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Esclusiva: intervista a Corinna Dentoni, quindicesima giocatrice azzurra e numero 444 WTA

                                                             Il dritto di Corinna, suo colpo migliore

Ciao Corinna, grazie per il tempo che mi dedichi. È un privilegio per me poter intervistare una tennista professionista, numero 15 tra le giocatrici azzurre attualmente in attività.

Ciao Federico, figurati, lo faccio volentieri. 


Iniziamo dal tuo sogno.

– Com’è nata in te la passione per il tennis?

–  La passione per il tennis è nata quando avevo 7 anni e ho preso per la prima volta la racchetta in mano. Ho praticato molti sport da bambina ma l’unico che mi ha sempre entusiasmato è stato il tennis, diciamo come un amore a prima vista. 


– Sei nativa di Pietrasanta, un piccolo comune in provincia di Lucca. In che circolo hai imparato i fondamentali e chi sono stati i maestri che ti hanno vista crescere?

– Ho iniziato a giocare a Marina di Carrara dove ho sempre vissuto, mi sono spostata a Forte dei Marmi e, successivamente, a Lido di Camaiore per poi trasferirmi, all’età di 17 anni, a Milano, da Laura Golarsa. Grazie a lei, ho imparato i fondamentali del tennis che mi hanno permesso di raggiungere un buon livello tennistico. 


– A proposito di piccole realtà come Pietrasanta… credi sia indispensabile per un talento emergente, magari cresciuto in un comune piuttosto che in una grande città, trasferirsi in un contesto di più ampio raggio, come può essere un circolo di una metropoli o una delle note scuole tennis riconosciute a livello internazionale, affinchè trovi la chiave del successo?

Qual’è stata la tua scelta a riguardo?

– Penso che non sia importante tanto dove ti alleni, quanto con chi ti alleni.
La provincia di Lucca conta numericamente più campi da tennis rispetto al resto d’Italia; quello che manca è una struttura attrezzata e il tennis non lo si vive in maniera professionistica pensando alla crescita dell’atleta, ma più come uno sport dilettantistico. Io mi sono trasferita a Milano e lì ho trovato il contesto di cui avevo bisogno. 


– Ad un certo punto bisogna prendere una decisione importante. A che età hai capito che il tennis sarebbe diventato il tuo futuro? La consapevolezza di voler intraprendere la strada del professionismo è stato un processo graduale?

– Ho deciso e capito che il tennis sarebbe stato il mio futuro quando, con la mia famiglia, abbiamo preso la decisione di trasferirmi a Milano e intraprendere questo lungo percorso. Ho sempre ottenuto ottimi risultati sia da bambina che a livello junior, quindi diciamo che è stato un processo graduale ma comunque pianificato.


Facciamo un tuffo nel passato.

– Hai raggiunto una finale Slam agli Australian Open in doppio, a livello Junior. Sei entrata nel tabellone principale al Roland Garros. Hai vinto 4 tornei ITF nel corso della carriera. Sei stata 132 del mondo, il che significa anni di duro lavoro. Quali sono i tuoi ricordi più belli?

– Di ricordi ne ho tantissimi; la soddisfazione più grande che ho avuto è stata giocare due volte nel tabellone del Roland Garros; è inspiegabile quello che si prova ad entrare da protagonista in un campo come quello dei tornei del Grande Slam. Ci sono stati tanti altri bei ricordi come la finale del 100.000$ in Cina, dopo un grosso infortunio alla caviglia.


Arriviamo al presente.

– Per diventare ciò che sei adesso, ti sei sempre dedicata regolarmente alla pratica sul campo. Com’è strutturato il tuo programma giornaliero di allenamento?

– Mi alleno sei giorni alla settimana, normalmente gioco due ore a tennis al mattino più stretching e, nel pomeriggio, dedico circa tre ore alla preparazione atletica. 


– Sei la quindicesima giocatrice italiana. Cosa si prova ad essere la numero 15 nella tua Nazione?

– Neanche lo sapevo, mi stai informando tu. Comunque, quando si gioca a livello professionistico, non si bada alla classifica italiana perché le mie avversarie sono ragazze di tutto il mondo quindi mi concentro sulla mia attività e la classifica è solo una conseguenza del lavoro svolto. 


– Giochi diversi tornei ITF. Secondo te cambia molto rispetto ai Tier, International e Premier, aldilà del montepremi? C’è molta disparità di livello tra le giocatrici?

– In termini di organizzazione dei tornei c’è una differenza abissale mentre il livello delle ragazze, più che sul campo, cambia per un discorso legato alla gestione della partita con un mental coach. Non tutte possono avvalersene, per i costi che l’allenatore stesso comporta e per il fatto che, alcune di loro, si perdano nel tempo.
Secondo me, comunque, il livello medio si è alzato moltissimo negli ultimi anni; adesso le giocatrici iniziano ad essere professioniste a 15 anni e a 30 continuano a giocare… ci sono meno tornei per l’Europa e meno sponsor, quindi tutte si raggruppano negli stessi tornei e la competizione si fa più accanita. 


