Sara Errani, uno dei più grandi esempi di determinazione nello sport

Nel tennis odierno la preparazione atletica e mentale, il fisico e l’interpretazione della partita hanno un impatto notevole sulle giocatrici e sul loro rendimento. La gran parte delle tenniste del circuito WTA, oltre ad essere ben impostate tecnicamente e fisicamente, hanno la capacità di accelerare la palla con maggiore velocità rispetto alle professioniste del passato. Solo per fare alcuni nomi: Serena Williams, Maria Sharapova, Ana Ivanovic, Petra Kvitova, Ekaterina Makarova, Camila Giorgi e tantissime altre spingono la palla con una facilità impressionante.
Colpi tesi, rapidi e penetranti come possono essere il dritto della Ivanovic o della Kvitova, il rovescio della Sharapova e la prima di servizio della Williams, rendono queste giocatrici le migliori al mondo.

Il tennis non ha sempre e solo le stesse protagoniste. Ci sono alcune eccezioni di merito, come la nostra Sara Errani.
La romagnola, oltre ad essere una giocatrice che si differenzia sia nel fisico che nel gioco dalla maggior parte delle sue colleghe del circuito, rappresenta uno dei più grandi esempi di determinazione nel tennis e non solo.
La Errani, è vero, non avrà la potenza nel braccio pari a quella di una Williams, di una Sharapova o di una Kvitova, ma è sempre lì a battagliare sul campo palla dopo palla, punto dopo punto.
La capacità difensiva, la regolarità e la solidità sono alcuni dei pregi più grandi della romagnola ma non solo… anche la varietà di gioco. Sara ha nelle corde diverse soluzioni: la palla corta, il lob, il passante, la volèe. E, per fare queste cose, i 164 cm di altezza della Errani non contano. Contano la tecnica, la sensibilità nella mano, l’intelligenza tattica.
Martina Navratilova si pronunciò in merito al tennis della Errani, elogiandola per le sue qualità tecnico-tattiche: “Lei colpisce tutti i colpi come si deve. Sara Errani ha una grande selezione di colpi. Dentro di sé, elabora molto bene il gioco”.

Nel tennis moderno la mole e l’altezza risultano parte integrante dello sviluppo completo di una giocatrice ma non sono tutto. Ci sono giocatrici relativamente alte che servono bene come la Kvitova e le sorelle Williams così come alcune che non hanno nel servizio il loro cavallo di battaglia, ad esempio la Ivanovic e la Sharapova, decisamente più efficaci con le accelerazioni da fondo campo anzichè con il servizio.
Allo stesso modo, ci sono giocatrici più basse di statura come la Halep, la Suarez Navarro, la Cibulkova che, comunque, servono una prima palla consistente e da fondo campo sono molto competitive, come del resto anche le nostre tenniste: Errani, Vinci, Giorgi e Pennetta.

La Errani mantiene il primato in coppia con Roberta Vinci in doppio, con la quale è stabile alla prima posizione del ranking WTA da più di un anno e con la quale ha vinto ben 5 edizioni del Grande Slam (due Australian Open, un Roland Garros, un Wimbledon e uno Us Open).
In singolare è stata una top ten per tanto tempo; ha sfiorato il sogno di vincere il Roland Garros, negatogli da una Sharapova inarrestabile, a dimostrazione di quanto il cuore, la voglia di crederci e la capacità di rovesciare le aspettative, siano più importanti di una prima palla di servizio.

La Errani ha un grande spirito di sacrificio. Quando le avversarie metteno i piedi dentro al campo per rispondere al suo servizio, Sara è sempre pronta ad inseguire la palla e a ribatterla nel campo avversario, costi quel che costi. La solidità onnipresente della romagnola costringe spesso e volentieri l’avversaria all’errore.

Sara è un grande esempio per tutti, amatori, dilettanti e professionisti perchè, malgrado tutti i limiti che una giocatrice come lei possa avere per via del fisico e della stazza, ha la dote naturale di non mollare mai. E, grazie a questo grande pregio, ha vinto tanto.

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Il back di Roberta Vinci: come lei, nessun’altra nel circuito WTA

                                                     Un rovescio in avanzamento di Roberta Vinci

Se Roberta Vinci avesse giocato negli anni ’80 insieme alle campionesse del passato, come Martina Navratilova, Steffi Graf e Gabriela Sabatini, che possedevano nelle corde un tennis raffinato, pulito e molto più pacato delle giocatrici attuali (le varie Williams, Sharapova, Li Na ecc.), probabilmente avremmo apprezzato il gioco della tennista tarantina con un’ottica diversa, in quanto i colpi di grazia di una Graff, simili a quelli di Roberta, si distinguono e non poco dalle accelerazioni di una Williams.

Il tennis femminile si è evoluto con una certa sveltezza, a partire dagli anni ’90. Le giocatrici dell’epoca, quelle vissute a cavallo tra gli anni ’20 e ’80 (da Suzanne Lenglen a Martina Navratilova), giocavano il serve & volley, il rovescio ad una mano, il back spin.

Nel tennis moderno la potenza dei colpi è aumentata a dismisura, vuoi per una fisicità superiore delle giocatrici attuali rispetto a quelle del passato, vuoi per una preparazione fisica più intensa e più mirata, vuoi per l’evoluzione dei materiali e per l’affermazione preponderante dei rovesci bimani.
Da questo punto di vista, Roberta Vinci può essere considerata merce rara dal momento che è l’unica, nel circuito WTA, a giocare il rovescio in back, molto simile, peraltro, a quello di Steffi Graf per stile e riproduzione.

La Vinci ha un tennis pulito; servizio leggermente slice, dritto in top spin e rovescio giocato per il 99% delle volte in back (tranne in rarissimi casi, quando è costretta a rispondere di controbbalzo, in cui lo gioca coperto).
Il suo tennis è una rarità, non solo per il rovescio, ma anche per come si muove e sa giocare nei pressi della rete.

