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Il Mondo del Tennis, blog di un giovane e appassionato tennista

Sul mio blog ho sempre fatto la parte dell’intervistatore; stavolta ho il piacere di essere l’intervistato. Ringrazio il sito SuperScommesse per questo bello spazio riservato a Il Mondo del Tennis.
http://www.superscommesse.it/notizie/mondo_del_tennis__il_blog_di_un_giovane_e_appassionato_tennista-9804.html 

Oggi intervistiamo Federico Bazan, giovane tennista, che con il suo blog Il Mondo del Tennis, comunica la propria passione per questo sport.


– Buongiorno Federico, grazie per aver accettato la nostra intervista. Come e quando nasce Il Mondo del Tennis?

– Buongiorno, grazie a voi.
Ho aperto il mio blog sul tennis il 28 aprile 2013, all’età di 18 anni. Era il mio ultimo anno di liceo,B3JS24OCIAAWw9u a ridosso della maturità. Il tennis è stato da subito il mio sport preferito. Ne ho praticati diversi, a dire il vero, tra cui la pallacanestro e il tennistavolo, nel quale avevo anche una classifica regionale e facevo tornei in giro per il Lazio. Ma il tennis è stato l’unico a trasmettermi quel qualcosa in più. Un giorno scoprii per caso Supertennis, accendendo la tv, al canale 64 del digitale terrestre. Cominciai a vedere qualche partita e a seguire con particolare interesse le telecronache dei match. Da questa scoperta a provare ad impugnare la vecchia Head di mio padre il passo fu veramente breve. Quando misi per la prima volta piede sulla terra del campetto vicino casa e provai a fare due colpi con il maestro, capii di essermi innamorato perdutamente di questo sport. Tra tutte le partite viste in quel periodo, ce ne fu una in particolare che mi fece venire voglia di scrivere un articolo su ciò che avevo visto con i miei occhi: fu la finale del torneo Godò di Barcellona tra Rafael Nadal e Nicolas Almagro, la quarta finale consecutiva centrata da Nadal dopo un anno di inattività a causa di un grave infortunio al ginocchio. Rivedere Nadal tornare ai livelli degli Internazionali di Roma del 2006, quando lo vidi giocare per la prima volta contro Federer (avevo 12 anni), mi invogliò a trasformare un semplice interesse in autentica passione. Quella sera in cui il campione iberico, battendo il connazionale Almagro, tornò il grande di sempre, mi vennero la voglia e la motivazione di buttare giù tutte le sensazioni che avevo provato nel vedere una finale di così alto livello tra un Nadal rinato e un Almagro in grande spolvero. E così nacque l’idea del blog che chiamai “Il Mondo del Tennis”, un nome che potesse fare da cornice a diversi ambiti dello sport con la racchetta: dalla storia e l’evoluzione del gioco, passando per i tornei e i campionati a squadre, alla tecnica e la mentalità, fino ad arrivare alle interviste ai giocatori e ai diversi appassionati, noti al mondo del tennis.


– Parlaci della tua passione per il tennis: quando nasce, e perchè hai deciso di aprire un sito dedicato a questo sport?

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– La mia passione per il tennis nasce da quando ero piccolo. Ai tempi della scuola elementare i miei genitori mi mandavano l’estate ai centri estivi dove, tra le altre attività, giocavo anche a tennis. Durante gli anni delle medie, ho fatto alcune lezioni da un maestro vicino casa, due anni di scuola tennis e mi sono infine iscritto in un circolo dove sono tutt’ora tesserato. Il blog l’ho aperto perchè ho iniziato a praticare lo sport con la racchetta a livello agonistico, classificandomi 4.5 fin dai primi tornei FIT in giro per Roma, ma anche interessandomi personalmente alle partite dei tornei ATP e WTA, che ho sempre seguito e che tutt’ora seguo in tv e, per quanto possibile, dal vivo.

Poi mia cugina, ad un Natale di qualche anno fa, mi regalò il librone illustrato “500 Anni di Tennis” del grande Gianni Clerici; da quel momento non avevo più scampo. Sfogliai alcune pagine e mi resi conto che il tennis sarebbe stato come una chiave che apre una porta. E spero non sia l’unica… in fondo ho solo 21 anni.


– Quali sono le fonti maggiormente utilizzate per un sito come il tuo?

– Cerco il più possibile di basarmi sulle conoscenze personali, acquisite giocando, guardando, analizzando meticolosamente gli incontri, i giocatori, i risultati, le classifiche e le condizioni di gioco. Copiare qualcosa o qualcuno non fa parte di me e del mio carattere; quello che scrivo viene molto spesso dall’ispirazione e dalla creatività, oltre che dalla voglia di descrivere ciò che potrebbe interessare, coinvolgere i lettori e, magari, essere oggetto di dibattito.
L’ispirazione consiste nel mettersi a pensare ad una strategia efficace per scrivere l’articolo; magari, dopo aver visto giocare un tennista, dopo aver assistito ad un suo allenamento, imparando a conoscere i suoi pregi e difetti tecnici e caratteriali, mi faccio un’idea delle cose che possano risultare utili da evidenziare e le scrivo, strutturando l’articolo. Ecco, le fonti, a mio avviso, non consistono nel prendere notizie da altri siti, enciclopedie, libri e scopiazzare, come fanno tanti (salvo casi in cui la materia lo richieda, per esempio alcune statistiche, i numeri che riguardano la carriera dell’atleta, gli effetti di alcune sostanze ritenute doping o meno, le dichiarazioni di un tennista su un determinato fatto ecc.) ma è seguire con scrupolo, analizzare, sviluppare con occhio critico l’avvenimento. In pratica, mettere insieme capacità di analisi e di sintesi.


– Come scegli i temi da trattare e approfondire?

– Non mi pongo limiti nello scegliere i temi da trattare. Sono uno spirito libero. Questo non vuol direFlavia Pennetta che faccio come mi pare, ma se qualcuno mi dicesse di portare a termine un lavoro, più o meno impegnativo, in 5 minuti, glielo porterei dopo 5 ore e sarei più contento di portarglielo fatto come si deve, pur infrangendo gli accordi, che non entro i tempi stabiliti e sbagliarlo completamente. Questo per dire che un bell’articolo o una recensione ben elaborata richiedono tempo, sacrificio, impaginazione, formattazione, correzioni, riletture e via dicendo. Solo un grande lavoro può suscitare un’apertura, un interesse condiviso e una predisposizione maggiore al dialogo tra le persone. Per scrivere alcuni pezzi ci ho impiegato anche del tempo.
Diffido molto, comunque, di chi dice che, se ci metti meno tempo, sei il più bravo. La qualità è ben altro…
Per come sono fatto, infatti, preferisco scrivere un articolo sulle impugnature, sulla tecnica dei giocatori, sul fatto che oggi le politiche della FIT facciano fatica a riservare un grande futuro al tennis italiano, su come mai nel tennis odierno il serve & volley si sia estinto, sul perchè gli inglesi, inventori del tennis, non abbiano oggigiorno un giocatore che faccia la differenza, anzichè scrivere dei risultati o di una qualsiasi partita di torneo che magari finirà un domani nel dimenticatoio. Nei miei pezzi cerco l’originalità, evitando il più possibile i sensazionalismi e le frasi fatte.


– Sul tuo sito hai scritto che pratichi il tennis a livello agonistico da tre anni. Cosa consiglieresti a coloro che vorrebbero avvicinarsi al tennis per la prima volta?

