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Esclusiva: intervista a Francesco Giorgino

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                                                  Il servizio

In tanti la conoscono come giornalista del Tg1, pochi in veste di tennista. Ci vuole raccontare com’è nata in lei la passione per il tennis?

– È una passione nata nel periodo adolescenziale, poi sopita, ma risvegliatasi con la forza di un vulcano in età adulta. Del tennis mi ha sempre affascinato la sua caratteristica di sport di situazione, in cui la tecnica non è mai fine a se stessa, poiché è sempre al servizio di un obiettivo tattico. Uno sport nel quale chi ha propensione allo stile può esprimersi al meglio, senza per questo rinunciare alla performatività, alla forza muscolare e alla rapidità di movimento. Uno sport che si fa all’aria aperta, che si può praticare ovunque (visti i numeri dei circoli e dei campi da tennis in Italia) e soprattutto che ti accompagna lungo tutto l’arco della vita.

A che età ha cominciato a giocare? In che circolo ha imparato i rudimenti della disciplina?

– Ho cominciato intorno ai dieci anni. I primi rudimenti li ho acquisiti frequentando il campo in mateco presente nella villa di alcuni amici di famiglia ad Andria, in Puglia. Il figlio del proprietario di questa villa seguiva alcune lezioni private con un maestro del locale circolo tennis. Un giorno assistetti ad una di queste lezioni e il maestro mi invitò ad impugnare una racchetta e a provare a colpire qualche palla. La mandai al di là della rete e il maestro (troppo generoso nel giudizio o più verosimilmente desideroso di avere un altro allievo) mi disse: “Francesco, sei portato per il tennis!”. In realtà, avevo dimostrato solo di avere una buona coordinazione fra gli arti superiori e quelli inferiori. Fu così che partii alla scoperta di questo sport che, giorno dopo giorno, mi ha conquistato. Più del calcio. Più dello sci nautico e dello sci alpino, che pure da ragazzo ho praticato molto.

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                                        Il dritto con presa semi-western

Oltre a vivere sul campo lo sport con la racchetta, le piace anche seguirlo in tv? Si è mai cimentato in una telecronaca sportiva?

– Lo seguo tantissimo in tv. Mi piace vedere sia i match live che quelli del passato che ogni tanto vengono riproposti. Amo fare la comparazione fra il tennis di ieri e quello di oggi. Amo soffermarmi sulle impugnature, sull’evoluzione delle rotazioni, sulle stance, sull’ampiezza delle preparazioni dei colpi al rimbalzo, sui cambiamenti del servizio, sulla tecnica degli spostamenti, sulle angolazioni più ricercate. Il tennis in tv per me oltre ad essere spettacolo, è anche uno straordinario materiale didattico. Non ho mai fatto telecronache di tennis, perché faccio il giornalista politico. Ma nella vita mai dire mai.

– Che ricordi ha delle prime volte che ha assistito dal vivo ad un torneo internazionale? Quali sono i giocatori che l’hanno entusiasmata di più?

– Il mio primo torneo internazionale visto dal vivo molti anni fa fu al Foro Italico. In camera avevo i poster di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Che squadrone mitico! Quando vedo Barazza glielo ricordo sempre. A proposito di Barazzutti, qualche anno fa a Milano Marittima abbiamo palleggiato per un’oretta. Mi ha fatto fare in campo il tergicristallo per venti minuti consecutivi. La mia unica colpa? Gli avevo detto di avere abbastanza fiato. Naturalmente sono uscito dal campo boccheggiando… Quanto ai giocatori più recenti, adoro il tennis di Roger Federer perché ha uno stile unico, forse irripetibile.

– Lei è un giornalista, conduce il Tg1, ma è anche un docente universitario e un istruttore della Fit. Riesce ad allenarsi regolarmente, malgrado i numerosi impegni?

– Assolutamente si. Come minimo mi alleno tre volte a settimana, per due ore al giorno. D’estate anche di più. Nonostante i molti impegni, riesco sempre a trovare il tempo per allenarmi. Il tennis è uno sport che ha bisogno di allenamenti continui. Ti devi applicare, altrimenti fai passi indietro dal punto di vista tecnico.