Oggi, nel circuito WTA, molte giocatrici non si presentano a rete tanto frequentemente per ottenere il punto o, se ci vanno, optano spesso e volentieri per volèe rudimentali giocate a due mani o per schiaffi al volo. Roberta gioca le volèe con eleganza ed efficacia, conosce benissimo i movimenti nei pressi della rete, sa quando deve intervenire. E non è un caso che sia numero 1 del mondo in doppio, in coppia con Sara Errani.
Con la romagnola, la Vinci forma un connubio perfetto, un’enciclopedia del tennis divisa in due.
Sara è solida da fondo campo, un muro in difesa ed è provvista, tra le altre cose, di una mano molto sensibile (la palla corta e il lob sono soluzioni presenti nelle sue corde) mentre Roberta predilige un gioco di fino alternato al top, il che la rende ostica tanto da fondo, quanto a rete.

La tarantina è una campionessa in doppio (25 titoli di cui 5 trofei del Grande Slam) e una buona giocatrice in singolare (9 titoli a livello International).
Se Roberta si fosse misurata con giocatrici del suo stampo che, per l’epoca, erano comunque molto forti, anzichè con le titane del momento, probabilmente avrebbe avuto più chance di arricchire ulteriormente il proprio palmarès.

Vi propongo un gioiello in back della Vinci:


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Fabio Fognini: una personalità impulsiva o riflessiva?

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                                                     L’istinto ribelle di Fognini in campo

A giudicare dalle reazioni in campo, talvolta spropositate, viene da pensare che un giocatore come Fognini abbia un carattere impulsivo. Racchette a terra, urla, imprecazioni, parolacce fanno parte del suo repertorio negativo, ovvero l’atteggiamento in campo.

Ma Fabio non è solo questo. Dando, infatti, uno sguardo all’altra faccia della medaglia, ossia il lato positivo del ligure, ne troviamo un talento immenso, una capacità di accelerare la palla con assoluta no chalance, una varietà di gioco espressa attraverso un tennis da fondo campo, prevalentemente in top spin ma anche alternato a recuperi in back spin. Fognini è provvisto di una mano che gli consente di realizzare giocate di fino; ha la qualità di venire avanti a prendersi il punto con caparbietà, che sia con la volèe, lo schiaffo al volo o lo smash; disegna traiettorie cariche di spin con un dritto veloce e mascherato. Il rovescio è un colpo che ha perfezionato negli anni, più efficace, specialmente se giocato sul lungolinea. Il servizio è il suo tallone di Achille, se così si può definire.

Il Fognini del 2013 valeva potenzialmente tra i primi cinque del mondo sulla terra battuta. Vinse l’ATP 250 di Stoccarda, l’ATP 500 di Amburgo e perse in finale nell’ATP 250 di Umago nel giro di due settimane come nessun altro, ad eccezione di Juan Martin Del Potro, era riuscito a fare consecutivamente in tornei disputati uno dietro l’altro (con la differenza che l’argentino ha vinto anche il terzo). Sconfisse con una certa autorevolezza giocatori del calibro di Tommy Haas, Philipp Kohlschreiber, Tomas Berdych e Richard Gasquet, battuti tutti quanti sul rosso in un’annata pazzesca disputata da un Fognini più unico che raro.

L’anno dopo, però, il ligure ha cominciato ad assaporare l’amaro della sconfitta contro giocatori dalla classifica nettamente inferiore alla sua (tra questi Rosol, Krajinovic, Pouille, Mannarino), non riuscendo più a trovare la sua giusta dimensione, commettendo errori in partita sia tecnici che comportamentali, spesso anche evitabili.

Ma il carattere di Fognini è esclusivamente impulsivo o è anche riflessivo? L’indole emotiva rende senz’altro Fabio un istintivo per natura, almeno sul rettangolo di gioco. Se però ci soffermassimo sul suo modo di giocare, ci accorgeremmo come il ligure sia molto riflessivo in quello che fa. Il tennis di Fognini infatti, segue sempre una logica nella costruzione del punto, aldilà dell’esito finale del proprio colpo. Fabio è un giocatore dinamico, rapido negli spostamenti, dal braccio veloce… ma dal carattere ribelle. Più lo esortano a comportarsi in un modo, più tende a rimanere se stesso.

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Tommy Haas e Juan Martin Del Potro, due grandi campioni perseguitati dagli infortuni

                  Tommy Haas: grinta, forza di volontà, dedizione

Appartenenti a due generazioni diverse, Haas del ’78 mentre Del Potro classe ’88, il tedesco e l’argentino sono due giocatori dallo stile di gioco divergente, provenienti da una scuola tennis differente ma entrambi accomunati da un destino profondamente avverso per via dei numerosissimi infortuni.

Facendo un confronto professionale e tecnico, si può annoverare Haas tra i vecchietti considerata l’età di 35 anni e l’onnipresenza nel circuito maggiore, dal 1996 ad oggi. Si direbbe di Haas un tennista di altri tempi, un giocatore che ha affrontato Michael Chang e Andre Agassi, passando per Roger Federer fino ad arrivare a Grigor Dimitrov. Il tedesco gioca il tennis classico, poche rotazioni, rovescio ad una mano, movimenti brevi.

Del Potro, più giovane di dieci anni rispetto al collega tedesco, ha esordito nel 2005. L’argentino gioca un tennis moderno, molto fisico e potente. Il giocatore di Tandil ha tra le sue specialità un’apertura “alare” sul dritto che gli consente, dall’alto dei suoi 198 cm, di far viaggiare la palla in una maniera impressionante. E il servizio non è da meno, specialmente la prima palla.

Haas e Del Potro sono due professionisti dal talento stellare, giocatori che avrebbero potuto vincere molto di più, se solo il tennis si fosse comportato in maniera più generosa con entrambi. Haas, durante la propria carriera, è stato alle prese con avvenimenti molto delicati: dapprima un tragico incidente in moto, nel quale Peter Haas, padre del tennista di Amburgo, rimase coinvolto in vacanza con la moglie e che lo vide su un letto, in coma, a lottare tra la vita e la morte, avvenimento che costrinse il figlio a ritirarsi dal torneo di Wimbledon per andare negli Usa a trovare la sua famiglia; poi i continui problemi alla spalla che il tennista tedesco dovette affrontare con svariati interventi chirurgici, le distorsioni alla caviglia, la displasia all’anca e il gomito usurato.

