Archivio dell'autore: fbazan94

Avatar di Sconosciuto

Informazioni su fbazan94

- Proprietario e gestore del sito https://ilmondodeltennis.com/ - Scrivo articoli sul tennis in diversi ambiti: recensione del materiale, tecnica, peculiarità dei tennisti, evoluzione del gioco, mentalità, interviste e altro. - Collaboro con la App per i tennisti https://www.joinset.it/

Esclusiva: intervista a Francesco Giorgino

IMG_6687

                                                  Il servizio

In tanti la conoscono come giornalista del Tg1, pochi in veste di tennista. Ci vuole raccontare com’è nata in lei la passione per il tennis?

– È una passione nata nel periodo adolescenziale, poi sopita, ma risvegliatasi con la forza di un vulcano in età adulta. Del tennis mi ha sempre affascinato la sua caratteristica di sport di situazione, in cui la tecnica non è mai fine a se stessa, poiché è sempre al servizio di un obiettivo tattico. Uno sport nel quale chi ha propensione allo stile può esprimersi al meglio, senza per questo rinunciare alla performatività, alla forza muscolare e alla rapidità di movimento. Uno sport che si fa all’aria aperta, che si può praticare ovunque (visti i numeri dei circoli e dei campi da tennis in Italia) e soprattutto che ti accompagna lungo tutto l’arco della vita.

A che età ha cominciato a giocare? In che circolo ha imparato i rudimenti della disciplina?

– Ho cominciato intorno ai dieci anni. I primi rudimenti li ho acquisiti frequentando il campo in mateco presente nella villa di alcuni amici di famiglia ad Andria, in Puglia. Il figlio del proprietario di questa villa seguiva alcune lezioni private con un maestro del locale circolo tennis. Un giorno assistetti ad una di queste lezioni e il maestro mi invitò ad impugnare una racchetta e a provare a colpire qualche palla. La mandai al di là della rete e il maestro (troppo generoso nel giudizio o più verosimilmente desideroso di avere un altro allievo) mi disse: “Francesco, sei portato per il tennis!”. In realtà, avevo dimostrato solo di avere una buona coordinazione fra gli arti superiori e quelli inferiori. Fu così che partii alla scoperta di questo sport che, giorno dopo giorno, mi ha conquistato. Più del calcio. Più dello sci nautico e dello sci alpino, che pure da ragazzo ho praticato molto.

Giorgino dritto

                                        Il dritto con presa semi-western

Oltre a vivere sul campo lo sport con la racchetta, le piace anche seguirlo in tv? Si è mai cimentato in una telecronaca sportiva?

– Lo seguo tantissimo in tv. Mi piace vedere sia i match live che quelli del passato che ogni tanto vengono riproposti. Amo fare la comparazione fra il tennis di ieri e quello di oggi. Amo soffermarmi sulle impugnature, sull’evoluzione delle rotazioni, sulle stance, sull’ampiezza delle preparazioni dei colpi al rimbalzo, sui cambiamenti del servizio, sulla tecnica degli spostamenti, sulle angolazioni più ricercate. Il tennis in tv per me oltre ad essere spettacolo, è anche uno straordinario materiale didattico. Non ho mai fatto telecronache di tennis, perché faccio il giornalista politico. Ma nella vita mai dire mai.

– Che ricordi ha delle prime volte che ha assistito dal vivo ad un torneo internazionale? Quali sono i giocatori che l’hanno entusiasmata di più?

– Il mio primo torneo internazionale visto dal vivo molti anni fa fu al Foro Italico. In camera avevo i poster di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Che squadrone mitico! Quando vedo Barazza glielo ricordo sempre. A proposito di Barazzutti, qualche anno fa a Milano Marittima abbiamo palleggiato per un’oretta. Mi ha fatto fare in campo il tergicristallo per venti minuti consecutivi. La mia unica colpa? Gli avevo detto di avere abbastanza fiato. Naturalmente sono uscito dal campo boccheggiando… Quanto ai giocatori più recenti, adoro il tennis di Roger Federer perché ha uno stile unico, forse irripetibile.

– Lei è un giornalista, conduce il Tg1, ma è anche un docente universitario e un istruttore della Fit. Riesce ad allenarsi regolarmente, malgrado i numerosi impegni?

– Assolutamente si. Come minimo mi alleno tre volte a settimana, per due ore al giorno. D’estate anche di più. Nonostante i molti impegni, riesco sempre a trovare il tempo per allenarmi. Il tennis è uno sport che ha bisogno di allenamenti continui. Ti devi applicare, altrimenti fai passi indietro dal punto di vista tecnico.

FullSizeRender

                La preparazione del rovescio ad una mano

Per poter insegnare il tennis, oltre ad avere dei requisiti di base, bisogna seguire un corso che prevede un esame finale. Può illustrarci il percorso che ha seguito per diventare istruttore?

– Bisogna seguire un corso che prevede teoria e pratica, fare un tirocinio presso un centro federale, superare un esame scritto, uno orale e fare la prova di gioco. È giusto che l’Istituto Superiore di Formazione R. Lombardi sia rigoroso nella individuazione degli insegnanti di tennis. In campo non si può improvvisare e oggi più che mai questa figura tecnica deve avere competenze plurime: in area mentale, motoria, tecnica, tattica e della comunicazione.

A proposito, lei è uno dei docenti dell’Istituto Superiore di Formazione della Fit. Insegna ai futuri istruttori, maestri di tennis e tecnici nazionali Sociologia e Comunicazione. Perché è importante la sua materia?

