
Andrey Rublëv in azione: Open Stance (nel dritto a sinistra della foto) e Neutral Stance (nel dritto a destra della foto)
I due posizionamenti principali che ogni giocatore adotta nella fase che precede l’impatto con la palla, sono la Neutral Stance (Posizione Neutrale) e la Open Stance (Posizione Aperta). La differenza sta nel fatto che la Posizione Neutrale prevede, per giocare il dritto, la gamba sinistra avanti, mentre, per giocare il rovescio, la gamba destra avanti. Questo principio è valido per i destrimani (il contrario per i mancini, gamba destra avanti sul dritto e sinistra avanti sul rovescio).
Nel caso della Posizione Aperta, invece, gli arti inferiori sono quasi o, totalmente, frontali alla rete, normalmente abbastanza divaricati, di modo da trovare l’equilibrio ideale prima dell’impatto.
Per capire meglio di cosa si sta parlando in questo articolo, basta osservare la dimostrazione pratica che ci fornisce, nella foto, la giovane promessa del tennis russo, Andrey Rublëv, dove ci mostra correttamente i due casi differenti. A sinistra dell’immagine, potete osservare una Open Stance, dove Rublëv, in posizione frontale alla palla, fa leva sulla sua gamba destra, colpendo di solo braccio, con poca apertura a disposizione. A destra della foto, potete invece notare una Neutral Stance, dove il russo, in posizione laterale alla palla, accompagna il movimento in avanti con tutto il baricentro.
Per capire quali sono le soluzioni più adeguate da adottare nella fase di posizionamento delle gambe, le domande che sorgono spontanee sono due. La prima è: “Quando conviene giocare un dritto o un rovescio in Neutral Stance, quando, invece, in Open Stance?”
La seconda è: “Quale delle due risulta più efficace per trovare il giusto feeling con la palla e per accelerare nel modo prefissato?”.
- Alla prima domanda, esiste un’interpretazione più o meno oggettiva: il tennis è uno sport di situazione e, in quanto tale, sollecita il tennista ad allenare il colpo al rimbalzo in entrambi i modi, sia in Neutral, sia in Open Stance, a seconda delle sue intenzioni tecnico-tattiche. Questo vuol dire che, se il giocatore arriva bene sulla palla, può scegliere se giocare in Neutral o in Open Stance, sebbene ci siano delle circostanze del gioco che impongono di tirare il colpo in un certo modo. Se, per esempio, si colpisce la palla da fermi, cioè quando ci si trova già posizionati con i piedi prima che la palla arrivi, la Neutral Stance è la soluzione ottimale che consente di affiancarsi e tirare con maggiore padronanza il colpo.
Se, al contrario, ci si trova in ritardo e si è costretti ad un recupero in corsa o scivolato, si adotterà tendenzialmente una Open Stance. - Alla seconda domanda, esprimo un’opinione che fa al caso mio e che, naturalmente, è confutabile. Avendo provato entrambi i posizionamenti con le gambe, tra le due stance, in situazioni di gioco normale (durante il palleggio di un allenamento, per il dritto incrociato e a sventaglio e anche per le soluzioni in lungo linea), preferisco la Neutral Stance (il dritto alla destra della foto), in quanto, con la gamba sinistra avanti (per il dritto) e la destra avanti (per il rovescio), riesco a dare più velocità e precisione alla palla, proprio perché il baricentro tende, per una questione fisica, a scaricare il peso in avanti.
Mentre, per quanto riguarda la Open Stance, non riesco a trovare una buona pesantezza di palla, profondità e precisione, perché non ho il peso del corpo che sostiene il movimento, ma solo il braccio e la gamba di riferimento. La Open Stance mi aiuta solo quando sono in recupero col dritto e in altri casi dove mi trovo in ritardo con l’apertura, problemi dettati per esempio dalla pigrizia o dalla disattenzione (e dove, dunque, non mi affianco alla palla correttamente).
Fatte queste due considerazioni, ci sono scuole tennis che insegnano la Neutral Stance, sottolineando l’importanza di affiancarsi sempre alla palla di modo che si possa spingere con più efficacia; altre scuole, che insistono sulla Open Stance per questioni tattiche (si ritiene che la Open Stance faccia perdere meno terreno al giocatore che la utilizza, in quanto quest’ultimo compierebbe meno passi per tornare in posizione al centro del campo) ed altre ancora che cercano di mediare a seconda dei casi. Quel che è certo, è che, se facessimo attenzione alle stance dei vari tennisti in una partita di livello ATP o WTA, una buona parte dei colpi da loro eseguiti, risultano giocati in posizione neutrale (o Neutral Stance), malgrado l’elevata velocità di palla. Qualora, invece, si trovino in ritardo o in recupero, allora, tendono ad adottare una posizione più frontale. Resta, comunque, difficile decretare quale delle due stance sia effettivamente la più efficace, in quanto ogni giocatore posiziona gli arti inferiori prima dell’impatto a seconda di come sente più sicuro il colpo.
