Archivi categoria: Tennis italiano

Il ricordo di Nicola Pietrangeli

Nicola Pietrangeli è stata e rimarrà un’istituzione dello sport con la racchetta, il primo tennista italiano a vincere il Roland Garros, nel 1959, a rivincerlo l’anno seguente, nel 1960, ed il primo Capitano non giocatore di Coppa Davis a portare l’Italia al successo, nel 1976, a Santiago del Cile.
Pietrangeli detiene diversi record nel palmarès, ad oggi ancora imbattuti:
– di tornei conquistati, in totale 48, che finora nessun altro tennista italiano è riuscito ad eguagliare numericamente;
– di partite giocate in Coppa Davis, 164, di cui vinte 120;
– di versatilità tanto nel singolare, quanto nel doppio, insieme a Orlando Sirola, con cui ha vinto il Roland Garros sempre nel 1959.

La mia foto con Nicola Pietrangeli ad un convegno sul tennis nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, nel 2014

Aldilà dei trofei che lo descrivono come uno dei più grandi campioni che il tennis italiano abbia mai avuto nella storia, Nicola Pietrangeli lascia una eredità all’intero movimento dello sport con la racchetta. A lui stesso è stato, infatti, intitolato uno dei campi più affascinanti del mondo, che si trova al Foro Italico, lo stadio Nicola Pietrangeli, proprio per il notevole apporto che egli stesso ha dato al tennis, e non solo italiano.
Mancheranno la sua ironia, le sue battute scherzose agli altri tennisti, la sua presenza fissa agli Internazionali BNL d’Italia nei vari campi con gli altri personaggi dello spettacolo.
Ricordo, personalmente, quando frequentavo l’Università degli Studi Roma Tre, il giorno in cui tenne un convegno sul tennis insieme a Adriano Panatta nel dipartimento di Giurisprudenza: era un continuo sfottò tra i due su chi fosse stato il tennista più influente in Italia. All’epoca il tennis, infatti, era molto più chiacchierato, quasi da “salotto”, e le battute tra Pietrangeli e Panatta ne erano l’esempio più calzante.

L’autografo di Nicola Pietrangeli sulla copertina del libro “500 Anni di Tennis”, opera di Gianni Clerici

Grazie Nicola, per il grande contributo che hai dato al nostro sport e per i valori che hai trasmesso alle generazioni successive. Sei stato l’inizio di un lungo percorso di successi che il tennis italiano vanta oggi in tutto il mondo, nonché un nome indelebile nei libri di storia dello sport.

Federico Bazan © produzione riservata

L’Italia di Capitan Volandri spicca il volo senza Sinner e Musetti

La vittoria più significativa per la Nazionale Italiana di Coppa Davis è arrivata probabilmente nell’edizione del 2025, a Bologna. Significativa perché, a differenza delle precedenti nelle quali l’Italia vantava almeno un singolarista nei primi 10 giocatori del mondo (Panatta nel 1976 e Sinner nel 2023 e 2024), quest’anno i due assenti erano proprio Sinner e Musetti, il numero 2 e il numero 8 del ranking ATP. Capitan Volandri ha dovuto pertanto riformulare gli assetti, schierando nei singolari il numero 22 e il 56 del mondo, nonché il terzo e il sesto della classifica italiana: Cobolli e Berrettini.

La Nazionale Italiana pronta a sollevare l’insalatiera nell’edizione della Coppa Davis 2025, disputata a Bologna

Flavio Cobolli: è stato lui l’uomo Davis, lottando, correndo e vincendo le partite più difficili: contro il belga Zizou Bergs, l’incontro dei match point non sfruttati, dei tie break infiniti e contro lo spagnolo Jaume Munar, rovesciandone le sorti dopo un primo set dominato dall’iberico.
Cobolli ha dato una grande prova di attaccamento alla maglia e, soprattutto, di maturità: ha saputo ribaltare situazioni di svantaggio nel punteggio dove appariva “spento”, in situazioni dove ha innestato una marcia superiore. Contro Munar sembrava non esserci partita, ma nel secondo set Cobolli ha iniziato a comandare gli scambi e a trovare fiducia, malgrado le tante energie fisiche e mentali spese due giorni prima contro Bergs, in una partita interminabile.
Dal punto di vista tecnico, il servizio in kick e il dritto a sventaglio sono stati gli elementi chiave del gioco di Flavio nel portare a casa il match, tanto contro Bergs, tanto contro Munar. Il merito delle sue vittorie, infatti, è nato dalla propositività nel servire in kick a uscire, una soluzione che gli ha consentito di aprirsi il campo e spostarsi di dritto per comandare gli scambi.

Matteo Berrettini: è attualmente il numero 56 del mondo, ma si tratta di un piazzamento in classifica non veritiero e ingeneroso, paragonandolo al best ranking, ai risultati migliori conseguiti in passato e, soprattutto, a come ha risposto positivamente alla partecipazione in Davis.
Berrettini, qualora il fisico lo assista, dà dimostrazione, tanto nei tornei quanto nelle coppe a squadre, di essere un fuoriclasse. Essendo, per tipologia tecnica, un “attacking player”, il servizio e il dritto hanno fatto da padrone in tutti i match giocati e vinti, nei quali non ha mai perso un set contro gli avversari affrontati, grazie ad un impeccabile rendimento con la prima palla al servizio. A questo si aggiungono il tifo, la vicinanza, il sostegno continuo ai suoi compagni di squadra dalla panchina, che sono stati il coronamento di una vittoria fortemente voluta e guadagnata.

Lorenzo Sonego: sarebbe stata l’alternativa più valida nel caso in cui Cobolli non fosse sceso in campo contro Munar, dopo la maratona vinta contro Bergs. Ma il binomio Cobolli – Berrettini ha fatto sì che Sonego rimanesse in panchina ed incitasse i due singolaristi. Giocatore che si esalta in questo tipo di competizioni e che, con la grinta, riesce a trascinare la squadra alla vittoria. Tecnicamente solido, nelle varie Coppe Davis fin qui giocate, ha sempre mostrato in campo un attaccamento alla maglia per ogni punto giocato, aldilà del risultato finale.