                                Juan Martin Del Potro: un talento frastornato

Nel 2003 Haas sprofondò addirittura alla posizione numero 1086 della classifica ATP; appena un anno prima, raggiunse il suo best ranking alla posizione numero 2, dopo aver perso la finale degli Internazionali di Roma contro Andre Agassi per 6-3, 6-3, 6-0. Ma le annate travagliate per il giocatore bavarese non finirono lì. Nel 2010, ancora una volta, fu la spalla ad estromettere dal circuito il povero Haas e nel 2011, come se non bastasse, il giocatore di Amburgo vide sfumare tutti gli sforzi prodotti negli anni, uscendo sistematicamente dalla classifica ATP. Queste disgrazie, avveratesi una dopo l’altra, lasciarono intendere un ritiro definitivo dal tennis da parte del giocatore bavarese ma Tommy Haas, sempre assistito per tutta la carriera da una forza di volontà ferrea, smentì le previsioni comuni riprendendo l’attività.

Il tedesco ha visto se stesso come in un ritratto, sprofondare, perdere lo smalto del campione e poi ritornare a galla da gran lottatore quale è. Malgrado i dolori infiniti procurati da una carriera tutt’altro che rassicurante, Haas si è sempre distinto per aver avuto il coraggio di tornare a giocare, desideroso di riaffermarsi, affamato più che mai di vittorie. E il tedesco è riuscito incredibilmente a raggiungere i suoi obiettivi. In seguito alle annate difficili, Haas, tornato all’opera, si impose nel torneo di Halle (battendo in finale Roger Federer), Monaco di Baviera e Vienna, a dimostrazione di quanto non abbia mai smesso di credere nelle proprie potenzialità.

Un destino simile a quello del tedesco ce l’ha avuto anche Juan Martin Del Potro. Il gigante di Tandil, per gli amici “Delpo”, ha combattuto a più riprese con diversi infortuni, prima al ginocchio e poi al polso. L’argentino è uscito spesso di scena dal campo in lacrime ma non ha mai perso la speranza di tornare a competere. Un giocatore sfortunato perchè vinse il suo primo e, fin’ora, unico torneo del Grande Slam nel 2009, gli Us. Open, e l’anno dopo non potè continuare su quella scia inedita del suo gioco per problemi di natura fisica, sprofondando, a suo malgrado, alla posizione numero 485 del ranking ATP.

Del Potro non si è mai dato per vinto e ha ripreso l’attività rientrando tra i primi dieci del mondo. Diciotto i titoli vinti dal tennista di Tandil, seppur tra immensi psicodrammi. Tante le attese e tante le conferme ma altrettanti gli imprevisti. Tra questi e tra gli ultimi, l’infortunio gravissimo al polso che l’ha costretto a ritirarsi dal circuito per un anno intero. Ancora oggi, malgrado l’anno peggiore della carriera di Del Potro sia passato, le condizioni fisiche dell’argentino risultano piuttosto incerte. Il 2014 sembrava partito alla grande per Del Potro. Il gigante di Tandil si impose nel primo torneo della stagione, a Sydney, su Bernard Tomic per 6-3, 6-1; poi accusò un dolore al polso sinistro nel torneo di Dubai. Si ritirò e di lui non si sentì più parlare per mesi.

Ogni tanto Delpo ha tenuto aggiornati sui social network i suoi fan con messaggi di rassicurazione circa le proprie condizioni fisiche. L’argentino ha dichiarato: “Non sono al 100% delle mie capacità. Preferisco affrontare questo tempo di recupero con più pazienza e prepararmi interamente per il 2015. Mi allenerò questi mesi mettendoci tutta la grinta per tornare ad essere protagonista del circuito nel 2015. Ci tengo a dirvi che l’appoggio, i messaggi di incoraggiamento e la costante preoccupazione di tutti voi sono e saranno fondamentali durante tutto il cammino di recupero. Vi ringrazio profondamente e sono sicuro che l’anno che verrà potrò ricambiare”.

Haas e Del Potro sono due vincitori che non hanno mai smesso di sognare, due giocatori che non hanno mai mollato malgrado gli ostacoli della vita… due campioni ammirevoli.

Federico Bazan © produzione riservata

Andrada Surdeanu, ragazza di 16 anni picchiata in campo dal padre per una partita di tennis

                       Andrada Surdeanu, 16 anni, stella nascente del tennis rumeno

Di fronte a certi avvenimenti, come quello che vede un padre picchiare una figlia per una banalissima partita di tennis, è impossibile rimanere imparziali e far finta che non sia successo niente.

Il tennis è uno sport che può regalare tanto e chi lo pratica sa quante emozioni, positive o negative, comunica; quanti traguardi ci pone nella vita; quanta voglia di divertirsi può trasmettere alle persone, come del resto qualsiasi altro sport per il quale si è innamorati.
Fondamentalmente ci sono sue modi di approcciarsi allo sport: divertendosi senza voler raggiungere chissà quale risultato oppure giocando a livello agonistico. La competizione, a sua volta, può essere sana e costruttiva oppure patologica e distruttiva a seconda di come siamo fatti caratterialmente, qual’è il livello di importanza che diamo alle cose e alle persone, quali sono i nostri obiettivi in termini di rendimento.
Se sana e costruttiva, porterà a dei benefici come il fair play, la stima reciproca, l’apprezzamento per la partita e per il livello di gioco;
se patologica e distruttiva, la competizione può alimentare stati di tensione, dare adito a discussioni, insulti e addirittura risse, com’è successo a giocatori del circuito ATP come Daniel Koellerer, noto per essere uno dei più grandi provocatori che la storia del tennis abbia mai avuto.
Koellerer, in passato, è stato autore di vere e proprie risse che l’hanno visto stuzzicare ripetutamente gli avversari e poi, non di rado, vincere la partita dopo esser stato picchiato e quindi aver subito in proprio favore una squalifica inflitta all’avversario, per la pazienza venuta a mancare da parte di quei giocatori che non ce la facevano più a sentirlo parlare.
Di avvenimenti eclatanti ce ne sono stati svariati; tra questi, la rivalità tra Lleyton Hewitt e Guillermo Coria, sfociata in una partita di Coppa Davis e colorita di “fuck off” e pallate dirette a colpire l’avversario.