Federico Bazan © produzione riservata
Il periodo migliore che il tennis svedese ha vissuto fino ad oggi risale agli anni ’70 e ’80, con i successi di Björn Borg, considerato il capostipite del tennis moderno, colui che rivoluzionò il gioco apportando delle modifiche determinanti alla tecnica e allo stile: le prime rotazioni in top spin, il rovescio bimane e la grande solidità da fondo campo erano le tre novità riscontrabili nel gioco dell’ex tennista svedese, dal quale poi si sarebbero ispirate migliaia di scuole tennis di tutto il mondo; novità che furono, da un lato, duramente criticate dalla stampa di quegli anni, per il fatto che Borg fosse stato il primo giocatore ad interrompere il filo conduttore del tennis classico impostato sul rovescio ad una mano, i colpi piatti e le frequenti discese a rete; dall’altro lato, questi nuovi aspetti portati da Borg, stupirono tutto il mondo del tennis per l’efficacia riscontrata nel rendimento su tutte le superfici, specialmente sulla terra battuta, dove l’ex campione svedese ottenne le vittorie più importanti (6 Roland Garros conquistati): il top spin, era infatti considerato un modo non convenzionale di giocare a tennis, basato su un palleggio a volte estenuante da fondo campo, quasi interamente privo di variazioni e in totale contrasto con il gioco piatto. Per questi motivi, il tennis di Borg rappresentava uno stile antitetico al tennis classico e al cosiddetto “serve and volley” (servizio e volée).
svedesi, a passare alla storia. La tradizione continuò anche dopo gli anni ’70 con altri interpreti che, per certi versi, seguirono le orme di Borg: Mats Wilander, Kent Carlsson, Thomas Enqvist, Jonas Björkman e Thomas Johansson, solo per citarne alcuni, spiccavano per il tipo di gioco regolare da fondo campo, privo di grandi variazioni. L’unico tennista che si differenziava dalla “scuola moderna” inaugurata da Borg, era Stefan Edberg, probabilmente il solo svedese a continuare il filone dei giocatori serve and volley. Ma, salvo l’eccezione rappresentata da Edberg, i giocatori scandinavi si assomigliavano molto l’uno con l’altro, sia nello stile di gioco (tennis prevalentemente da fondo campo, in top spin, con il rovescio bimane), sia nel temperamento.
Dopo Soderling, il tennis svedese, da quel che traspare al momento, è entrato in crisi di risultati. All’orizzonte, infatti, non vi sono grandi giocatori e nemmeno prospettive interessanti. I fratelli Ymer, tra l’altro di origine etiope, sono fuori dai primi 200 e, seppur giovanissimi, fanno fatica ad emergere. Soderling, dopo il ritiro, ha deciso di dedicarsi all’insegnamento: l’ex tennista di Tibro, infatti, allena Elias Ymer, con la speranza di tirare fuori un buon giocatore per il futuro del tennis svedese.
Il Due Ponti Sporting Club ha dato il via alla terza edizione del BFD Challenger, torneo con un montepremi di 43 mila euro, che ha ospitato professionisti ATP di alto livello, in buona parte italiani e spagnoli, tra cui anche due ex top ten: Tommy Robredo (ex numero 5 del mondo) e Nicolas Almagro (ex numero 9 ATP).



possibilità di riuscita nel momento in cui si chiuderanno le carriere di due campioni eterni come Federer e Nadal e, con queste, il ritiro graduale dal circuito di altri grandi interpreti: Djokovic, Murray, Wawrinka e Del Potro. Ma la favola dei senza tempo non è ancora finita: dopo la seconda giovinezza del Re Roger Federer, sta tornando affamato anche il Cannibale, Rafael Nadal, pronto a difendere la prima piazza, pronto ad azzannare l’ennesimo trofeo.
C’è un dato che distingue i successi di due generazioni diverse del circuito ATP: da un lato, quella dei primi anni 2000 (i nati tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80) e, dall’altro, le cosiddette “Next Gen” (i nati negli anni ’90), che rappresentano le giovani leve del momento.


Garros, in Novak Djokovic è cambiato qualcosa. Come ha evidenziato la nostra ex campionessa italiana Flavia Pennetta in un’intervista per Sky Sport, nel periodo del torneo ATP 1000 di Miami, quello che ha determinato un regresso nella fiducia del serbo, è proprio l’aver completato il Grande Slam. La Pennetta, in qualità di opinionista, aveva logicamente affermato che un giocatore che vince tutte le prove del Grande Slam, possa in qualche modo perdere gli stimoli in modo del tutto naturale. Ed è quello che effettivamente è successo a Djokovic, il quale, dopo risultati sotto le sue aspettative, ha deciso di interrompere la collaborazione con il team che lo ha accompagnato in tutti questi anni, composto dall’allenatore ed ex tennista slovacco Marian Vajda, il preparatore atletico Gebhard Phil Gritsch e il fisioterapista Miljan Amanovic.
Al posto del tedesco, che tutti ricorderanno come un grande esponente del serve and volley, della volèe e del gioco piatto, Djokovic ha puntato su il Kid di Las Vegas, Andre Agassi, maestro del controbalzo, del gioco d’anticipo e di un tennis da fondo campo.