– Di giocare e divertirsi. Il tennis è uno sport molto gratificante, se praticato con costanza ed impegno, perchè puoi migliorare di giorno in giorno e vedere lentamente i progressi svolti. L’importante è non renderlo uno stress. Si arriva dove le possibilità vogliono che si arrivi. L’andare oltre si potrebbe pagare a caro prezzo. Questo lo dico, non per fare della retorica fine a se stessa, ma perchè ci sono innumerevoli casi di ragazze e ragazzi che, pur di provare a sfondare, lasciano la scuola o l’università; poi, purtroppo, non riescono nei loro obiettivi tennistici e si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Il tennis, oltre al talento e alla pratica sul campo, richiede investimenti notevoli che non tutte le famiglie possono permettersi. Consiglio comunque a tutti i bambini e ai ragazzi più “pigri” di giocare a tennis ma anche di fare altri sport. Praticare almeno una disciplina sportiva è importante per il fisico e per la testa. Aiuta a sviluppare le capacità motorie e di coordinazione, aiuta a scaricarsi e a distrarsi dalla routine quotidiana. Ma soprattutto, uno sport come il tennis, insegna dei valori che sono l’educazione, il rispetto e la lealtà verso l’avversario e verso il prossimo. O almeno, è quello che ha insegnato a me… e di questo ne vado fiero.


– Secondo te, quanto è seguito questo sport nel nostro paese? E perchè il calcio continua ad essere considerato lo sport per antonomasia?

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– Negli ultimi tempi, il tennis ha avuto un’affluenza senza precedenti di spettatori e di tifosi. Pensiamo a quante persone vengano al Foro Italico ogni anno da città di tutta Italia, per vedere gli Internazionali, quanto l’impianto si allarghi anno dopo anno e accolga più negozi, attività, giochi per bambini ecc. All’epoca non esistevano né il Centrale, né la Supertennis Arena. C’erano solo il Pietrangeli e solo alcuni dei campi Ground attualmente presenti. Oggi ci sono anche i campi da paddle tennis dove si esibiscono i professionisti e moltissima gente si ferma là a guardarli giocare. Fino ad alcuni anni fa, tutto questo era impensabile.

Secondo me, il ruolo dei social network, della rete e della televisione sono stati fondamentali nel processo comunicativo e di avvicinamento delle masse. Supertennis e Sky hanno coinvolto migliaia di spettatori, anche provenienti dal mondo del pallone, proponendo partite di Coppa Davis e Fed Cup dell’Italia, i tornei del Grande Slam, gli ATP 1000 e le World Tour Finals. Ovviamente tutto questo è incomparabile al successo che ha il calcio. Ma questo perchè, per il calcio, basta un pallone, fare due porte con le felpe e ci si diverte lo stesso, che sia in spiaggia piuttosto che nel cortile sotto casa. Il tennis richiede una racchetta, un barattolo di palline, un campo fatto in un certo modo e una rete. E poi credo ci sia di mezzo una questione culturale: il tennis nasce come sport di élite, per i più ricchi (anche se questo discorso è opinabile, specialmente oggigiorno dove ci sono diversi tennisti provenienti da famiglie con, all’origine, un’esigua disponibilità economica; pensiamo alle sorelle Williams e a molti tennisti dell’est Europa come Davydenko). Il calcio è lo sport di massa per eccellenza. Giocare a pallone è immediato ed economico. Giocare a tennis richiede diversi elementi costosi come la racchetta, l’equipaggiamento e le varie attrezzature indispensabili per giocare. E poi la prima cosa che desidera istintivamente un bambino piccolo è una palla, più che una racchetta.


– Infine ti chiediamo un’opinione relativa al torneo Challenger ATP per i nostri lettori. Pochi giorni fa si è concluso il torneo Roma Garden Open: cosa ne pensi?

– Ha vinto il tennista britannico Edmund, poco più che ventenne, numero 80 del mondo, che ha liquidato il serbo Filip Krajinovic, giocatore insidioso che sconfisse con autorevolezza il nostro Fabio Fognini nel torneo di Amburgo, circa due anni fa. Ecco, Edmund, a proposito di tennisti inglesi, può essere un giocatore in prospettiva molto interessante per il mondo del tennis anglosassone. Adesso si stanno facendo vedere anche Aljaz Bedene e la giovanissima Heather Watson che ha estromesso Sara Errani al primo turno degli Internazionali di Roma. Il torneo del Garden è un buon esame per testare il livello di giocatori che, in prospettiva, possono crescere ed avere l’opportunità di competere un domani in tornei del Grande Slam.

 

Federico Bazan © produzione riservata

L’esigua tradizione del tennis in Inghilterra

Se pensiamo che le prime reti da gioco sono state brevettate da un inglese di nome Walter Clopton Wingfield nel XIX secolo, il tennis in Inghilterra, dal 1874 ad oggi, salvo due casi isolati, non ha mai visto l’affermazione di grandi campioni.

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Fred Perry, giocatore eccentrico, nel suo gesto famoso di congratularsi con l’avversario scavalcando la rete

Ad eccezione di Fred Perry, probabilmente fino ai giorni nostri l’unica grande icona del tennis inglese (da cui prende il nome del famoso marchio di abbigliamento sportivo da egli ideato) e Tim Henman, giocatore serve & volley nativo di Oxford, eterno semifinalista nelle prove del Grande Slam, la Gran Bretagna non ha mai brillato tennisticamente e non ha avuto alle spalle una tradizione tale da poter segnare pagine importanti nella storia di questo sport. Curioso notare come il gioco del tennis sia stato concepito dagli inglesi, che peraltro ospitano i migliori giocatori al mondo sui campi in erba dell’All England Lawn Tennis Club di Wimbledon e come, al tempo stesso, non abbiano mai avuto giocatrici e giocatori in grado di vincere lo Slam londinese, se si esclude solo Fred Perry.
Caso a parte è quello che riguarda Andy Murray, tennista scozzese di Dunblane, il quale gioca in Coppa Davis per la Gran Bretagna ma perchè in Scozia, a parte lui e il fratello, non vi è nessun altro giocatore che compete ad alti livelli. Lo stesso Murray affermò, pochi giorni prima del referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, che avrebbe giocato per la sua Nazione (la Scozia) alle Olimpiadi se fosse passato il “sì”. Al referendum del 18 settembre 2014, vinsero gli unionisti con circa il 55% degli aventi diritto. Da quel giorno non cambiò nulla a livello territoriale nel Regno Unito ma, malgrado i risultati negativi del referendum per gli scozzesi indipendentisti, Murray escluse comunque qualsiasi tipo di parentela tra lui e l’Inghilterra.
Possiamo affermare con certezza, dunque, che l’unico tennista inglese ad aver vinto Wimbledon, in due secoli di storia, è  Fred Perry.

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              Walter Clopton Wingfield, l’inventore del tennis

Sarebbe interessante capire come mai i conquistatori più influenti della storia (insieme agli Antichi Romani), i navigatori forse più all’avanguardia, gli inventori del gioco del calcio, del tennis e non solo, abbiano sempre brillato per ingegno e fama nelle conquiste territoriali ma, al tempo stesso, lasciato a desiderare molto nei successi sportivi per la propria Nazione a livello internazionale. Se pensiamo che la Nazionale inglese di calcio ha vinto un solo Mondiale nel ’66 (tra l’altro con un goal discutibile nella finale contro la Germania) e non si è mai più ripetuta, nè ai Campionati, nè agli Europei e nemmeno nelle Confederations Cup, nonostante le grandi individualità calcistiche come Alan Shearer, Paul Gascoigne, Jamie Redknapp, Robbie Fowler ai più recenti Paul Scholes, David Beckham, John Terry, Steven Gerrard, Frank Lampard ecc.; giocatori che valevano oro colato sul mercato. Eppure, non sono mai riusciti, come organico, a collezionare alcun trofeo per il proprio Paese.
Discorso analogo lo si può fare con il tennis. Se nel calcio, l’Inghilterra di Bobby Charlton sollevò la coppa dei campioni nel ’66, allo stesso modo, un solo tennista di nome Frederick John Perry, su un totale di 187 giocatrici e giocatori britannici entrati nel circuito internazionale, conquistò il trofeo di Wimbledon.