– Sia se consideriamo la relazione fra attività di teaching e attività di learning, sia se consideriamo la relazione fra attività di coaching e attività di training, c’è sempre fra chi trasmette una conoscenza e chi questa conoscenza la acquisisce una forma, diretta o indiretta, di comunicazione. Io provo a far riflettere gli insegnanti di tennis sull’importanza della comunicazione con gli allievi e le loro famiglie, della comunicazione fra tecnici e con i dirigenti del circolo, della comunicazione di massa. Non solo: provo anche a sviluppare la consapevolezza dell’importanza del contesto della didattica e della costruzione del percorso identitario degli insegnanti di questo sport.

FullSizeRender (1)

                                           La volèe


– Partecipa regolarmente ai tornei Fit? Che classifica ha, attualmente?

– Attualmente sono 4.1, purtroppo non ho molto tempo per fare i tornei. Mi piacerebbe salire un po’.


– Qual è la strategia migliore per gestire una partita di torneo?

– La strategia migliore è quella di associare ad un allenamento regolare e diversificato (tutti i colpi, tutte le traiettorie e le angolazioni, tutte e tre le situazioni di gioco e quindi difesa, costruzione e attacco), una buona preparazione fisica e una consistente autoefficacia percepita delle proprie competenze tennistiche. Insomma, aver fiducia nel proprio tennis.


– Che giocatore si definisce? A tutto campo, da fondo campo o serve & volley?

– Direi che rientro nella tipologia dell’attaccante da fondo campo. Ma sto lavorando, proprio in questo periodo, per avere più padronanza anche nelle altre tipologie di gioco e nelle altre zone del campo.


– Concludiamo in bellezza, con una sua frase che ha fatto da titolo ad un video circolato sui social network, relativo al suo tennis e che ha avuto migliaia di visualizzazioni: “Nel tennis, come nella vita, sono il controllo, la precisione e la regolarità a farti vincere”. Credo sia un messaggio molto bello da trasmettere a tutte le ragazze e i ragazzi che si affacciano nel mondo dello sport e del lavoro… 


– Lo penso davvero. Il controllo serve perché significa capacità di governare le diverse situazioni della vita. La precisione serve perché significa maturare la consapevolezza che le cose non accadono per caso, ma solo dopo un’apposita formazione. La regolarità serve perché significa abitudine alla costanza, alla perseveranza, alla stabilità. Da questo punto di vista, il tennis è una grande metafora dell’esistenza umana.

Federico Bazan © produzione riservata

Riflessione personale sulla finale Pennetta – Vinci agli Us. Open

Quando si dice che una finale è storica è perchè, probabilmente, non si ripeterà.
Che Roberta Vinci e Flavia Pennetta abbiano compiuto un’impresa all’apparenza impossibile, è noto a tutti, anche a chi non segue il tennis e non l’ha mai praticato.
Siamo italiani ed è giusto gioire di fronte ad una finale tutta azzurra, ad una Pennetta che vince uno Slam.
C’era qualcuno che la considerava, fino all’altro ieri, una giocatrice finita, vista l’età non più “freschissima” e gli ultimi successi nei tornei WTA piuttosto datati (il penultimo fu Indian Wells, nel marzo 2014). Flavia ha dimostrato di essere una campionessa con la C maiuscola giocando un tennis al limite della perfezione. Si è imposta su giocatrici top 10 ed ex top 10: Sam Stosur, Petra Kvitova e la numero 2 del mondo, Simona Halep, dominata dalla brindisina. Ha dato prova che le differenze di classifica e l’età, nel tennis femminile, non contano, che il sacrificio premia, che non è mai troppo tardi raggiungere sogni apparentemente irraggiungibili.

                                 Un abbraccio che vuole dire: “abbiamo vinto”

Da un lato la superlatività di Flavia, dall’altro il cuore di Roberta. Incredibile come, prima dell’inizio della finale, in tanti credevano che la tennista di Taranto non ce l’avrebbe mai fatta a battere la paladina del tennis a stelle e strisce. Certo, contro una Williams, numero 1 del mondo indiscussa, che gioca in casa e su una superficie sulla quale va a nozze, viene da pensare che l’ostacolo da superare sia difficile, il che, però, non vuol dire insormontabile… la Williams è pur sempre umana.
Ma il nodo centrale della questione è: perchè c’è sempre la presunzione di sapere come andrà una partita ancor prima che inizi e perchè sminuire Roberta Vinci considerandola già sconfitta quando è ancora presto per tirare le somme?
Basta aprire la Home di Facebook per leggere alcuni commenti nel pre-partita, probabilmente eliminati a risultati archiviati, nei quali la Vinci era considerata perdente.
Ma la soddisfazione più bella è come la tarantina sia riuscita a ribaltare totalmente queste aspettative distruttrici, a tenere vivo l’orgoglio di una Nazione come l’Italia, dove è davvero difficile apprezzare ciò che abbiamo e valorizzarlo per quello che è, dove la rassegnazione fa da padrone.
Purtroppo, il tifoso italiano medio, da questo punto di vista, conferma per l’ennesima volta di salire sul carro del vincitore. Prima dà la Vinci perdente, poi la riempie di elogi a conti fatti.

Come in tutte le cose, bisognerebbe tirare fuori anche gli aspetti positivi e non solo sviluppare un approccio critico in chiave negativa.
Il giorno dopo la finale, i telegiornali, i giornali e i programmi tv parlavano, in prima pagina o in apertura, solo di tennis. Piovevano elogi e tributi per le nostre due meravigliose atlete. Dopo un evento così importante, è cresciuta in maniera significativa anche la voglia di mettersi in gioco. Molte ragazze, probabilmente anche in virtù del risultato storico conseguito dalla Pennetta e dalla Vinci, si avvicinano con passione al tennis, magari seguendo come fonte d’ispirazione, proprio Flavia e Roberta, due grandi esempi per tutti noi italiani. Questo aspetto non può che giovare al mondo del tennis; una partecipazione maggiore di ragazze e ragazzi, incentiva lo sport con la racchetta.

