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Il peggior avversario del giocatore è la tensione non gestita

                                                   Il rammarico nel volto di Andy Murray

Scendere in campo e giocare una partita non è sempre cosa facile da un punto di vista emotivo perchè il nervosismo e la tensione possono farsi sentire in determinate situazioni, specie in eventi tennistici importanti.

Ci sono momenti prima o durante il match in cui è necessario fronteggiare degli stati di tensione, consci o inconsci. Una situazione delicata da affrontare, nella quale si è consapevoli dei propri ostacoli, è il tie-break, ad esempio.
Nel tie-break perdere il servizio o vanificare eventuali occasioni offerte dall’avversario possono costare caro in quanto la posta in palio è un set (e non è poco…) ed il punteggio di quel parziale è fondamentale per l’economia del match.
In altre parole, è il tie-break a decretare se sarà uno dei due giocatori a perdere il set o l’incontro. E’ proprio per questo motivo che bisogna fare quello sforzo emotivo in più per provare a vincerlo. A differenza dei set che hanno una storia a sè in quanto si possono sempre capovolgere in proprio favore anche se si è sotto nel punteggio, nel tie-break il contesto è diverso. E’ il momento topico per eccellenza nel quale non ci sono molte alternative se non vincerlo o perderlo per cercare di confermare il set in proprio favore.

Un’altra situazione potenzialmente delicata è rappresentata da un punto importante che potrebbe far pendere l’andamento del match in favore di uno dei due giocatori; ad esempio, una palla break in situazione di parità è fondamentale tanto per il giocatore al servizio quanto per quello in risposta ed è motivo di maggiore concentrazione per entrambi; è il momento di cogliere l’attimo perchè si è consapevoli che, qualora il giocatore in risposta strappi il servizio all’avversario, andrebbe a servire per prendere il largo nel set o addirittura nel match (aspetto positivo);
nel caso in cui, però, egli non riesca a sfruttare il vantaggio o la palla break, rischierebbe di vanificare tutto allungando, così, la partita (aspetto negativo).

Prolungare la partita (non riuscire a vincerla malgrado il vantaggio) è un aspetto negativo nel gioco del tennis perchè sfavorisce il giocatore che ha avuto le chance di vincere il set, se non addirittura l’incontro ma che, a suo malgrado, non è riuscito a sfruttare. E’ una questione mentale, quasi come se si trattasse di un contraccolpo subito dal rientro in carreggiata da parte dell’avversario.

Nel tennis, non esser in grado di chiudere una partita alla propria portata, vuoi per calo fisiologico, vuoi per mancanza di grinta e concentrazione, vuol dire rimetterla in discussione e spesso può comportare una sconfitta cocente. E’ come una trappola, un blocco che cresce in proporzione agli errori commessi e, parallelamente, ai punti dell’avversario, il quale, a sua volta, acquista fiducia e rientra in partita.

Durante un incontro capita che, all’improvviso, si incappi ripetutamente nell’errore o si commettano ingenuità che in precedenza non si sarebbero mai compiute, i cosiddetti “blackout”.
Lo sport con la racchetta, da questo punto di vista, può essere molto crudele perchè quando si pensa di avere in pugno l’incontro solo perchè si è avanti nel punteggio, si possono vanificare tutti gli sforzi prodotti fino a perdere la partita, a causa di una mancanza di concentrazione, anche momentanea.

Oltre ai cali di concentrazione che si verificano, in particolar modo, nella psiche dei giocatori discontinui, le variabili a sfavore che subentrano sono molteplici: innanzitutto, la sopravvalutazione e la sottovalutazione dell’avversario.
Nel tennis, come in qualsiasi altro sport, non esiste errore più grave che partire prevenuti sulle condizioni di gioco, sulla superficie e sull’avversario.

Sopravvalutare l’avversario comporta maggiore insicurezza, un tennis difensivo, più remissivo. Si ha paura di affrontarlo per delle doti che pensiamo egli abbia ma che in realtà non ha o che comunque sono vulnerabili; sottovalutarlo, al contrario, vuol dire giocare con la presunzione di vincere, difetto che accomuna i giocatori che credono eccessivamente in loro stessi senza rendersi conto che hanno qualcuno da battere di fronte a sè.

Altre variabili che incidono negativamente sul rendimento sono la stanchezza fisica e mentale.
La stanchezza può essere causata dalle ore di sonno arretrate, da un’alimentazione scorretta o insufficiente, da quanto si è allenati, dal numero di partite giocate prima di scendere in campo. Sono tutti una serie di fattori che hanno un impatto notevole se non decisivo sul rendimento dell’atleta.