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Tim Henman, soprannominato “Timbledon” dai suoi sostenitori

Dagli anni ’40 fino addirittura gli anni ’90, la Gran Bretagna ha vissuto un medioevo tennistico. Anni in cui non uscì nemmeno un nome che fosse menzionato dalla stampa britannica, tra le tenniste e i giocatori inglesi. Si dovette aspettare l’arrivo di Timothy Henman. Ma “Timbledon”, come lo chiamavano i suoi sostenitori, esplose solo alla fine degli anni ’90 e, per quanto fosse un signor giocatore, è sempre stato battuto da avversari più forti di lui come Sampras, Ivanisevic, Federer e Hewitt che gli hanno precluso in quattro diverse occasioni la possibilità di accedere all’ultimo atto del torneo di casa.
Henman, che pure era un giocatore che si adattava benissimo alle superfici rapide essendo uno degli ultimi esponenti del serve & volley e del gioco di grazia, non è mai riuscito a realizzare il tanto agognato sogno di vincere Wimbledon; nonostante questo, il tennista di Oxford vanta ad oggi 11 titoli in singolare (di cui 1 Masters Series, 1 International Series Gold e 9 International Series) e 4 in doppio (tra gli altri risultati, due bottini espugnati a Montecarlo e una finale persa alle Olimpiadi di Atlanta), a dimostrazione di quanto uno splendido gioco di volo lo rendesse un ottimo specialista anche in doppio.
Dopo Henman, tuttavia, in Inghilterra il vuoto, sia nel tennis maschile che in quello femminile, vuoi per mancanza di talenti, vuoi per i pochi investimenti fatti in questo sport da parte della Federazione. Investimenti, al contrario, realizzati in abbondanza nel calcio dove comunque vi sono e rimangono sempre grandi campioni, aldilà dei risultati storici conseguiti dai Tre Leoni.

La Gran Bretagna è sicuramente un Paese che ha brillato per l’ingegno e la creatività ma che non è riuscito a dare un seguito nei risultati sportivi (la Nazionale di calcio e i vari tennisti) che fosse all’altezza delle grandi scoperte operate nel corso della storia.


Federico Bazan © produzione riservata

Bufera sul caso Sharapova: trovati positivi al meldonium altri atleti dell’est Europa

Chi si sarebbe mai aspettato che un’atleta così attenta e meticolosa come Maria Sharapova risultasse positiva ai controlli antidoping? Ma soprattutto, è possibile che una professionista di quel livello, contornata da uno staff di esperti e sottoposta periodicamente a controlli di ogni tipo, non fosse a conoscenza degli effetti di un farmaco come il Meldonium?

Maria Sharapova

           L’amarezza nel volto della Sharapova durante la conferenza stampa

Tutti conosciamo la grande professionalità ed abnegazione che contraddistingue Maria Sharapova, una campionessa che ha segnato pagine importanti nella storia della WTA, vincitrice di 5 prove del Grande Slam, regina indiscussa della terra battuta, superficie sulla quale, ad oggi, vanta quasi l’84% di vittorie. Ultimamente, però, la giocatrice russa ha spiazzato il mondo del tennis, già in un primo momento, quando aveva affermato che avrebbe rilasciato pubblicamente alcune importanti dichiarazioni ed anche successivamente alla conferenza stampa, nella quale ha confessato delle verità tanto inaspettate quanto amare, ovvero la positività ai controlli antidoping e la totale disinformazione circa gli effetti della sostanza assunta.
La Sharapova, non solo avrebbe preso il farmaco per la durata di dieci anni, ma ha anche espressamente dichiarato di assumere mildronato per carenze di magnesio e per una storia di soggetti diabetici in famiglia.

Meldonium

Principi del Meldonium. Formula molecolare: C(6) H(14) N(2) O(2); nomi chimici: mildronato, meldonium, quaterin; uso clinico: trattamento delle restrizioni di afflusso di sangue ai tessuti, angina, infarto del miocardio e complicazioni cardiache croniche; uso per le prestazioni: incrementa l’afflusso di sangue ai tessuti muscolari, incentiva la resistenza e le capacità fisiche.

In realtà, il meldonium è un farmaco anti-ischemico, utilizzato principalmente per la prevenzione dell’angina pectoris e dell’infarto del miocardio. A parlarne sono gli esperti che sottolineano, oltre alle indicazioni, anche gli effetti del medicinale in soggetti sani: “Poiché favorisce la circolazione del sangue, in soggetti sani, il mildronato migliora le capacità di resistenza allo sforzo fisico, perché porta più ossigeno ai tessuti muscolari”. Inoltre, escludono che possa servire contro il diabete, salvo in uno stadio avanzato della malattia, tale da compromettere una corretta funzionalità cardiaca. Quando è usato per le patologie cardiache, il meldonium è comunque prescritto per, massimo e non oltre, le sei settimane.
Ma ci sarebbe dell’altro ad aggravare ulteriormente la posizione di difesa della Sharapova: anche altri atleti dell’est sarebbero stati trovati positivi al Meldonium. Tra questi la ranista Julija Efimova, le due medaglie d’argento della lotta greco-romana Evgeny Saleev e Sergei Semenov, le due specialiste degli 800 metri Ekaterina Poistogova e Marija Savinova e anche altri atleti.
Una domanda sorge spontanea. Tutti malati di diabete e con carenze di magnesio? Oppure, tutti volutamente alla ricerca della sostanza in questione? Non si può rispondere a queste domande con certezza ma, ciò che si può facilmente dedurre, è che il Meldonium, stando alle analisi degli esperti e alle valutazioni espresse dalla Wada (Agenzia mondiale antidoping), rappresenterebbe un incentivo notevole per le prestazioni dell’atleta.

A questo punto, la Sharapova sconterà una sanzione che va dagli 1 ai 4 anni di sospensione dall’attività, sebbene, c’è da sottolineare, come il farmaco sia entrato all’interno delle sostanze dopanti da gennaio 2016, il che potrebbe comportare una riduzione della pena nei confronti della siberiana la quale, in cuor suo, sa comunque di aver deluso i suoi fan.

Fonti:
http://www.focus.it/scienza/salute/meldonium-che-cose-e-perche-e-doping
http://www.sportsintegrityinitiative.com/

Federico Bazan © produzione riservata

 

 

Coppa Davis: L’Italia di Barazzutti liquida una Svizzera senza Federer e Wawrinka

Buona la prima di Coppa Davis per l’Italia di Corrado Barazzutti che supera la Svizzera, in casa, col punteggio netto di 5 a 0, sulla terra battuta dell’Adriatic Arena di Pesaro. Una Svizzera priva dei suoi giocatori migliori, Roger Federer e Stan Wawrinka; il primo in fase di recupero per i recenti problemi al menisco, mentre Wawrinka assente per scelta personale; anche l’Italia sprovvista del suo numero 1, Fabio Fognini, rimasto ai box per infortunio.