– Parliamo un po’ del tuo profilo tecnico. Hai vinto 4 tornei a livello ITF, tutti quanti su terra battuta. Ti definiresti una terraiola?

Hai un colpo che reputi più incisivo, tra i fondamentali? C’è qualcosa, invece, del tuo gioco, che senti di dover migliorare?

– La terra mi piace molto ma, non per questo, mi mette a disagio il fatto di giocare sulle superfici rapide. Per quanto riguarda i miei fondamentali, il dritto, sicuramente, è il colpo con cui faccio più male all’avversario. Sto lavorando sulla seconda di servizio ma forse la cosa che ancora mi manca è la continuità nel gioco… ho avuto parecchi alti e bassi in questi ultimi due anni ed è un aspetto su cui devo migliorare.


Uno sguardo al futuro.

– Obiettivi per il finale di stagione e per il 2016?

– Obiettivi di classifica per la fine dell’anno non ne ho, voglio giocare più tornei possibili. Invece per il 2016, tornare a giocare le qualificazioni dei tornei del Grande Slam. 


– Qualche idea dopo il tennis?

– Quando finirò la mia carriera mi piacerebbe riprendere gli studi e conseguire una laurea. 


Sperando possa continuare sulla scia dei successi e dei traguardi, ti auguro il meglio Corinna.

Grazie.

 A presto,

Federico

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Stefano Travaglia, numero 11 d’Italia e 377 ATP

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                                                                Stefano Travaglia all’opera sul Pietrangeli


Ciao Stefano, è un piacere intervistarti. Ti ringrazio per il tempo che mi dedichi.

Cominciamo dalla scintilla che ha alimentato in te l’amore per lo sport con la racchetta.
– Quanti anni avevi quando è nata la passione per il tennis? Come si è originata quell’alchimia indissolubile che ti ha avvicinato al nostro magnifico sport?

– Avevo l’età di 7 anni quando mio padre Enzo e mia madre Simonetta mi portarono al circolo in cui lavoravano, la Mondadori di Ascoli Piceno e, a piccoli passi, mi misero la racchetta in mano facendomi fare i primi tiri con la palla di spugna.


– Sei nativo della piccola e graziosa Ascoli Piceno, comune marchigiano di poco più di 100 mila abitanti. In che circolo hai imparato i rudimenti della disciplina e chi sono state le persone e i maestri che ti hanno formato tennisticamente?

– Le persone che mi hanno insegnato i rudimenti della disciplina sono state proprio i miei genitori, entrambi maestri di tennis al circolo della Mondadori di Ascoli Piceno. Coltivando da sempre la passione per il tennis e lavorando in quel centro sportivo, non potevano fare a meno di farmi provare tanti sport tra cui anche quello con la racchetta che a suo tempo, onestamente, non mi piaceva granchè.


– Per arrivare ad essere prima categoria, devi fare tanti sacrifici e rinunciare a tante altre attività. Come sono strutturati i tuoi allenamenti?

– È tutto un gioco fino a quando, se vuoi compiere il salto di qualità, devi fare delle scelte mirate; prima di tutto, lasciare la scuola normale per frequentarne una privata che ti dia il tempo di allenarti mattina e pomeriggio. Dopodiché selezionare un centro professionale nel quale tutte le attività da svolgere si possano fare in totale armonia, serenità e fluidità. Il passo finale, e non meno importante, è dare il massimo in campo, in palestra e nelle ore di atletica, in ogni singolo minuto della pratica sportiva.
I miei allenamenti durano sei ore al giorno, quattro di tennis e due tra atletica e palestra.


– A che età hai capito che avresti intrapreso la strada del professionismo? È stato un processo graduale?

– Ad un certo punto bisogna prendere una decisione; io la mia scelta l’ho fatta a 15, quasi 16 anni, andandomi ad allenare a Jesi, città ad un’ora e mezza da casa mia, dove vi era la migliore accademia di tennis delle Marche di quei tempi, 2007/08.
È stato un processo molto graduale sia il distacco da casa che l’evoluzione del mio tennis. Ho iniziato a vincere piano piano, sia in allenamento che in qualche partita dei tornei ufficiali, punto dopo punto, incontro dopo incontro.


Facciamo un salto nel passato recente.

– Hai vinto nove tornei Futures di cui tre in Cile. Hai fatto tre finali in Argentina e due sempre in Cile. Si direbbe che hai un buon rapporto con il Sud America. Che ricordi hai di queste terre?

– Dopo Jesi, mi sono trasferito in Sud America, a Buenos Aires, per due anni e mezzo dove ho giocato molti tornei Open che, in Argentina, si chiamano Top Serv.
Ero 1600 ATP quando arrivai a Buenos Aires, dopo mesi di gavetta nei tornei argentini. Ho avuto l’occasione di qualificarmi in qualche Futures, raggiungendo anche varie semifinali e finali. Dopodiché, quando ero circa 500 ATP, ho iniziato a gareggiare in tornei Challenger, alternandoli ai Futures.
Ho raccolto tre trofei in Cile, tra i quali il mio primo titolo in carriera. Come dimenticarlo…


– Quest’anno hai raggiunto il tuo best ranking in singolare alla posizione numero 194 della classifica ATP. Ricordo di averti visto l’anno scorso al Foro Italico giocare contro Albert Montañés che battesti in due set. Ti qualificasti nel tabellone principale dove affrontasti Simone Bolelli in un derby all’ultimo sangue conclusosi al tie break del terzo. Simone vinse 7-5 al tie break… ma che partita!