Tra gli ultimi fattori, non tra i meno importanti, c’è il “braccino”, un difetto piuttosto diffuso che accomuna i giocatori inesperti e poco allenati. Avere paura di osare nei momenti in cui è necessario, può determinare in un’altra direzione l’andamento dell’incontro.
La differenza tra un giocatore inesperto e uno esperto risiede proprio nella capacità di gestire i momenti chiave di una partita, osare nei momenti giusti ed essere più conservativi in altri.

A differenza dei giocatori mediocri, infatti, i campioni trasformano il negativo in positivo, non si lasciano impensierire dai dettagli, nè tantomeno da eventuali scuse (come può essere il vento, la palla non chiamata, il pubblico rumoroso ecc.) ma lottano game dopo game, punto dopo punto.
Al campione non basta vincere partite su partite e collezionare trofei; egli deve essere sempre pronto e disposto a contrastare efficacemente tutte le difficoltà che la vita pone davanti a sè: i giudizi, gli insulti, le critiche della gente, i cambi di allenatore, gli infortuni, le insicurezze.

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                                 Djokovic rompe in due la racchetta per il nervosismo

In merito alla componente psicologica nel tennis, numerose sono le citazioni dei grandi di questo sport:
“Il tennis è complicato, imprevedibile, magari piove e ti rimandano il match. Non è solo correre e colpire. È strategia, testa. E non c’è droga per migliorare l’intelligenza” (Boris Becker) ;
“Il 1989, dal momento in cui ho vinto il Roland Garros, è stato l’anno più duro della mia vita. Ho scoperto che vincere nel tennis non porta gioia, porta pressione” (Michael Chang) ;
“Nel tennis ti trovi mille volte indietro, 5-4, 6-5, ma devi lottare, diventare ancor più aggressivo, non avere paura” (Rafael Nadal) ;
“Il tennis è mentale per il 50%, fisico per il 45% e tennistico per il 5%” (Juan Carlos Ferrero) ;
“Il tennis non è solo una questione fisica, sono due cervelli che si scontrano” (Marat Safin).
Uno dei due cervelli rappresenta la parte razionale mentre l’altra è rappresentata dalla parte emotiva. Allenare e migliorarsi su entrambi i “cervelli” non può che giovare al giocatore in quanto se la parte emotiva prevalesse su quella razionale e cioè se l’ansia dominasse lo scenario, diventerebbe stressante, frustrante e di conseguenza impossibile giocare; al contrario, se quella razionale prevaricasse quella emotiva, probabilmente non saremmo essere umani con i nostri pregi e difetti ma solo macchine da scontro.
Imparare a gestire l’ansia prima o durante una partita è possibile. Se ciò verrà appreso ed applicato, la tensione diminuirà fino a scomparire e contemporaneamente le performance miglioreranno.

                                                                                                                                                                                          Federico Bazan © produzione riservata

David Ferrer, grande esempio di professionalità

David Ferrer, attuale numero 3 del mondo nel ranking Atp, ha deciso quest’anno di partecipare al torneo 250 di Stoccolma che come da tradizione si disputa nel mese di ottobre nella Stockolm Open Arena parallelamente ai tornei su cemento indoor di Vienna e di Mosca. Lo spagnolo, testa di serie numero 1 del tabellone, ha usufruito di un bye al primo turno, ha sconfitto in tre set l’americano Jack Sock al secondo, ha superato il connazionale Fernando Verdasco nei quarti a causa di un ritiro di quest’ultimo ed, infine, ha estromesso quest’oggi il talento lettone Ernest Gulbis al terzo set. Domani Ferrer affronterà il vincente tra Grigor Dimitrov ed un sorprendente Benoit Paire che ha regolato in due set la testa di serie numero 2 Milos Raonic nei quarti.
Il giocatore iberico sembra intenzionato a continuare imperterrito la sua lunga striscia positiva di risultati che l’hanno visto protagonista in un brillante 2013 in termini di classifica e di punteggio; inoltre i due trofei ottenuti ad Auckland e a Buenos Aires ad inizio stagione possono rappresentare una motivazione ulteriore per lo spagnolo visto che l’anno prima era riuscito a vincere 7 tornei e ad eguagliare così il record di bottini in una stagione. Chissà se potrà ripetersi anche quest’anno vincendo magari qualche altro torneo 250…
Ferrer ha tutti i requisiti per restare a lungo tra i primi 10 del mondo perchè è un giocatore che macina vittorie, merito di una forma e di una costanza impeccabili, e vanta tanti titoli in attivo (attualmente 20 nella sua carriera).