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       L’esultanza di Paolo Lorenzi a fine match

La manifestazione si è aperta con il primo singolare che ha visto Paolo Lorenzi sfidare per la quarta volta in carriera Marco Chiudinelli. Nei precedenti, ha prevalso sempre lo svizzero, in incontri piuttosto datati e giocati tutti quanti sul veloce. Ma stavolta è arrivata la rivincita per Lorenzi sulla superficie a noi più consona.
Il tennista azzurro ha dominato l’avversario nei primi due set imponendo molto bene il suo gioco. Nel terzo set, un passaggio a vuoto ha condizionato il rendimento del senese che avrebbe subìto un calo fisico, come poi dichiarato nel post partita ai microfoni di Supertennis Tv. Chiudinelli, forte del calo di Lorenzi, da 2-0 sotto, ha portato il match al quinto set.
Il tennista elvetico ha ritrovato fiducia dal terzo in poi e ha messo Lorenzi nelle condizioni di dover ricorrere ad un gioco più difensivo; ma, dopo una grande rimonta e proprio ad un passo dalla vittoria per lo svizzero, nel quinto set, sul 5-3 e servizio, Chiudinelli ha commesso un errore dietro l’altro, forse dovuto alla foga di chiudere la pratica, consentendo a Lorenzi di rientrare sul 5-4 e avere dunque la chance di riagganciarlo.
E c’è di più. Al tennista senese, sul 5-4 e servizio, ha tremato il braccio tanto da concedere, causa tre errori non forzati, ben tre match point a Chiudinelli. Ma un grande, grandissimo coraggio dell’azzurro sul finale, ha fatto sì che quei tre match point dello svizzero venissero annullati consecutivamente. Sullo 0-40, infatti, Lorenzi ha tirato fuori tutto quello che aveva e si è preso dei rischi che alla fine lo hanno premiato, complici anche di problemi muscolari accusati da Chiudinelli a fine gara. Lorenzi ha tenuto dunque il servizio e ha vinto per 7-5 il quinto parziale.
Che dire se non sottolineare come il senese ci abbia creduto fino alla fine malgrado la situazione di punteggio ormai compromessa. Vedere il proprio avversario risalire in cattedra e rimontare due set, potrebbe far demoralizzare se non addirittura condurre alla sconfitta il giocatore che era avanti nel punteggio. Lorenzi non si è però lasciato impensierire. Sullo 0-40, ha tirato fuori il meglio di sè, giocando due o tre buoni vincenti. In questi casi si dice che la fortuna premia gli audaci e il nostro Paolo Lorenzi è stato premiato.

Seconda partita di singolare senza problemi per Andreas Seppi che ha facilmente liquidato un giovanissimo Henri Laaksonen, classe ’92, in quattro set. Seppi non ha giocato il suo miglior tennis ma, grazie alla solidità ed incisività tipiche del suo gioco, ha firmato il punto del 2 a 0, consentendo alla formazione di Capitan Barazzutti di prendersi un vantaggio cospicuo e assicurarsi il punto decisivo nel doppio di sabato.

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                                                 Coppia Seppi-Bolelli

Il giorno dopo, il grande doppio giocato dalla coppia Bolelli-Seppi ha messo il punto esclamativo sul primo appuntamento di Coppa Davis degli azzurri. I due italiani si sono sbarazzati in tre set del duo formato da Chiudinelli e Laaksonen.
Bolelli e Seppi, in fiducia, venivano dalla vittoria sul cemento di Dubai in uno dei pochissimi tornei giocati in coppia a livello ATP. Tra l’altro, primo doppio vinto dall’altoatesino in carriera. Un risultato che sicuramente ha contribuito a dare nuova linfa al gioco di Seppi in una specialità che non è la sua. Mentre, per Bolelli, niente di nuovo anche perchè di doppi ne ha giocati e vinti; ricordiamo lo storico successo agli Open di Australia in coppia con Fognini. Da quel momento in poi, il giocatore di Budrio è diventato il punto di riferimento, quasi una garanzia per Corrado Barazzutti che decide di schierarlo in doppio in ogni occasione.
Dal punto di vista tecnico, infatti, Bolelli conosce molto bene i movimenti da adottare in questa specialità; con le sue accelerazioni copre bene il campo e il servizio veloce, se messo a segno, agevola il gioco del compagno a rete. Il suo dritto, inoltre, è un colpo potente e preciso che gli consente, sulla diagonale, di trovare il corridoio e costringere gli avversari a perdere campo.

Bene anche Marco Cecchinato, giocatore giovane che, in prospettiva, può fare molto bene, specialmente su terra battuta, sua superficie preferita. Ottimo l’esordio in Coppa Davis per il palermitano che ha superato lo svizzero Adrien Bossel in due set, su punteggio ormai acquisito per l’Italia.

Il vero protagonista della prima di Coppa Davis rimane comunque Paolo Lorenzi che ha portato a casa una partita davvero complicata, dove è stato avanti nel punteggio, il suo avversario lo ha rimontato e, malgrado tre match point a favore di Chiudinelli, ha regalato il punto dell’1 a 0 alla formazione di Capitan Barazzutti.
Lorenzi continua ad esaltarsi e ad elevare il suo tennis quando ha il pubblico a favore. Anche al Foro Italico, in un paio di occasioni, giocò molto bene. Battè un ex top ten come Nikolaj Davydenko e strappò anche un set a Rafa Nadal.

L’Italia di Capitan Barazzutti attenderà, nei quarti di finale del World Group, l’Argentina, reduce dalla vittoria a Danzica contro la Polonia, in una sfida che si giocherà molto probabilmente sulla terra battuta, in casa degli azzurri e forse nuovamente a Pesaro.

Federico Bazan © produzione riservata

Vinci, Errani e Schiavone fanno il tris

Difficile che capitino insieme ma, a volte, le prodezze sportive arrivano una dietro l’altra. Ebbene, l’Italia del tennis femminile porta a casa tre successi consecutivi firmati Roberta Vinci, Sara Errani e Francesca Schiavone, la triade vincente del tennis italiano che continua a far sognare ad occhi aperti gli appassionati. Prima il trionfo della Vinci a San Pietroburgo, torneo Premier, il decimo nella carriera della tarantina; poi la vittoria di Sara Errani a Dubai, altro Premier, nono sigillo per la romagnola. Infine il ritorno della leonessa d’Italia, Francesca Schiavone, che sorprende tutti a Rio De Janeiro conquistando il suo settimo titolo in carriera a distanza di tre anni dalla sua ultima apparizione in una finale di un torneo WTA.

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                Roberta Vinci con la coppa del torneo di San Pietroburgo

Alla vigilia, nessuno si sarebbe aspettato prestazioni così convincenti da parte delle tenniste azzurre: Roberta Vinci, dopo l’impresa gloriosa in quel di New York, ha recentemente annunciato che questa sarebbe stata la sua ultima annata da tennista professionista nel tour. La tarantina aveva infatti rilasciato, in alcune interviste, come il tennis stesse diventando per lei monotono, non più un divertimento. Sembrava che Roberta, dopo quel traguardo inedito conseguito sui campi di Flushing Meadows, avesse perso la voglia di continuare a competere ad alti livelli.
Vinci che, dopo l’affermazione nel torneo di San Pietroburgo, durante il giorno del suo 33esimo compleanno, ha visto due volte scalfito il numero 10 al computer: diventa per la prima volta top ten, piazzandosi proprio al decimo posto della race e, con la vittoria su Belinda Bencic nella finale del torneo russo, arriva a quota dieci titoli WTA.
La campionessa pugliese si è imposta su Belinda Bencic, giocatrice svizzera, giovane promessa per l’avvenire del tennis mondiale che, all’età di 18 anni, è già tra le prime dieci del mondo; in questo caso, tra la freschezza e l’esperienza, ha prevalso l’esperienza di Roberta Vinci che ha ostacolato efficacemente il gioco della Bencic con le sue variazioni e con una grande resa al servizio. Gioco della Vinci che risulta comunque fastidioso per le giocatrici cui piace giocare di ritmo e in modo monotematico. La Bencic ha dimostrato un talento da vendere anche se è ancora troppo acerba per competere con tenniste esperte del calibro della Vinci che sanno variare il ritmo degli scambi e conoscono soluzioni tattiche diverse dalle tante giocatrici odierne, impostate su potenza, spinta e fisicità.