Simone Bolelli: è un veterano, 18 anni titolare tra le file della Nazionale Italiana di Coppa Davis, protagonista indiscusso nei doppi che l’Italia ha giocato in giro per il mondo. Non ha partecipato direttamente in campo con Vavassori – in quanto sono stati sufficienti i due punti vinti nei singolari da Berrettini e Cobolli – ma la sua presenza e la sua esperienza, in questo tipo di manifestazione, sono state ugualmente molto sentite da tutta la formazione azzurra.

Andrea Vavassori: ha preso il posto di Fabio Fognini in doppio e lo sta onorando nel modo giusto. Con Bolelli c’è un’ottima intesa e Capitan Volandri può contare su un abile doppista, esplosivo da fondo campo e con buona mano sotto rete.

Filippo Volandri, il Capitano: ha portato, per tre anni consecutivi, l’Italia di Coppa Davis al successo, indovinando le scelte strategiche opportune, motivando costantemente i giocatori, assecondandone i bisogni, entrando in empatia con loro.

Il Capitano Filippo Volandri e Flavio Cobolli cantano l’Inno di Mameli durante la premiazione

Jannik Sinner: non andrebbe menzionato in quanto assente, ma la sua scelta di lasciare spazio agli altri tennisti azzurri – pur rappresentando egli stesso il presente e il futuro del tennis a livello mondiale insieme a Carlos Alcaraz – ha dato la possibilità a Cobolli e Berrettini di esprimersi al proprio meglio, senza dover dipendere dal giocatore più titolato della squadra.
Sinner ha vinto, seppur nell’assenza, la partita contro tutti quei detrattori che hanno espresso disappunto nei suoi confronti per non aver vestito la maglia azzurra. Una decisione che lascia intendere come la Nazionale Italiana di Coppa Davis possa reggersi qualitativamente e quantitativamente su tanti tennisti validi, da qui ai prossimi anni.

Fonti fermo immagini: International Tennis Federation

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Fabio Fognini

La mia foto con Fabio Fognini al Foro Italico, dopo un suo allenamento in uno dei campi ground

– L’avvicinamento al tennis di Fabio Fognini ha inizio nel piccolo comune ligure di Arma di Taggia, in provincia di Imperia. Perché hai scelto il tennis e quali sono state le prime figure di riferimento che ti hanno avviato al nostro sport?

– Da piccolo giocavo a tennis, a calcio e sciavo molto bene, fin quando, a forza di andare al circolo con mio papà Fulvio che ne era il presidente, mi sono buttato a 12 anni definitivamente sul tennis, pensando di aver scelto il meglio.


– È necessario intraprendere un percorso fatto di tanti sacrifici e dedizione prima di accedere al professionismo. Avresti mai immaginato di diventare, un giorno, uno dei tennisti italiani più famosi?

– Ho perso tutta la mia adolescenza e ti devo dire che mi manca. Ho fatto i sacrifici che tutti i ragazzi compiono, sia che diventino numero 1 o numero 1000 del mondo.

L’esultanza di Fabio Fognini agli US Open

– Tutti ricordano le grandi partite che hai giocato, come le vittorie indimenticabili contro Rafael Nadal agli US Open, dove perdevi 2 set a 0, a Rio De Janeiro, a Barcellona e, soprattutto, in semifinale a Monte-Carlo, torneo Master 1000 che poi hai vinto, battendo in finale Dusan Lajovic. Anche le varie imprese in Coppa Davis: tra le tante, quella contro l’allora numero 1 del mondo Andy Murray, che hai sconfitto nettamente anche a Roma, oltre a Napoli con la maglia azzurra. Per conseguire questi risultati, è necessario un lavoro di qualità e di quantità che ti ha portato nel 2013, sotto la guida di José Perlas, fra i primi 20 giocatori del mondo. Quali sono state le vittorie più significative che ricordi con maggiore soddisfazione?

– La partita più bella l’ho giocata in Coppa Davis contro Andy (ndr. Andy Murray), ma non male anche quella a New York contro Rafa (ndr. Rafael Nadal).

Fabio Fognini con Roger Federer al torneo di Madrid

– Hai giocato nel circuito professionistico in un periodo storico di grandi campioni quali Federer, Nadal, Djokovic, Murray, Del Potro, Wawrinka e molti altri ostici top ten – eppure hai conseguito risultati di prestigio. Malgrado questo, hai sempre ricevuto critiche, spesso gratuite da parte dei soliti “scienziati”. Come hai arginato in tutti questi anni il peso delle aspettative, derivante dai giudizi?

– Dei commenti demenziali non mi è mai interessato nulla perché arrivano da quei scommettitori frustrati che non meritano risposta; a loro ci pensava mio padre.

– Nel libro “Warning – La mia vita tra le righe”, dove si racconta la tua biografia, emergono due facce di Fabio Fognini: il genio, da un lato, e la sregolatezza dall’altro. Reputi questa tua ambivalenza caratteriale, così come viene descritta nel libro, un punto di forza che ha forgiato il Fabio Fognini in campo o, al contrario, un qualcosa che lo ha limitato nel raggiungere traguardi ancor più importanti di quelli già grandi che ha ottenuto nella sua carriera professionistica?

– Se avessi avuto un servizio buono, sarei rimasto per dieci anni nella top ten, ma purtroppo io servivo dalla cantina, mentre molti altri dal decimo piano di un palazzo!

L’esultanza di Fabio Fognini in una delle tante partite disputate con la maglia azzurra in Coppa Davis

– L’ultima partita della tua carriera, nel 2025, sul centrale di Wimbledon contro Carlos Alcaraz, ti ha visto vincere due set al numero 2 del mondo, tra l’altro più giovane di te di ben sedici anni, è la testimonianza di quanto fosse alto il livello del tuo tennis. Cosa ti mancherà di più di questi irripetibili 20 anni vissuti nel circuito professionistico al fianco di grandi campioni?

– Personalmente mi mancherà la routine quotidiana fatta di sudore, tensione, soddisfazione e delusione. Per quanto riguarda il tennis, è cambiato molto negli ultimi anni: non ci sono più i giocatori, o comunque ce ne sono pochissimi, con il talento dei campioni di 15 anni fa. Ora tirano, chi più chi meno, a 300 km/h e gli spettatori cominciano a essere stufi perché vorrebbero vedere qualcosa di diverso.

– Fabio Fognini dopo il tennis giocato. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Hai mai pensato di occuparti di coaching, seguendo da vicino giovani talenti emergenti e giocatori professionisti? O anche di cimentarti come commentatore in un studio televisivo?