Concludendo, mi piace pensare che in quella finale dove lo stadio di Flushing Meadows, solo per un giorno, si è colorato di azzurro ed è diventato pugliese, abbia vinto l’Italia, davanti al resto del mondo.
I trofei della finalista e della vincitrice rimarranno per sempre vivi; ciò che non si ripeterà è quell’abbraccio a fine match tra le due. Un abbraccio che simboleggia un traguardo raggiunto insieme, pur diviso da una rete.

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Corinna Dentoni, quindicesima giocatrice azzurra e numero 444 WTA

                                                             Il dritto di Corinna, suo colpo migliore

Ciao Corinna, grazie per il tempo che mi dedichi. È un privilegio per me poter intervistare una tennista professionista, numero 15 tra le giocatrici azzurre attualmente in attività.

Ciao Federico, figurati, lo faccio volentieri. 


Iniziamo dal tuo sogno.

– Com’è nata in te la passione per il tennis?

–  La passione per il tennis è nata quando avevo 7 anni e ho preso per la prima volta la racchetta in mano. Ho praticato molti sport da bambina ma l’unico che mi ha sempre entusiasmato è stato il tennis, diciamo come un amore a prima vista. 


– Sei nativa di Pietrasanta, un piccolo comune in provincia di Lucca. In che circolo hai imparato i fondamentali e chi sono stati i maestri che ti hanno vista crescere?

– Ho iniziato a giocare a Marina di Carrara dove ho sempre vissuto, mi sono spostata a Forte dei Marmi e, successivamente, a Lido di Camaiore per poi trasferirmi, all’età di 17 anni, a Milano, da Laura Golarsa. Grazie a lei, ho imparato i fondamentali del tennis che mi hanno permesso di raggiungere un buon livello tennistico. 


– A proposito di piccole realtà come Pietrasanta… credi sia indispensabile per un talento emergente, magari cresciuto in un comune piuttosto che in una grande città, trasferirsi in un contesto di più ampio raggio, come può essere un circolo di una metropoli o una delle note scuole tennis riconosciute a livello internazionale, affinchè trovi la chiave del successo?

Qual’è stata la tua scelta a riguardo?

– Penso che non sia importante tanto dove ti alleni, quanto con chi ti alleni.
La provincia di Lucca conta numericamente più campi da tennis rispetto al resto d’Italia; quello che manca è una struttura attrezzata e il tennis non lo si vive in maniera professionistica pensando alla crescita dell’atleta, ma più come uno sport dilettantistico. Io mi sono trasferita a Milano e lì ho trovato il contesto di cui avevo bisogno. 


– Ad un certo punto bisogna prendere una decisione importante. A che età hai capito che il tennis sarebbe diventato il tuo futuro? La consapevolezza di voler intraprendere la strada del professionismo è stato un processo graduale?

– Ho deciso e capito che il tennis sarebbe stato il mio futuro quando, con la mia famiglia, abbiamo preso la decisione di trasferirmi a Milano e intraprendere questo lungo percorso. Ho sempre ottenuto ottimi risultati sia da bambina che a livello junior, quindi diciamo che è stato un processo graduale ma comunque pianificato.


Facciamo un tuffo nel passato.

– Hai raggiunto una finale Slam agli Australian Open in doppio, a livello Junior. Sei entrata nel tabellone principale al Roland Garros. Hai vinto 4 tornei ITF nel corso della carriera. Sei stata 132 del mondo, il che significa anni di duro lavoro. Quali sono i tuoi ricordi più belli?

– Di ricordi ne ho tantissimi; la soddisfazione più grande che ho avuto è stata giocare due volte nel tabellone del Roland Garros; è inspiegabile quello che si prova ad entrare da protagonista in un campo come quello dei tornei del Grande Slam. Ci sono stati tanti altri bei ricordi come la finale del 100.000$ in Cina, dopo un grosso infortunio alla caviglia.


Arriviamo al presente.

– Per diventare ciò che sei adesso, ti sei sempre dedicata regolarmente alla pratica sul campo. Com’è strutturato il tuo programma giornaliero di allenamento?

– Mi alleno sei giorni alla settimana, normalmente gioco due ore a tennis al mattino più stretching e, nel pomeriggio, dedico circa tre ore alla preparazione atletica. 


– Sei la quindicesima giocatrice italiana. Cosa si prova ad essere la numero 15 nella tua Nazione?

– Neanche lo sapevo, mi stai informando tu. Comunque, quando si gioca a livello professionistico, non si bada alla classifica italiana perché le mie avversarie sono ragazze di tutto il mondo quindi mi concentro sulla mia attività e la classifica è solo una conseguenza del lavoro svolto. 


– Giochi diversi tornei ITF. Secondo te cambia molto rispetto ai Tier, International e Premier, aldilà del montepremi? C’è molta disparità di livello tra le giocatrici?

– In termini di organizzazione dei tornei c’è una differenza abissale mentre il livello delle ragazze, più che sul campo, cambia per un discorso legato alla gestione della partita con un mental coach. Non tutte possono avvalersene, per i costi che l’allenatore stesso comporta e per il fatto che, alcune di loro, si perdano nel tempo.
Secondo me, comunque, il livello medio si è alzato moltissimo negli ultimi anni; adesso le giocatrici iniziano ad essere professioniste a 15 anni e a 30 continuano a giocare… ci sono meno tornei per l’Europa e meno sponsor, quindi tutte si raggruppano negli stessi tornei e la competizione si fa più accanita. 