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                   Sara Errani bacia il trofeo del torneo Premier di Dubai

Analogamente, Sara Errani, storica compagna di doppio della Vinci, che ha vissuto un inizio di 2016 non particolarmente brillante, ha dichiarato come facesse fatica a gestire la tensione; fatto piuttosto paradossale se pensiamo con quanta autorevolezza abbia liquidato le sue avversarie nel corso del torneo di Dubai (tra l’altro il primo torneo Premier vinto dalla Errani su cemento indoor). Errani che continua comunque ad impreziosire il pubblico con le sue giocate, malgrado le difficoltà patite nell’ultimo periodo.

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La gioia di Francesca Schiavone dopo tre anni dalla sua ultima vittoria in una finale WTA

Stavolta è però Francesca Schiavone la sorpresa più grande: la leonessa d’Italia è tornata a ruggire sulla terra battuta dopo tre anni dalla sua ultima finale disputata. Quasi non se ne sentiva più parlare di una giocatrice che comunque, ricordiamo, ha vinto il Roland Garros nel 2010 e l’anno dopo è arrivata in finale. Ebbene, la leonessa d’Italia ha tirato fuori la grinta da situazioni di svantaggio, come successo nella finale contro la giovane americana Shelby Rogers, giocatrice insidiosa, provvista di accelerazioni notevoli da fondo campo. La Schiavone era sotto nel punteggio ma ha poi trovato la chiave dell’incontro mettendo la Rogers nelle condizioni di subire l’impeto della milanese. Schiavone che, con grinta ed esperienza, ha prevalso su un’altra giocatrice promettente ma ancora piuttosto acerba. A fine incontro, la gioia incontenibile e la commozione di Francesca durante i ringraziamenti al pubblico. Una Schiavone che non si vedeva così entusiasta dai tempi del Roland Garros, forse anche più emozionata dell’ultimo successo sulla terra parigina del Philippe Chatrier.

Il tennis italiano, dunque, almeno in campo femminile, si riscatta dopo un esordio amaro in Fed Cup a Marsiglia e dimostra di poter ancora dominare gli scenari del panorama tennistico attuale. Mentre, nel frattempo, sono in attesa di conferme le nuove generazioni che vedono una Camila Giorgi in fase di stallo e una Martina Caregaro in lenta ascesa.

Federico Bazan © produzione riservata

 

Fuga di campioni

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Più una città è grande e tendenzialmente maggiori saranno le risorse a disposizione (strutture, impianti ed attrezzature). Le grandi metropoli come Roma, ad esempio, offrono una vasta gamma di circoli, campi e scuole tennis. Pensiamo ai nomi più rinomati della capitale, tra i quali il Foro Italico che per storia, tradizione e locazione, si conferma l’impianto tennistico più famoso di Roma e non solo; il Tennis Club Parioli che in passato sfornò campioni straordinari: Uberto De Morpurgo, Nicola Pietrangeli, Adriano Panatta e, ancora oggi, vanta grandi giocatrici tra le quali Roberta Vinci; il Circolo Canottieri Aniene che, oltre ad essere uno dei più antichi circoli della capitale, dispone di atleti altamente professionali come Simone Bolelli e Flavio Cipolla; il Tennis Club Eur, la cui scuola tennis è gestita, tra gli altri, da Corrado Barazzutti; il Sant’Agnese che, un tempo, accoglieva alcuni maestri dell’Accademia americana di Nick Bollettieri e via dicendo…

Se all’epoca i campioni italiani emergevano, oltre al talento e all’allenamento, anche grazie al prestigio dei circoli della propria città (ricordiamo, per esempio, Adriano Panatta, figlio del custode del Tc Parioli, luogo simbolo della crescita tennistica di Panatta stesso), oggi le cose sembrano essere cambiate. Non è più come un tempo dove si giocava al circolo sportivo del vicinato e si decideva di intraprendere la strada del professionismo. Il tennis odierno richiede maggiori investimenti, molti più spostamenti, uno staff completo, composto da diverse figure professionali che seguano il giocatore da vicino in tutti i suoi aspetti: l’allenatore, il fisioterapista, lo sparring, il preparatore atletico, il personal trainer e il manager, colui che si occupa dell’immagine, della comunicazione e degli sponsor dell’atleta. L’assenza di una o più figure di questo tipo, può incidere sul rendimento del giocatore ed ecco perchè, oggi più che mai, un professionista ha bisogno di molte attenzioni, proprio per evitare di incappare in problemi di diverso genere. Nel circuito internazionale le trasferte sembrano esser diventate la regola per tutti i professionisti, non solo nei tornei e nei campionati a squadre che si disputano durante l’anno, ma anche per dei semplici allenamenti.

Se scoprissimo le diverse realtà delle tenniste italiane del circuito WTA e dei giocatori azzurri del circuito ATP, ci accorgeremmo come, la maggior parte di essi, tranne rare eccezioni, nascano in città diverse dalle grandi metropoli come Roma, Firenze, Milano, Napoli, Bari e Palermo. Pensiamo a Fognini, di Arma di Taggia, Bolelli, di Budrio, la Errani di Massa Lombarda, la Pennetta di Brindisi ecc.
Ognuno di loro è nato in contesti, sotto un certo punto di vista, “limitanti” in termini di disponibilità di circoli sportivi. Per esempio Fabio Fognini, che proviene da una realtà piuttosto piccola come Arma di Taggia, ha compiuto un grande salto di qualità andandosi ad allenare a Barcellona e scegliendo come allenatore Josè Perlas; come lui, anche Flavia Pennetta che, dopo la decennale intesa con Gabriel Urpi, ha visto in Salvador Navarro una fonte di crescita e di miglioramento; ancora, Sara Errani, con Pablo Lozano, trasferitasi dapprima a Barcellona, poi a Valencia; Simone Bolelli, grazie alla collaborazione con Giancarlo Petrazzuolo e alla preparazione presso il centro federale di Tirrenia; Camila Giorgi come Bolelli a Tirrenia ecc.

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                                Campi al coperto del Centro Federale di Tirrenia

I grandi campioni del tennis italiano hanno dovuto dunque prendere delle decisioni a livello di spostamenti e di ricerca di strutture adeguate. Per puntare al massimo, alcuni di loro hanno lasciato la proprià città per trasferirsi in un’altra o nelle grandi accademie, in Spagna e negli Stati Uniti.
Una riflessione sorge spontanea. Salvo centri federali come Tirrenia e simili, l’Italia è un Paese in grado di offrire prospettive interessanti per gli agonisti? In altre parole, è realmente indispensabile per un potenziale campione, lasciare il proprio Paese e la città natale per andare fuori e trovare il contesto di cui ha bisogno?
Il dilemma è: perchè non restare in Italia? Circoli e scuole tennis non all’altezza? Investimenti insostenibili per le famiglie? Disponibilità di campi limitata? Un insieme di questi fattori?
I casi sono tanti e i motivi molteplici. Senza dubbio, bisognerebbe interrogarsi su come mai, molti degli atleti italiani, tra cui alcuni dei tennisti professionisti, lascino l’Italia per trovare maggiore fortuna all’estero.