– In questo periodo mi godo la famiglia, divertendomi a partecipare in qualche trasmissione simpatica come “Ballando con le Stelle”, per il resto chi vivrà vedrà. Ciao a tutti.

Foto archivio: Fulvio Fognini

Federico Bazan © produzione riservata

Fabio Fognini si ritira dal circuito professionistico: il mio ricordo del tennista e dell’uomo

Wimbledon 2025 è stata l’ultima apparizione nella carriera di Fabio Fognini, che è uscito di scena a testa alta contro il numero 2 del mondo Carlos Alcaraz, impegnandolo fino al quinto set, nel primo turno dello Slam londinese. In conferenza stampa, Fabio Fognini ha dichiarato: “È stata una bella corsa. In vent’anni dentro al circuito ho avuto la fortuna di giocare contro i più forti della storia, contro i due giocatori più forti della seconda storia. E poi giocare una partita così con Alcaraz, anch’io non me l’aspettavo. È stato tutto bello. Mi mancherà un po’ la competizione, un po’ meno la routine. Sono entrato in punta di piedi ed esco a testa alta con una sconfitta/vittoria sul Centrale di Wimbledon che per il Fabio Fognini ragazzino, ad Arma di Taggia, è una cosa bellissima”.

Fabio Fognini annuncia il ritiro dal circuito ATP in conferenza stampa


Fognini tennista nei numeri:

Tra le partite più significative vinte dal tennista ligure, in vent’anni di carriera, ci sono, come egli stesso ha ricordato: “I miei tre match migliori? Con Alcaraz qui a Wimbledon, con Murray in Coppa Davis e con Nadal a Monte-Carlo”. A questi, personalmente aggiungerei la vittoria nel secondo turno a Roma contro l’allora numero 1 al mondo Andy Murray e gli altri successi contro Rafael Nadal in semifinale a Rio de Janeiro, a Barcellona agli ottavi di finale e agli US Open, nei sedicesimi di finale.

I tornei più importanti conquistati? In singolare, il Masters 1000 di Monte-Carlo. In doppio, gli Australian Open con Simone Bolelli. A dimostrazione della versatilità ed adattabilità di Fognini sia in singolare, sia in doppio a prescindere dalla superficie di gioco. Il record di essere entrato nella top ten sia in singolo sia in doppio, record unico per un tennista italiano, rende Fognini uno dei giocatori più completi di sempre in entrambe le specialità.

La statistica più interessante? Oltre ad essere stato numero 9 al mondo e ad aver battuto diversi numero 1 del ranking ATP tra cui Rafael Nadal e Andy Murray – nell’arco ventennale della sua carriera all’interno del circuito maggiore, Fognini è stato ed è rimasto nei primi 20 giocatori al mondo, per un totale di 220 settimane complessive. Questo periodo di tempo equivale, circa, a 5 anni e 3 mesi della sua carriera, uno degli elementi che ha permesso a Fognini di essere molto competitivo contro i top players, in più occasioni e in diverse annate.


Fognini tennista nella tecnica:

Il braccio educato, la classe e la facilità di esecuzione di Fognini sono caratteristiche mai passate inosservate per chi lo ha visto giocare. Il gioco del tennista ligure si è sempre distinto per la capacità improvvisa sia di dritto che di rovescio di accelerare i colpi, mascherandone la direzione, e piazzarli agli angoli del campo, grazie alla velocità di braccio e alla precisione nell’indirizzare la palla. Giocatore di grande estro e di grande tocco, Fognini è stato uno di quei tennisti con varie soluzioni tecnico-tattiche da poter adottare: dal vincente da fondo campo a seguito di uno scambio prolungato, alla discesa a rete con la volée di chiusura, piuttosto che la smorzata fintata anche da lontano dalla rete. Contrariamente a quel che si pensi per l’assenza di un vero e proprio split step, il gioco di gambe e gli scatti brevi in avanti e laterali, sono state altre doti del suo tennis che gli hanno consentito di vincere dei punti recuperando delle palle impensabili.


Fognini uomo nel carattere in campo:

Giocatore dalla personalità ribelle ed impulsiva, nel corso della carriera Fognini si è lasciato andare a dichiarazioni ed imprecazioni, nei momenti più delicati. Ma ha sempre riconosciuto di aver sbagliato, chiedendo scusa nelle sedi opportune e dimostrando una maturità progressiva con il passare degli anni. “Dicevo sempre le cose come stavano. Ho sbagliato, ma fa parte di un percorso molto lungo. Ci sono state più salite che discese. Ci sono degli obiettivi: a volte puoi raggiungerli, altre devi voltare pagina. Oggi sono qui per andare punto e a capo. Inizia una nuova vita fuori dal campo. Sono disposto a dare consigli a chi vorrà, ascoltando anche le cose brutte. Dire le cose come stanno porta a volte allo scontro, ma si esce più forti. Questo lo devo a mio padre, molto diretto e senza peli sulla lingua”.

La mia foto con Fabio Fognini agli Internazionali BNL d’Italia 2025, al termine di un allenamento sui campi ground

Fognini uomo nel ricordo personale:

Insieme a Andreas Seppi, Paolo Lorenzi e Simone Bolelli, credo che Fognini sia stato il giocatore protagonista, in grado di trascinare con grande dedizione il movimento del tennis italiano, in un periodo nel quale la Federazione Italiana Tennis faceva fatica a trovare dei talenti emergenti nel vivaio maschile (mi riferisco al periodo che va più o meno dal 2007 al 2017, prima dell’affermazione di Matteo Berrettini). Quando Fognini è stato convocato in Coppa Davis, ha sempre risposto “presente”, non rinunciando mai a giocare per la maglia azzurra e portando a casa partite tutt’altro che semplici.
Aldilà delle vittorie e degli ostacoli, degli alti e dei bassi, che fanno parte inevitabilmente della carriera di un tennista, il ricordo che conservo di Fabio Fognini, sotto l’aspetto umano, è sorprendente: nel lontano 2013 – l’anno dell’exploit del tennista ligure con l’ingresso in top 20 e le vittorie dei tornei di Stoccarda, Amburgo e la finale ad Umago – lo vidi giocare nella gara di Coppa a Squadre di Serie A tra il Circolo Canottieri Aniene, formazione di casa, e il Park Tennis Genova, formazione in trasferta, per la quale giocava Fognini. Il clima sulle panchine del circolo era piuttosto di parte per la squadra di casa, capitanata da Vincenzo Santopadre, con Flavio Cipolla ed un giovanissimo Matteo Berrettini, appena diciassettenne.
In quella domenica mattina, i due Capitani schierarono, nel match di singolare, Flavio Cipolla, da un lato, e Fabio Fognini, dall’altro. La partita fu molto lottata e nervosa: sugli spalti si sentivano dei fischi e delle parole offensive nei confronti di Fabio, il quale rispose con molta eleganza agli insulti: “Non mi offendete, però”. Ricordo le sue parole come se fosse ieri. La partita fu vinta da Flavio Cipolla, l’allora numero 190 del mondo, mentre Fognini era appena entrato nei primi 20 del ranking ATP.
Mi resi conto, alla fine dell’incontro perso da Fognini e le parole che dovette incassare ingiustamente da qualche tifoso, che chiedergli una foto e un autografo sulla copertina del libro “500 Anni di Tennis” – con il quale andavo in giro per strappare le firme dei grandi giocatori – sarebbe stato un rischio per una eventuale reazione non gradita da parte sua, considerando gli insulti beceri che qualcuno gli aveva riservato sugli spalti e la sconfitta contro un giocatore nettamente più basso di lui in classifica.
Fuori dal campo, al termine del match, seguendo “Fogna” e dirigendomi verso lo spogliatoio, gli domandai con voce timida: “Fabio possiamo farci una foto e posso avere un tuo autografo?”. Fabio capì il mio interesse e il mio sostegno nei suoi confronti e mi disse: “Vado a farmi una doccia e torno”.
A volte, è meglio aspettare molto tempo ma ricevere un dono inaspettato, che avere fretta e andarsene senza sapere quel che di bello riserverà il futuro.
Venti minuti dopo, forse mezz’ora, Fabio ritornò vicino al campo dove intanto mi guardavo intorno cercando di avere altri autografi dai vari giocatori presenti. Si fece scattare una foto e incise il suo nome e cognome con il pennarello sulla copertina “500 Anni di Tennis”.
Se Fognini è sempre stato criticato per il suo comportamento in campo, a volte bisogna essere capaci di vedere l’altra persona e le difficoltà che sta vivendo. Perché non è scontato che un tennista in pieno exploit di risultati dedichi del tempo ad un appassionato (in quel caso ero io), dopo esser stato insultato da qualcuno che di tennis non capisce nulla e ripreso dai compagni di squadra per aver perso una partita.
Penso che, dopo il tempo dedicatomi in quella occasione, debba personalmente ringraziare Fabio e riconoscerne una disponibilità e una apertura non così banali.

Con il ritiro dal tennis professionistico, si chiude un capitolo importante nelle pagine scritte da Fognini, ma la gratitudine per questo sport rimane e, per l’ormai ex tennista di Arma di Taggia, inizierà una nuova vita.

Fonti dichiarazioni: Sky Sport Wimbledon

Federico Bazan © produzione riservata

La WADA allontana Jannik Sinner dal circuito: 3 mesi di sospensione per il numero 1 del mondo

La WADA, a seguito della vicenda Clostebol, ha squalificato Jannik Sinner per tre mesi dal circuito maggiore. L’attuale numero 1 al mondo sarà costretto a saltare 4 tornei Master 1000, nell’ordine: Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid. Potrà rientrare a competere direttamente agli Internazionali d’Italia, con la conseguenza che perderà punti e montepremi nei vari appuntamenti che precedono il Master 1000 di Roma.
Pur riconoscendo che Jannik Sinner non avesse avuto alcuna intenzione ad assumere volontariamente il Clostebol, che la sua esposizione alla sostanza fosse minima e, pertanto, non gli avesse fornito alcun beneficio in termini di prestazioni, la WADA ha ritenuto opportuno sospendere il tennista altoatesino a causa della negligenza del proprio team, riguardo alla vicenda.

Le opinioni si dividono in modo netto tra chi sostiene l’innocenza di Sinner e chi rimane con il sospetto che il tennista azzurro sia stato coperto dal suo staff per tutelare la propria posizione. Dure le critiche di alcuni colleghi del circuito, tra cui Stan Wawrinka, che scrive sul suo profilo Twitter: “Non credo più in uno sport pulito”; e Nick Kyrgios, che afferma: “Ridicolo – che sia stato accidentale o pianificato. Se vieni testato due volte con una sostanza vietata (steroidea)… dovresti essere sospeso per due anni. Le tue prestazioni sono state migliorate. Crema da massaggio… Sì, bello.

A seguito della sentenza emessa dalla WADA e, senza sottovalutare la totale mancanza di solidarietà di alcuni tennisti per l’accaduto, Il Mondo del Tennis sostiene Jannik Sinner e il suo staff per quello che può rappresentare un momento delicato nella carriera del tennista altoatesino. Il modo per fermare la cavalcata di successi dell’attuale numero 1 del mondo è stato trovato: si attenderà di capire quali saranno la reazione di Sinner e del suo team al rientro nel torneo di Roma, dove verranno verosimilmente accolti da un bagno di folla.

Fonti dichiarazioni e foto: profili Twitter di Stanislas Wawrinka e Nick Kyrgios

Federico Bazan © produzione riservata

Numeri da urlo per Jannik Sinner

Jannik Sinner detiene diversi primati:
– è il primo tennista italiano nella storia ad aver vinto tre tornei del Grande Slam in singolare;
– è il primo tennista italiano nella storia ad aver raggiunto la prima posizione del ranking ATP;
– è il sesto tennista nella storia, a livello mondiale (dietro a McEnroe, Connors, Federer, Borg e Djokovic), ad aver registrato la percentuale più alta di vittorie in un solo anno nel circuito professionistico (81 incontri disputati nel 2024 di cui 74 vittorie e 7 sconfitte);
– è il tennista di maggior successo sul cemento indoor nel 2024, con 13 vittorie su 13 incontri giocati;
– è stato il tennista decisivo in Coppa Davis ad aver vinto tutti i match di singolare e di doppio nel 2023 e nel 2024 e ad aver portato l’Italia a conquistare, per due edizioni consecutive, l’insalatiera dopo 47 anni dall’ultimo successo azzurro a Santiago del Cile, nel 1976.