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                La preparazione del rovescio ad una mano

Per poter insegnare il tennis, oltre ad avere dei requisiti di base, bisogna seguire un corso che prevede un esame finale. Può illustrarci il percorso che ha seguito per diventare istruttore?

– Bisogna seguire un corso che prevede teoria e pratica, fare un tirocinio presso un centro federale, superare un esame scritto, uno orale e fare la prova di gioco. È giusto che l’Istituto Superiore di Formazione R. Lombardi sia rigoroso nella individuazione degli insegnanti di tennis. In campo non si può improvvisare e oggi più che mai questa figura tecnica deve avere competenze plurime: in area mentale, motoria, tecnica, tattica e della comunicazione.

A proposito, lei è uno dei docenti dell’Istituto Superiore di Formazione della Fit. Insegna ai futuri istruttori, maestri di tennis e tecnici nazionali Sociologia e Comunicazione. Perché è importante la sua materia?

– Sia se consideriamo la relazione fra attività di teaching e attività di learning, sia se consideriamo la relazione fra attività di coaching e attività di training, c’è sempre fra chi trasmette una conoscenza e chi questa conoscenza la acquisisce una forma, diretta o indiretta, di comunicazione. Io provo a far riflettere gli insegnanti di tennis sull’importanza della comunicazione con gli allievi e le loro famiglie, della comunicazione fra tecnici e con i dirigenti del circolo, della comunicazione di massa. Non solo: provo anche a sviluppare la consapevolezza dell’importanza del contesto della didattica e della costruzione del percorso identitario degli insegnanti di questo sport.

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                                           La volèe


– Partecipa regolarmente ai tornei Fit? Che classifica ha, attualmente?

– Attualmente sono 4.1, purtroppo non ho molto tempo per fare i tornei. Mi piacerebbe salire un po’.


– Qual è la strategia migliore per gestire una partita di torneo?

– La strategia migliore è quella di associare ad un allenamento regolare e diversificato (tutti i colpi, tutte le traiettorie e le angolazioni, tutte e tre le situazioni di gioco e quindi difesa, costruzione e attacco), una buona preparazione fisica e una consistente autoefficacia percepita delle proprie competenze tennistiche. Insomma, aver fiducia nel proprio tennis.


– Che giocatore si definisce? A tutto campo, da fondo campo o serve & volley?

– Direi che rientro nella tipologia dell’attaccante da fondo campo. Ma sto lavorando, proprio in questo periodo, per avere più padronanza anche nelle altre tipologie di gioco e nelle altre zone del campo.


– Concludiamo in bellezza, con una sua frase che ha fatto da titolo ad un video circolato sui social network, relativo al suo tennis e che ha avuto migliaia di visualizzazioni: “Nel tennis, come nella vita, sono il controllo, la precisione e la regolarità a farti vincere”. Credo sia un messaggio molto bello da trasmettere a tutte le ragazze e i ragazzi che si affacciano nel mondo dello sport e del lavoro… 


– Lo penso davvero. Il controllo serve perché significa capacità di governare le diverse situazioni della vita. La precisione serve perché significa maturare la consapevolezza che le cose non accadono per caso, ma solo dopo un’apposita formazione. La regolarità serve perché significa abitudine alla costanza, alla perseveranza, alla stabilità. Da questo punto di vista, il tennis è una grande metafora dell’esistenza umana.

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Corinna Dentoni, quindicesima giocatrice azzurra e numero 444 WTA

                                                             Il dritto di Corinna, suo colpo migliore

Ciao Corinna, grazie per il tempo che mi dedichi. È un privilegio per me poter intervistare una tennista professionista, numero 15 tra le giocatrici azzurre attualmente in attività.

Ciao Federico, figurati, lo faccio volentieri. 


Iniziamo dal tuo sogno.

– Com’è nata in te la passione per il tennis?

–  La passione per il tennis è nata quando avevo 7 anni e ho preso per la prima volta la racchetta in mano. Ho praticato molti sport da bambina ma l’unico che mi ha sempre entusiasmato è stato il tennis, diciamo come un amore a prima vista. 


– Sei nativa di Pietrasanta, un piccolo comune in provincia di Lucca. In che circolo hai imparato i fondamentali e chi sono stati i maestri che ti hanno vista crescere?