                                               La trance agonistica di Ferrer

Aldilà dei risultati, ciò che colpisce dello spagnolo è la determinazione inarrestabile che lo aiuta a vincere. Nella semifinale di oggi contro Gulbis, nonostante dominasse per 5-0 il terzo set, Ferrer è sempre rimasto proiettato nel match e ha mantenuto il suo atteggiamento combattivo senza mai concedersi cali di concentrazione. Ha lottato punto dopo punto, ha ribattuto ogni palla fino alla fine e, anzichè giocare con più scioltezza e rilassatezza l’ultimo game che lo vedeva nettamente avanti per 5-1, ha continuato a dare il meglio di sè come se quel 5-1 potesse essere recuperato dall’avversario.
Insomma, David Ferrer rappresenta un grande esempio di professionalità, un tennista che non molla mai malgrado le situazioni che lo vedono in netto vantaggio o svantaggio nello score, un giocatore che merita di rimanere per anni tra i primi 10 del mondo non solo considerati i risultati eccellenti ma soprattutto grazie ad un carattere che lascia trasparire elementi positivi come la determinazione, la forza di volontà, la sopportazione alla fatica e la predisposizione al sacrificio, tipici di un combattente come lo spagnolo.

Federico Bazan © produzione riservata

Il maestro come punto di riferimento essenziale per la crescita ed il successo del giocatore

In ogni disciplina sportiva la figura professionale del maestro o dell’allenatore è indispensabile per l’impostazione di base, l’allenamento, la crescita ed infine, se raggiungibile, l’affermazione del giocatore. Il maestro ha diverse funzioni che sono necessarie ai fini dell’apprendimento e della pratica dello sport per il quale il giocatore decide di dedicarsi con voglia, passione e sacrificio.
Queste funzioni riservate all’allenatore possono essere racchiuse in un grande calderone nel quale, in primis, vi è un programma basato sui rudimenti di ogni disciplina sportiva.
Prendiamo ad esempio il tennis: la prima volta che metti piede su un campo da gioco l’allenatore dovrebbe insegnarti l’impugnatura, la posizione di attesa, la distanza corretta dei piedi sulla palla, il necessario piegamento delle gambe con conseguente scarico del peso del corpo sulla palla, l’apertura e il portamento del colpo. Una volta acquisite queste nozioni e messe in pratica a metà campo, ci si sposta a fondo campo cercando di applicare, quanto appreso a metà campo, aperture più ampie, spostamenti e forza di braccio maggiori. La tecnica è necessaria per imparare a giocare ed infatti è la prima fase di apprendimento che prevede una linea teorica (la spiegazione) ed, allo stesso tempo, una linea pratica (la dimostrazione sul campo).
Un’altra fase che va di pari passo alla tecnica, nonchè compito dell’allenatore che deve avere la capacità di trasmettere al proprio allievo, è l’atletica; essa si occupa di curare ed incentivare elementi fondamentali in uno sport anaerobico come il tennis, vale a dire: lo spostamento, lo scatto, la corsa di resistenza e lo stretching. Se mancano questi elementi ossia, in una parola sola, l’allenamento, non si può pretendere tanto perchè avere un buon braccio e una buona tecnica non sono sufficienti a compensare un rendimento ottimale. I tempi di recupero sono indispensabili; molti giocatori se affaticati, a fine partita, in tornei lunghi e stressanti, applicano delle borse di ghiaccio sulle articolazioni per evitare possibili infiammazioni e, in particolare, fastidiose tendiniti. Lo stesso Rafa Nadal cura moltissimo il proprio fisico facendo esercizi a corpo libero o con pesi ed elastici che mirano a potenziare la flessibilità e la tonicità del muscolo interessato. Questi sono solo alcuni esempi per farvi capire come sia importante per tennisti di medio e alto livello godere di una condizione fisica eccellente.
La seconda fase che interessa più da vicino il giocatore una volta posseduti i mezzi (la tecnica), è il fine (la tattica). Sapere dove indirizzare la palla, sfruttare la propria intelligenza per contrastare l’avversario, utilizzare schemi tattici per comandare lo scambio (ad esempio il serve and volley, il dritto a sventaglio, il cross, la palla corta e il lob, il back di rovescio e successivo attacco a rete ecc.) si imparano giocando, facendo tornei, insomma… vivendo il tennis a 360 gradi.