  Una ragazza indifesa di fronte alle mani di un padre, difeso dalla stessa

Considerati anche questi eventi spiacevoli che certamente ledono l’immagine di uno sport originariamente “signorile” come il tennis, sarebbe bello approcciarsi allo sport con la racchetta in maniera più educata e riservata senza eccedere nelle reazioni e senza alimentare la rabbia dell’avversario. L’educazione e il rispetto verso l’avversario è senz’altro al primo posto ma anche il divertimento, l’allegria di giocare e lo stare insieme.

Il solo pensare: “Io sto vivendo il tennis e non è il tennis che vive di me ed è dentro di me” è la filosofia migliore per intendere uno sport, una passione, un gioco soprattutto.
Dall’altro lato, vivere solo di tennis e il fatto che tutto debba dipendere dal rendimento personale, è la visione eccessiva, errata.
Il tennis, specie se ad alti livelli, può essere uno sport molto generoso perchè quando si è al vertice, si ha una reputazione di un certo tipo e si è ben pagati (e non solo per i tornei, ma anche per i vari sponsor, spot e contratti) ed ecco qua che la vita diventa uno spasso. Nonostante questo, il tennis non è tutto. La famiglia, gli amori e le amicizie prima di tutto, poi viene il resto.

Il problema in questione sorge quando si da tanta, troppa importanza all’agonismo ignorando tutto ciò che è fuori dal rettangolo di gioco.
Perdere completamente il lume della ragione, per una banalissima sconfitta in una banalissima partita, non è un problema qualunque ma una questione sulla quale riflettere seriamente.
Questa è la storia che, purtroppo, ha coinvolto Andrada Surdeanu, 16 anni, futura promessa del tennis rumeno, la quale è stata schiaffeggiata brutalmente e senza pietà dal padre al termine di un incontro di un torneo in Israele. Lei si è piegata in ginocchio, perdeva sangue dal naso per la botta subita; queste le sue parole in seguito all’accaduto: “Mi sono messa in ginocchio ed ho messo le mani sulla faccia, in modo che non sarebbe stato più in grado di colpirmi. Mi è uscito sangue dal naso, ero spaventata e tremante”.

Questo racconto tocca molto nel profondo il cuore di tutti, praticanti e non. Una ragazza indifesa di fronte ad un padre spietato, una figlia che meriterebbe tutto l’amore, la comprensione del mondo e invece viene maltratta senza dignità davanti a tutti, peggio di una bestia.

Ma c’è dell’assurdo in questa storia: la Surdeanu ha giustificato l’atteggiamento del padre dicendo che ha fatto bene a punirla.
E qui non ci sto. Fossi stato nei panni di quella povera ragazza, non solo avrei cambiato coach e non gli avrei fatto vedere mai più una partita, ma probabilmente l’avrei disconosciuto come padre. Anzi, senza probabilmente.
E non c’entra niente il fatto che la Nazione in questione fosse la Romania e non magari la Germania o l’Inghilterra. Immaginate quanti altri episodi del genere, di violenza gratuita verso un figlio, si sono verificati e si verificano in qualsiasi Paese, all’ordine del giorno, in campetti insignificanti tra genitori che pretendono che i figli siano sempre i primi della classe.

E vi dirò di più. Chi crede che un episodio di violenza, di aggressione fisica e psichica di questo tipo possa essere giustificato o si possa far finta che non sia successo niente, sta commettendo un grave errore perchè un padre come Lucian Surdeanu andrebbe punito in proporzione al gesto compiuto ma soprattutto tenuto a distanza per sempre dal mondo del tennis, per la salute della figlia e di chi le vuole veramente bene.

Federico Bazan © produzione riservata

Semifinale serie A1: Circolo Canottieri Aniene contro Park Tennis Club Genova

                        Con Alessandro Nizegorodcew, telecronista di SuperTennis Tv e direttore di Spazio Tennis

Il Circolo Canottieri Aniene, fondato nel lontanissimo 1892, è uno degli impianti sportivi più antichi di Roma e con più tradizione alle spalle insieme al Tennis Club Parioli.
Quest’anno la serie A ha visto protagoniste la formazione dell’Aniene composta da Flavio Cipolla, il veterano Vincenzo Santopadre, Simone Vagnozzi e il giovanissimo Matteo Berrettini, classe ’96, opposta al Park Tennis Club di Genova, formato da Fabio Fognini, il neo acquisto iberico Pablo Andujar, Enrico Wellenfeld e gli astri nascenti Alessandro Ceppellini e Gianluca Mager, classe ’94, già numero 450 del mondo a soli 19 anni.

Il ritorno sul campo di un Vincenzo Santopadre ad alti livelli è stato qualcosa di sensazionale soprattutto per la voglia, la passione e il cuore che un ex giocatore, all’età di 43 anni, ha contribuito a dare alla sua squadra in questa competizione sportiva.
Il gioco classico, il servizio stilisticamente non lontano da quello di McEnroe (non lontano perchè impostati con una tecnica simile, entrambi mancini sebbene McEnroe si inarcasse maggiormente servendo quasi spalle alla rete), il dritto con poca rotazione, il rovescio in back e le discese a rete sono le caratteristiche tecniche che da sempre lo hanno distinto e che anche oggi ha mostrato con una grinta non indifferente; Santopadre, pur essendo un giocatore di altri tempi, ha tenuto filo da torcere ad un giovanissimo e promettentissimo Gianluca Mager, giocatore provvisto di un servizio che viaggia e supera i 200 km/h e di colpi piuttosto pesanti da fondocampo.
Il risultato finale registra un 6-4, 6-2 in favore di Mager ma, nonostante il netto vantaggio nel primo set per 5 giochi a 2, Santopadre ha rimontato due game con caparbietà. Una rimonta tuttavia insufficiente, in quanto la freschezza del giocatore del Park Tennis Club ha prevalso sull’esperienza e l’età del veterano di casa.