– Parliamo un po’ del tuo profilo tecnico. Hai vinto 4 tornei a livello ITF, tutti quanti su terra battuta. Ti definiresti una terraiola?

Hai un colpo che reputi più incisivo, tra i fondamentali? C’è qualcosa, invece, del tuo gioco, che senti di dover migliorare?

– La terra mi piace molto ma, non per questo, mi mette a disagio il fatto di giocare sulle superfici rapide. Per quanto riguarda i miei fondamentali, il dritto, sicuramente, è il colpo con cui faccio più male all’avversario. Sto lavorando sulla seconda di servizio ma forse la cosa che ancora mi manca è la continuità nel gioco… ho avuto parecchi alti e bassi in questi ultimi due anni ed è un aspetto su cui devo migliorare.


Uno sguardo al futuro.

– Obiettivi per il finale di stagione e per il 2016?

– Obiettivi di classifica per la fine dell’anno non ne ho, voglio giocare più tornei possibili. Invece per il 2016, tornare a giocare le qualificazioni dei tornei del Grande Slam. 


– Qualche idea dopo il tennis?

– Quando finirò la mia carriera mi piacerebbe riprendere gli studi e conseguire una laurea. 


Sperando possa continuare sulla scia dei successi e dei traguardi, ti auguro il meglio Corinna.

Grazie.

 A presto,

Federico

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Stefano Travaglia, numero 11 d’Italia e 377 ATP

stefano_travaglia_gs20332-800x450

                                                                Stefano Travaglia all’opera sul Pietrangeli


Ciao Stefano, è un piacere intervistarti. Ti ringrazio per il tempo che mi dedichi.

Cominciamo dalla scintilla che ha alimentato in te l’amore per lo sport con la racchetta.
– Quanti anni avevi quando è nata la passione per il tennis? Come si è originata quell’alchimia indissolubile che ti ha avvicinato al nostro magnifico sport?

– Avevo l’età di 7 anni quando mio padre Enzo e mia madre Simonetta mi portarono al circolo in cui lavoravano, la Mondadori di Ascoli Piceno e, a piccoli passi, mi misero la racchetta in mano facendomi fare i primi tiri con la palla di spugna.


– Sei nativo della piccola e graziosa Ascoli Piceno, comune marchigiano di poco più di 100 mila abitanti. In che circolo hai imparato i rudimenti della disciplina e chi sono state le persone e i maestri che ti hanno formato tennisticamente?

– Le persone che mi hanno insegnato i rudimenti della disciplina sono state proprio i miei genitori, entrambi maestri di tennis al circolo della Mondadori di Ascoli Piceno. Coltivando da sempre la passione per il tennis e lavorando in quel centro sportivo, non potevano fare a meno di farmi provare tanti sport tra cui anche quello con la racchetta che a suo tempo, onestamente, non mi piaceva granchè.


– Per arrivare ad essere prima categoria, devi fare tanti sacrifici e rinunciare a tante altre attività. Come sono strutturati i tuoi allenamenti?

– È tutto un gioco fino a quando, se vuoi compiere il salto di qualità, devi fare delle scelte mirate; prima di tutto, lasciare la scuola normale per frequentarne una privata che ti dia il tempo di allenarti mattina e pomeriggio. Dopodiché selezionare un centro professionale nel quale tutte le attività da svolgere si possano fare in totale armonia, serenità e fluidità. Il passo finale, e non meno importante, è dare il massimo in campo, in palestra e nelle ore di atletica, in ogni singolo minuto della pratica sportiva.
I miei allenamenti durano sei ore al giorno, quattro di tennis e due tra atletica e palestra.


– A che età hai capito che avresti intrapreso la strada del professionismo? È stato un processo graduale?

– Ad un certo punto bisogna prendere una decisione; io la mia scelta l’ho fatta a 15, quasi 16 anni, andandomi ad allenare a Jesi, città ad un’ora e mezza da casa mia, dove vi era la migliore accademia di tennis delle Marche di quei tempi, 2007/08.
È stato un processo molto graduale sia il distacco da casa che l’evoluzione del mio tennis. Ho iniziato a vincere piano piano, sia in allenamento che in qualche partita dei tornei ufficiali, punto dopo punto, incontro dopo incontro.


Facciamo un salto nel passato recente.

– Hai vinto nove tornei Futures di cui tre in Cile. Hai fatto tre finali in Argentina e due sempre in Cile. Si direbbe che hai un buon rapporto con il Sud America. Che ricordi hai di queste terre?

– Dopo Jesi, mi sono trasferito in Sud America, a Buenos Aires, per due anni e mezzo dove ho giocato molti tornei Open che, in Argentina, si chiamano Top Serv.
Ero 1600 ATP quando arrivai a Buenos Aires, dopo mesi di gavetta nei tornei argentini. Ho avuto l’occasione di qualificarmi in qualche Futures, raggiungendo anche varie semifinali e finali. Dopodiché, quando ero circa 500 ATP, ho iniziato a gareggiare in tornei Challenger, alternandoli ai Futures.
Ho raccolto tre trofei in Cile, tra i quali il mio primo titolo in carriera. Come dimenticarlo…


– Quest’anno hai raggiunto il tuo best ranking in singolare alla posizione numero 194 della classifica ATP. Ricordo di averti visto l’anno scorso al Foro Italico giocare contro Albert Montañés che battesti in due set. Ti qualificasti nel tabellone principale dove affrontasti Simone Bolelli in un derby all’ultimo sangue conclusosi al tie break del terzo. Simone vinse 7-5 al tie break… ma che partita!

Puoi dirti soddisfatto degli ultimi due anni?