                         Rafa Nadal e Toni Nadal: un binomio vincente

La terza funzione dell’allenatore, non certamente la meno importante dopo quelle elencate, è il rapporto umano che si instaura tra lui e il giocatore. Anzi, è proprio questo aspetto che nel tennis, così come nello sport in generale, fa la differenza.
Quanto può essere importante per un giocatore, intenzionato a migliorare, avere con sè una persona che ricambi lo stesso sacrificio, la stessa fatica e che sia intenzionata a motivare tecnicamente ed emotivamente il proprio allievo? Tantissimo.
Quanti giocatori hanno cambiato il proprio allenatore cercando di trovare la strada giusta e poi ci sono riusciti? Ad esempio Fabio Fognini, una volta cambiato il proprio allenatore, ha vinto due tornei nel giro di due settimane ed è arrivato in finale la terza settimana. Con gli altri non è riuscito mai ad imporsi in alcun torneo a livello Atp.
Quanti altri sono rimasti sempre con lo stesso? E’ il caso del campione spagnolo Rafa Nadal. Si allena da sempre con Toni Nadal, lo zio. Grazie a questa preziosa collaborazione con il suo maestro, Nadal è riuscito ad imporsi come tennista a livello mondiale e, ad oggi, risulta il più forte di tutti i tempi sulla terra battuta.

Non esiste una soluzione unica che possa andare bene per tutti, i casi sono tanti e le situazioni sono differenti ma certamente l’allenatore rappresenta una chiave di volta, un punto di riferimento, il miglior motivatore che possa esistere per un giocatore. Capire le difficoltà, i limiti e al tempo stesso le intenzioni e le emozioni del proprio giocatore è compito arduo ma possibile. Se l’allenatore sarà in grado di fare questo e dall’altro lato ci sarà un giocatore con delle qualità, allora il binomio allenatore-giocatore sarà vincente.

Federico Bazan © produzione riservata

La forza mentale di Lleyton Hewitt

         Il vicht, gesto riprodotto spesso da Hewitt in partita

Lleyton Hewitt, giocatore australiano classe 1981, ha dominato lo scenario tennistico nei primi anni del 2000 fin da giovanissimo sconfiggendo in diversi tornei, incluse le prove del Grande Slam, avversari di levatura e di talento come Pete Sampras, Andre Agassi, Tim Henman e Thomas Enqvist e raggiungendo, così, l’apice delle classifiche mondiali. E’ stato uno dei pochi, insieme ad Andy Roddick e Marat Safin, a posizionarsi con autorevolezza al primo posto della classifica ATP in età giovanile. Ricordiamo che Hewitt, secondo quanto riportato dalle statistiche, è diventato il più giovane numero 1 del mondo a soli 20 anni, riuscendo a restare in “pole position” per 75 settimane.
Ciò che ha caratterizzato e che ha reso nota la forza del tennista australiano durante la propria carriera sono stati molteplici fattori a livello psicologico, tipici di un combattente del suo calibro. La concentrazione, la grinta, la lucidità e la sicurezza nelle scelte tattiche sono componenti essenziali del gioco di Hewitt; egli è stato ed è tutt’ora capace, sebbene ormai non più giovanissimo, di ribaltare l’inerzia degli scambi e di recuperare situazioni delicate malgrado lo svantaggio nel punteggio. Non è un caso, infatti, che Hewitt abbia rimontato molte partite che sembravano irrecuperabili riuscendo a capovolgerne a proprio favore l’andamento fino a conquistare la vittoria; è uno di quei giocatori che sullo 0-40 non si da per vinto e, anzi, è in grado di tirare fuori il meglio di sè giocando punto dopo punto. Tecnicamente, Hewitt non è un giocatore esplosivo; non ha infatti nella potenza dei colpi i suoi punti di forza. E’ un tennista che basa il proprio gioco sugli scambi, sulla continuità e la solidità da fondo campo.

Non è un caso che Hewitt sia considerato uno dei più forti difensori e ribattitori della storia del tennis. Ama scambiare da fondo campo, merito di una notevole rapidità nei recuperi, sebbene sappia giocare ottimamente anche al volo. E’ un giocatore moderno dal punto di vista stilistico e completo nel repertorio tecnico, oltre che pieno di risorse a livello mentale. La componente psicologica rende senz’altro Hewitt uno dei talenti più importanti ed imponenti della storia di questo sport. Ad oggi, il tennista di Adelaide vanta 3 titoli del Grande Slam, due in singolare ed uno in doppio e ben 30 tornei a livello ATP all’attivo.