La seconda partita ha visto sfidarsi Berrettini e Wellenfeld in un incontro nel quale il giovane talento azzurro dell’Aniene ha da subito preso in mano le redini degli scambi premendo da fondo con un gioco arrotato che ha costretto Wellenfeld a ricorrere ad un tennis prevalentemente difensivo. L’aggressività, gli schemi offensivi e le accelerazioni premiano Berrettini che, con un netto 6-2, 6-4, conquista il punto del pareggio.

Il terzo match in programma è quello tra Simone Vagnozzi e il tennista iberico, attuale numero 41 del ranking ATP, Pablo Andujar. Lo spagnolo ha imposto il suo gioco dominando nettamente Vagnozzi con il punteggio di 6-1, 6-0 e lasciando trasparire molta sicurezza nei propri mezzi.
Da sottolineare inoltre la grinta che ha mostrato durante tutto il corso della semifinale, tanto nel singolare quanto nel doppio. Andujar, allo stesso modo dei colleghi connazionali Nadal e Ferrer, rappresenta indiscutibilmente un grande esempio di professionalità per il livello di tennis che riesce ad esprimere in competizioni come la serie A italiana e per il trasporto che dimostra dentro e fuori dal campo, a prescindere dalle condizioni di gioco o dai fattori esterni come può essere appunto la serie A giocata in un Paese che non è il suo.

 Mi piace definire Fognini con cinque parole: talento, naturalezza, fluidità, genio e follia

Il quarto incontro, rispetto a quelli già disputati, è stato il più lungo. Flavio Cipolla e Fabio Fognini hanno lottato entrambi punto dopo punto, specialmente nel secondo set dove il livello di tennis ha raggiunto l’apice dell’agonismo e dello spettacolo.
Il primo parziale è stato a senso unico per il tennista di casa che ha totalmente mandato fuori palla un Fognini poco brillante e piuttosto falloso. Si è concluso agevolmente per 6 giochi a 1 in favore del tennista romano.
Nel secondo è iniziata la vera battaglia. Scambi intensi hanno visto Fognini attaccare cercando di muovere il più possibile Cipolla con il dritto a sventaglio giocato sul suo backspin, con accelerazioni alternate da una parte all’altra del campo e con soluzioni volte a mandare fuori dal campo l’avversario per poi cercare il vincente.
La solidità impressionante di Cipolla ha fatto sì che Fognini incappasse facilmente nell’errore; il tennista romano, che predilige un gioco difensivo impostato su colpi in back spin e dritti carichi di spin, giocati uno o due metri sopra la rete, ha costretto Fognini a tirare sempre quel vincente in più per fare il punto.
Il ligure ha trovato una maggiore continuità nel secondo parziale ma, per raggiungerla, ha dovuto adottare soluzioni diverse: dei cross stretti, una maggiore propensione alla rete e qualche palla corta sono state le giocate alternative di Fognini volte a rompere il “tergicristallo difensivo” del tennis di Cipolla.
Nel terzo set, un Fognini piuttosto rinunciatario, consente all’avversario di issarsi 5 a 0 senza troppi problemi. Il ligure gioca gli ultimi due game con più concentrazione ma ormai è troppo tardi per tentare quella che sarebbe stata una rimonta disperata.
Sotto il profilo caratteriale, è interessante sottolineare l’atteggiamento positivo di Cipolla, mai rinunciatario e sempre molto generoso. E’ il giocatore che ha percorso più metri nell’arco dell’intera competizione sportiva e colui che, insieme a Berrettini, ha regalato i due punti alla sua squadra.
Dall’altro lato, un Fognini numero 20 del mondo, non è riuscito ancora a trovare la sua giusta dimensione, quella dimensione che lo ha distinto nel 2013 per delle qualità inedite del suo tennis, mai più ripetutesi.
Risultato finale: 6-1, 6-7, 6-2 per Cipolla.

Gli ultimi due incontri sono stati i doppi. Da una parte Cipolla e Santopadre contro Andujar e Ceppellini e dall’altra Berrettini e Vagnozzi opposti a Fognini e Mager.
Cipolla e Santopadre dominano con autorità Andujar e un ottimo, seppur inesperto, Ceppellini che ha tirato fuori dal cilindro accelerazioni di dritto notevoli.
Bellissimo l’atteggiamento di Andujar che incitava ad ogni punto il suo compagno di squadra. Lo spagnolo, oltre ad essere un giocatore determinato, è una persona molto altruista e questa sua generosità la si è vista proprio nel doppio dove ha sempre tirato su di morale un giocatore giovanissimo come Ceppellini, vistosamente emozionato per la partecipazione ad un evento così prestigioso come la serie A.

Berrettini conferma il suo stato di grazia battendo Fognini in doppio e regalando così all’Aniene una prestazione fuori dal comune per un giovane talento come lui.

Il Circolo Canottieri Aniene approda in finale dove affronterà il Tennis Club Genova 1893 per contendersi il trofeo della serie A italiana.

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Alcuni miti da sfatare sul rovescio

Che il rovescio ad una mano sia più elegante stilisticamente ed esteticamente in confronto a quello bimane, è un’opinione piuttosto diffusa ma non necessariamente la regola. Ci sono rovesci classici, naturali nella fase di preparazione e estremamente fluidi nella fase di esecuzione, come quelli di Federer, Gasquet, Almagro e Wawrinka; allo stesso modo, esistono casi di rovesci ad una mano più meccanici nel movimento e maggiormente lavorati in termini di timing ed impatto sulla palla. Eguale discorso si applica per i rovesci giocati con una presa bimane. Alcuni tra quelli a due mani sono piuttosto rudimentali e, seppur efficaci, non risultano propriamente impeccabili da un punto di vista estetico. Altri, tra cui quelli ad azione unita, sono molto apprezzabili da vedere.
Agassi e Nalbandian, solo per fare due nomi di tennisti che in passato hanno mostrato potenzialità non indifferenti con questo fondamentale, sono nati e si sono formati tennisticamente esprimendo un gioco pulito grazie ad un’impostazione naturale del rovescio bimane.
L’apertura del rovescio eseguita da questi due celebri esponenti del tennis moderno, è piuttosto breve e sembra quasi non facciano fatica nel colpire la palla.