– La scorsa stagione mi ha visto protagonista in giro per il mondo, partendo a gennaio per l’Egitto per poi ritrovarmi al Foro Italico sulla Supertennis Arena, 1 set, 3-2 e servizio avanti e concludere con le trasferte africane e indiane, durate complessivamente sei settimane tra Tunisia, Marocco e India. Un anno in cui ho fatto molte partite, molte esperienze e ho raggiunto il best ranking in singolare e in doppio.
Sicuramente la vittoria contro Montañés, ex 22 del mondo, è stata una vittoria bellissima dato che si trattò del mio primo incontro vinto a livello ATP e, per di più, sul Pietrangeli, in un’atmosfera meravigliosa. Il turno successivo fu un altro grandissimo risultato poichè sconfissi Rola Blaz, numero 89 ATP, per poi arrivare a giocare contro Simone Bolelli al primo turno; una partita con molti alti e bassi da parte mia che, comunque, mi portò 1 set e un break di vantaggio nel secondo set! Un Bolelli che, attualmente, gioca in Coppa Davis ed è numero 3 d’Italia… 


Arriviamo al presente.

– Attualmente sei undicesimo in Italia e 377 a livello ATP. Cosa si prova ad essere il numero 11 nella tua Nazione?

– È un privilegio praticare questo sport e rappresentare il mio Paese quando gioco in Italia e all’estero; essere l’undicesimo giocatore italiano è una grande soddisfazione.
Ahimè, quest’anno, ho avuto una serie di infortuni che non mi hanno permesso di giocare in modo continuo ma sicuramente ho ancora tanto da imparare e da dare, motivo per cui continuerò ad allenarmi per fare del mio meglio e dimostrarlo in campo.


– Negli ultimi tempi, purtroppo, sei stato costretto a fermarti ai box per infortunio. Quanto ti ci vorrà per recuperare?

– Riprenderò a giocare il prima possibile e vedrò, in base alla forma fisica e tennistica, dove programmare il finale di stagione.


Uno sguardo al futuro.

– Obiettivi per il 2016?

– Il 2016 è ancora molto lontano, so che posso chiudere quest’anno bene perché ho alcuni tornei da disputare, perciò, per il momento, preferisco guardare al 2015.


Curiosità.

– Come nasce il nickname “Steto”?

– Il mio nickname nacque nel circolo che frequentavo a suo tempo, quando avevo 10 anni. Mi chiamavano “Steto” e da lì nacque il mio soprannome.


Sperando possa riprenderti il prima possibile dall’infortunio e ritornare più forte di prima, ti auguro il meglio Stefano.

Grazie mille, un grande saluto.

 A presto,

Federico


Federico Bazan © produzione riservata

Elogio a Andy Roddick

Ci sono giocatori che hanno bisogno di prendersi tutto il tempo a propria disposizione prima di servire. Pensiamo, ad esempio, a Nadal, Djokovic e Berdych che, solo dopo aver compiuto delle azioni di routine, cominciano il gioco.

Roddick, da questo punto di vista, si differenzia per velocità d’esecuzione.
Anche lui, quando giocava nel circuito, riproduceva delle azioni abituali in campo ma, a differenza di molti suoi colleghi, era mediamente più rapido nella fase di preparazione del servizio.
Si posizionava subito con i piedi dietro la riga, faceva al massimo due palleggi, lanciava la palla e dava una frustata con il braccio, il tutto nel giro di pochi secondi.
Era veloce tanto nell’esecuzione tecnica, quanto nell’esito della battuta, sua arma letale che, non di rado, raggiungeva e superava i 220 km/h.

Tutte le volte che l’americano sfoggiava il suo talento, lo spettacolo era assicurato.
Roddick era un giocatore impulsivo; prendeva le cose così come venivano. Si presentava a rete subito dopo aver eseguito approcci in back; giocava prime palle di servizio, sfruttando la potenza e la velocità ma senza avere spesso uno schema mentale ragionato.
Una delle caratteristiche più interessanti della personalità di Roddick era quella di fare affidamento sulle proprie capacità, a prescindere dall’esito della scelta. Giocando contro Federer a Wimbledon, andava a rete frequentemente e, malgrado venisse passato dal giocatore elvetico, si ripresentava con l’obiettivo di fare meglio la volta successiva.

                    Uno dei servizi più efficaci nella storia del tennis

Per quanto riguarda il profilo tecnico, Roddick prediligeva le superfici veloci, essendo cresciuto sul cemento americano.
In carriera ha vinto 32 titoli ATP di cui 21 negli States, un torneo del Grande Slam (Us Open 2003) e 5 Masters 1000.
È stato anche numero 1 del mondo, sebbene, giocatori più forti come Federer e Nadal gli abbiano precluso maggiore fortuna, specialmente Federer in quel di Londra che negò al tennista americano il sogno di vincere Wimbledon, almeno una volta in carriera (la più eclatante fu nel 2009 quando Roddick perse al quinto set per 16-14).

Fuori dal contesto sportivo, Roddick è un ragazzo alla mano. Le numerose conferenze stampa sono la prova di quanto fosse disponibile e simpatico con i giornalisti.

Un’altra caratteristica di Roddick? L’imprevedibilità. Annunciò il ritiro dal circuito durante quello che fu il suo ultimo Us Open, all’età di 30 anni. Nessuno l’avrebbe mai immaginato, anche perchè era ancora nel pieno della forma fisica e dell’affermazione nei tornei.

Quello che rimane di un giocatore come Roddick è il grande trasporto verso uno sport nel quale ha vinto tanto e nel quale, paradossalmente, avrebbe potuto vincere molto di più, se non fosse stato per un grande Federer ad impedirgli la conquista di tre edizioni di Wimbledon e di un altro Us Open.

