Gulbis, Jerzy Janowicz e Andrey Golubev.
Il croato sembra continuare imperterrito su questa scia pazzesca del suo rendimento. Ha recentemente fermato la corsa di Andy Murray nel torneo di Dubai e ha avuto l’onore di sfidare Roger Federer, pur perdendoci.

Nessun altro giocatore oltre a Coric, ad eccezione solamente di Nick Kyrgios (tennista australiano classe ’95) che ha sconfitto proprio Nadal sull’erba londinese di Wimbledon, è riuscito, a soli 18 anni, ad imporsi su almeno due top 5, come Murray e Nadal.

Vincitore di cinque tornei Futures e di un torneo Challenger, attuale numero 84 del ranking ATP sebbene con ampi margini di miglioramento, Coric ha già fatto parlare di sè e non solo all’interno del circuito ATP.
Sui social network in tanti ne hanno esaltato e ne esaltano il potenziale. Insieme ai vari Thiem, Goffin, Kyrgios e Zverev, Coric vanta molteplici requisiti che lo possono portare all’affermazione nel circuito maggiore.
Di esperienza nel tour, Coric ne ha ancora relativamente poca ma il livello di tennis espresso fino a questo momento lo rende uno dei grandi favoriti negli anni a venire.

Il tennis di Borna Coric è un mix di esplosività e carattere, un gioco stilisticamente moderno basato su scambi da fondo campo e con pochissime variazioni.
Sotto il profilo tecnico, i punti di forza del croato sono il servizio e il rovescio. Il rovescio, in particolare, giocato con una presa bimane, permette a Coric di spingere la palla a velocità impressionanti, tanto sulla diagonale, quanto sul lungo linea. E’ un colpo rapido, preciso e penetrante che il croato sente molto nelle corde.
La prima di servizio è una sassata e anche con la seconda non scherza.

Uno dei punti deboli del croato è il dritto, colpo piuttosto vulnerabile. Il dritto viene giocato da Coric con un’impugnatura abbastanza aperta che lo costringe a ruotare molto il busto e a sfruttare maggiormente l’avambraccio per imprimere top spin alla palla. Il suo dritto ha più rotazione e meno spinta rispetto al rovescio. Tra i due fondamentali da fondo campo è probabilmente il meno incisivo.

Coric ha un talento innato e un carattere che contribuisce non poco a renderlo un giocatore ostico. Se a queste doti, il tennista croato acquisisse una maggiore esperienza sul campo e una conoscenza più approfondita degli avversari, aggiungerebbe dei vantaggi non indifferenti al suo tennis. E’ un giocatore in fase di lavorazione, in parte già predestinato.

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Kim Clijsters torna a giocare in una partita di esibizione

                                          La premiazione di Andrea Petkovic e il ritorno di Kim Clijsters

Era dal 2008 che il torneo Premier di Anversa non si giocava sul tappeto indoor dello Sportpaleis Merksem, palazzetto sportivo della piccola località delle Fiandre.
La penultima edizione disputata fu vinta da Justine Henin. L’ex campionessa belga si impose in finale con un doppio 6-3 sulla nostra Karin Knapp. Quattro anni prima, nel 2004, Kim Clijsters, connazionale della Henin, ebbe la meglio su un’altra tennista italiana, Silvia Farina.

L’ultimo atto del torneo di Anversa di quest’anno non ha mai smesso di stupire.
La Suarez Navarro, che ha giocato un torneo stellare, battendo la Giorgi in rimonta, sotto 6-1 nel primo set e la Niculescu in tre set lottati, ha rinunciato, proprio sul più bello, a scendere in campo per problemi fisici, dopo tutti gli sforzi prodotti e ripagati nel corso del torneo.
La cavalcata della giocatrice iberica è stata una sequenza di vittorie che l’ha vista imporsi sulla Giorgi, la Niculescu, la Schiavone e la Pliskova.
In finale la giocatrice di Las Palmas de Gran Canaria avrebbe dovuto affrontare Andrea Petkovic che proveniva da una striscia positiva di risultati in seguito ai successi sulla Cibulkova e la Zahlavova-Strycova, battute anche piuttosto nettamente dalla tedesca.

               La famiglia e il tennis: un binomio indelebile nella vita della Clijsters

A sostituire la Suarez Navarro, vista la sua impossibilità nel giocare, è scesa in campo, per la gioia del pubblico di casa, Kim Clijsters.
L’ex campionessa belga, nuova direttrice del torneo di Anversa, ha giocato contro la Petkovic in un incontro di esibizione. E c’è da dire che è sorprendente, non solo il risultato di 5 giochi a 3 in favore della Clijsters, dopo anni e anni che non disputava una partita nel circuito maggiore, ma soprattutto la qualità del suo gioco.