Federico Bazan © produzione riservata

La differenza tra chiamarsi campione e buon giocatore

 Rafa Nadal: l’esempio del campione per eccellenza

A tutti voi, amanti del tennis, sarà capitato di vedere giocare in tv o dal vivo i grandi campioni e vi sarete chiesti come facciano a tenere costantemente quel ritmo elevato, a giocare senza arrendersi mai, a lottare su ogni palla. Si dice che la forma fisica sia essenziale per essere al 100% ma in realtà, per essere al meglio, non bastano solo tanto allenamento, delle ottime leve, un braccione e un buon fiato, perchè infatti ciò che fa veramente la differenza in questo sport è la forza mentale. Per forza mentale si intende non solo la grinta, la determinazione e la concentrazione che sono componenti fondamentali per una buona riuscita ma soprattutto la capacità di gestire le emozioni. Se ci fate caso i giocatori più forti del mondo come Rafa Nadal, Roger Federer e Nole Djokovic sono in grado di trattenere o gestire al meglio le proprie emozioni, evitando di esaltarsi e continuando a “rimanere con i piedi per terra”, metodo che consente loro di vincere più agevolmente. Inoltre, scacciando via possibili ansie e tensioni che limiterebbero notevolmente il rendimento, i migliori tennisti hanno quella calma interiore che gli consente di giocare bene in situazioni sia di vantaggio che di svantaggio. L’umiltà e la serenità sono quindi i due punti di svolta dei grandi campioni insieme ad altri importanti fattori come la voglia di vincere (che si distingue dalla fretta di chiudere la partita e dalla consapevolezza di vincere, problemi che pagano molti giocatori), il sacrificio, la fatica e la perseveranza. Rafa Nadal e sua maestà Roger Federer, non a caso, detengono rispettivamente 11 e 17 titoli dei grandi slam.
Abbiamo parlato dei campioni, adesso parliamo dei buoni giocatori. Dov’è il grande limite di tennisti talentuosi come il nostro Fabio Fognini, gli spagnoli Fernando Verdasco e Nicolas Almagro ed ex giocatori come il russo Marat Safin? E’ la testa. Infatti questi tennisti, i quali hanno ottenuto risultati di tutto rispetto sebbene incomparabili a quelli dei colossi del tennis come Rafael Nadal, Roger Federer, Novak Djokovic ed Andy Murray, sono stati traditi in più circostanze dal proprio temperamento che li ha notevolmente penalizzati durante la loro carriera.

                Nicolas Almagro: un combattente emotivo

Almagro perse clamorosamente contro Nadal nel torneo di Parigi Bercy nel 2009; quando il murciano si trovò avanti 6-3 6-5 (40-0) e servizio, si fece annullare 5 match points da un Nadal peraltro non al 100% per via del ginocchio e andò a perdere al terzo set; in un’altra partita disputata quest’anno tra Almagro e Haas nel torneo di Indian Wells, lo spagnolo, servendo per il match, si è fatto breakkare cedendo così al tedesco la battuta e perdendo la partita malamente al tie-break. Marat Safin, ex tennista russo ed attuale presidente del comitato olimpico russo, era noto per essere uno dei personaggi più simpatici del circuito e per essere, nel bene o nel male, uno dei più stravaganti in circolazione insieme al buon vecchio John Mcenroe. Safin era un altro tra quelli, uno che aveva talento da vendere e che era stato anche lodato dalle parole del pluricampione americano Pete Sampras, il quale rilasciò in un’intervista riferita al russo: “Questo ragazzo ha tutte le doti per rimanere saldamente per anni numero 1” e la risposta di quel simpaticone di Marat fu: “Io sono la prova che anche i geni sbagliano”. Oltre a Nico Almagro che manca di concretezza nei momenti decisivi e Marat Safin che faceva rompere racchette su racchette e perdeva le partite a causa di un nervosismo eccessivo, anche al nostro Fabio Fognini, capace di eseguire a Napoli in coppa Davis un esemplare controsmash in corsa contro il cileno Capdeville, manca lo spunto decisivo per essere un campione vero e proprio. Prima per colpa dell’arbitro o dei tifosi, poi per un presunto infortunio… alla fine il ligure, vuoi per una cosa vuoi per un’altra, ha rinunciato spesso ad esprimere il suo miglior tennis perdendo così match anche alla sua portata. Manca all’appello il terraiolo iberico Fernando Verdasco, una testa calda anche lui, che sarà sempre ricordato da tutti per aver insultato pesantemente Richard Gasquet ed il suo pubblico in terra francese nella finale di Nizza 2010, poi di fatto vinta dal tennista transalpino.

Insomma, se vogliono davvero diventare campioni o quantomeno fare un grande salto di qualità, tutti quei giocatori “tanta bravura ma niente cervello” dovrebbero darsi una calmata e lavorare con più pazienza.

                     Marat Safin: genio e sregolatezza

Federico Bazan © produzione riservata