Puoi dirti soddisfatto degli ultimi due anni?

– La scorsa stagione mi ha visto protagonista in giro per il mondo, partendo a gennaio per l’Egitto per poi ritrovarmi al Foro Italico sulla Supertennis Arena, 1 set, 3-2 e servizio avanti e concludere con le trasferte africane e indiane, durate complessivamente sei settimane tra Tunisia, Marocco e India. Un anno in cui ho fatto molte partite, molte esperienze e ho raggiunto il best ranking in singolare e in doppio.
Sicuramente la vittoria contro Montañés, ex 22 del mondo, è stata una vittoria bellissima dato che si trattò del mio primo incontro vinto a livello ATP e, per di più, sul Pietrangeli, in un’atmosfera meravigliosa. Il turno successivo fu un altro grandissimo risultato poichè sconfissi Rola Blaz, numero 89 ATP, per poi arrivare a giocare contro Simone Bolelli al primo turno; una partita con molti alti e bassi da parte mia che, comunque, mi portò 1 set e un break di vantaggio nel secondo set! Un Bolelli che, attualmente, gioca in Coppa Davis ed è numero 3 d’Italia… 


Arriviamo al presente.

– Attualmente sei undicesimo in Italia e 377 a livello ATP. Cosa si prova ad essere il numero 11 nella tua Nazione?

– È un privilegio praticare questo sport e rappresentare il mio Paese quando gioco in Italia e all’estero; essere l’undicesimo giocatore italiano è una grande soddisfazione.
Ahimè, quest’anno, ho avuto una serie di infortuni che non mi hanno permesso di giocare in modo continuo ma sicuramente ho ancora tanto da imparare e da dare, motivo per cui continuerò ad allenarmi per fare del mio meglio e dimostrarlo in campo.


– Negli ultimi tempi, purtroppo, sei stato costretto a fermarti ai box per infortunio. Quanto ti ci vorrà per recuperare?

– Riprenderò a giocare il prima possibile e vedrò, in base alla forma fisica e tennistica, dove programmare il finale di stagione.


Uno sguardo al futuro.

– Obiettivi per il 2016?

– Il 2016 è ancora molto lontano, so che posso chiudere quest’anno bene perché ho alcuni tornei da disputare, perciò, per il momento, preferisco guardare al 2015.


Curiosità.

– Come nasce il nickname “Steto”?

– Il mio nickname nacque nel circolo che frequentavo a suo tempo, quando avevo 10 anni. Mi chiamavano “Steto” e da lì nacque il mio soprannome.


Sperando possa riprenderti il prima possibile dall’infortunio e ritornare più forte di prima, ti auguro il meglio Stefano.

Grazie mille, un grande saluto.

 A presto,

Federico


Federico Bazan © produzione riservata

Elogio a Andy Roddick

Ci sono giocatori che hanno bisogno di prendersi tutto il tempo a propria disposizione prima di servire. Pensiamo, ad esempio, a Nadal, Djokovic e Berdych che, solo dopo aver compiuto delle azioni di routine, cominciano il gioco.

Roddick, da questo punto di vista, si differenzia per velocità d’esecuzione.
Anche lui, quando giocava nel circuito, riproduceva delle azioni abituali in campo ma, a differenza di molti suoi colleghi, era mediamente più rapido nella fase di preparazione del servizio.
Si posizionava subito con i piedi dietro la riga, faceva al massimo due palleggi, lanciava la palla e dava una frustata con il braccio, il tutto nel giro di pochi secondi.
Era veloce tanto nell’esecuzione tecnica, quanto nell’esito della battuta, sua arma letale che, non di rado, raggiungeva e superava i 220 km/h.

Tutte le volte che l’americano sfoggiava il suo talento, lo spettacolo era assicurato.
Roddick era un giocatore impulsivo; prendeva le cose così come venivano. Si presentava a rete subito dopo aver eseguito approcci in back; giocava prime palle di servizio, sfruttando la potenza e la velocità ma senza avere spesso uno schema mentale ragionato.
Una delle caratteristiche più interessanti della personalità di Roddick era quella di fare affidamento sulle proprie capacità, a prescindere dall’esito della scelta. Giocando contro Federer a Wimbledon, andava a rete frequentemente e, malgrado venisse passato dal giocatore elvetico, si ripresentava con l’obiettivo di fare meglio la volta successiva.

                    Uno dei servizi più efficaci nella storia del tennis

Per quanto riguarda il profilo tecnico, Roddick prediligeva le superfici veloci, essendo cresciuto sul cemento americano.
In carriera ha vinto 32 titoli ATP di cui 21 negli States, un torneo del Grande Slam (Us Open 2003) e 5 Masters 1000.
È stato anche numero 1 del mondo, sebbene, giocatori più forti come Federer e Nadal gli abbiano precluso maggiore fortuna, specialmente Federer in quel di Londra che negò al tennista americano il sogno di vincere Wimbledon, almeno una volta in carriera (la più eclatante fu nel 2009 quando Roddick perse al quinto set per 16-14).