Molti di loro lo fanno per scelta personale, spinti dallo stimolo nel trovare strutture, squadre e allenatori che soddisfino le loro esigenze.
È il caso di Corinna Dentoni che ho personalmente avuto il piacere di intervistare. Alla domanda:
 A proposito di piccole realtà come Pietrasanta… credi sia indispensabile per un talento emergente, magari cresciuto in un comune piuttosto che in una grande città, trasferirsi in un contesto di più ampio raggio, come può essere un circolo di una metropoli o una delle note scuole tennis riconosciute a livello internazionale, affinchè trovi la chiave del successo?
Qual è stata la tua scelta a riguardo? “

La sua risposta:

” Penso che non sia importante tanto dove ti alleni, quanto con chi ti alleni.
La provincia di Lucca conta numericamente più campi da tennis rispetto al resto d’Italia; quello che manca è una struttura attrezzata e il tennis non lo si vive in maniera professionistica pensando alla crescita dell’atleta, ma più come uno sport dilettantistico. Io mi sono trasferita a Milano e lì ho trovato il contesto di cui avevo bisogno ” .

Anche il racconto di Stefano Travaglia è piuttosto indicativo di come, seppur a breve distanza dalla propria terra, il trasferimento di un professionista su altri campi sia fondamentale:

” Ad un certo punto bisogna prendere una decisione; io la mia scelta l’ho fatta a 15, quasi 16 anni, andandomi ad allenare a Jesi, città ad un’ora e mezza da casa mia, dove vi era la migliore accademia di tennis delle Marche di quei tempi, 2007/08 ” .

Due testimonianze, quella della Dentoni e di Travaglia, che lasciano intendere quanto una singola scelta di trasferimento comporti dei sacrifici che un professionista è tenuto a fare per trovare la chiave del successo.

 

Federico Bazan © produzione riservata

Tributo a Lleyton Glynn Hewitt

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Con il ritiro di Lleyton Hewitt dal circuito ATP, lascia il rettangolo di gioco una delle colonne portanti del tennis dei primi anni 2000; si chiude dunque un altro capitolo dell’era Open dopo l’addio dei grandi talenti come Coria, Safin, Ferrero, Gonzalez, Nalbandian e Roddick.

Hewitt, tennista australiano classe ’81, ha dominato parte dello scenario del tennis contemporaneo divenendo il più giovane numero 1 del ranking ATP a soli 20 anni e rimanendo in vetta per circa un anno e mezzo, prima della decisiva consacrazione di Federer e Nadal.

Non è mai stato uno di quei talenti naturali; un tennis costruito, a volte macchinoso nella riproduzione del gesto tecnico ma alle cui radici c’era un lavoro di base incredibile.
Hewitt nasce come ribattitore e contro attaccante, se così si può definire. Grande risposta al servizio, rapidità pazzesca nello scatto in avanti, negli spostamenti laterali e servizio con un taglio slice particolarmente insidioso, erano i suoi baluardi. L’eleganza non era certamente il suo forte ma nelle corde disponeva di soluzioni che moltissimi suoi colleghi del circuito non erano e non sono in grado di giocare con la stessa facilità dell’australiano: il passante e il pallonetto, colpi decisivi nei punti combattuti.

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Il tennista di Adelaide vinse gli Us Open battendo Sampras in finale a soli 20 anni

Non possedeva una grande esplosività nei colpi ma comunque era quel tipo di giocatore che resisteva sugli scambi prolungati da fondo campo e che, spesso, metteva il suo avversario nelle condizioni di trovare soluzioni tattiche davvero complicate.

Lleyton Hewitt ha fatto della forza mentale una risorsa incredibile; ha vinto incontri che in pochi pensavano potesse vincere. Uno di questi, la finale degli Us Open contro l’ex numero 1 del mondo indiscusso, Pete Sampras, sonoramente sconfitto in tre set, a casa sua.
Tra gli altri ricordi in cassaforte, Hewitt vanta il successo di Wimbledon nel 2002 (quindi due tornei del Grande Slam conquistati), due Masters 1000 (Sydney e Shanghai) e due Coppe Davis.

Per quanto riguarda la personalità in campo, l’australiano spiccava per una grinta fuori dal comune che veniva, tuttavia, mal sopportata da alcuni suoi colleghi del circuito. Guillermo Coria, tennista argentino, con il quale Hewitt si azzuffò verbalmente in una partita di Coppa Davis tra Australia e Argentina anni fa, lo ricorda così: “Esulta per gli errori altrui, è sempre troppo aggressivo… Lo ucciderei. Puoi essere il più forte del mondo e vincere tutti i tornei, ma se ti comporti così sei l’ultimo degli esseri umani”.  Anche Roy Emerson, leggenda del tennis australiano, ne parla ironicamente come di una personalità bellicosa: “Gioca ogni punto come se fosse la Seconda Guerra Mondiale”.

Aldilà dei probabili difetti caratteriali, Hewitt era comunque un giocatore che aveva la stima di molte persone all’interno del circuito maggiore, per il fatto che fosse un grande sportivo in campo. Federer lo descrive con parole di elogio: “Lo so che molta gente apprezza il mio gioco perché lo trova fluido, variato, un alternarsi di rotazioni, lift e slice, un tennis a tutto campo, rete inclusa. Ma una varietà simile può essere anche uno svantaggio. Se prendete Hewitt, troverete qualcosa che vi sembrerà l’opposto, un’incredibile presenza atletica, una mentale impossibile da scalfire. Anche quello è un talento, quasi una fede”. Le parole del campione elvetico sono il riassunto di ciò che Hewitt, in 17 anni di carriera, ha rappresentato per il tennis mondiale, un esempio di determinazione e di perseveranza.

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Lorenzo Fares, telecronista di SuperTennis Tv


Ciao Lorenzo, è un piacere poterti intervistare. Grazie per il tempo che dedichi a “Il Mondo del Tennis”.

Ciao Federico, figurati. 


– Sei uno dei telecronisti di SuperTennis Tv, canale interamente dedicato allo sport con la racchetta. Puoi illustrare ai nostri lettori il percorso che hai intrapreso per diventare giornalista e telecronista sportivo?

– Dopo aver conseguito la maturità classica, ho frequentato il corso di laurea quinquennale in scienze della comunicazione all’Università “La Sapienza” di Roma, laureandomi nel 2006. Successivamente, ho frequentato la scuola di giornalismo della Lumsa. Sono diventato giornalista pubblicista nel 2004 e, dopo la scuola di giornalismo, ho superato l’esame da professionista.
Una volta entrato a SuperTennis nel 2008, con la nascita del canale, mi sono specializzato nelle telecronache, a cavallo tra il 2008 e il 2009. 


– Quali sono state le tue esperienze professionali prima di approdare a SuperTennis? Ritieni siano servite come trampolino di lancio per il lavoro di cui ti occupi attualmente?

Senz’altro, mi hanno aiutato a capire questo mondo, per nulla facile. Ho fatto anni di “gavetta”, collaborando per giornali sportivi come Il Corriere Laziale, che si occupava di calcio giovanile, o per alcune radio private in cui mi occupavo prevalentemente di sport. Iniziai a Radio Meridiano 12 nel 2005 e, proprio per questa radio, cominciai a seguire i miei primi Internazionali al Foro Italico; era l’anno della splendida finale tra Nadal e Coria. 