Senza considerare che Sinner è il tennista italiano con il più alto numero di sponsor (circa 10), nonché tra i primi di sempre in tutti gli sport, e che vanta un patrimonio complessivo stimato, tra montepremi e contratti, che si aggira intorno agli 80 milioni di euro

Sinner è, attualmente e in prospettiva futura, un atleta da record che non smette di stupire il mondo del tennis e che avrà ancora molto da dire.

Fonti statistiche:
https://www.tennislive.it/atp/jannik-sinner/?su=3&y=2024
https://www.sisal.it/scommesse-matchpoint/blog/racchette/jannik-sinner-patrimonio-stipendio

Federico Bazan © produzione riservata

L’Italia del tennis sul tetto del mondo: doppio successo storico per gli Azzurri

Il tennis italiano ha sempre vissuto fasi alterne, tra il 1976 e il 2023. Il movimento femminile e quello maschile hanno vinto, rispettivamente, la Billie Jean King Cup e la Davis Cup, in periodi diversi e molto lontani l’uno dall’altro: quando Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli trionfarono a Santiago del Cile nel 1976 e arrivarono in finale in altre tre edizioni (1977, 1979 e 1980) – mancava all’epoca un movimento del tennis femminile, allo stesso livello, che potesse affermarsi nell’allora Federation Cup.
Lo stesso discorso vale anche a parti invertite: quando Pennetta, Schiavone, Vinci ed Errani bissarono i quattro storici sigilli nel 2006 a Charleroi, nel 2009 a Reggio Calabria, nel 2010 a San Diego e nel 2013 a Cagliari – il movimento del tennis maschile faceva fatica ad arrivare in una finale di Coppa Davis.
Per la prima volta, nel 2024, si è verificata un’inversione di tendenza che ha sfatato il discorso ciclico dei due movimenti e che ha rappresentato un traguardo unico nel tennis italiano: dopo l’impresa doppia sfiorata nel 2023, l’Italia è salita sul tetto del mondo, sia con le ragazze di Tathiana Garbin, sia con i ragazzi di Filippo Volandri, nella stessa stagione, nello stesso mese, nella stessa località.


Tra i campioni del mondo, si sono confermati protagonisti assoluti del 2024 Jasmine Paolini e Jannik Sinner che, oltre ad aver vissuto a pieno l’anno della consacrazione nella propria carriera, hanno trainato le rispettive squadre al successo. Se i protagonisti sono stati Paolini e Sinner per aver conquistato i punti che contavano nelle sfide decisive, i giocatori ritrovati sono stati Sara Errani e Matteo Berrettini. Una Errani veterana, spinta a non fermarsi da una inarrestabile Paolini, ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi in doppio, più la Billie Jean King Cup, e da lì sembra stia rivivendo una seconda giovinezza tennistica, che le ricorda di quanto fosse abituata ad alzare al cielo trofei su trofei, specialmente nei doppi con la storica compagna Roberta Vinci.
Un Berrettini sull’orlo del baratro, a seguito di ripetuti infortuni e mancanza di motivazione, a seguito dell’uscita dalla top 100, ha risposto “presente” in Coppa Davis, ritrovando nel servizio e nel dritto i suoi punti di forza, proprio come quando era un top ten. I giocatori “sorpresa” sono stati, invece, Lucia Bronzetti e Andrea Vavassori per aver dato un contributo speciale alle due squadre: la Bronzetti per aver vinto il suo match di singolare contro la Slovacchia, proprio in finale, e aver garantito il primo importante punto alla formazione azzurra; Vavassori per aver rimpiazzato con onore il posto di Fabio Fognini, storico compagno di doppio di Simone Bolelli.

Il successo dell’Italia del tennis, a Malaga, è stato il coronamento e il completamento del lavoro svolto dall’intera Federazione Italiana Tennis e Padel che, dopo anni altalenanti, fatti di gioie ma anche di altrettanti periodi vuoti, ha investito tanto in attività provinciali, regionali, nazionali, strutture adeguate e corsi di formazione. Il tutto è stato finalizzato ad incrementare la pratica del tennis nei circoli sportivi, nelle scuole tennis del Sistema Italia. Da quando Jannik Sinner ha vinto gli Australian Open, gli US Open, le ATP Finals ed è diventato il numero 1 al mondo – c’è sempre più voglia di giocare a tennis a qualsiasi livello e a qualsiasi età. Il Sistema Italia è rinato con una vasta rosa di giocatori di alto livello, sia in ambito maschile che in ambito femminile, diventando una Nazione leader in tutto il mondo per quanto riguarda lo sport con la racchetta.

Federico Bazan © produzione riservata

Torneo Internazionale al Circolo Antico Tiro a Volo di Roma

Si è conclusa, in data odierna, la dodicesima edizione dell’ATV Tennis Open, che si è tenuta nella cornice del Circolo romano Antico Tiro a Volo. Una edizione che ha ospitato tenniste, tra la numero 100 e la numero 900 del mondo, sotto la supervisione del Presidente del Circolo Giorgio Averni, il Direttore del Torneo Adriano Albanesi, il Comitato organizzativo Giuseppe Centro e tutto lo staff che ha reso possibile lo svolgimento dell’evento.
Tante le giocatrici italiane presenti in tabellone, dalle più esperte alle più giovani e fresche: veterane del circuito come Martina di Giuseppe, Federica di Sarra, Stefania Rubini e Anastasia Grymalska, ma anche alcune stelle nascenti come Anastasia Abbagnato, Federica Urgesi, Francesca Pace, Diletta Cherubini e Melania Delai. Tutte unite in un unico obiettivo: cercare di andare avanti nel torneo e regalare spettacolo al pubblico presente.
Tra i risultati di rilievo delle giocatrici azzurre, sono da menzionare: i quarti di finale raggiunti da Lucrezia Stefanini (attuale numero 179 del ranking WTA) e la serie di vittorie nel doppio di Camilla Rosatello (attuale numero 259) che, insieme alla francese Estelle Cascino, è arrivata in finale, sfiorando il successo, contro la coppia formata dalla colombiana Andrea Gámiz e l’olandese Eva Vedder.
Oltre alle nostre tenniste, il torneo ha visto l’incredibile cavalcata, a partire dalle qualificazioni, della sorpresa croata Tara Wurth che, da numero 357 del mondo e a soli diciannove anni, si è imposta, in finale, sulla testa di serie numero 1 del torneo Chloé Paquet, tennista francese classe ’94, vicina ad entrare nelle prime 100 del circuito e ad esordire nel main draw degli US Open.