Federico Bazan © produzione riservata

56.000 mila euro per un anno alla Rafael Nadal Academy. Una follia o una garanzia per le famiglie?

                                                        Progettazione architettonica dell’Accademia

Rafa Nadal ha deciso di seguire la scia delle prestigiose Accademie Yankees di Nick Bollettieri e Chris Evert, quella di Vilas e Sanchez per fondarne una propria in terra nativa, a Manacor.
L’apertura dell’Accademia è stata ufficializzata nel maggio 2016 e prevederà un ricco programma di lezioni di tennis per tutti i partecipanti. Il corso avrà la durata di un anno solare.
Per tutti i bambini e i ragazzi, compresi in un’età tra i 10 e i 18 anni che aderiranno all’iniziativa, oltre alle ore in campo impartite da maestri qualificati, verrà offerto loro vitto e alloggio presso le strutture dell’Accademia, prima colazione, pranzo e cena inclusi, libero accesso al wi-fi, assicurazione e assistenza da eventuali infortuni e la possibilità di dedicarsi allo studio, in contemporanea agli allenamenti: il tutto per 56.000 mila euro l’anno.

                                             Logo Rafa Nadal Academy

Che Nadal abbia investito dei
capitali, abbia creato occupazione per la propria Accademia e abbia coronato un sogno, dovrebbe essere motivo di ammirazione e apprezzamento da parte di tutti. Ma la vera domanda è: c’è un ritorno positivo per le famiglie che hanno scommesso sul futuro dei propri figli? Oppure è la sola impresa di Nadal a guadagnarci per ogni singola adesione al progetto?

Che la cifra fosse inaccessibile alla stragrande maggioranza delle famiglie è sotto la luce del sole. Tuttavia, bisognerebbe chiedersi se il costo d’iscrizione alla scuola di Nadal (e altre simili alla sua) sia realmente giustificato dal servizio che offre l’Accademia stessa.
Il problema che ruota al centro della questione è di natura prettamente meritocratica. Si pensi a tutte quelle famiglie con figli dalle grandi potenzialità che non dispongono di un reddito sufficiente a pagare una cifra del genere.
Rimanendo la scuola tennis in un contesto circoscritto ad un pubblico di nicchia, la meritocrazia viene messa da parte proprio perché l’Accademia stessa è accessibile a pochi.
La mia speranza è che la Rafa Nadal Academy e altre come quella progettata dal campione spagnolo, ancor prima di lanciarsi sul mercato, capiscano che il merito viene prima del profitto ed è dunque importante favorire le famiglie con disponibilità economica limitata, allo scopo di incoraggiare un mondo del tennis che sia più alla portata di tutti.

Federico Bazan © produzione riservata

Tanti auguri Roger!

Non è facile descrivere a parole la grandezza e l’unicità di un atleta che ha lasciato e lascerà per sempre il segno nella storia del tennis e dello sport. Non è facile perchè quando si parla di Federer, non sai mai da dove iniziare.

Si può elogiare Roger per diversi aspetti: lo stile di gioco; la decade di avversari sconfitti (dal ’98 ad oggi: per intenderci, da Sampras a Djokovic); il numero di trofei conquistati (86 di cui 17 tornei del Grande Slam); la grande generosità che lo distingue fuori dal contesto sportivo.

Federer completa il tennis con delle qualità inedite: classe nella forma, eleganza nei gesti, completezza nei colpi, compostezza in campo.

Lo svizzero è un campione dentro e fuori dal campo.
Dentro perchè è riuscito ad imporre uno stile di gioco che è poesia per gli occhi di tutti. Probabilmente la sua più grande capacità è stata quella di abbinare al tennis classico, un’eleganza sopraffine e una completezza nel repertorio di colpi di cui nessun altro dispone.
Non c’è una cosa che Federer non abbia vinto, se si escludono gli Internazionali di Roma, il torneo di Montecarlo e le Olimpiadi in singolare, gli unici tre taboo dello svizzero.

Anche fuori dal campo, l’elvetico ha dato un forte contributo. Tra le sue iniziative di maggior rilievo, ricordiamo la “Roger Federer Foundation”, un’associazione che ha l’obiettivo di aiutare le famiglie in Africa (in Botswana, Malawi, Namibia, Zambia, Zimbabwe, Sud Africa), dando ai bambini l’opportunità di avere un’istruzione.

“Tre parole mi descrivono: autentico, modesto e leale. Una citazione che mi si addice: It’s nice to be important, but it’s more important to be nice” (cit. Roger Federer).

 

  Federico Bazan © produzione riservata

I tipi di incordatura: monofilamento, multifilamento, ibrido o budello?

                     I calibri delle corde: i parametri variano a seconda del peso

Così come non esiste un tipo di gioco invulnerabile (basti pensare alle leggende della storia del tennis che hanno raggiunto i vertici delle classifiche mondiali proponendo agli spettatori, nel corso degli anni, un tennis sempre diverso; dai giocatori serve & volley, ai picchiatori da fondo campo, ai ribattitori ecc.), allo stesso modo, non c’è un tipo di corda più conveniente di un’altra, almeno nel senso assoluto del termine. Questo perchè ogni giocatore, affinchè possa trovare un buon rendimento, ha bisogno di un’incordatura che più si addice al suo stile di gioco.