La grande differenza dei colpi la rende sempre il giusto timing; più la palla è colpita al centro del piattocorde con un certo anticipo, ad un’altezza che non superi il petto e che non sia inferiore al ginocchio, e maggiori saranno la velocità impressa e l’efficacia prodotta. Queste caratteristiche erano nelle corde di Agassi e di Nalbandian i quali, non solo godevano di un movimento fluido del rovescio bimane, ma erano anche in grado di trovare accelerazioni notevoli con questo fondamentale.

Un’altra leggenda comune, del tutto discutibile, è quella secondo la quale i rovesci moderni risultino più potenti rispetto a quelli ad una mano. Basti guardare dal vivo dei traccianti lungolinea di Gasquet, Kohlschreiber e Almagro per rendersi conto quanto il rovescio ad una mano possa risultare devastante e, non di rado, più veloce di uno a due mani.
Facendo alcune comparazioni, è impensabile che un giocatore come Gasquet abbia un servizio superiore a quello di Isner o di Roddick; allo stesso modo, è totalmente scorretto affermare che entrambi i rovesci bimani dei due americani siano più veloci e produttivi di quello classico ad una mano del transalpino.
Grandi campioni come Roddick e Hewitt, ad esempio, pur giocando il rovescio bimane, hanno sempre incontrato notevoli difficoltà nel trovare vincenti con questo colpo, tant’è che entrambi, durante gli scambi da fondo campo, hanno adottato spesso e volentieri soluzioni alternative come il back spin (nel caso di Roddick) e giocate difensive tra le quali il lob e i colpi in corsa (nel caso di Hewitt).
I rovesci di giocatori come Roddick, Hewitt, Isner, Ferrer, Fognini hanno finalità diverse rispetto a quelli di Agassi, Safin, Davydenko, Nalbandian, Murray e Djokovic. Mentre i primi lo sfruttano per trarne solidità e maggiore abilità difensiva, i secondi lo utilizzano non solo per palleggiare, ma anche per attaccare ed, eventualmente, per vincere il punto.
I rovesci a due mani di Roddick e di Hewitt si differenziano nettamente da quelli di giocatori come Wawrinka, Kohlschreiber, Gasquet e Almagro, ai quali basta un solo braccio per lasciar partire dalle corde degli autentici proiettili.

Discorso a parte vale per il tennis femminile dal momento che il 99% delle giocatrici attuali esegue il rovescio bimane. Eccezion fatta per Roberta Vinci, Francesca Schiavone e Carla Suarez Navarro, le migliori tenniste al mondo sono impostate con la tecnica del rovescio a due mani. Attualmente le prime dieci tenniste al mondo giocano tutte il rovescio con una presa bimane, a dimostrazione di quanto il tennis si sia evoluto e di quanto, almeno nel circuito femminile, questo fondamentale faccia la differenza su tutte le superfici.

Federico Bazan © produzione riservata

Il tennis moderno nasce con Björn Borg

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                           Telaio d’epoca in budello di bue

Dagli anni ’60 agli anni ’80 il tennis era quello che oggi definiremmo “all’antica”, basato principalmente sul gioco piatto, i serve and volley, i chip and charge e le giocate di fino.
All’epoca, considerati anche i materiali dei quali i tennisti disponevano come le vecchie racchette Dunlop di legno e le dimensioni piuttosto esigue del piattocorde, pochissimi erano i giocatori capaci di avvalersi di uno stile di gioco differente dal tennis classico e di quel gioco offensivo, spesso e volentieri proiettato a rete che ha da sempre distinto i vari Laver, Ashe, Newcombe, McEnroe, Panatta, Edberg, Becker etc.
Il tennis di quegli anni, infatti, viaggiava sulle impronte dello scatto a rete, della volèe di grazia e del rovescio ad una mano fin quando, un signore svedese di nome Björn Borg, introdusse un gioco diverso, costruito sulle rotazioni in topspin, sul rovescio bimane e incentrato, per la maggior parte, sui colpi da fondo campo.

                                 Rovescio bimane di Borg

Insieme a Jimmy Connors, Borg è stato il primo esponente nella storia del tennis ad eseguire il rovescio con una presa bimane malgrado, all’epoca, questo tipo di colpo fosse totalmente sconosciuto agli occhi dei tennisti, dei maestri di tennis e dei giornalisti. Non solo questo tipo di rovescio risultò piuttosto inusuale, ma fu anche aspramente criticato da un punto di vista estetico. Molti giocatori rimasero stupiti dal modo con cui Borg colpiva la palla e altrettanti giornalisti giudicarono il rovescio di Borg un fondamentale con il quale il tennis segnò una svolta radicale, quella che avrebbe inevitabilmente portato ad un gioco differente, ad un gioco decisamente più all’avanguardia.
Pur essendo il rovescio bimane condannato dalla stragrande maggioranza delle persone in termini di eleganza rispetto a quello classico ad una mano (e questo fatto è comunque discutibile), è anche per merito di Borg se oggi ci sono molti più giocatori che, adattandosi al cambiamento e adottando uno stile di gioco basato su topspin, esplosività e rovescio bimane, riescono a raggiungere risultati non indifferenti.
Dopo le grandi annate di Borg, sono numerosi i cognomi che portano la firma dei rovesci a due mani, tra cui Chang, Ivanisevic, Courier, Kafel’nikov, Agassi passando per Safin, Ferrero, Nalbandian, Roddick e arrivando, infine, ai colpi attuali di Nadal, Djokovic e Murray.
Il campione svedese, se da un lato fu guardato con occhio sospetto perchè artefice di un’autentica frattura con il passato, dall’altro ne fu riconosciuta l’ondata positiva del cambiamento, quel cambiamento che avrebbe definitivamente segnato il destino del tennis negli anni a venire.