L’Antico Tiro a Volo si rinnova ogni anno affidandosi alla qualità dell’evento ed organizza, dal 2010 ad oggi, il torneo ITF da 60.000 dollari di montepremi complessivo, un appuntamento irrinunciabile per le tenniste di tutto il mondo, nel periodo di luglio prima degli Internazionali Femminili di Palermo e del cambio di superficie sul cemento americano. Un evento adatto, non solo a tenniste di livello e già affermate, ma anche a giocatrici emergenti che vorrebbero, un giorno, potersi misurare con le migliori campionesse del circuito WTA.

Foto di: Stefano Tarallo

Federico Bazan © produzione riservata

Matteo Berrettini passa ad ASICS: il tennista romano esordirà agli Australian Open con le Gel Resolution 8

Matteo Berrettini, punta di diamante del tennis italiano, nonché attuale numero 7 del ranking ATP, sceglie una scarpa all’altezza delle sue aspettative: la ASICS Gel Resolution 8, pronta a donare al tennista romano tutti i comfort di cui ha bisogno in campo. Il numero 1 del tennis italiano diventa, così, uno dei nuovi testimonial del brand, che indosserà a partire dalla stagione 2022, in occasione degli Australian Open.
Berrettini dichiara: “ASICS è riconosciuta in tutto il mondo per le sue scarpe da tennis. Sono entusiasta di rappresentare un brand come questo con oltre 70 anni di storia e con una profonda attenzione nel supportare gli atleti. Mi sento molto fiducioso sapendo che giocherò in campo indossando ASICS nel 2022 e nei prossimi anni.”

Matteo Berrettini è uno dei nuovi ambassador di ASICS: in foto indossa ai piedi le Gel Resolution 8

La scarpa Gel Resolution 8 nasce da un progetto dell’ASICS Institute of Sport Science a Kobe, in Giappone. Lanciata sul mercato per la prima volta nel 2020, questa scarpa risulta, ad oggi, una delle calzature preferite, sia dai tennisti amatoriali, sia dagli agonisti, fino ad arrivare a top players del calibro di Novak Djokovic, Gael Monfils, David Goffin e dello stesso Matteo Berrettini, che ne portano la firma. I giocatori sono positivamente colpiti dalla capacità di supportare e proteggere il piede, pur non dovendo rinunciare alla flessibilità. L’insieme di questi elementi, non a caso, contribuisce in meglio alla loro riuscita nelle prestazioni in campo.
Berrettini aggiunge: “ASICS è l’unica azienda che conosco che progetta le sue scarpe da tennis in base allo stile di gioco. Nel mio caso, ho bisogno di maggiore stabilità e supporto essendo prevalentemente un giocatore da fondo campo. Ho avuto modo di testare la Gel Resolution 8 e sono riuscito a trovare la scarpa perfetta per raggiungere livelli più alti. Non vedo l’ora di cominciare a giocare la prossima stagione”.

La nuova partnership tra ASICS e Berrettini promette dunque scintille: il tennista azzurro è pienamente soddisfatto del prodotto testato in campo, così come il CEO di ASICS, Motoi Oyama, esprime la sua contentezza per aver accolto il numero 7 del mondo tra i nuovi testimonial del brand: “ASICS è felice di annunciare l’ingresso di Matteo Berrettini nella nostra famiglia di tennisti. Grande volontà, mentalità positiva e una carriera in continua crescita sono elementi importanti per la nostra partnership. La sua energia e la spinta a migliorarsi sono alcune tra le qualità più apprezzate da tutta la nostra organizzazione. Speriamo di coinvolgerlo da subito nello sviluppo del prodotto per applicare la sua esperienza alle competenze del nostro team di innovazione e ingegneria in Giappone. Siamo orgogliosi di supportare Matteo durante il suo percorso dentro e fuori dal campo, e ci auguriamo una collaborazione positiva e di successo.”
Del resto un tennista di qualità non può che selezionare un abbigliamento tecnico di qualità. Ed ASICS non delude mai i suoi consumatori.

Fonti delle dichiarazioni e della foto: Comunicato ufficiale ASICS del 12/01/2022

Federico Bazan © produzione riservata

Esclusiva: intervista a Giorgio Galimberti, figura a 360 gradi nel mondo del tennis

Ex tennista professionista (best ranking 115 del mondo), commentatore televisivo su Sky Sport e SuperTennis, Titolare della Galimberti Tennis Academy, Testimonial di ASICS e sicuramente dimentico qualcosa. Sei una risorsa a tutto tondo nel mondo del tennis… ma partiamo dalle fondamenta.

– Com’è nata la tua passione per il tennis? A che età hai impugnato la prima racchetta?

– La passione per il tennis nasce da una tradizione di famiglia. Non a caso a Lissone, mio Paese di origine in provincia di Monza e Brianza, mio padre costruì un campo da tennis più di 50 anni fa, proprio per la passione legata a questo sport. Vien da sé che la racchetta la presi in mano da appena nato. Questo non vuol dire niente, perché ho due fratelli che, nonostante anche loro avessero il campo in casa, non sono diventati giocatori professionisti; però il contesto nel quale mi sono trovato mi ha sicuramente aiutato e indotto a giocare a tennis con regolarità.


– Il tennis è uno sport con classifiche specifiche in base al livello di gioco dei tennisti e prevede un calendario annuale di eventi come i tornei e i campionati a squadre. Man mano che si cresce nella seconda categoria e ci si avvicina alla prima, si prendono dei punti per poter accedere ai tornei Futures e Challenger. A tal proposito, vorrei chiederti quali step hai seguito per diventare un tennista professionista e che cosa comporta il passaggio dal circuito Challenger al circuito ATP.