– Ho iniziato a giocare a Marina di Carrara dove ho sempre vissuto, mi sono spostata a Forte dei Marmi e, successivamente, a Lido di Camaiore per poi trasferirmi, all’età di 17 anni, a Milano, da Laura Golarsa. Grazie a lei, ho imparato i fondamentali del tennis che mi hanno permesso di raggiungere un buon livello tennistico. 


– A proposito di piccole realtà come Pietrasanta… credi sia indispensabile per un talento emergente, magari cresciuto in un comune piuttosto che in una grande città, trasferirsi in un contesto di più ampio raggio, come può essere un circolo di una metropoli o una delle note scuole tennis riconosciute a livello internazionale, affinchè trovi la chiave del successo?

Qual’è stata la tua scelta a riguardo?

– Penso che non sia importante tanto dove ti alleni, quanto con chi ti alleni.
La provincia di Lucca conta numericamente più campi da tennis rispetto al resto d’Italia; quello che manca è una struttura attrezzata e il tennis non lo si vive in maniera professionistica pensando alla crescita dell’atleta, ma più come uno sport dilettantistico. Io mi sono trasferita a Milano e lì ho trovato il contesto di cui avevo bisogno. 


– Ad un certo punto bisogna prendere una decisione importante. A che età hai capito che il tennis sarebbe diventato il tuo futuro? La consapevolezza di voler intraprendere la strada del professionismo è stato un processo graduale?

– Ho deciso e capito che il tennis sarebbe stato il mio futuro quando, con la mia famiglia, abbiamo preso la decisione di trasferirmi a Milano e intraprendere questo lungo percorso. Ho sempre ottenuto ottimi risultati sia da bambina che a livello junior, quindi diciamo che è stato un processo graduale ma comunque pianificato.


Facciamo un tuffo nel passato.

– Hai raggiunto una finale Slam agli Australian Open in doppio, a livello Junior. Sei entrata nel tabellone principale al Roland Garros. Hai vinto 4 tornei ITF nel corso della carriera. Sei stata 132 del mondo, il che significa anni di duro lavoro. Quali sono i tuoi ricordi più belli?

– Di ricordi ne ho tantissimi; la soddisfazione più grande che ho avuto è stata giocare due volte nel tabellone del Roland Garros; è inspiegabile quello che si prova ad entrare da protagonista in un campo come quello dei tornei del Grande Slam. Ci sono stati tanti altri bei ricordi come la finale del 100.000$ in Cina, dopo un grosso infortunio alla caviglia.


Arriviamo al presente.

– Per diventare ciò che sei adesso, ti sei sempre dedicata regolarmente alla pratica sul campo. Com’è strutturato il tuo programma giornaliero di allenamento?

– Mi alleno sei giorni alla settimana, normalmente gioco due ore a tennis al mattino più stretching e, nel pomeriggio, dedico circa tre ore alla preparazione atletica. 


– Sei la quindicesima giocatrice italiana. Cosa si prova ad essere la numero 15 nella tua Nazione?

– Neanche lo sapevo, mi stai informando tu. Comunque, quando si gioca a livello professionistico, non si bada alla classifica italiana perché le mie avversarie sono ragazze di tutto il mondo quindi mi concentro sulla mia attività e la classifica è solo una conseguenza del lavoro svolto. 


– Giochi diversi tornei ITF. Secondo te cambia molto rispetto ai Tier, International e Premier, aldilà del montepremi? C’è molta disparità di livello tra le giocatrici?

– In termini di organizzazione dei tornei c’è una differenza abissale mentre il livello delle ragazze, più che sul campo, cambia per un discorso legato alla gestione della partita con un mental coach. Non tutte possono avvalersene, per i costi che l’allenatore stesso comporta e per il fatto che, alcune di loro, si perdano nel tempo.
Secondo me, comunque, il livello medio si è alzato moltissimo negli ultimi anni; adesso le giocatrici iniziano ad essere professioniste a 15 anni e a 30 continuano a giocare… ci sono meno tornei per l’Europa e meno sponsor, quindi tutte si raggruppano negli stessi tornei e la competizione si fa più accanita. 