Fuori dal contesto sportivo, Roddick è un ragazzo alla mano. Le numerose conferenze stampa sono la prova di quanto fosse disponibile e simpatico con i giornalisti.

Un’altra caratteristica di Roddick? L’imprevedibilità. Annunciò il ritiro dal circuito durante quello che fu il suo ultimo Us Open, all’età di 30 anni. Nessuno l’avrebbe mai immaginato, anche perchè era ancora nel pieno della forma fisica e dell’affermazione nei tornei.

Quello che rimane di un giocatore come Roddick è il grande trasporto verso uno sport nel quale ha vinto tanto e nel quale, paradossalmente, avrebbe potuto vincere molto di più, se non fosse stato per un grande Federer ad impedirgli la conquista di tre edizioni di Wimbledon e di un altro Us Open.

Federico Bazan © produzione riservata

56.000 mila euro per un anno alla Rafael Nadal Academy. Una follia o una garanzia per le famiglie?

                                                        Progettazione architettonica dell’Accademia

Rafa Nadal ha deciso di seguire la scia delle prestigiose Accademie Yankees di Nick Bollettieri e Chris Evert, quella di Vilas e Sanchez per fondarne una propria in terra nativa, a Manacor.
L’apertura dell’Accademia è stata ufficializzata nel maggio 2016 e prevederà un ricco programma di lezioni di tennis per tutti i partecipanti. Il corso avrà la durata di un anno solare.
Per tutti i bambini e i ragazzi, compresi in un’età tra i 10 e i 18 anni che aderiranno all’iniziativa, oltre alle ore in campo impartite da maestri qualificati, verrà offerto loro vitto e alloggio presso le strutture dell’Accademia, prima colazione, pranzo e cena inclusi, libero accesso al wi-fi, assicurazione e assistenza da eventuali infortuni e la possibilità di dedicarsi allo studio, in contemporanea agli allenamenti: il tutto per 56.000 mila euro l’anno.

                                             Logo Rafa Nadal Academy

Che Nadal abbia investito dei
capitali, abbia creato occupazione per la propria Accademia e abbia coronato un sogno, dovrebbe essere motivo di ammirazione e apprezzamento da parte di tutti. Ma la vera domanda è: c’è un ritorno positivo per le famiglie che hanno scommesso sul futuro dei propri figli? Oppure è la sola impresa di Nadal a guadagnarci per ogni singola adesione al progetto?

Che la cifra fosse inaccessibile alla stragrande maggioranza delle famiglie è sotto la luce del sole. Tuttavia, bisognerebbe chiedersi se il costo d’iscrizione alla scuola di Nadal (e altre simili alla sua) sia realmente giustificato dal servizio che offre l’Accademia stessa.
Il problema che ruota al centro della questione è di natura prettamente meritocratica. Si pensi a tutte quelle famiglie con figli dalle grandi potenzialità che non dispongono di un reddito sufficiente a pagare una cifra del genere.
Rimanendo la scuola tennis in un contesto circoscritto ad un pubblico di nicchia, la meritocrazia viene messa da parte proprio perché l’Accademia stessa è accessibile a pochi.
La mia speranza è che la Rafa Nadal Academy e altre come quella progettata dal campione spagnolo, ancor prima di lanciarsi sul mercato, capiscano che il merito viene prima del profitto ed è dunque importante favorire le famiglie con disponibilità economica limitata, allo scopo di incoraggiare un mondo del tennis che sia più alla portata di tutti.

Federico Bazan © produzione riservata

Tanti auguri Roger!

Non è facile descrivere a parole la grandezza e l’unicità di un atleta che ha lasciato e lascerà per sempre il segno nella storia del tennis e dello sport. Non è facile perchè quando si parla di Federer, non sai mai da dove iniziare.

Si può elogiare Roger per diversi aspetti: lo stile di gioco; la decade di avversari sconfitti (dal ’98 ad oggi: per intenderci, da Sampras a Djokovic); il numero di trofei conquistati (86 di cui 17 tornei del Grande Slam); la grande generosità che lo distingue fuori dal contesto sportivo.

Federer completa il tennis con delle qualità inedite: classe nella forma, eleganza nei gesti, completezza nei colpi, compostezza in campo.

Lo svizzero è un campione dentro e fuori dal campo.
Dentro perchè è riuscito ad imporre uno stile di gioco che è poesia per gli occhi di tutti. Probabilmente la sua più grande capacità è stata quella di abbinare al tennis classico, un’eleganza sopraffine e una completezza nel repertorio di colpi di cui nessun altro dispone.
Non c’è una cosa che Federer non abbia vinto, se si escludono gli Internazionali di Roma, il torneo di Montecarlo e le Olimpiadi in singolare, gli unici tre taboo dello svizzero.