Ho seguito tutti i passaggi sin dall’attività giovanile: under 12 e under 14. Negli under 14 sono entrato nei primi 8, ho fatto i quarti di finale ai Campionati Italiani ma non ero parte della squadra di Coppa del Sol che erano i Mondiali under 14.
Ho iniziato a farmi vedere negli under 16 quando, in una trasferta americana in Florida, vinsi due tornei: Permbroke Pines e Porto Rico. Da lì tornai, sicuramente consapevole di un buon livello, e la Federazione mi prese nella Nazionale; quindi partecipai alla Winter Cup dove vincemmo in Germania, a Saarbrücken, e da quel momento iniziai a giocare molto bene a tennis. Negli under 16 io e Daniele Ceraudo eravamo i primi due d’Italia.
Poi ci fu l’anno dei 17, quando passai under 18. In quel periodo vivevo già a Cesenatico con la Nazionale dove c’era il Centro Tecnico Nazionale. Divenni numero uno d’Italia con un anno di anticipo, che fu il preludio poi all’annata del ’94, quando finii numero due del mondo giovanile facendo finale al Roland Garros, semifinale a Wimbledon e finale al Bonfiglio di Milano.
Il passaggio a Pro non è così semplice, in quanto presenta spesso delle insidie: l’esperienza e il doversi rialzare dalle sconfitte, quindi una grande resilienza, cosa che io penso di aver avuto molto, in quanto ho sofferto per due anni prima di iniziare ad avere dei buoni risultati anche a livello internazionale; nel ’98 feci le qualificazioni al Foro Italico, superandole e trovando poi al primo turno l’allora numero 7 del ranking, Alberto Berasategui, dal quale persi lottando. Superai anche le qualificazioni agli US Open, vinsi il primo turno e uscii al secondo per mano di Marcelo Rios in quattro set, il quale, a suo tempo, era numero 2 del mondo.


– Hai vestito la maglia di Coppa Davis dell’Italia per diversi anni. Quali sono i ricordi più belli legati all’aver giocato per il tuo Paese?

– La Coppa Davis per me rimane nel cuore: è un qualcosa che ti segna. Nel mio caso ha dei ricordi belli e meno belli. Tra i ricordi belli, la vittoria su Nadal e Lopez in doppio, molto sentita a livello emozionale da parte mia e da parte del pubblico. E poi ci sono anche le amare delusioni, come la sconfitta in Zimbabwe. Rimane il fatto che io mi sento molto patriottico e la Coppa Davis mi ha dato tante emozioni.
Fino a quest’anno ho fatto l’Assistant Coach di Corrado Barazzutti. Speravo di diventare Capitano di Coppa Davis, però è arrivato prima di me Filippo Volandri, un altro grande campione che potrà fare molto bene in panchina e al quale auguro il meglio.
Attenderò comunque una proposta da parte della Federazione per rimanere nella cerchia dei tecnici federali, o per dare il mio supporto alla stessa Nazionale di Coppa Davis con Volandri. In ogni caso, resto un uomo di Federazione, che ha riconoscenza nei confronti della FIT per quanto di buono ha fatto in questi anni e per quanto di buono continuerà a fare.

La squadra di Coppa Davis dell’Italia con Fognini, Bolelli, Sonego, Travaglia, Mager e lo staff tecnico composto da Corrado Barazzutti, Giorgio Galimberti e gli altri componenti del team


– E i successi più significativi della tua carriera?


I successi più significativi della mia carriera sono sicuramente la vittoria a Roma agli Internazionali BNL d’Italia contro Alex Corretja che, a suo tempo, era numero 9 del mondo e fu una bella impresa sul Pietrangeli, sentita tantissimo da me e dal pubblico. Ricordo che iniziai la partita con l’impianto che non aveva nemmeno la metà degli spettatori. Ma, dopo i primi 3 games, era gremito di persone e, in più, stavo anche vincendo. Vinsi in tre set una partita lottatissima e quello fu un grande risultato.
Un’altra partita molto bella fu a Amersfoort, ad Amsterdam, contro Martin Verkerk che nel 2003 fece finale al Roland Garros. Quando lo incontrai in torneo, lui era il tennista numero uno in Olanda, giocava in casa e aveva naturalmente tutto il pubblico dalla sua parte. Non avevo particolari aspettative in quella partita: giocai molto libero e vinsi contro il numero 14 del mondo in quella che, per me, fu una grandissima impresa ed emozione.


– Dopo il ritiro dal professionismo, ti sei cimentato nelle telecronache dei match su Sky Sport, occupandoti del commento tecnico durante gli incontri. Com’è avvenuto il passaggio dall’essere protagonista in campo al parlare di tennis in diretta? È stato immediato e naturale rivolgerti ad un pubblico di ascoltatori le prime volte che ti sei trovato in cabina di commento?

Nel 2007, Stefano Meloccaro di Sky mi propose di fare un test nella vecchia sede di Sky Sport. Andai durante il periodo dei tornei estivi di Cincinnati e Montreal, in notturna. Devo dire che, già dalla prima volta, mi divertii molto a fare le telecronache e mi sentii a mio agio, anche grazie alla capacità di Stefano Meloccaro che, a suo tempo, faceva ancora telecronaca. Adesso, invece, come sapete, lavora nello studio televisivo e si occupa di tutt’altro. Anche lui ha avuto una grande crescita professionale.
Cominciai con Sky dal 2007, fino al 2015. Poi, nel 2015, mi allontanai dalla televisione perché dovetti andare a Wimbledon, in quanto ero allenatore nello staff di Simone Bolelli e, quindi, sia lì che agli US Open ero impegnato con il giocatore.

Da quel momento presi una decisione, ovvero di rimanere soltanto con SuperTennis, canale 64 del digitale terrestre, per il quale cominciai a lavorare nel 2009, data del suo esordio. Ad oggi, sono ancora legato a SuperTennis tramite una collaborazione che va avanti da tanti anni e della quale sono molto fiero, perché è una emittente che mi ha dato tanto spazio, mi ha affidato la conduzione di Circolando e dello studio di continuità degli Internazionali BNL d’Italia, probabilmente il più grande palcoscenico tennistico del nostro Paese. La televisione mi piace molto e lì mi sento a mio agio.

Giorgio Galimberti, che è stato coach di Simone Bolelli nel 2015 a Wimbledon e agli US Open, segue il giocatore durante un allenamento


– In seguito all’esperienza a Sky, sei entrato a far parte del Cast di SuperTennis come commentatore tecnico ed opinionista. Tra le altre attività, hai condotto il programma “Circolando”, un itinerario che ti ha visto impegnato nei circoli sportivi di diverse regioni italiane. Cosa si scopre da una esperienza come la tua, fatta di viaggi e incontri con vari personaggi nel mondo del tennis?