– Parliamo un po’ del tuo profilo tecnico. Hai vinto 4 tornei a livello ITF, tutti quanti su terra battuta. Ti definiresti una terraiola?

Hai un colpo che reputi più incisivo, tra i fondamentali? C’è qualcosa, invece, del tuo gioco, che senti di dover migliorare?

– La terra mi piace molto ma, non per questo, mi mette a disagio il fatto di giocare sulle superfici rapide. Per quanto riguarda i miei fondamentali, il dritto, sicuramente, è il colpo con cui faccio più male all’avversario. Sto lavorando sulla seconda di servizio ma forse la cosa che ancora mi manca è la continuità nel gioco… ho avuto parecchi alti e bassi in questi ultimi due anni ed è un aspetto su cui devo migliorare.


Uno sguardo al futuro.

– Obiettivi per il finale di stagione e per il 2016?

– Obiettivi di classifica per la fine dell’anno non ne ho, voglio giocare più tornei possibili. Invece per il 2016, tornare a giocare le qualificazioni dei tornei del Grande Slam. 


– Qualche idea dopo il tennis?

– Quando finirò la mia carriera mi piacerebbe riprendere gli studi e conseguire una laurea. 


Sperando possa continuare sulla scia dei successi e dei traguardi, ti auguro il meglio Corinna.

Grazie.

 A presto,

Federico

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Stefano Travaglia, numero 11 d’Italia e 377 ATP

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                                                                Stefano Travaglia all’opera sul Pietrangeli


Ciao Stefano, è un piacere intervistarti. Ti ringrazio per il tempo che mi dedichi.

Cominciamo dalla scintilla che ha alimentato in te l’amore per lo sport con la racchetta.
– Quanti anni avevi quando è nata la passione per il tennis? Come si è originata quell’alchimia indissolubile che ti ha avvicinato al nostro magnifico sport?

– Avevo l’età di 7 anni quando mio padre Enzo e mia madre Simonetta mi portarono al circolo in cui lavoravano, la Mondadori di Ascoli Piceno e, a piccoli passi, mi misero la racchetta in mano facendomi fare i primi tiri con la palla di spugna.


– Sei nativo della piccola e graziosa Ascoli Piceno, comune marchigiano di poco più di 100 mila abitanti. In che circolo hai imparato i rudimenti della disciplina e chi sono state le persone e i maestri che ti hanno formato tennisticamente?

– Le persone che mi hanno insegnato i rudimenti della disciplina sono state proprio i miei genitori, entrambi maestri di tennis al circolo della Mondadori di Ascoli Piceno. Coltivando da sempre la passione per il tennis e lavorando in quel centro sportivo, non potevano fare a meno di farmi provare tanti sport tra cui anche quello con la racchetta che a suo tempo, onestamente, non mi piaceva granchè.


– Per arrivare ad essere prima categoria, devi fare tanti sacrifici e rinunciare a tante altre attività. Come sono strutturati i tuoi allenamenti?

– È tutto un gioco fino a quando, se vuoi compiere il salto di qualità, devi fare delle scelte mirate; prima di tutto, lasciare la scuola normale per frequentarne una privata che ti dia il tempo di allenarti mattina e pomeriggio. Dopodiché selezionare un centro professionale nel quale tutte le attività da svolgere si possano fare in totale armonia, serenità e fluidità. Il passo finale, e non meno importante, è dare il massimo in campo, in palestra e nelle ore di atletica, in ogni singolo minuto della pratica sportiva.
I miei allenamenti durano sei ore al giorno, quattro di tennis e due tra atletica e palestra.


– A che età hai capito che avresti intrapreso la strada del professionismo? È stato un processo graduale?

– Ad un certo punto bisogna prendere una decisione; io la mia scelta l’ho fatta a 15, quasi 16 anni, andandomi ad allenare a Jesi, città ad un’ora e mezza da casa mia, dove vi era la migliore accademia di tennis delle Marche di quei tempi, 2007/08.
È stato un processo molto graduale sia il distacco da casa che l’evoluzione del mio tennis. Ho iniziato a vincere piano piano, sia in allenamento che in qualche partita dei tornei ufficiali, punto dopo punto, incontro dopo incontro.