Il rapporto che il giocatore instaura con la propria racchetta (modello, peso e bilanciamento) è fondamentale; sembra banale affermarlo, eppure, persino i più grandi campioni necessitano del materiale più consono alle loro esigenze, sebbene possano spingere tranquillamente la palla con qualsiasi telaio. Anzi, più è alto il livello di gioco, tanto più i professionisti giocheranno con racchette e incordature di pregevole fattura.
Prendere confidenza con determinate incordature (tipologia, spessore e tiratura delle corde) è uno degli aspetti chiave ai fini di un buon allenamento e/o prestazione.
Tutte le corde hanno caratteristiche diverse tra loro ed è per questo che è necessario trovare la sintonia ideale con esse. Sintonia ideale, in quanto non esiste la corda perfetta in velocità, rotazione e controllo.
Del resto, chi è che non vorrebbe disporre di un’incordatura che lo aiuti a riprodurre alla perfezione il servizio, il colpo piatto, il back spin, il top spin, la volèe, i colpi di fino e che lo incentivi ad avere, al tempo stesso, un controllo e una spinta ottimali sulla palla?
Eppure, ci si deve adeguare a seconda del proprio gioco…

Per quanto riguarda le tipologie, ve ne sono molteplici: il monofilo, il multifilo, l’ibrido e il budello di bue.

                         Racchetta d’epoca in budello

Qualsiasi tipo di corda ha dei pregi e dei limiti, esattamente come i punti di forza e di debolezza di ogni singolo giocatore.
Se state per comprare del materiale e vi rivolgete per chiedere informazioni, la gran parte dei rivenditori vi descriverà le caratteristiche delle incordature, esaltandone, spesso e volentieri i vantaggi e i motivi per i quali acquistarle.

Prima di cedere nella tentazione di comprarle o sostituirle con quelle vecchie, è sempre bene testarle sul campo stando attenti alla tiratura, alla stabilità e allo spessore delle corde, onde evitare di incappare nella trappola della scarsità del prodotto.
Per esempio le corde in nylon, tirate male o troppo morbide, dopo pochissimo tempo di utilizzo, si allentano, perdendo aderenza sulla palla.
Le corde in nylon, dette anche “multifilamento”, non sono difatti adatte per chi gioca in top spin, per chi colpisce con violenza arrotando la palla, in quanto perdono molto in stabilità ed efficacia. Sono l’ideale per chi vuole più comfort e meno potenza sulla palla; ad esempio, vanno bene per i maestri che fanno i cesti e tirano palle morbide.

Il monofilamento e l’ibrido sono i due tipi di corda maggiormente usati da chi ama arrotare la palla, essere aggressivo con colpi carichi di spin; si tratta di corde tendenzialmente stabili, anche nel lungo periodo.

Il budello è invece quello che si adoperava un tempo, oggi sempre più in disuso, le corde per eccellenza dei giocatori serve & volley come McEnroe, Panatta, Edberg o di quei tennisti che prediligono il gioco piatto.

Alla domanda se è meglio il monofilo, il multifilo, l’ibrido o il budello, non c’è una risposta precisa.
La scelta dell’incordatura dipende, infatti, dal proprio tipo di gioco, da sensazioni soggettive che si hanno quando si colpisce la palla, dal peso, bilanciamento e da tanti altri fattori. Ciò che è importante, è trovarsi bene con una racchetta e delle corde specifiche, perchè, solo abituandosi a sentire la palla con gli attrezzi giusti, si può auspicare ad ottenere risultati migliori.

Federico Bazan © produzione riservata

Daria Gavrilova, una grande rivelazione del circuito WTA

                                                     Daria Gavrilova, una giocatrice stravagante

Il cammino di Daria Gavrilova agli Internazionali di Roma ricorda molto da vicino i risultati in progressione di Simona Halep, archiviati dalla giocatrice rumena proprio al Foro Italico, nel 2013, partendo dal girone di qualificazioni. La Halep arrivò in semifinale, perdendo con onore dalla numero 1 del mondo Serena Williams. Quell’edizione degli Internazionali sancirono la consacrazione della tennista romena; le sarebbero bastate pochissime settimane per entrare tra le prime dieci del mondo e per competere ad armi pari con le big del tennis femminile. Attualmente è la numero 2, il che lascia presagire i grandi passi da gigante compiuti nel giro di pochi anni.


Ebbene, il copione sembra lo stesso anche per Daria Gavrilova, 21 anni, russa di nascita ma australiana di cittadinanza acquisita.

Un po’ come la Halep, di lei nessuno sapeva nulla prima degli Internazionali di Roma, fin quando, la giovanissima australiana ha messo in mostra tutte le sue qualità; qualità non solo tecniche, ma anche caratteriali.

La Gavrilova ha fatto vedere in campo una personalità niente male. Esuberante e combattiva, provenendo dalle qualificazioni del torneo capitolino, la giovane australiana ha liquidato in sequenza: Silvia Soler Espinosa, Belinda Bencic, la numero 7 del mondo Ana Ivanovic in una maratona durata quasi tre ore e conclusasi al tie-break del terzo, Timea Bacsinszky (numero 24), Christina McHale fino a raggiungere il penultimo atto del torneo, sconfitta per mano di Maria Sharapova.

La Gavrilova non è passata inosservata per il suo tennis stravagante. Giocatrice rapidissima negli spostamenti laterali, straordinaria in fase difensiva; riprende tutto, anche palle apparentemente impossibili.
Il suo tennis tende a mandare fuori palla le avversarie in quanto predilige traiettorie con varie velocità: palle arrotate, lente, alte e profonde; è una giocatrice che ama spezzare il ritmo durante lo scambio.

Il destino di questa giocatrice sembra molto simile a quello della Halep anche se, al momento, la giovanissima australiana dovrà confermare le aspettative. Quello agli Internazionali è stato un autentico exploit per la Gavrilova. Vedremo se continuerà a dare del filo da torcere alle big del circuito WTA…

Federico Bazan © produzione riservata

La mia esperienza da raccattapalle agli Internazionali di Roma

La mia prima volta in veste di raccattapalle

                 La mia prima volta in veste di raccattapalle

Se si ha un’età compresa tra i 12 e i 21 anni e una delle proprie passioni è il tennis, quella del raccattapalle è un’esperienza da fare, almeno una volta nella vita.