Anche fuori dal campo, l’elvetico ha dato un forte contributo. Tra le sue iniziative di maggior rilievo, ricordiamo la “Roger Federer Foundation”, un’associazione che ha l’obiettivo di aiutare le famiglie in Africa (in Botswana, Malawi, Namibia, Zambia, Zimbabwe, Sud Africa), dando ai bambini l’opportunità di avere un’istruzione.

“Tre parole mi descrivono: autentico, modesto e leale. Una citazione che mi si addice: It’s nice to be important, but it’s more important to be nice” (cit. Roger Federer).

 

  Federico Bazan © produzione riservata

I tipi di incordatura: monofilamento, multifilamento, ibrido o budello?

                     I calibri delle corde: i parametri variano a seconda del peso

Così come non esiste un tipo di gioco invulnerabile (basti pensare alle leggende della storia del tennis che hanno raggiunto i vertici delle classifiche mondiali proponendo agli spettatori, nel corso degli anni, un tennis sempre diverso; dai giocatori serve & volley, ai picchiatori da fondo campo, ai ribattitori ecc.), allo stesso modo, non c’è un tipo di corda più conveniente di un’altra, almeno nel senso assoluto del termine. Questo perchè ogni giocatore, affinchè possa trovare un buon rendimento, ha bisogno di un’incordatura che più si addice al suo stile di gioco.

Il rapporto che il giocatore instaura con la propria racchetta (modello, peso e bilanciamento) è fondamentale; sembra banale affermarlo, eppure, persino i più grandi campioni necessitano del materiale più consono alle loro esigenze, sebbene possano spingere tranquillamente la palla con qualsiasi telaio. Anzi, più è alto il livello di gioco, tanto più i professionisti giocheranno con racchette e incordature di pregevole fattura.
Prendere confidenza con determinate incordature (tipologia, spessore e tiratura delle corde) è uno degli aspetti chiave ai fini di un buon allenamento e/o prestazione.
Tutte le corde hanno caratteristiche diverse tra loro ed è per questo che è necessario trovare la sintonia ideale con esse. Sintonia ideale, in quanto non esiste la corda perfetta in velocità, rotazione e controllo.
Del resto, chi è che non vorrebbe disporre di un’incordatura che lo aiuti a riprodurre alla perfezione il servizio, il colpo piatto, il back spin, il top spin, la volèe, i colpi di fino e che lo incentivi ad avere, al tempo stesso, un controllo e una spinta ottimali sulla palla?
Eppure, ci si deve adeguare a seconda del proprio gioco…

Per quanto riguarda le tipologie, ve ne sono molteplici: il monofilo, il multifilo, l’ibrido e il budello di bue.

                         Racchetta d’epoca in budello

Qualsiasi tipo di corda ha dei pregi e dei limiti, esattamente come i punti di forza e di debolezza di ogni singolo giocatore.
Se state per comprare del materiale e vi rivolgete per chiedere informazioni, la gran parte dei rivenditori vi descriverà le caratteristiche delle incordature, esaltandone, spesso e volentieri i vantaggi e i motivi per i quali acquistarle.

Prima di cedere nella tentazione di comprarle o sostituirle con quelle vecchie, è sempre bene testarle sul campo stando attenti alla tiratura, alla stabilità e allo spessore delle corde, onde evitare di incappare nella trappola della scarsità del prodotto.
Per esempio le corde in nylon, tirate male o troppo morbide, dopo pochissimo tempo di utilizzo, si allentano, perdendo aderenza sulla palla.
Le corde in nylon, dette anche “multifilamento”, non sono difatti adatte per chi gioca in top spin, per chi colpisce con violenza arrotando la palla, in quanto perdono molto in stabilità ed efficacia. Sono l’ideale per chi vuole più comfort e meno potenza sulla palla; ad esempio, vanno bene per i maestri che fanno i cesti e tirano palle morbide.

Il monofilamento e l’ibrido sono i due tipi di corda maggiormente usati da chi ama arrotare la palla, essere aggressivo con colpi carichi di spin; si tratta di corde tendenzialmente stabili, anche nel lungo periodo.

Il budello è invece quello che si adoperava un tempo, oggi sempre più in disuso, le corde per eccellenza dei giocatori serve & volley come McEnroe, Panatta, Edberg o di quei tennisti che prediligono il gioco piatto.

Alla domanda se è meglio il monofilo, il multifilo, l’ibrido o il budello, non c’è una risposta precisa.
La scelta dell’incordatura dipende, infatti, dal proprio tipo di gioco, da sensazioni soggettive che si hanno quando si colpisce la palla, dal peso, bilanciamento e da tanti altri fattori. Ciò che è importante, è trovarsi bene con una racchetta e delle corde specifiche, perchè, solo abituandosi a sentire la palla con gli attrezzi giusti, si può auspicare ad ottenere risultati migliori.

Federico Bazan © produzione riservata

Daria Gavrilova, una grande rivelazione del circuito WTA

                                                     Daria Gavrilova, una giocatrice stravagante

Il cammino di Daria Gavrilova agli Internazionali di Roma ricorda molto da vicino i risultati in progressione di Simona Halep, archiviati dalla giocatrice rumena proprio al Foro Italico, nel 2013, partendo dal girone di qualificazioni. La Halep arrivò in semifinale, perdendo con onore dalla numero 1 del mondo Serena Williams. Quell’edizione degli Internazionali sancirono la consacrazione della tennista romena; le sarebbero bastate pochissime settimane per entrare tra le prime dieci del mondo e per competere ad armi pari con le big del tennis femminile. Attualmente è la numero 2, il che lascia presagire i grandi passi da gigante compiuti nel giro di pochi anni.