– Com’è nata in te la passione per il tennis? Hai sempre sognato di fare questo mestiere?

– La passione per il tennis me l’ha contagiata mio padre. Da piccolino pensavo solo al calcio, poi mio papà mi convinse a provare lo sport con la racchetta. Iniziai a giocare nel 1993, avevo 11 anni e mezzo. Mi piacque, cominciai a praticarlo con regolarità fino ad appassionarmi al tennis giocato, visto dal vivo e in tv.
Assistere alla finale degli Internazionali di Roma del 1994, in cui Sampras sconfisse Becker, fu per me il momento in cui capii che il tennis aveva ormai spodestato il calcio tra i miei sport preferiti. Vien da sé che, da allora, mi sarebbe piaciuto, un giorno, poter lavorare nel tennis. 

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                        Lorenzo Fares intervista Juan Martin Del Potro


– Qual è stata la prima partita che hai commentato?

– Nel gennaio 2009 comprammo i diritti del torneo ATP di Auckland. Commentai la finale in cui Juan Martin Del Potro sconfisse Sam Querrey. Naturalmente ero tesissimo ma fu un’esperienza magnifica, che mi porto ancora dietro e che, da allora, mi ha fatto guardare con molta simpatia al campione argentino.


– Ce n’è qualcuna, tra tutte quelle che fin’ora hai visto, che non potrai mai dimenticare?

– Ce ne sono diverse ma, se dovessi scegliere, direi le partite di Coppa Davis dell’Italia. Per il clima che si respira, per il fatto che in quel momento commento gli incontri della nostra Nazionale.
Il giorno in cui Fognini sconfisse Murray a Napoli rimane indimenticabile, ad esempio. Quella partita la commentai con grandissima emozione, grande adrenalina.


– Fare una telecronaca comporta l’osservanza di alcune consuetudini. Quali sono gli step e le regole più importanti da seguire?

– Solitamente non mi preparo nulla di scritto, vado a braccio. Sono un fanatico delle statistiche e, prima di entrare in cabina di commento, mi studio a memoria tutte quelle cose che possono servirmi per poter dare informazioni in più sulle tenniste o sui tennisti in campo.
A mio avviso un telecronista deve parlare il meno possibile durante gli scambi, in quanto non è il protagonista in quel momento ma solo una guida che ha il compito di tenere compagnia al telespettatore e impreziosire il tutto con qualche curiosità e statistica.


– Che conoscenze deve avere un telecronista?

– Il lessico è fondamentale. Occorre conoscere i vocaboli tecnici del tennis. Bisogna poi sempre informarsi, prima dell’inizio di un match, sul cammino dei tennisti nei tornei, sui precedenti e magari su notizie o curiosità che hanno accompagnato un atleta in quella settimana di partite.


– Ci sono giornalisti sportivi che esprimono la propria opinione motivandola, altri che mantengono una linea il più possibile imparziale ed altri ancora che cercano di mediare. A quale scuola di “pensiero giornalistico” senti di appartenere?

– Dipende dai casi. Non sono contrario all’idea di dare un’opinione, purché non la si imponga. La mia motivazione su un determinato tema potrebbe non trovare d’accordo alcuni spettatori o lettori ma, qualora si crei un dibattito, è bene potersi confrontare.  


Nel ringraziarti per la disponibilità, seguiremo sempre con interesse le tue telecronache su Supertennis Tv.

Grazie, un saluto.

A presto,

Federico

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Francesco Giorgino

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                                                  Il servizio

In tanti la conoscono come giornalista del Tg1, pochi in veste di tennista. Ci vuole raccontare com’è nata in lei la passione per il tennis?

– È una passione nata nel periodo adolescenziale, poi sopita, ma risvegliatasi con la forza di un vulcano in età adulta. Del tennis mi ha sempre affascinato la sua caratteristica di sport di situazione, in cui la tecnica non è mai fine a se stessa, poiché è sempre al servizio di un obiettivo tattico. Uno sport nel quale chi ha propensione allo stile può esprimersi al meglio, senza per questo rinunciare alla performatività, alla forza muscolare e alla rapidità di movimento. Uno sport che si fa all’aria aperta, che si può praticare ovunque (visti i numeri dei circoli e dei campi da tennis in Italia) e soprattutto che ti accompagna lungo tutto l’arco della vita.

A che età ha cominciato a giocare? In che circolo ha imparato i rudimenti della disciplina?

– Ho cominciato intorno ai dieci anni. I primi rudimenti li ho acquisiti frequentando il campo in mateco presente nella villa di alcuni amici di famiglia ad Andria, in Puglia. Il figlio del proprietario di questa villa seguiva alcune lezioni private con un maestro del locale circolo tennis. Un giorno assistetti ad una di queste lezioni e il maestro mi invitò ad impugnare una racchetta e a provare a colpire qualche palla. La mandai al di là della rete e il maestro (troppo generoso nel giudizio o più verosimilmente desideroso di avere un altro allievo) mi disse: “Francesco, sei portato per il tennis!”. In realtà, avevo dimostrato solo di avere una buona coordinazione fra gli arti superiori e quelli inferiori. Fu così che partii alla scoperta di questo sport che, giorno dopo giorno, mi ha conquistato. Più del calcio. Più dello sci nautico e dello sci alpino, che pure da ragazzo ho praticato molto.

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                                        Il dritto con presa semi-western

Oltre a vivere sul campo lo sport con la racchetta, le piace anche seguirlo in tv? Si è mai cimentato in una telecronaca sportiva?

– Lo seguo tantissimo in tv. Mi piace vedere sia i match live che quelli del passato che ogni tanto vengono riproposti. Amo fare la comparazione fra il tennis di ieri e quello di oggi. Amo soffermarmi sulle impugnature, sull’evoluzione delle rotazioni, sulle stance, sull’ampiezza delle preparazioni dei colpi al rimbalzo, sui cambiamenti del servizio, sulla tecnica degli spostamenti, sulle angolazioni più ricercate. Il tennis in tv per me oltre ad essere spettacolo, è anche uno straordinario materiale didattico. Non ho mai fatto telecronache di tennis, perché faccio il giornalista politico. Ma nella vita mai dire mai.

– Che ricordi ha delle prime volte che ha assistito dal vivo ad un torneo internazionale? Quali sono i giocatori che l’hanno entusiasmata di più?

– Il mio primo torneo internazionale visto dal vivo molti anni fa fu al Foro Italico. In camera avevo i poster di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Che squadrone mitico! Quando vedo Barazza glielo ricordo sempre. A proposito di Barazzutti, qualche anno fa a Milano Marittima abbiamo palleggiato per un’oretta. Mi ha fatto fare in campo il tergicristallo per venti minuti consecutivi. La mia unica colpa? Gli avevo detto di avere abbastanza fiato. Naturalmente sono uscito dal campo boccheggiando… Quanto ai giocatori più recenti, adoro il tennis di Roger Federer perché ha uno stile unico, forse irripetibile.

– Lei è un giornalista, conduce il Tg1, ma è anche un docente universitario e un istruttore della Fit. Riesce ad allenarsi regolarmente, malgrado i numerosi impegni?

– Assolutamente si. Come minimo mi alleno tre volte a settimana, per due ore al giorno. D’estate anche di più. Nonostante i molti impegni, riesco sempre a trovare il tempo per allenarmi. Il tennis è uno sport che ha bisogno di allenamenti continui. Ti devi applicare, altrimenti fai passi indietro dal punto di vista tecnico.