Federico Bazan © produzione riservata

ATP 500 di Valencia: una finale emozionante tra Andy Murray e Tommy Robredo

                                                               ATP 500 di Valencia – Agora Tennis Stadium

L’atto conclusivo del torneo ATP 500 di Valencia, la città iberica delle arti e della scienza, ha dato vita ad un match appassionante, senza esclusione di colpi e dalle giocate sensazionali tra due campioni come Andy Murray e Tommy Robredo che hanno deliziato il pubblico valenciano in un incontro dall’andamento sempre equilibrato e combattuto; guardando il match, era davvero complicato stabilire chi dei due potesse avere la meglio, specialmente dopo il tie break del secondo parziale, nel quale Murray, dall’orlo di un baratro, con un set sotto nel punteggio e sul match point in favore di Robredo, ha tirato fuori dal cilindro tutte le risorse che aveva nel DNA per cercare di conquistare il secondo set; ed è riuscito meravigliosamente nell’impresa di prevalere sullo spagnolo da grande campione qual’è…
Lo scozzese e l’iberico, dopo essersi sfidati due settimane prima nella finale del torneo ATP 250 di Shenzhen vinta dal giocatore di Dunblane, si sono incontrati nuovamente nell’atto conclusivo del torneo valenciano e, in entrambi i casi, l’ha spuntata Murray superando l’avversario al tie-break del secondo parziale e poi andando a vincere al terzo.

                                            Un Murray più maratoneta che tennista

Più che commentare l’andamento del match e le incredibili chance non sfruttate da parte di entrambi, come i cinque match point sfumati per quanto riguarda Robredo e un match point non concretizzato da Murray, sarebbe bello soffermarsi sulle giocate, gli aspetti tecnici di entrambi i giocatori e la rivalità sportiva tra i due che, per il momento, pende dalla parte dello scozzese per 5 a 2 negli scontri diretti.
Una rivalità sportiva interessante quella tra Murray e Robredo anche perchè si sono incontrati tre volte in tre finali e tutte e tre terminate al terzo set, la prima delle quali conclusasi con la vittoria dell’iberico mentre le altre due con i trionfi di Murray.
All’Agora Stadium, è stata una battaglia all’ultimo sangue, nessuno dei due ne voleva sapere di perdere…
Robredo era desideroso di rivalsa in ricordo della cocente sconfitta subita per mano del suo avversario a Shenzhen due settimane prima; Murray giocava non solo per vincere, ma anche per salire nuovamente nella race (era dal 2008 che lo scozzese non usciva dalla top ten) e mirare ad ottenere maggiori punti in chiave Masters.

Tecnicamente, è stata la partita del contrasto di stili. Il servizio slice di Murray contro quello in kick di Robredo, il rovescio bimane dello scozzese da una parte e quello classico dello spagnolo dall’altra, il dritto carico di Murray opposto a quello profondo e penetrante di Robredo…

                              Doppio dito medio di Robredo rivolto a Murray

Per quanto riguarda le giocate, sono da menzionare senz’altro i rovesci trovati da Murray al termine di scambi fisicamente estenuanti. Con freddezza, lucidità e carattere, il giocatore di Dunblane ha tirato fuori dal cilindro le fonti inesauribili del suo gioco tra le quali il rovescio lungolinea, messo a segno nelle fasi più importanti dell’incontro, una di queste proprio sul match point in suo favore.
La volèe di dritto, colpo tanto inusuale nel tennis di Murray quanto provvidenziale per annullare un match point a Robredo, ha fatto tutta la differenza nell’economia del match. E non si è trattato di un colpo qualsiasi vinto da Murray ma di una volèe sul match point per Robredo dopo che lo scozzese aveva recuperato, da tre metri fuori dal campo, un dritto pressochè definitivo dell’avversario. Murray, non solo ha ribaltato l’inerzia dello scambio, ma ha anche destabilizzato mentalmente Robredo considerata l’importanza capitale di quel punto.
Infine, il grande pregio di Murray è che, nonostante la stanchezza e la tensione, riesce sempre a riemergere con autorevolezza e la vittoria su Robredo dimostra quanta tenacia, quanto coraggio, quanta generosità il tennista di Dublane abbia messo per portare a casa il match.
Prima della stretta di mano tra i due, Robredo, incredulo per il risultato e affaticato per i crampi, ha mostrato un duplice dito medio a Murray, il quale, a sua volta, l’ha presa sorridendo.
Un finale di partita in cui non c’era cattiveria ma che non nascondeva, da un lato, l’enorme rammarico da parte dello spagnolo per non esser riuscito a sfruttare cinque match point e, dall’altro, la gioia di Murray per la vittoria conseguita in un match nel quale lo scozzese, in più circostanze, ha dato l’impressione di cedere ma che, in realtà, non ha mai ceduto di un centimetro.

Federico Bazan © produzione riservata

ATP Senior Tour: sfida tra leggende al Forum di Assago

                                                          Locandina della Grande Sfida al Forum di Assago

Forum di Assago di Milano gremito sugli spalti per rivedere all’opera e riapprezzare dal vivo le giocate delle vecchie glorie del passato dopo i famosi anni 80′ e 90′ che vedevano i migliori giocatori del mondo gareggiare nei tornei di Milano, di Torino, di Bari, di Palermo e di Roma (in quello che all’epoca si chiamava Internazionali d’Italia).
Riveder giocare dopo tanti anni John McEnroe, Ivan Lendl, Michael Chang e Goran Ivanisevic fa un certo effetto per tutti, specialmente per coloro che, in passato, hanno avuto modo di ammirarli in tutto il loro stile inconfondibile e in quella classe che nasce in un bambino e rimane per sempre con sè, malgrado l’avanzare dell’età.