Quest’anno ho avuto l’occasione di ricoprire questo ruolo agli Internazionali Bnl d’Italia, la mia prima volta in veste di ball boy, di fronte ai grandi campioni.

Eravamo più di 150 ragazzi e bambini che hanno aderito all’iniziativa. Tanti, forse troppi; motivo per cui una suddivisione in due grandi gruppi fosse necessaria ai fini del corretto svolgimento del corso.

I ball boys sono stati divisi in tre fasce a seconda degli anni di esperienza sul campo: i gold, i silver e i bronze. I gold, i più esperti con un minimo di due anni alle spalle, i silver con almeno uno, mentre i bronze gli esordienti.

Ognuno di noi, a prescindere dal livello, ha dovuto frequentare un corso in preparazione al torneo che si è tenuto al parco del Foro Italico ogni due sabati a partire da gennaio.

Prima dell’inizio del Master 1000 di Roma, tutti i raccattapalle, di qualsiasi livello, sono stati istruiti da uno staff della FIT, composto da ragazze e ragazzi ex raccattapalle o maestri di tennis, che hanno illustrato ai ball boys tutti i modi di stare in campo, come entrare ed uscire insieme dal rettangolo di gioco in maniera ordinata, l’importanza di leggere il punteggio durante le partite e capire quando passare le palle da una parte all’altra del campo; ci hanno spiegato la postura corretta da assumere durante i punti e quella da mantenere di fronte alle richieste dei giocatori (richieste dei giocatori che spaziano dalle palle, alle bottigliette d’acqua, all’asciugamano ecc.).

La legenda del pass

                                      La legenda del pass

Compiti fondamentali di ogni raccattapalle sono quelli di seguire la partita, il punteggio, le esigenze dei giocatori ed, eventualmente, del giudice di sedia che supervisiona il tutto; importante è, inoltre, per uno dei due raccattapalle che si trova in piedi all’angolo e che serve i giocatori, avere un numero di palline in mano che non sia nè troppo elevato, nè assente; lo stesso discorso vale per quelli a rete, che devono essere vigili nel capire quando è il momento di passare le palle al compagno che sta a fondo campo.
La distribuzione delle palline è dunque un aspetto chiave ai fini di una rapida ed efficace circolazione delle stesse. I ball boys devono sapersi coordinare velocemente l’un l’altro, motivo per cui fare il raccattapalle è un lavoro di squadra.

Come in ogni esperienza, ci sono aspetti positivi e negativi, vuoi per buona e cattiva sorte, organizzazione dell’evento, gestione amministrativa del torneo, selezione.

Tra gli aspetti positivi di fare il raccattapalle c’è, non solo l’aver imparato un’attività che prima a malapena conoscevo vedendo partite in tv e della quale non avevo la benché minima idea di come funzionasse (quando effettuare il cambio palle, dove posizionarsi quando la palla ricade in una zona morta del campo, come entrare ed uscire dal campo ecc.), ma anche il fatto di aver visto del grande tennis così da vicino. Ammirarlo a pochi metri è tutta un’altra cosa. Non vedi solo la palla che viaggia a velocità notevoli ma puoi apprezzare anche i gesti tecnici di ogni singolo giocatore in un modo completamente diverso rispetto a come lo si vede sugli spalti o in tv.

Le aree di accesso per i ball boys: 1,3 e 8 (Pietrangeli incluso)

  Le aree di accesso per i ball boys: 1,3 e 8 (Pietrangeli incluso)

Tutti i raccattapalle hanno ricevuto una divisa da tennis degli Internazionali che è stata consegnata dagli organizzatori e che ogni ball boy ha dovuto indossare per scendere in campo. Lo stock comprende due polo, due paia di calzini, una tuta, un paio di pantaloncini, le scarpe, il cappellino e due polsini.

Oltre alla divisa sportiva era compreso anche un buono pasto ma non vi era nessuna remunerazione per i ball boys, in quanto l’attività di raccattapalle la si fa per passione.

Tra gli aspetti negativi, che sono sicuramente pochi, devo tuttavia evidenziare una contraddizione degli organizzatori del torneo. A ogni raccattapalle è stato dato un pass per accedere a varie zone della struttura. I ball boys, secondo quanto c’era scritto sul pass, potevano accedere al Parco del Foro Italico, ai campi ground, allo stadio Pietrangeli e ad una foresteria ma, in realtà, non è stata concessa ad essi la possibilità, durante i turni di riposo, di seguire le partite dei propri beniamini; infatti, chi di noi provava a occupare dei posti liberi, veniva costretto a uscire dall’impianto. Questo è un limite imposto dagli organizzatori che non condivido, in quanto, facendo comunque parte dell’evento e prestando un’attività lavorativa non retribuita, ritengo giusto che sia data la possibilità ai ball boys di seguire, durante i turni di riposo, le partite che si disputavano, almeno nello stadio Pietrangeli, dove i posti non sono numerati.

Volendo fare un bilancio tra aspetti positivi e negativi, l’esperienza da ball boy, la consiglierei vivamente a tutte le ragazze e i ragazzi, appassionati di tennis, che vorrebbero ammirare sul campo i grandi campioni. Poter vedere da vicino i big del tennis è un’opportunità più unica che rara non solo per divertirsi, ma anche per conoscere meglio le regole, la tecnica, la mentalità e gli aspetti peculiari dello sport con la racchetta.

Federico Bazan © produzione riservata