Facciamo un salto nel passato recente.

– Hai vinto nove tornei Futures di cui tre in Cile. Hai fatto tre finali in Argentina e due sempre in Cile. Si direbbe che hai un buon rapporto con il Sud America. Che ricordi hai di queste terre?

– Dopo Jesi, mi sono trasferito in Sud America, a Buenos Aires, per due anni e mezzo dove ho giocato molti tornei Open che, in Argentina, si chiamano Top Serv.
Ero 1600 ATP quando arrivai a Buenos Aires, dopo mesi di gavetta nei tornei argentini. Ho avuto l’occasione di qualificarmi in qualche Futures, raggiungendo anche varie semifinali e finali. Dopodiché, quando ero circa 500 ATP, ho iniziato a gareggiare in tornei Challenger, alternandoli ai Futures.
Ho raccolto tre trofei in Cile, tra i quali il mio primo titolo in carriera. Come dimenticarlo…


– Quest’anno hai raggiunto il tuo best ranking in singolare alla posizione numero 194 della classifica ATP. Ricordo di averti visto l’anno scorso al Foro Italico giocare contro Albert Montañés che battesti in due set. Ti qualificasti nel tabellone principale dove affrontasti Simone Bolelli in un derby all’ultimo sangue conclusosi al tie break del terzo. Simone vinse 7-5 al tie break… ma che partita!

Puoi dirti soddisfatto degli ultimi due anni?

– La scorsa stagione mi ha visto protagonista in giro per il mondo, partendo a gennaio per l’Egitto per poi ritrovarmi al Foro Italico sulla Supertennis Arena, 1 set, 3-2 e servizio avanti e concludere con le trasferte africane e indiane, durate complessivamente sei settimane tra Tunisia, Marocco e India. Un anno in cui ho fatto molte partite, molte esperienze e ho raggiunto il best ranking in singolare e in doppio.
Sicuramente la vittoria contro Montañés, ex 22 del mondo, è stata una vittoria bellissima dato che si trattò del mio primo incontro vinto a livello ATP e, per di più, sul Pietrangeli, in un’atmosfera meravigliosa. Il turno successivo fu un altro grandissimo risultato poichè sconfissi Rola Blaz, numero 89 ATP, per poi arrivare a giocare contro Simone Bolelli al primo turno; una partita con molti alti e bassi da parte mia che, comunque, mi portò 1 set e un break di vantaggio nel secondo set! Un Bolelli che, attualmente, gioca in Coppa Davis ed è numero 3 d’Italia… 


Arriviamo al presente.

– Attualmente sei undicesimo in Italia e 377 a livello ATP. Cosa si prova ad essere il numero 11 nella tua Nazione?

– È un privilegio praticare questo sport e rappresentare il mio Paese quando gioco in Italia e all’estero; essere l’undicesimo giocatore italiano è una grande soddisfazione.
Ahimè, quest’anno, ho avuto una serie di infortuni che non mi hanno permesso di giocare in modo continuo ma sicuramente ho ancora tanto da imparare e da dare, motivo per cui continuerò ad allenarmi per fare del mio meglio e dimostrarlo in campo.


– Negli ultimi tempi, purtroppo, sei stato costretto a fermarti ai box per infortunio. Quanto ti ci vorrà per recuperare?

– Riprenderò a giocare il prima possibile e vedrò, in base alla forma fisica e tennistica, dove programmare il finale di stagione.


Uno sguardo al futuro.

– Obiettivi per il 2016?

– Il 2016 è ancora molto lontano, so che posso chiudere quest’anno bene perché ho alcuni tornei da disputare, perciò, per il momento, preferisco guardare al 2015.


Curiosità.

– Come nasce il nickname “Steto”?

– Il mio nickname nacque nel circolo che frequentavo a suo tempo, quando avevo 10 anni. Mi chiamavano “Steto” e da lì nacque il mio soprannome.


Sperando possa riprenderti il prima possibile dall’infortunio e ritornare più forte di prima, ti auguro il meglio Stefano.

Grazie mille, un grande saluto.

 A presto,

Federico


Federico Bazan © produzione riservata