                                      Goran Ivanisevic vs John McEnroe

Dal gioco classico di McEnroe e Lendl ai recuperi in corsa del piccolo Chang (“piccolo” si fa per dire) giungendo al perfetto esempio di tennis moderno espresso da Ivanisevic, un mix tra prestanza atletica, velocità al servizio e incisività con i colpi da fondo campo, in una cornice meravigliosa come quella del Forum di Assago.
Le partite sul centrale, un sintetico indoor abbastanza veloce, si sono disputate al meglio dei 2 set su 3, seguendo dunque la modalità classica dei match. La prima ha visto opposti John McEnroe e Michael Chang in un incontro a sprazzi divertente, con il ritorno del McEnroe dei tempi d’oro, quello rabbioso che non gradisce contestazioni di alcun genere da parte degli arbitri. Tantissimi supporters sugli spalti erano schierati dalla parte dell’ex campione di Wiesbaden anche perchè, a Milano, McEnroe è particolarmente amato per i passati successi ottenuti nel capoluogo lombardo; il talento infinito del grande John fatto di servizi slice a uscire, volèe di tutti i tipi, dropshot, back e colpi piatti è una fonte inesauribile così come il servizio di Ivanisevic il quale, a 40 anni e rotti, scaglia ace a 200 km/h.
Lo score finale del match tra i due connazionali statunitensi ha registrato un doppio 6-3 in favore di McEnroe. Nonostante il risultato e l’età, Chang ha dato l’impressione di muoversi molto bene da una parte all’altra del campo, non compiendo i famosi recuperi della migliore gioventù, ma comunque non rinunciando mai a fiondarsi sugli attacchi dell’avversario. Le soluzioni difensive del nativo di Hoboken tra le quali il lob e il passante non sono mai mancate, indice del fatto che anche a Chang i colpi sono rimasti.

Binomio Chang – Nishikori: due giocatori dallo stile di gioco simile caratterizzato da una notevole velocità negli spostamenti laterali e da soluzioni in topspin

McEnroe, a tratti, sembrava tornare quel ragazzo di 30 anni fa: nei punti più importanti faceva il pugno e si caricava come se si fosse trovato in una finale di Wimbledon. L’americano ha conservato le giocate e le immancabili infuriate ma soprattutto lo spirito del campione, quello che tante volte lo ha assistito nelle lunghe maratone lottate e conquistate al quinto set contro i suoi più grandi rivali dell’epoca come Borg, Becker, Connors, Lendl, Vilas, Edberg e tanti altri.
La seconda partita in programma ha visto affrontarsi una leggenda degli anni 80′, vale a dire Ivan Lendl e una degli anni 90′ come Goran Ivanisevic in una partita vinta dall’ex campione di Spalato per 6-4, 6-4. Lendl, pur avendo giocato il suo tennis ad un ottimo livello, non ha potuto niente di fronte alle bordate al servizio di Ivanisevic, tra l’altro esortato scherzosamente a tirare piano dal pubblico del Forum di Assago.
Il vincitore della Grande Sfida è stato proprio Goran che ha trionfato contro tutti e tre gli avversari della sua epoca, un po’ grazie ad una maggiore freschezza atletica dovuta ad un’età più giovane, un po’ per la velocità al servizio e la potenza dei colpi da fondo campo che, rispetto a quelli di Lendl e McEnroe, sono risultati più incisivi.
A premiare i quattro storici campioni ci hanno pensato Nicola Pietrangeli, Lea Pericoli e il Presidente della FIT Angelo Binaghi che si sono congratulati con i giocatori e gli hanno consegnato i trofei.

Binomio Ivanisevic – Cilic: due giocatori accomunati da un servizio devastante e da un gioco esplosivo da fondo campo

La Pericoli si è rivolta a Chang chiedendogli del suo presente da allenatore. Chang le ha risposto che sta lavorando con Kei Nishikori, l’attuale stella del tennis giapponese, e la collaborazione con il giocatore nipponico sembra andare per il meglio. Non è un caso che i progressi di Nishikori siano emersi maggiormente da quando entrambi hanno iniziato a collaborare. Nishikori ha vinto quest’anno, in una sola stagione, 4 titoli di cui due tornei ATP 500 e due ATP 250, battendo peraltro avversari di levatura come Karlovic e Raonic, ma soprattutto ha raggiunto la sua prima finale in un torneo del Grande Slam, in quel di New York, perdendo da un fenomenale Marin Cilic.
Pietrangeli ha domandato a McEnroe che ricordi avesse di Milano. John, con gli occhi lucidi per l’emozione, ha risposto in italiano: “Pubblico fantastico, grazie mille.”
Infine hanno parlato il secondo classificato, Ivan Lendl e il vincitore della Grande Sfida, Goran Ivanisevic al quale è stato chiesto, oltre i ricordi di Milano, come procede il coaching con il tennista croato Marin Cilic, fresco vincitore degli Us Open di quest’anno. Ivanisevic ha riferito i grandi passi da gigante compiuti da Cilic, soprattutto col servizio, fondamentale che ha fatto la differenza nel gioco di Goran in passato e che sta dando i suoi grandi frutti nel tennis di Cilic.
La manifestazione ha avuto un ascolto eccellente in tutta Italia e non solo. Il ritorno delle leggende ha dato un’immagine positiva al tennis ma anche allo sport in generale. Avere la fortuna di riapprezzare la classe e l’eleganza di atleti che hanno scritto pagine di storia nello sport, è qualcosa di meraviglioso per chi ha giocato a tennis e sa come ci si sente sul campo e per chi lo ammira da fuori.
La Francia vanta il Roland Garros, seconda storica edizione del Grande Slam nata dopo Wimbledon, oltre a innumerevoli tornei ATP 250 come Metz, Lione, Marsiglia, Nizza e tanti altri.
La Spagna ospita i migliori giocatori al mondo nei seguenti tornei: ATP 500 di Barcellona (il famoso torneo Godò), ATP 500 di Valencia e ATP 1000 di Madrid così come la Germania, oltre alle famose tappe di Stoccarda e Amburgo, è provvista di altri tornei come Monaco di Baviera e Halle.
E in Italia? In Italia è rimasto solo l’ATP 1000 di Roma (Gli Internazionali BNL di Roma) come unico torneo riconosciuto a livello mondiale ed è dal 2005, purtroppo, che il Milan Indoor non si disputa più.
Questa sfida organizzata dall’ATP Senior Tour al Forum di Assago, oltre ad essere stato un remake per gli appassionati di tennis, può rappresentare un’esortazione, un invito alla FIT con l’obiettivo di promuovere e di valorizzare ancora di più lo sport del tennis nel nostro Paese cercando di ampliarlo e renderlo visibile anche all’estero attraverso l’organizzazione di più tornei, proprio come hanno fatto Nazioni come Francia, Spagna, Germania e tante altre che vantano molteplici eventi tennistici.

Federico Bazan © produzione riservata