La Clijsters ha dato prova che le sue corde sono tutt’altro che arrugginite. Pur avendo messo su qualche chilo in più, la veterana del tennis belga ha realizzato dei recuperi in back in scivolata uguali a quelli dei tempi d’oro.
Malgrado la lontananza dal circuito, la belga non ha perso le misure del campo, la velocità dei colpi e l’elasticità negli spostamenti laterali. Tant’è vero che la stessa Petkovic, a fine gara, l’ha esortata scherzosamente ai microfoni di tornare a giocare, visto il grande livello di tennis espresso durante il match di esibizione.

La Clijsters si è sempre distinta per un tipo di gioco offensivo e difensivo al tempo stesso. Dotata di un dritto e di un rovescio penetranti, di un’intelligenza tattica notevole, di una capacità di accelerare la palla nei momenti chiave dello scambio dopo essersi lavorata ai fianchi la propria avversaria senza forzare, è anche capace di ricorrere a soluzioni differenti come il back in scivolata e la palla corta durante un palleggio serrato.

Per quel che riguarda il palmarès, si potrebbe scrivere un libro sulla Clijsters.
Solo qualche numero: 4 tornei del Grande Slam in singolare, 2 in doppio e 41 trofei complessivi (incluse le prove del Grande Slam).

Nell’ultima parte della carriera la Clijsters si è dedicata maggiormente alla famiglia, mettendo in secondo piano il tennis. Molti pensavano che avrebbe potuto continuare a giocare, a vincere.
L’ex giocatrice belga non ha perso nulla di tutto ciò che aveva sul campo ma ha deciso di voltare pagina, probabilmente per sempre, sicuramente senza rimpianti.

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Simone Bolelli e Fabio Fognini regalano all’Italia un sogno vincendo gli Australian Open in doppio

Pietrangeli e Sirola, la penultima coppia italiana ad aver vinto un torneo del Grande Slam in doppio

Era dal 1959 che due tennisti italiani non vincevano un torneo del Grande Slam, in doppio. In quella edizione Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola conquistarono il trofeo del Roland Garros imponendosi sulla coppia australiana formata da Roy Emerson e Neale Fraser, due tra i più grandi campioni del tennis australiano (insieme a Rod Laver) che vantano complessivamente, nel singolare e nel doppio, più di quaranta titoli del Grande Slam.

Proprio nel giorno dell’elezione del Presidente della Repubblica in Italia, Bolelli e Fognini, in Australia, a distanza di 56 anni dall’ultimo successo archiviato da Pietrangeli e Sirola, hanno regalato un sogno agli appassionati che, alla vigilia, sembrava tutt’altro che scontato e soprattutto hanno archiviato uno dei sigilli che rimarrà per sempre scolpito negli annali dello sport italiano.

La coppia azzurra si è imposta con autorevolezza sui cugini d’oltralpe, Nicolas Mahut e il giovanissimo Pierre-Hugues Herbert, classe ’91, con il punteggio di 6-4, 6-4, in una partita interpretata da Bole e Fogna con una compensazione e un affiatamento incredibili.
Entrambi hanno adottato spesso un gioco difensivo in quanto i francesi erano molto propositivi verso la rete.

Fognini ha giocato tanti lob, un tipo di schema che gli ha consentito di ribaltare l’inerzia degli scambi in proprio favore in quanto Mahut, dopo il servizio, scendeva a rete per attaccare ma, così facendo, lasciava totalmente incostudito fondo campo. Anche il famoso rovescio lungolinea del ligure ha dato i suoi frutti.

                           Gli azzurri trionfano in quel di Melbourne

Il doppio, essendo una specialità a parte rispetto al singolare, vede i giocatori compiere movimenti completamente diversi e optare per discese a rete più frequenti, più giocate al volo, strategie come “il contropiede”. E il rovescio in contropiede di Fognini ha avuto spesso ragione; quando i due francesi andavano da una parte, Fabio colpiva dall’altra.

Per quanto riguarda Bolelli, che dire se non elogiare le sue caratteristiche di gioco: l’eleganza, la velocità e la forza nel braccio del tennista bolognese hanno compensato alla grande il gioco più difensivo di Fognini.
Bolelli, dotato di un gran dritto, di una prima di servizio molto robusta e di accelerazioni a fil di rete, ha scardinato la resistenza francese, sostenendo il suo compagno nei momenti topici.
Il giocatore di Budrio ha dichiarato a fine gara, nell’intervista post partita: “Siamo stati lucidi oggi in campo, sotto di un break nel primo set e abbiamo salvato un game importantissimo sotto 15-40; siamo comunque riusciti a gestire bene i momenti importanti, a fargli sentire la nostra presenza e penso che abbiamo fatto una grande cosa”.

Aggiunge: “Sicuramente a inizio torneo non ci aspettavamo di arrivare fino a qua”.
Tanta l’umiltà da parte di Simone Bolelli in queste parole, un’umiltà vincente perchè sapeva che sarebbe stato difficile agguantare e vincere una finale di uno Slam… ma ha giocato il suo miglior tennis sul campo in ogni partita, senza partire prevenuto. E lo stesso merito va a Fabio Fognini che, insieme a Bolelli, ci ha creduto fino alla fine.


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