Ebbene, il copione sembra lo stesso anche per Daria Gavrilova, 21 anni, russa di nascita ma australiana di cittadinanza acquisita.

Un po’ come la Halep, di lei nessuno sapeva nulla prima degli Internazionali di Roma, fin quando, la giovanissima australiana ha messo in mostra tutte le sue qualità; qualità non solo tecniche, ma anche caratteriali.

La Gavrilova ha fatto vedere in campo una personalità niente male. Esuberante e combattiva, provenendo dalle qualificazioni del torneo capitolino, la giovane australiana ha liquidato in sequenza: Silvia Soler Espinosa, Belinda Bencic, la numero 7 del mondo Ana Ivanovic in una maratona durata quasi tre ore e conclusasi al tie-break del terzo, Timea Bacsinszky (numero 24), Christina McHale fino a raggiungere il penultimo atto del torneo, sconfitta per mano di Maria Sharapova.

La Gavrilova non è passata inosservata per il suo tennis stravagante. Giocatrice rapidissima negli spostamenti laterali, straordinaria in fase difensiva; riprende tutto, anche palle apparentemente impossibili.
Il suo tennis tende a mandare fuori palla le avversarie in quanto predilige traiettorie con varie velocità: palle arrotate, lente, alte e profonde; è una giocatrice che ama spezzare il ritmo durante lo scambio.

Il destino di questa giocatrice sembra molto simile a quello della Halep anche se, al momento, la giovanissima australiana dovrà confermare le aspettative. Quello agli Internazionali è stato un autentico exploit per la Gavrilova. Vedremo se continuerà a dare del filo da torcere alle big del circuito WTA…

Federico Bazan © produzione riservata

La mia esperienza da raccattapalle agli Internazionali di Roma

La mia prima volta in veste di raccattapalle

                 La mia prima volta in veste di raccattapalle

Se si ha un’età compresa tra i 12 e i 21 anni e una delle proprie passioni è il tennis, quella del raccattapalle è un’esperienza da fare, almeno una volta nella vita.

Quest’anno ho avuto l’occasione di ricoprire questo ruolo agli Internazionali Bnl d’Italia, la mia prima volta in veste di ball boy, di fronte ai grandi campioni.

Eravamo più di 150 ragazzi e bambini che hanno aderito all’iniziativa. Tanti, forse troppi; motivo per cui una suddivisione in due grandi gruppi fosse necessaria ai fini del corretto svolgimento del corso.

I ball boys sono stati divisi in tre fasce a seconda degli anni di esperienza sul campo: i gold, i silver e i bronze. I gold, i più esperti con un minimo di due anni alle spalle, i silver con almeno uno, mentre i bronze gli esordienti.

Ognuno di noi, a prescindere dal livello, ha dovuto frequentare un corso in preparazione al torneo che si è tenuto al parco del Foro Italico ogni due sabati a partire da gennaio.

Prima dell’inizio del Master 1000 di Roma, tutti i raccattapalle, di qualsiasi livello, sono stati istruiti da uno staff della FIT, composto da ragazze e ragazzi ex raccattapalle o maestri di tennis, che hanno illustrato ai ball boys tutti i modi di stare in campo, come entrare ed uscire insieme dal rettangolo di gioco in maniera ordinata, l’importanza di leggere il punteggio durante le partite e capire quando passare le palle da una parte all’altra del campo; ci hanno spiegato la postura corretta da assumere durante i punti e quella da mantenere di fronte alle richieste dei giocatori (richieste dei giocatori che spaziano dalle palle, alle bottigliette d’acqua, all’asciugamano ecc.).

La legenda del pass

                                      La legenda del pass

Compiti fondamentali di ogni raccattapalle sono quelli di seguire la partita, il punteggio, le esigenze dei giocatori ed, eventualmente, del giudice di sedia che supervisiona il tutto; importante è, inoltre, per uno dei due raccattapalle che si trova in piedi all’angolo e che serve i giocatori, avere un numero di palline in mano che non sia nè troppo elevato, nè assente; lo stesso discorso vale per quelli a rete, che devono essere vigili nel capire quando è il momento di passare le palle al compagno che sta a fondo campo.
La distribuzione delle palline è dunque un aspetto chiave ai fini di una rapida ed efficace circolazione delle stesse. I ball boys devono sapersi coordinare velocemente l’un l’altro, motivo per cui fare il raccattapalle è un lavoro di squadra.

Come in ogni esperienza, ci sono aspetti positivi e negativi, vuoi per buona e cattiva sorte, organizzazione dell’evento, gestione amministrativa del torneo, selezione.