L’esperienza di Circolando è stata basilare sotto tanti punti di vista, in particolare nell’offrirmi la possibilità di valutare i pro e i contro di qualsiasi aspetto a livello “Club”. Quanto appena detto, si spiega attraverso la mia attività: sto costruendo un centro a Cattolica abbastanza articolato che include campi da tennis, padel, palestra e un centro fisioterapico. E questo mio grandissimo investimento e impegno che ho preso, devo dire che trova anche molto conforto e supporto dalle esperienze fatte visitando tutti gli altri circoli, avendoli analizzati, avendo ascoltato i presidenti e gli addetti ai lavori. Di conseguenza, anche io, nella mia realtà imprenditoriale, ho fatto delle scelte che sono state influenzate da tutte queste conoscenze che ho avuto negli anni grazie a Circolando: avrò ormai visitato almeno 60-70 circoli tra i più belli d’Italia tra cui il Parioli, a Roma, il Bonacossa di Milano e La Stampa, a Torino. E da questi circoli ho cercato di trarre gli aspetti positivi, provando a riproporli nel mio Club. L’ho fatto sia con Circolando, sia girando per l’Europa e per il mondo, visitando i circoli negli eventi sportivi ai quali partecipo con i miei giocatori.


– Sei il Titolare della Galimberti Tennis Academy. Quali sono gli elementi fondamentali per far funzionare al meglio una Accademia di tennis?

– La mia struttura, che inizialmente si trovava a San Marino, si è spostata in Italia a Cattolica, città in provincia di Rimini. E sicuramente è stata una grande esperienza, un grande orgoglio perché da zero, in un centro che faceva poca attività agonistica, sono riuscito – grazie a una buona struttura, alle mie capacità e alle capacità dei miei collaboratori che sono aumentati anno dopo anno – a creare un grande appeal a livello nazionale ed internazionale. Abbiamo avuto giocatori dall’Ungheria, Ucraina, Francia e Australia, da molte parti del mondo; e questa è sicuramente una grande soddisfazione: l’Accademia è sempre in crescita ed è legata alla mia figura, alla mia persona. Non a caso, ora che ci siamo spostati a Cattolica, l’Accademia è esplosa ancor di più per la facilità del raggiungimento della location, per la bellezza di Cattolica, città turistica sul mare. E anche per la vicinanza e la fruibilità del centro da parte mia e dei miei collaboratori, elementi che ci consentono di avere una buona qualità della vita.
Credo che, di base, una Accademia di tennis sia fatta dalle persone, aldilà della struttura che può essere più o meno bella ma, in assenza di queste, anche il centro più bello al mondo si ridurrebbe al nulla, in quanto il contenitore viene dopo le persone. Credo che in questo momento io abbia preparatori atletici e allenatori dei quali mi posso fidare, preparati, appassionati, dei lavoratori instancabili che amano quello che fanno. Questo è il grandissimo segreto che, purtroppo, viene spesso lasciato da parte, vendendo fumo, vendendo soltanto quella che può essere considerata “la facciata” o, magari, il fatto che ci sia un grande giocatore che si allena in quel centro. Penso semplicemente che non si diventi forti guardando un giocatore che si allena, ma allenandosi.

Giorgio Galimberti con i suoi collaboratori e allievi alla Galimberti Tennis Academy di Cattolica


Parlando di abbigliamento tecnico sportivo, ASICS è un marchio di eccellenza per tanti sport, compreso il tennis. So che hai un rapporto speciale con questo brand. In cosa si distingue una scarpa ASICS da altre marche?

È dal 1994 che uso scarpe ASICS e penso, in tutti gli anni da professionista e post carriera, di non aver mai messo altro ai piedi se non ASICS. Io sono un fanatico di questa marca e non smetterò mai di dire che è la scelta migliore che un tennista possa fare, così come un runner. Lo stesso discorso vale per l’abbigliamento, per il quale ora ASICS ha scelto di produrre solo la prima linea, quindi materiale di qualità con prodotti tecnici di altissimo livello.


– E, per concludere, una domanda di attualità. Da un po’ di anni a questa parte il tennis italiano, soprattutto nel maschile, è riaffiorato con tanti nuovi talenti all’orizzonte. Abbiamo non pochi giocatori nei primi 100 del mondo: Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego, Travaglia, Caruso, Mager, Cecchinato, Seppi. A cosa è dovuta questa crescita prorompente del movimento?

Il discorso è ciclico. L’Italia è una Nazione che tennisticamente è sempre stata all’avanguardia; ci sono stati anche dei periodi bui, come nei primi anni 2000, quando io, oltretutto, ne ho giovato per poter far parte della squadra di Coppa Davis. In una Nazione come l’Italia di oggi, il Galimberti dell’epoca non avrebbe posto in Coppa Davis, ma in quegli anni invece sì.
Negli ultimi tempi abbiamo un movimento in forte crescita. E credo che questo dipenda da un insieme di cose: un ottimo lavoro federale del settore tecnico; un ottimo lavoro delle accademie private che hanno tirato fuori tanti giocatori; la presenza di maestri competenti a livello nazionale. Io credo che l’Italia di oggi possa essere vista un po’ come la Spagna di qualche anno fa; un ambiente preparato di professionisti con competenze di altissimo livello. I maestri italiani, vent’anni fa, erano bistrattati. Tutti parlavano della Spagna: “Scappiamo in Spagna se vogliamo diventare forti”. Questo ora non avviene più perché abbiamo coach di livello nazionale e internazionale che seguono da vicino i giocatori. È ovvio che, con un bacino importante come le scuole tennis italiane, prima o poi qualcosa venga fuori.
In questo momento siamo forse la Nazione con più giocatori nei primi 100 del mondo o tra le migliori al mondo. Manca, forse, il top player nei primi 5. Nel momento in cui arriverà anche quello, credo che l’Italia non sarà seconda a nessuno o, se non altro, sarà tra le Nazioni leader di questo sport nei prossimi anni, tenendo conto anche dell’età giovane dei nostri giocatori.

Foto di: Giorgio Galimberti

Federico Bazan © produzione riservata