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                La preparazione del rovescio ad una mano

Per poter insegnare il tennis, oltre ad avere dei requisiti di base, bisogna seguire un corso che prevede un esame finale. Può illustrarci il percorso che ha seguito per diventare istruttore?

– Bisogna seguire un corso che prevede teoria e pratica, fare un tirocinio presso un centro federale, superare un esame scritto, uno orale e fare la prova di gioco. È giusto che l’Istituto Superiore di Formazione R. Lombardi sia rigoroso nella individuazione degli insegnanti di tennis. In campo non si può improvvisare e oggi più che mai questa figura tecnica deve avere competenze plurime: in area mentale, motoria, tecnica, tattica e della comunicazione.

A proposito, lei è uno dei docenti dell’Istituto Superiore di Formazione della Fit. Insegna ai futuri istruttori, maestri di tennis e tecnici nazionali Sociologia e Comunicazione. Perché è importante la sua materia?

– Sia se consideriamo la relazione fra attività di teaching e attività di learning, sia se consideriamo la relazione fra attività di coaching e attività di training, c’è sempre fra chi trasmette una conoscenza e chi questa conoscenza la acquisisce una forma, diretta o indiretta, di comunicazione. Io provo a far riflettere gli insegnanti di tennis sull’importanza della comunicazione con gli allievi e le loro famiglie, della comunicazione fra tecnici e con i dirigenti del circolo, della comunicazione di massa. Non solo: provo anche a sviluppare la consapevolezza dell’importanza del contesto della didattica e della costruzione del percorso identitario degli insegnanti di questo sport.

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                                           La volèe


– Partecipa regolarmente ai tornei Fit? Che classifica ha, attualmente?

– Attualmente sono 4.1, purtroppo non ho molto tempo per fare i tornei. Mi piacerebbe salire un po’.


– Qual è la strategia migliore per gestire una partita di torneo?

– La strategia migliore è quella di associare ad un allenamento regolare e diversificato (tutti i colpi, tutte le traiettorie e le angolazioni, tutte e tre le situazioni di gioco e quindi difesa, costruzione e attacco), una buona preparazione fisica e una consistente autoefficacia percepita delle proprie competenze tennistiche. Insomma, aver fiducia nel proprio tennis.


– Che giocatore si definisce? A tutto campo, da fondo campo o serve & volley?

– Direi che rientro nella tipologia dell’attaccante da fondo campo. Ma sto lavorando, proprio in questo periodo, per avere più padronanza anche nelle altre tipologie di gioco e nelle altre zone del campo.


– Concludiamo in bellezza, con una sua frase che ha fatto da titolo ad un video circolato sui social network, relativo al suo tennis e che ha avuto migliaia di visualizzazioni: “Nel tennis, come nella vita, sono il controllo, la precisione e la regolarità a farti vincere”. Credo sia un messaggio molto bello da trasmettere a tutte le ragazze e i ragazzi che si affacciano nel mondo dello sport e del lavoro… 


– Lo penso davvero. Il controllo serve perché significa capacità di governare le diverse situazioni della vita. La precisione serve perché significa maturare la consapevolezza che le cose non accadono per caso, ma solo dopo un’apposita formazione. La regolarità serve perché significa abitudine alla costanza, alla perseveranza, alla stabilità. Da questo punto di vista, il tennis è una grande metafora dell’esistenza umana.

Federico Bazan © produzione riservata

Riflessione personale sulla finale Pennetta – Vinci agli Us. Open

Quando si dice che una finale è storica è perchè, probabilmente, non si ripeterà.
Che Roberta Vinci e Flavia Pennetta abbiano compiuto un’impresa all’apparenza impossibile, è noto a tutti, anche a chi non segue il tennis e non l’ha mai praticato.
Siamo italiani ed è giusto gioire di fronte ad una finale tutta azzurra, ad una Pennetta che vince uno Slam.
C’era qualcuno che la considerava, fino all’altro ieri, una giocatrice finita, vista l’età non più “freschissima” e gli ultimi successi nei tornei WTA piuttosto datati (il penultimo fu Indian Wells, nel marzo 2014). Flavia ha dimostrato di essere una campionessa con la C maiuscola giocando un tennis al limite della perfezione. Si è imposta su giocatrici top 10 ed ex top 10: Sam Stosur, Petra Kvitova e la numero 2 del mondo, Simona Halep, dominata dalla brindisina. Ha dato prova che le differenze di classifica e l’età, nel tennis femminile, non contano, che il sacrificio premia, che non è mai troppo tardi raggiungere sogni apparentemente irraggiungibili.

                                 Un abbraccio che vuole dire: “abbiamo vinto”

Da un lato la superlatività di Flavia, dall’altro il cuore di Roberta. Incredibile come, prima dell’inizio della finale, in tanti credevano che la tennista di Taranto non ce l’avrebbe mai fatta a battere la paladina del tennis a stelle e strisce. Certo, contro una Williams, numero 1 del mondo indiscussa, che gioca in casa e su una superficie sulla quale va a nozze, viene da pensare che l’ostacolo da superare sia difficile, il che, però, non vuol dire insormontabile… la Williams è pur sempre umana.
Ma il nodo centrale della questione è: perchè c’è sempre la presunzione di sapere come andrà una partita ancor prima che inizi e perchè sminuire Roberta Vinci considerandola già sconfitta quando è ancora presto per tirare le somme?
Basta aprire la Home di Facebook per leggere alcuni commenti nel pre-partita, probabilmente eliminati a risultati archiviati, nei quali la Vinci era considerata perdente.
Ma la soddisfazione più bella è come la tarantina sia riuscita a ribaltare totalmente queste aspettative distruttrici, a tenere vivo l’orgoglio di una Nazione come l’Italia, dove è davvero difficile apprezzare ciò che abbiamo e valorizzarlo per quello che è, dove la rassegnazione fa da padrone.
Purtroppo, il tifoso italiano medio, da questo punto di vista, conferma per l’ennesima volta di salire sul carro del vincitore. Prima dà la Vinci perdente, poi la riempie di elogi a conti fatti.

Come in tutte le cose, bisognerebbe tirare fuori anche gli aspetti positivi e non solo sviluppare un approccio critico in chiave negativa.
Il giorno dopo la finale, i telegiornali, i giornali e i programmi tv parlavano, in prima pagina o in apertura, solo di tennis. Piovevano elogi e tributi per le nostre due meravigliose atlete. Dopo un evento così importante, è cresciuta in maniera significativa anche la voglia di mettersi in gioco. Molte ragazze, probabilmente anche in virtù del risultato storico conseguito dalla Pennetta e dalla Vinci, si avvicinano con passione al tennis, magari seguendo come fonte d’ispirazione, proprio Flavia e Roberta, due grandi esempi per tutti noi italiani. Questo aspetto non può che giovare al mondo del tennis; una partecipazione maggiore di ragazze e ragazzi, incentiva lo sport con la racchetta.

Concludendo, mi piace pensare che in quella finale dove lo stadio di Flushing Meadows, solo per un giorno, si è colorato di azzurro ed è diventato pugliese, abbia vinto l’Italia, davanti al resto del mondo.
I trofei della finalista e della vincitrice rimarranno per sempre vivi; ciò che non si ripeterà è quell’abbraccio a fine match tra le due. Un abbraccio che simboleggia un traguardo raggiunto insieme, pur diviso da una rete.

Federico Bazan © produzione riservata