Tra gli aspetti positivi di fare il raccattapalle c’è, non solo l’aver imparato un’attività che prima a malapena conoscevo vedendo partite in tv e della quale non avevo la benché minima idea di come funzionasse (quando effettuare il cambio palle, dove posizionarsi quando la palla ricade in una zona morta del campo, come entrare ed uscire dal campo ecc.), ma anche il fatto di aver visto del grande tennis così da vicino. Ammirarlo a pochi metri è tutta un’altra cosa. Non vedi solo la palla che viaggia a velocità notevoli ma puoi apprezzare anche i gesti tecnici di ogni singolo giocatore in un modo completamente diverso rispetto a come lo si vede sugli spalti o in tv.

Le aree di accesso per i ball boys: 1,3 e 8 (Pietrangeli incluso)

  Le aree di accesso per i ball boys: 1,3 e 8 (Pietrangeli incluso)

Tutti i raccattapalle hanno ricevuto una divisa da tennis degli Internazionali che è stata consegnata dagli organizzatori e che ogni ball boy ha dovuto indossare per scendere in campo. Lo stock comprende due polo, due paia di calzini, una tuta, un paio di pantaloncini, le scarpe, il cappellino e due polsini.

Oltre alla divisa sportiva era compreso anche un buono pasto ma non vi era nessuna remunerazione per i ball boys, in quanto l’attività di raccattapalle la si fa per passione.

Tra gli aspetti negativi, che sono sicuramente pochi, devo tuttavia evidenziare una contraddizione degli organizzatori del torneo. A ogni raccattapalle è stato dato un pass per accedere a varie zone della struttura. I ball boys, secondo quanto c’era scritto sul pass, potevano accedere al Parco del Foro Italico, ai campi ground, allo stadio Pietrangeli e ad una foresteria ma, in realtà, non è stata concessa ad essi la possibilità, durante i turni di riposo, di seguire le partite dei propri beniamini; infatti, chi di noi provava a occupare dei posti liberi, veniva costretto a uscire dall’impianto. Questo è un limite imposto dagli organizzatori che non condivido, in quanto, facendo comunque parte dell’evento e prestando un’attività lavorativa non retribuita, ritengo giusto che sia data la possibilità ai ball boys di seguire, durante i turni di riposo, le partite che si disputavano, almeno nello stadio Pietrangeli, dove i posti non sono numerati.

Volendo fare un bilancio tra aspetti positivi e negativi, l’esperienza da ball boy, la consiglierei vivamente a tutte le ragazze e i ragazzi, appassionati di tennis, che vorrebbero ammirare sul campo i grandi campioni. Poter vedere da vicino i big del tennis è un’opportunità più unica che rara non solo per divertirsi, ma anche per conoscere meglio le regole, la tecnica, la mentalità e gli aspetti peculiari dello sport con la racchetta.

Federico Bazan © produzione riservata

Capitolo sulle impugnature: le caratteristiche della western e della semi-western

                         Western grip

Giocare il dritto con un’impugnatura molto aperta come la “western grip” (palmo della mano sotto il manico della racchetta e dita sulla parte superiore del manico) ha alcuni vantaggi ma altrettanti svantaggi.

I buoni motivi per cui giocare con una western sono:

– la massima altezza della palla al momento del rimbalzo. Se la palla si trova sopra l’anca o sopra la spalla del giocatore e l’impugnatura adottata da questi è una western, egli potrà giocare un colpo abbastanza alto sopra la rete e anche profondo;

– la rotazione in top. La presa western è l’ideale per chi predilige un gioco regolare e per coloro che amano arrotare la palla. Infatti, afferrando la racchetta con il palmo della mano esattamente sotto il manico, il movimento che si compie, prima di colpire la palla, è dal basso verso l’alto (la spazzolata in top).

Non è un caso che la western sul dritto sia stata ed è, tutt’ora, l’impugnatura per eccellenza dei tennisti spagnoli, che per tradizione, risultano i più ostici sulla terra battuta grazie alla grande regolarità e al palleggio serrato in top spin da fondo campo. Tra questi, Sergi Bruguera, Alberto Berasategui, Carlos Costa ai più recenti Tommy Robredo, David Ferrer e Marcel Granollers. Spagnoli che, nonostante la grande resa sul rosso nel corso degli anni, non hanno mai ottenuto risultati particolarmente esaltanti sulle altre superfici, proprio per il tipo di gioco che prediligono nelle corde (ad eccezione solo di Rafael Nadal e David Ferrer che si sono comportati egregiamente anche su erba, cemento e sintetico).

Un’impugnatura così estrema può essere, tuttavia, la causa di complicazioni non indifferenti, soprattutto a livelli di gioco relativamente bassi.
La western sul dritto pecca di più in termini di velocità rispetto ad un’impugnatura meno esasperata come la semi-western. Questo perchè la presa estrema comporta, di per sè, un’escursione innaturale del braccio che limita fortemente la spinta in avanti.
Il giocatore che la utilizza, se vuole accelerare ed essere incisivo, deve compensare il movimento dell’avambraccio con una rotazione più o meno accentuata del tronco (vedi il diritto di Djokovic).

La western grip è inoltre particolarmente sconsigliata per le palle che rimbalzano basse. Le palle basse necessitano di un cambio di grip; l’impugnatura western su palle che rasentano il terreno è complicata in quanto non si ha, né una spinta sufficiente per far camminare la palla, né la flessibilità ideale del polso per tirarla su.

Novak Djokovic gioca con un’impugnatura estrema sul dritto. Potete osservare la particolarità del movimento compiuto dal braccio con un’impugnatura come la western.

La western, a livelli elementari di gioco, è un’impugnatura che limita il principiante in quanto, qualora egli impari a colpire la palla in quel modo, è molto difficile che possa in futuro passare ad una semi-western o, addirittura, ad una eastern poiché, nella prima impugnatura sopra citata, il braccio rimane bloccato per far ruotare l’avambraccio; nella semi-western o nella eastern, invece, la biomeccanica del colpo è completamente diversa.
Nella semi-western, contrariamente alla western, è tutto il braccio che accompagna il movimento verso la palla. Ed è per questo, che, nel tennis attuale, l’impugnatura più indicata per coloro che iniziano a giocare, è la semi occidentale.

semi-western

                        Semi – Western grip

La semi-western, a qualsiasi livello, è l’ideale per gli attaccanti da fondo campo che giocano in top e che vogliono accelerare, non appena possibile.
Nel panorama del tennis odierno, è quella più utilizzata per il tipo di gioco offensivo. Sharapova, Ivanovic, Safarova, Kvitova, Del Potro, Berdych, Raonic sono tra gli esponenti più celebri che portano la firma “semi-western” sul dritto. 

 

La western, al contrario, è l’impugnatura più consona al tipo di gioco difensivo. I più grandi ribattitori del circuito ATP come Djokovic, Murray e Hewitt, prediligono il grip occidentale che consente loro di effettuare recuperi straordinari ma anche di godere di ottime parabole in top spin.
La western, quindi, non è un’impugnatura inadeguata, anche perchè nei circuiti ATP e WTA è largamente diffusa; per trovare, però, una grande accelerazione con questo tipo di grip, è necessario imparare a compensare la spinta in avanti con tutto il corpo, non solo con il piegamento delle gambe e il braccio di riferimento.

Federico Bazan © produzione riservata

“Qual’è il tuo tennista preferito?” “Non ce n’è uno in particolare perchè mi piace cogliere le diverse sfumature di ognuno.”

                                       Tifosi di Nole Djokovic al Foro Italico

È bello immaginare che nel tennis tutti gli appassionati abbiano degli idoli, dei punti di riferimento; un po’ meno bello pensare che esista un solo giocatore degno di nota; è triste notare come l’ambiente legato al mondo del tennis, in passato caratterizzato da un vasto e disinteressato apprezzamento per tutti i grandi campioni, stia degenerando con la diffusione delle tifoserie.

Lo sport con la racchetta, che nasce come attività ludica praticata dalle élite aristocratiche, si sta evolvendo a poco a poco in un contesto di massa, nel quale, Federer e Nadal, secondo le più svariate considerazioni dei supporters, vengono etichettati come fossero squadre di calcio; in altre parole, o si tifa Nadal o si tifa Federer… trovare l’appassionato che adori incondizionatamente entrambi nella stessa misura, è cosa rara.

Purtroppo sono tante, troppe le critiche che, all’ordine del giorno, si scatenano sui social network nei confronti dei campioni di questo sport.
Si discute spesso sulla superiorità di un giocatore rispetto a tutti gli altri, quasi come se questi fosse un Dio e tutti gli altri non esistessero; si parla della presunta ma non dimostrata attribuzione (e sottolineo con particolare attenzione “non dimostrata”, in quanto coloro che accusano non hanno prove effettive) relativa alla disonestà con la quale alcuni giocatori in particolare, vincerebbero le partite adottando “scorciatoie” come il doping.
Non meno irrilevante è la credenza comune in base alla quale il tennis odierno non regali più quel divertimento, quelle emozioni che vi erano un tempo; questo perchè, a detta di molti, i giocatori e le giocatrici attuali sono tutti uguali nell’impostazione tecnica e monotematici nel gioco (e anche questo fatto è ampiamente discutibile…).

E’ raro, perciò, trovare appassionati che amino o, quantomeno ammirino, indistintamente, il gioco delle top ten del circuito WTA o dei top five del circuito ATP, a prescindere dal loro tipo di gioco, di carattere, di attitudini dentro e fuori dal campo.

Immaginare un mondo del tennis nel quale non vi siano confini tra i tifosi e gli appassionati significa immaginare bene, perchè non c’è niente di meglio che stravedere per la classe inarrivabile di Federer e al contempo ammirare la fisicità del gioco di Nadal così come apprezzare le bordate di Serena Williams, la forza di volontà della Sharapova e, nella stessa misura, la grinta della piccola Sara Errani (piccola si fa per dire).

Trovare un modo per elogiare i pregi di ogni campione, valorizzare l’esempio che egli da in campo e fuori dal campo, a prescindere dai possibili limiti fisici o caratteriali dei singoli, non farebbe altro che giovare all’immagine di uno sport originariamente nobile come il tennis.

Federico Bazan © produzione riservata